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Full text of "La storia di Ragusa: scritta nuovamente in tre libri"

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HARVARD COLLEGE 
LIBRARY 



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FroQi Ùìt Bequest of 

MARY P. C NASH 

IN MEMORY OF HER HUSBAMO 

BENNETT HUBBARD NASH 



F. Serafino Razzi 0. P. 

— y/ 

La Storia di Ragusa 

scritta nuovamente in tre libri 

Preceduta 
dagli Appunti biografico-critici 

del 

Pr. LODOVICO FERRETTI 0. P. 

Con 

Inirod azione, noie e Appendice cronologica 

del 
Prof. G. GELCICH. 

(3^ 




1903. 
RAGUSA. 

Editrice Tipografìa Serbo-Ragusea 
A. Pasarié. 



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HARVARD 

lUNI^/ERSITYl 

LIBRARY 

AU6 31 l'J'ù 



Tutti i diritti riservati. 



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Prefazione. 

L'interessamento che, da qualche anno, si fa 
sempre più vivo per le cose di Fra Girolamo Savo- 
narola, ha contribuito a rimettere in luce V impor- 
tanza di uno scrittore, che, da più che trecento anni, 
è già favorevolmente noto nella letteratura storica 
della Dalmazia meridionale. Intendo dire di Fra Se- 
rafino Razzi, che, mandato a reggere e riformare la 
Congregazione Domenicana di Ragusa, malgrado i 
gravi e difficili impegni inerenti al suo mandato, 
trovava anche il tempo per raccogliere dati e memo- 
rie intomo alla storia di questa Repubbhca. Prolun- 
gato il soggiorno in queste parti prima per V inca- 
rico di Vicario diocesano, a cui lo chiamava il Ca- 
pitolo della Cattedrale nell' occasione della morte 
dell'Arcivescovo Raf. BonomeUi (Aprile 1588), poi 
per predicare nella Cattedrale di Cattare la succes- 
siva quaresima, il P. Razzi, benché sempre occupa- 
tissimo, trovò il modo di estendere i suoi studi an- 
che alla storia della Chiesa ragusea e aUe cose do- 
menicane di Cattaro. Frutto di tante ricerche furono 
la Storia di Raugia, la Vita della Beata Caterina 
(Osanna) da Cattaro, e l' edizione della descrizion 
della Città e del seno Ascriviense, in esametri latini 
del nobile cattarino Giovanni de Bona-Bohris. Oltre 



IV 



a questi lavori, il primo e il terzo dei quali uscirono 
dai torchi del Busdraghi di Lucca nel 1595, mentre 
il secondo, quasi argomento di sua predilezione, u- 
scì in Firenze già nel 1592, vi sarebbe ancora un 
altra pubblicazione, che, se allo scopo di queste me- 
morie non interessa direttamente, pure non sarà fuor 
di proposito l'accennarla. Ed è il trattato „Della Na- 
tura e proprietà delle Api'', che se dall' una .parte 
addimostra la sottigliezza dell' ingegno del Razzi, 
prova dall' altra, una volta di più, e l' instancabile 
operosità di lui, e quella simpatia, che lo afferma 
anche ne' suoi scritti, aveva concepito per il benes- 
sere di questi. Siccome opina 1' Echard, il Razzi a- 
vrebbe composto questo trattato a Ragusa nel 1588. 
Lo pubblicò poi in Lucca, coi tipi del Busdraghi, 
lasciandocene anche il manoscritto, che, è sempre 
r Echard che 1' assicura, dovrebbe trovarsi nella Mar- 
ciana di Firenze (Arni. II. Nr. 180). — Poiché non 
si trova che in tutto quel secolo, né poi per buona 
parte del secolo successivo, a Ragusa altri s' occu- 
passe dell' educazione delle api, riscontrandosi invece 
che la città traeva e per i propri bisogni e per 
quelli del suo commercio, la cera dall' Ercegovina, 
dall' Albania e fin dal Marocco, l' idea anzi che no 
estemporanea, di dedicarne la stampa al Rettore ed 
ai Nobili di Ragusa, potrebbe aver benissimo avuto 
nelle intenzioni dell' illustre Autore qualche nobile 
scopo. Con questa dedica, a nostro debole modo di 
vedere, il Razzi intendeva additare ai Ragusei un 
nuovo cespite di risorse, che avrebbe potuto prospe- 
rare benissimo tra loro, e per la mitezza del chma 
e per la natura e la bella varietà di piante e di er- 
be, end' è dotato il paese. 



Tra le cose inedite che tuttavia si conservano 
del Razzi, sono qui da ricordarsi la ^Narrazione^ 
over storia degli Arcivescovi di Raugia, il Fascio di 
scì-ittiire fatte in Raugia V anno 1587 e 88., la vita 
del santo protettore di Cattare e da ultimo la ver- 
sione dal latino^ dell' opera del Vescovodi Dulcigno 
Mons. de Segoviis „DelV Origine, della Milizia e 
degli costumi dei Turchi''^ che sarebbe prezzo del- 
l' opera pubblicare. 

Queste, è vero, non sono le sole pubblicazioni, 
i soli lavori lasciati dal Padre Razzi. Chi desiderasse 
conoscerli tutti, non avrà che da consultare oltre che 
r opera alla quale s' è già qui accennato, dell' Echard 
yyScrijptores Ordinis Praedicatorum'', la bibliografia 
razziana redatta dall' illustre Padre Ferretti. Nelle 
quali opere troverà che per condurre a compimento 
tanti lavori, malgrado le molteplici occupazioni af- 
fidategh dal suo Ordine e malgrado i doveri ine- 
renti al ministero sacerdotale, il P. Razzi, dev' in- 
fatti essere stato, come scrive il Bayonno, d' un in- 
stancabile operosità, e di quella tenacità di propositi, 
che sola può indurre 1' uomo a non lasciar passare 
senza lavoro nemmeno un minuto. L' Echard lo 
disse oratore e poeta elegante sì in latino che in to- 
scano, filosofo, matematico e sì gran teologo, che in 
ItaUa era nominato 1' Ecclesiaste ; poi lo dice isterico 
diligente, e scrutatore perseverante delle antichità. 
Che la storia fosse per così dire uno degli studi pre- 
diletti del Razzi, lo proverebbe l' impazienza per e- 
sempio, che egli addimostrò appena arrivato di co- 
noscere r istoria di questo paese occupandosene tosto 
e con vero interesse. Per formarsi poi un' idea della 
sua instancabilità per riuscire in questo genere di 



VI 



studi, basterebbe il ricordar qualmente il Razzi visi- 
tasse monasteri, compulsasse archivi e sfruttasse bi- 
blioteche, peregrinando a piedi dall' uno all' altro dei 
principali luoghi d'Italia, allo scopo di condurre a 
compimento quelle sue famose „ Vite dei Santi e Beati 
del Sacro Ordine dei Predicatori'*, delle quali ancor 
vivente, dal 1577 al 1605, ebbe la compiacenza di veder 
smaltite tre edizioni, da lui stesso accresciute e corrette. 
Ma per formarsi un esatto criterio della vastità 
dell' erudizione, e della grande operosità di lui nei 
campi delle scienze ò delle lettere, ei conviene co- 
noscerlo più minutamente in tutto il decorso delle 
diverse fasi della sua mortale carriera. E perciò che 
qui si cede di buon grado la parola all'illustre Pa- 
dre Lodovico Ferretti dei Predicatori. 



7&^ 



Fra SERAFINO RftZZI. 

APPUNTI BIOGRflFICP) 

del P. LODOVICO FERRETTI 0. P. 



n Patire Fra Serafino Razzi fu uno dei più illustri 
Domenicani del secolo XVI. Nacque in Marradi il mer- 
coledì 13 dicembre 1531 sull'aurora, e gli fu dato nel 
battesimo il nome di Giovanni. Ebbe a fratello maggiore 
Silvano, poi Monaco Camaldolese, meritamente illustre 
per le molte sue opere storiche e particolamente per la 



•) Questi cennilbiogrqfici^Bon tratti in massima parte dal pre- 
zioso ms, palatino, n. 37 della BibL Nazionale di Firenze e da 
un volume dal titolo Razzi Opere segn. 820 esistente noli' Ar- 
chivio di San Domenico di Fiesole. 



yn 



preziosa raccolta delle Vite de' Santi e Beati Toscani. 
Di una sua sorella, non sappiamo se maggiore o minore 
a lui di età, ci lasciò scritto egli stesso che fu suora 
domenicana nel monastero di Santa Caterina in Firenze 
ed ebbe nome Suor Maria Angelica. Sotto la guida della 
celebre pittrice Suor Plautilla Nelli esegui molti lavori 
in terra cotta dipinta; ed una sua Vergine col Bambino 
addormentato in grembo conservavasi a tempo del Padre 
Razzi nella sagrestia di San Marco. Giovinetto fu con- 
dotto dai genitori alla città di Firenze ove nel Duomo 
fu cresimato; e sentendosi chiamato alla vita religiosa, 
scelse il Convento di S. Marco ove ricevè Y abito a di 
28 giugno 1549 vigilia dei SS. Apostoli Pietro e Paolo 
intomo alle ore 23, dopo la recita del mattutino, dalle 
mani del P. Matteo Strozzi allora Priore. Fece il suo 
noviziato sotto la guida del Padre Francesco Romei da 
Castiglione che fu poi Generale dell'Ordine; e a di 6 
luglio nelle mani dello stesso Padre Priore, fra nona e 
vespro, emise i suoi voti religiosi. 

Nel 1561 ai 14 di settembre ricevè gli Ordini mi- 
nori nel Duomo di Firenze; nel sabato delle Quattro 
Tempora di decembre ricevè il Suddiaconato ; e ordinato 
Diacono l'anno seguente nel sabato delle Quattro Tem- 
pora di settembre, esci dal Noviziato e fu posto nel gio- 
vanato sotto la cura del Padre Vincenzo Ercolani figlio 
del Convento di San Domenico di Fiesole, poi Vescovo 
successivamente di Samo, d'Imola e di Perugia. 

Del suo profitto nelle umane lettere e in ogni ge- 
nere di studi ecclesiastici e profani fanno testimonianza 
le opere che fin da giovane ei cominciò a compon-e: ap- 
prese il greco e varie lingue moderne; scrisse elegante- 
mente in poesia italiana e latina e dilettossi ancora di 
musica. Nelle scienze filosofiche e teologiche fu versatis- 
simo ; ma soprattutto fu diligente storico e scrutatore as- 
siduo delle antichità. Fu uomo d' ingegno versatile al 
sommo, di prodigiosa memoria, di una tenacità di pro- 
positi singolare, di un'attività senza pari, aiutato danna 
tempra fisica veramente straordinaria. Integerrimo nel 



vili 



costume, di soda pietà e religi tuie, appassionato per le 
tloinestichc glorie, fu amato dai Confratelli suoi e meri- 
tamente stimato dagli estranei. NelF Ordiue suo dovè 
spesso contro sua voglia esercitar cariche e prelature, e 
sotto il suo amabile governo tutti ambirono di vivere. 
Prelati altissimi e letterati famosi di queir età ebbero 
con lui corrispodenza epistolare : molti dopo la sua mor- 
te ne parlarono come di un santo. 

A Fra Serafino ancor Diacono commisero i suoi 
superiori varie predicazioni: ed egli ricorda le quattro 
quaresime predicate nei dì festivi successivamente a Pie* 
ve di Ripoli, a Peretola, a Monticelli e a Quinto; ordi- 
nato sacerdote nel settembre del 1666 nel Duomo di 
Pistoia, celebrò la sua prima messa in Santa Maria Novel- 
la a dì 29 settembre, festa di San Michele Arcangelo, 

Le doti singolari del giovane religioso e la dispo- 
sizione fp*ande al ministero apostolico di cui aveva dato 
già prova, indussero i suoi superiori a mandarlo fin d' al- 
lora in varie città per predicare la parola di Dio, Ci fa 
sapere egli stesso che il 26 novembre del 1666 parti 
con un compagno per Siena, Montepulciano, Perugia, Fo- 
ligno, Spoleto e Narnij ove per le gran nevi dovè fer- 
marsi; e ivi celebrò la solennità del Santo Natale; poi 
parti per Orvieto, Viterbo e Roma^ ove ebbe la sorte di 
vedere il Sommo Pontetìce Paolo IV. a di 14 gennaio 
1657 e trattenersi assai con lui. Con grande stupore de- 
gli astanti, dice il Padre Razzi, quel santo vecchio si 
trattenne a parlar meco per bnona pezza, e mi ad- 
dimandò di pure asmi cose, e dae volte mi ricercò 
se io volevo grazia veruna. Ala io, ehe impensata- 
meìife un cotale favore mi vidi fare, altro mm chiesi 
che benedizione. 

Dallo stesso Paolo IV. fu il giovane religioso inca- 
ricato di recarsi a far riverenza al grande Donienicauo 
Mons. Fra Michele Glìislieri Vescovo di Nepi, che poi 
dallo stesso Pontefice croato Cardinale, gli successe nel 
Pontificato e fu il glorioso San Pio Quinto. Fra Seratiuo 
orgoglioso del nobile incarico, vedendosi, quasi araldo di 



K 



salute, inviato dal Pontefice a quei che nove anni dopo 
avrebbe cinto la Tiara, vide poi in quel fatto un augu- 
rio felice fatto da Paolo IV. al suo successore, quasi 
pronosticando a lui per un serafino^ che dopo nove 
anniy secondo il numero de' nove cori angelici, egli 
sarebbe stato assunto al Papato. Accolse affettuosamente 
il suo buon confratello il Santo Vescovo di Nepi, e fatto 
poi Cardinale e Pontefice, sempre amorevolmente lo a- 
scoltò e ne ebbe grandissima stima. 

Nel ]566 lo studio generale della Provincia Ro- 
mana era stato trasferito da Perugia al Convento Fio- 
rentino di Santa Maria Novella ove il P. Matteo Stroz- 
zi, alunno di S. Marco, eletto Priore dal P. Angelo Bet- 
tini Provinciale, aveva richiamato in vigore le claustrali 
osservanze; e il giovane Razzi, per potersi abilitare al- 
insegnamento e prender la laurea di lettore, venne ivi 
accettato il 25 agosto del 1557 in giorno di mercoledì 
fra gli studenti formali e in tre anni compì il suo corso. 
Non vollero però i superiori che in quel triennio egli 
sospendesse Y esercizio della predicazione. L' anno stesso 
1557 aveva predicato la Quaresima nella Pieve dell' An- 
tcUa, e le tre Quaresime successive troviamo eh' ei le 
predicò a San Felice in Piazza, a San Niccolò in Via 
del Cocomero e al Borgo San Lorenzo. 

Laureato in Filosofia e Teologia, cominciò in San 
Marco nel 1560 le sue lezioni. In due anni passati . a 
San Marco e tre anni a San Domenico di Pistoia ter- 
minò, come egli ci dice, tutta la lettura di Aristotile. 
Restano manoscritte le sue lezioni date in San Marco su 
Porfirio, sui Predicaììienti, sul libro Peri hermeneias, sulla 
divisione dell' ente insieme con altre lezioni sui quattro 
libri della Fisica di Aristotile da lui preparate per la 
stampa. In Pistoia furono scritte le altre lezioni, che ri- 
mangono, sui tre libri di Aristotile De anima, sui primi 
cinque libri della metasifica e su quello del cielo e 
delle meteore. 

Né trascurò per questo la predicazione (nel '62 tro- 
viamo eh' ei predicò tutte le feste dell' anno a Santo Ste- 



fano in Pane) né le lettere che a lui furon sempre ca- 
rissime; e raccolte in quel tempo le più belle e devote 
laudi che solevano cantarsi nelle chiese di Firenze in 
quel tempo e aggiunte ad esse alcune sue canzonette sa- 
cre, le pubblicò in un volumetto stampato nel 1563 in 
Venezia da Francesco Rampazzetti ad istanza di Filippo 
Giunti Fiorentino col titolo: Libro primo delle laudi 
spirituali da diversi eccelL divoti autori antichi e 
moderni composte... con la propria musica e modo 
di cantare ciascuna Laude come si è usato da gli 
antichi <Sf usa in Firenze. Filippo Giunti premise a 
tal pubblicazione in data del 30 luglio una bella lettera 
con cui dedicavasi il volume a Suor Caterina de' Ricci 
già celebre per la fama della sua santità e de' suoi pro- 
digi, allora Sottopriora del Monastero Domenicano di 
San Vincenzo di Prato. Ancora novizio in San Marco 
il Razzi aveva avuto la sorte di conoscere quella mira- 
bile santa quando un giorno mandato a Prato per la fe- 
sta di San Vincenzo, Patrono del Monastero, vide Cate- 
rina appunto in un momento della celebre estasi della 
Passione, con lei favellò e la richiese che volesse pren- 
derlo per suo figliuolo spirituale. „E forse a questo fe- 
lice avvenimento di sua vita, scrive il P. Bayonne, 
quando le cose si stampano più vivamente nell' anima, 
egli andò debitore del suo amore a quelle leggende e 
Vite di Santi che lo resero tanto caro alla Chiesa e al 
nostr' Ordine." Vedremo poi quato amorevolmente, dopo 
la morte della Santa, egli si occupasse nel raccoglier le 
memorie della mirabile vita di lei e delle sue prime com- 
pagne „nato fatto, dirò col Guasti, per descrivere un mon- 
do (per poco non dissi un paradiso) di celesti angiolette. 
Nel 1565 lo troviamo ancora in Pistoia; ha la data 
del 31 gennaio 1565 una sua lezione metafisica de uni- 
tate pHmi motoris. Da Pistoia dovè partire quando il 
Padre Vincenzo Ercolani, già suo maestro in San Marco, 
eletto Provinciale Romano si accinse alla visita dei con- 
venti della provincia, e lo scelse per suo compagno e 
segretario nel delicato ufficio. 



XI 



Da quatro mesi il Paire Eazzi seguiva ed aiutava 
il Padre Ercolani in tale ufficio; e trovavasi appunto nel 
convento di Santa Maria del Sasso in Casentino, quan- 
do a San Domenico di Fiesole cessava dal suo ufficio 
di Priore quel santo religioso che fu il Padre Timoteo 
Ricci, detto il giovane, fratello carnale di Santa Ca- 
terina, per distinguerlo dall' altro Padre Timoteo fratello 
di Pier Francesco padre della Santa. A di 9 settembre 
giunse là al Padre provinciale la domanda dei Frati di 
Fiesole, che, avendo eletto il Padre Razzi a Priore del 
loro Convento, chiedevano la conferma dell' elezione. 
L' elezione fu confermata il giorno medesimo ; e il Pa- 
dre Razzi per espressa volontà del Padre Provinciale 
dovè piegarsi ad accettare il priorato. 

Ai 16 adunque dello stesso mese il Padre Serafino 
si recò a quell' amena collina che poi in una lettera a 
Monsignor Bernardo del Nero chiamava „il più delizioso 
luogo della Toscana" già santificato per la dimora del 
Beato Giovanni Dominici, di Sant' Antonino e del Beato 
Angelico. Del Dominici, che avea fondato quel sacro ce- 
nobio, e di Sant' Antonino che ne era stato primo figlio, 
volle il novello Priore che si dipingessero nel chiostro i 
ritratti in affresco al naturale che ancora si conservano. 
Autore di questi due dipinti, mediocri assai per arte, fu 
quel Francesco Mariani che nel grande affresco del Re- 
fettorio, trasportato nel 1879 alla Galleria del Lou- 
vre, con un inopportuno restauro, introdusse, a dire 
del Padre Marchese, „tutti i difetti di un' epoca di de- 
cadenza." 

Nel primo anno di questo priorato trovo che il 
Padre Razzi predicò le domeniche nella Cattedrale di 
Fiesole e nel secondo anno che fu il 1567, si recò a 
predicar la Quaresima nella terra di santa Sofia in Ro- 
magna. Trovo altresì che in Fiesole egli si ocupò nello 
scrivere la vita del grande suo confratello Giovanni Tau- 
lero e nel tradurre dallo spagnuolo le Istituzioni, che 
poi stampò insieme colla predetta vita nel 1668 e de- 
dicò alla Principessa Giovanna d' Austria. 



xn 



Il 27 Bettembrc flel 1567 dovè lasciare la diletta 
dimora di Fiesole per recarsi Priore a San Domenico 
di Orvieto: Faesulanutn aerrni in UrhevetimHm com- 
mìdavit; cosi di projjric mano egli scriveva nella Cro- 
naca di Fiesole; e trovo che in Orvieto ei predicò quasi 
continuamente: le feste, l'Avvento e la Quaresima in San 
Domenico; la (Quaresima dell' anno seguente nel Duomo; 
e cosi prepari) i Sermoni predlcahili fra V tiìino stam- 
pati poi in Firenze nel 1574, e le lezioni .^u Tobia, ri- 
maste inedite. 

Nel M9 avvenne un caso singolare. Ne' due Con- 
venti di Spoleto e dì Folign^^ sapendosi che il Padre 
Razzi era al termine del suo priorato d' Orvieto, i Pa- 
dri qua e là contemporaneamente lo elessero Priore. 
La questione fu decisa in favore di Foligno per le 
istanze di quel Vescovo che volle il Razzi pei' suo 
Teologo. Recatosi perciò a Foligno colla carica di Prio- 
re, ivi continuò le leziom su Tobia, espose Giuditta ed 
Ester, predicò in Duomo per due Avventi e per un an- 
no intiero nelle feste; ed ivi ancora si accinse a seri- 
vere le sue eelebri Vite di Santi e Beati Domenicani 
stampate poi a Firenze nel 1577 e 1588* Terminato quel 
priorato, rimase in Foligno per qualche tempo coir uffi- 
cio di confessore delle Suore di Santa Maria del Popolo 
e di lettore di Sacra Scrittura. Appartengono a questo 
tempo e precisamente air anno 1572, molti suoi viaggi 
per le Marche, la Romagna e la Lombardia, sempre a 
scopo di visitar Chiese e (■ouventi delF Ordine e rieer- 
car memorie per la conqjilazione delle sue lite. 

Da P'oligno passò al celebre convento dì San Do- 
menico in Perugia colla carica tU Maestro^ degli studenti 
e scrisse nel 72 un conirticnto de peccato ex div(y'Tho- 
ma e nel 7:{ de Ineaniatione, In Perugia^si acquistò 
gran nome per la sua scienza e pietà, ne mai cessò dal 
ministero della predicazione che uni sempre a queUo 
deir insegnamento. Dalla Pentecoste del 7:t alla Quin- 
quagesima del 74 predicò nella Chiesa di San ^Domeni- 
co in tutte le feste, eccetto la quaresima che predicò a 



xin 



Montefalco nella Chiesa di Sant' Agostino ; e mentre i 
Perugini volevano ad ogni costo che predicasse loro' la 
Quaresima del 74, offrendogli anche elemosina maggiore, 
egli non volle mancare ad una parola già data, e pre- 
dicò quella quaresima a Spello. Al termine della quale 
ei racconta che, con la elemosina, riportò a Perugia due 
nobili giovanetti che furono subito rivestiti del santo 
" abito. 

Viveva in quel tempo il celebre Fra Paolino Ber- 
nardini, Lucchese, amico intimo di San Filippo Neri e 
strenuo difensore del Savonarola dinanzi alla Congrega- 
zione dei Cardinali tenuta sotto Paolo IV. Quest' uomo, 
che il Baronio chiamò nostrorum temporum spedati- 
simae sanctitatis vir, che poi in Lucca a imitazione 
della Cogregazione dell' Oratorio di Roma fondò la Con- 
gregazione dei Chierici Regolari della Madre di Dio, fu 
dai superiori dell' Ordine suo prescelto a riformare i 
conventi degli Abruzzi e delle Calabrie, e a lui fu dato 
per compagno il nostro Padre Serafino che già per un 
tempo era stato suo discepolo e di cui conosceva lo zelo 
veramente istancabile. Ai 21 di luglio del 1574 il Padre 
Razzi dal Rev. Padre Sisto Fabri Vicario Generale del- 
l' Ordine veniva eletto Priore \li San Domenico di Penne 
negli Abruzzi, e in quella città fu tosto invitato a pre- 
dicare l'Avvento per due volte, e la quaresima per una 
volta; e la quaresima seguente predicò nella terra di 
Caramanico. Trovo che^in Penne egli compose a richie- 
sta di molti devoti e in particolar di Suor Cornelia Stroz- 
zi, monaca in San Paolo d' Orvieto, il Kosario in otta- 
va rima, stampato poi in Firenze nel 1583, con prefa- 
zione di Don Silvano Razzi suo fratello, e i Sermoni 
sulla penitenza e opere penitenziali, digiuno, orazio- 
ne ed elemosina, rimasti inediti. Agli 8 di luglio del 
'76 il Padre Serafino da Brescia, Generale dell' Ordine 
inviandogli una magnifica lettera, ove lo chiamava vita 
morìtmque sanctitate et nmlta eruditione ornatum, 
lo nominava Priore di Vasto. In Vasto ei compose i 
Cento casi di coscienza stampati poi in Firenze nel 



XVI 



tamburetto con tutti i suoi scritti, eccetto il quaresimale 
e altre cose predicabili. Non potè però per allora tor- 
narsene al suo diletto convento di San Marco, perchè 
nel 1580 dovè recarsi coir ufticio di lettore di casi e di 
Sacra Scrittura in Spoleto ove scrisse 1' operetta inti- 
tolata I casi della lingua^ eli e dedicò al Cardinale 
d' Ascoli e nel seguente anno 1581 da Spoleto recossi 
di nuovo in Francia per predicare a Lione alla na- 
zione Morenti na. Per tale predicazione il Razzi ci fa 
sapere eli e, oltre le spese dei viaggi, ebbe nna limosi- 
na di ottanta e piii ducati d* oro. 

Tornato da Lione egli fu mandato lettore di meta- 
fisica a Viterbo ove scrisse quattro libri Della sfera del 
mondo^ opera rimasta inedita, e dovè, nel uiedesirao an- 
no accettare il Priorato di Città di Castello, aggiungen- 
do alle istanze di quei padii i suoi buoni uffici il Car- 
dinale Alessandrino, che per lettera diceva al Razzi co- 
me quel Convento meritasse hu buon capo e che per- 
ciò, posposto Oifìu particolare interesse^ vi si recasse per 
mantenere ivi e promuovere V osservanza religiosa. 

Ma i Religiosi Perugini che serbavano grandissima 
memoria della sua dottrina e bontà, lo vollero nel se- 
guente anno 1582 priore del loro celebre convento. 

Questo nuovo ufficio coshiuse il Razzi a rinunziare 
air invito che già aveva ricevuto tìti dal W luglii* 1581, 
di predicare la quaresima dell' '82 in Messina, dove ben 
volentieri sarcbbesi recato per fare personalmente nuove 
ricerche nei conventi delF Ordine in Sicilia, affine di 
completare sempre più il suo lavoro sui Santi e Beati 
Domenicani. 

Prcccdessore del Razzi nelP ufficio di Priore del 
Convento Perugino era stato il dotto e pio religioso P, 
Timoteo Bottonio, che da Maestro Generale dell* Ordine 
P. Paolo Constabile era stato chiamato a Roma ed elet- 
to suo Vicario Generale. Al novello Priore scrìsse il R 
Bottonio in data del 7 marzo 1582 una bella lettera o- 
ve si rallegi*ava con lui ed auguravasi che la sua nomi- 
na sarebbe stata di letizia grande ai Perugini e di som- 1 



xvn 

mo vantaggio a quel Convento, e insieme gli si offeriva 
di aiutarlo in qualunque sua necessità dicendogli che gli 
comandasse a la libera. 

Rimase il P. Razzi in Perugia cinque anni, e presso 
tutti crebbe moltissimo nella stima che già grande erasi 
acquistata pel suo sapere e le rarissime doti dell' animo 
suo nella prima dimora in quella illustre città. Visitò 
in quel tempo (probabilmente nell' estate dell' 83) il con- 
vento perugino il novello Generale dell' Ordine P. Si- 
sto Fabri che >volendo nobilitare lo studio^ di quel con- 
vento, >con speciale autorità papale avuta sopra di 
ciò«, creò Maestro in Sacra Teologia e Reggente de- 
gli studi il nostro P. Serafino. Come Reggente degli 
studi, nei primi tre anni egli tolse a spiegare dalla 
cattedra la Somma di San Tonmiaso; e da molte le- 
zioni manoscritte che lasciò si rileva che egli illu- 
strò con grande erudizione la dottrina dfell' Angelico 
Maestro sopra gli Angeli e negli altri due i Luoghi 
Teologici, togliendo per testo, egli primo in Italia, 1' 0- 
pera magistrale del suo grande confratello Melchior Cano, 
di recente uscita alla luce. Era costume del Razzi, come 
ci lasciò scritto, »studiare sempre mai con la penna 
in mano«; e si ebbero così altri due pregevoli lavori 
che usciron per le stampe oltre le citate lezioni rimaste 
inedite: cioè il primo libro della Corona Angelica ^tam- 
pato in Lucca nel 1599, ove si parla della sostanza de- 
gli Angeli, a cui dovevan far seguito altri quattro libri, 
rimasti inediti, sulla cognizione, sulla volontà, sulla pro- 
duzione e sul ministero degli Angeli; ed un pregevole 
compendio dei Luoghi Teologici di Melchior Cano, la- 
voro che vide la luce nel 1603 in Perugia per cura di 
Fra Marco Balducci. Fu terminato dal Razzi questo suo 
lavoro il 26 luglio del 1587 e finché non venne stam- 
pato, molte copie se ne trascrissero per utilità de- 
gli studenti, essendo stato ritrovato assai giovevole per 
la scuola. 

Altri cinque lavori dell'instancabile uomo apparten- 
gono a questo tempo : le Vite di Santa Maria Maddale-* 



xvni 



na. Santa Marta, San Lazzaro e San 3Iassiììiino, di 
cui già sopra parlammo; la traduzione del dialetto pie- 
montese deir operetta del P. Silvestro da Prterio, già mae- 
stro del sacro Palazzo sotto Leone X, intitolata Ri fa t; io 
spirituale degli sconsolati lavoro fatto dal Razzi >ru- 
bando santamente il tempo al sonno ^r, rimasto poi ine- 
dito; la traduzione della Scuola Salernitana^ coriosu 
e per più ragioni preziosa raccolta di massime per con- 
servarsi in sanità, operetta dedicata air illustre uomo 
Antonio Salviati con cui Santa Caterina de' Ricci ebbe 
corrispodenza epistolare e che col fratello Averardo edi- 
ficò in San Marco di Fii^euze la ricchissima Cappella 
di Sanf Antonino ; il Rosario in ottava rima stampato 
nel 1583 in Firenze, sebbene da vari anni preparato, 
come già sopra notammo; ed infine una poetica tradu- 
zione degli Inni ecclesiastici, quali si trovano in masima 
parte nel breviario delF Ordine, operetta stampata in Pe- 
rugia nel 1587 col titolo di Innario Domenicano. 

Già abbiamo notato come il Razzi si ditetasse di 
poesia. Nel Rosario in ottava riìna egli premette cbe 
tal libretto egli ha scritto ^>togliendo per ricreazione qual- 
che ora agli altri suoi più faticosi studi, per far cosa 
grata particolarmente alle divote fanciulle e timorate di 
Dio, le quali dilettandosi di cantare potranno servirsi di 
queste et altre somiglianti rime . Non vuole quindi che 
ivi si ricerchi più la bellezza poetica che V utilità dei 
devoti lettori. Simile intenzione ebbe il Razzi nel tra- 
durre gli Inni della Chiesa, pubblicati, come egli stessa 
ci dice, per utilità dei monasteri, specialmente di quelli 
di San Tommaso e della B. Colomba in Perugia, e che 
scrisse >De' gran caldi di luglio e d' agosto, ritiratosi in 
cella nelle ore di svago, quasi per trovare sollievo da 
studi più gravi €. La traduzione è fedelissima, l'atta per 
lo più in quartine di endecasillabi sciolti da rima, ed 
ogni inno va accompagnato da oppostimi connnenti e no- 
tizie storielle sugli auto ti e sui soggetti. Ma non sono 
questi soltanto i lavori poetici del Razzi. Tnilasciando di 
enumerare le varie canzonette e laudi che trovansi o 



XIX 



manoscritte o stampate nelle diverse opere sue, citiamo 
quattro canti in terzine rimasti inediti sulle quattro sante 
martiri Barbara, Agata, Agnese e Cecilia. Il primo, di 
49 terzine, fu composto nel 1569 in Foligno, il secondo, 
di 100 terzine, nel 1576 nel Convento di Fiesole, il 
terzo, di 77 terzine, fu composto in città di Penne, ed 
il quarto in 61 terzine, in Vasto nel 1577. Il verso in 
questi canti, come nel Rosario in ottava rima, corre 
con bastante scioltezza; e se il pensiero non è poetico 
sempre, sovrabbonda V affetto che ne rende assai piace- 
vole e edificante la lettura. 

Né le cure del priorato, ne l'insegnamento, né le 
molteplici e svariate pubblicazioni tolsero agio al Padre 
Razzi di attendere alla predicazione della parola di Dio. 
Ci fa sapere egli stesso che nel 1582 e 83 sermoneggiò 
nei vari monasteri della città; nell' 84 predicò la qua- 
resima a Fossombrone, nell' 85 parimente la quaresima 
a Rocca San Casciano nella Romagna Fiorentina, nelle 
feste dell' 86 tenne sermoni nella Chiesa dell' Ordine in 
Perugia, e nell' 87 predicò la quaresima ad Assisi e fe- 
ce altri sermoni nei Monasteri del Vescovo. 

Ma una nuova ed ancor più importante missione 
doveva essere affidata al Nostro, obbligandolo non solo 
a lasciare una seconda volta il caro suo convento di Pe- 
rugia, ma l'Italia altresì; missione che sembrava doverlo 
gravemente impedire e ritardare ne' diletti suoi studi 
od almeno rallentare la sua prodigiosa attività nello 
scrivere. Nella Congregazione Domenicana di Ragusa senti- 
vasi il bisogno di un potente risveglio. La regolare di- 
sciplina si era andata a gi-ado grado rallentando, e nel 
seno stesso della comunità erano germogliati semi di 
discordia a cui si aggiungevano inopportune ingerenze da 
parte dei secolari nelle cose dei conventi ed altri non 
lievi disordini^). Già dal 1566 il Generale P. Vincenzo 



') Queste e le seguenti notizie che riguardano lo stato della 
Congregazione Ragusana in quel tempo e la dimora fattavi dal 
P. Razzi son tolte in massima parte dal IV tomo del prezioso 
ms. Monumenta Congregationis sancii Dominici de Ragusio 0. Fr, 



XX 



Giustiniani avvisato della cosa tentò poni rimedio col- 
r inviare colà certo Fra Vittore da Firenze che ottenne 
qualche buon resultato; e successivamente altri zelanti 
religiosi come fra Lodovico da Rimini, fra Abondio da 
Corao^ fra Eugenio da Finale, furono là mandati coll'u- 
ficio di Vicari o di Visitatori. Ma il merito di una vera 
e completa riforma si dove tutto al nostro Padre Sera- 
fino, ed i superiori dell' Ordine non avrebber potuto me- 
glio affidare quella riforma che al fervoroso alunno del 
convento di S* Marco, che già nella rifonua Abmzzese 
aveva dato saggio di religiosa \iilii e di energia singo- 
lare. Eletto perciò Vicario Generale della Congregazione 
di Ragusa con patente del 6 luglio 1587 si recò tosto a 
quel nuovo campo del suo apostolato. Come compagno 
di quel viaggio ed aiuto nel suo nuovo ed importantis- 
simo ufficio egli chiese ed ottenne quel fra Arcangelo 
da Penne, che da giovane Diacono avevalo seguito nel 
viaggio in Provenza alla grotta di Santa Maria Madda- 
lena» Fra Arcangelo, che allora in Roma era uno dei 
Patri Penitenzieri della Basilica Liberiana di S. Maria 
Maggiore, lasciò queir ufficio per accompagnarsi di nuo- 
vo col buon Padre Serafino che dal suo aiuto molto si 
riprometteva. Giunsero i due padri il 28 di Ottobre in 
Ragusa; ma fu quello un tristissimo arrivo: Fra Arcan- 
gelo rifinito di foi'ze per un tierissioio morbo contratto 
nel viaggio, il di seguente se ne mori. Con amoroso pen- 
siero il Padre Ha^zi, dopo aver pianto amaramente su 
quella cnida separazione, volle da se stesso rivestir quel 
cadavere, ponendogli indosso, come caro tesoro, il suo 
medesimo abito da lui qual preziosa reliquia consentalo, 
con cui nove anni ìimaiìzl era entrato insieme col buon 
giovane abruzzese nella grotta di Santa Maria Maddalena. 



Praed. edita a Fraire Seraphino Maria Cervia eiusdem alunno 
(Monum. XLI, p. 125-1 iiJ), di vxn la parte* che sì riferisce al 
P. lia^zì ci è stata con molla coHesia traseritla ed inviata dal- 
l' attuale Priore del Convt?rito di Rag'usa P. Ambro^'io Bacie. 
Il P. Cervia visse dal 1686 al 1759 e las^-iò manoseritte molte 
opere storiche, conservate al presente nella Biblioteca di Ragusa. 



XXI 



Ben presto in Ragusa il nostro Padre Serafino si 
conciliò gli animi di tutti. Cortese coni' era e compito 
nei modi, facilissimo parlatore e fornito di molta e sva- 
riata dottrina, abilissimo al governo, ben presto ei mo- 
strò di esser veramente V uomo adatto per queir impor- 
tante missione. All' osservanza delle antiche leggi che ri- 
chiamò tutte in vigore ei volle che andasse unito il ri- 
spetto delle buone consuetudini della Congregazione Ra- 
gusina, di cui con destro modo faceva rilevare ad o-. 
gnuno le glorie ; i santi e lodevoli usi tornarono in fiore, 
ed egli di tutto era maestro coli' esempio. Per ottempe- 
rare agli ordini dei Pontefice Sisto V, emanati appunto 
in quel tempo, egli destinò pei giovani novizi un dormi 
torio separato dal rimanente del convento, ebbe a cuore 
il culto sacro, lo studio ; e d' ogni buona cosa fecesi 
promotore zelante. 

Né r insegnamento della Teologia di San Tommaso 
che egli intraprese in Ragusa ai 7 dicembre, gli impedi 
di occuparsi di sacro ministero e d' altre cure esteriori 
alla riforma di quella illustre Congregazione ; e tutto operò 
con si felice successo che il Rettore e i Consiglieri di Ra- 
gusa in data del 16 marzo 1588, mentre al Vicario Ge- 
nerale dell' Ordine ne porgevano vivissimi ringraziamenti, 
scrivevano al Cardinale Alessandrino Fra Michele Bo- 
nelli nepote di San Pio Quinto e Protettore dell' Ordine, 
la seguente lettera che ci è grato riportare per intiero^): 

Al R.mo Cardinal Alessandrino in Roma 

a di xvj Marzo 1588. 
Ill.mo et R.mo Mons.re n.ro Osservandissimo. 

Con dupplicate lettere abbiamo scritto costì in Roma al 
R.do Padre Vicario e Procuratore di S.to Domenico la buona 
soddisfatione che ci ha data il Vicario mandato da sua Pat.tà 
R.da a questa Congregazione. E perchè potrebbe esser detto 
per avventura il contrario etiandio a V.ra Ill.ma e R.ma Si- 
gnoria, essendo Ella protettrice de l' istesso Ordine, ci è panito 



') Ex archiv. poi. adm. Rp. Ragusanae „ Lettere e commis- 
sioni di ponente" 1585 in 8 fol. 2346. — Dobbiamo questo pre- 
zioso documento alla cortesia dell'illustre Professore Gelcich 
conservatore dell' I. R. Archivio Ragusino. 



XXII 

far sapere a Lei ancora che il prefato Vicario con le sue pru- 
denti attieni ha fin qui dato molta soddisfattione a tutti noi, et 
ad ogni altro amatore del vivere religioso, et quanto egli ha 
eseguito intorno ad alcuni Padri di poco buona edificatione a 
questa città, è stato ancor desiderio nostro, perchè vorremmo 
che fussero buoni et esemplari religiosi. Il convento hor vive 
in pace et osservanza con piacere di tutti noi, onde preghiamo 
V. Ill.ma e R.ma Signoria che vegli favorire le attieni di detto 
Padre Vicario, né credere a chi falsamente dicesse il contrario, 
col che le ci raccomandiamo, e da n.ro Sig.r Iddio le preghia- 
mo il vero contento. 

Di Ragusa a di XVI Marzo 1588. 

di V.ra Ill.ma e R.ma Signoria 
devotissimi 
Il Rettor et i Consiglieri di Ragusa. 

Alla qual lettera il Card. Alessandrino rispondeva 
aver sempre avuto del Padre Razzi »bonissima opinione, 
e per tale« diceva >fu mandato di qua a coteste ban- 
de«; e che mentre per le buone sue qualità i Reggitori 
di Ragusa ne sarebbero rimasti sempre più soddisfatti, 
quel convento ne avrebbe ricevuto »molto semzio per 
onor di Dio e dell' Osservanza della Santa Religione* *). 
E il Vicario Generale scriveva al P. Razzi come la let- 
tera dell' Ill.mo Senato gli era stata di assai gradimento 
perchè aveva confermato l' opinione e la speranza che 
aveva della sua virtù, che del suo governo egli si chia- 
mava soddisfatto e che già cominciava a quietar Y ani- 
mo intomo alle cose della Congregazione Ragusina ripo- 
sandosi sopra la prudenza e bontà di lui''). 

Ai 17 di luglio di quel medesimo anno la sede 
arcivescovile di Ragusa restò vacante per la morte di 
Mons. Raffaele Bonelli. Già tanta era la stima acquista- 
tasi in meno di un anno dal nostro Padre Serafino in 
Ragusa, che lui e non altri vollero a pieni voti i Cano- 
nici della Cattedrale eleggere a Vicario Capitolare du- 
rante la vancanza della sede. 



') Ija copia di questa lettera, di mano dello stosso Razzi, tro- 
vasi nel citato ms. (S. Dom. di Fiesole) fol. 170. 

') V. la lettera originale nel citato ms. (S. Dom. di Fiesole) 
fol. 171. 



xxm 

n buon padre »che ad ogni altra cosa avrebbe 
pensato che a questa« fece assai resistenza; ma tanto fu 
pregato, che alfine accettò a condizione che se ne scri- 
vesse a Roma alla sacra Congregazione dei Vescovi. 
Venne la risposta, ed egli seguitò a tenere tal carica 
con si gran lode e tanta soddisfazione di ognuno, che 
molti del clero e del laicato non nascosero il desiderio 
d' aver lui stesso per novello Pastore. Tenne il Padre 
Razzi il governo dell' Arcidiocesi per quattro mesi e 17 
giorni, fino cioè all' elezione del nuovo arcivescovo che 
fu Mons. Paolo Albero allora refendano in Roma"). A- 
vrebbe questi voluto che il P. Serafino continuasse a 
governare come Vicario quell' Arcidiocesi, ma il nostro 
buon Padre cercò di declinare tanto carico e solo con- 
senti di predicare quell' avvento nella Cattedrale di Ragusa. 

L' anno seguente 1589 lo troviamo a Cattare invi- 
tato dal vescovo Mons. Girolamo Ducchia a predicarvi 
la quaresima; e dopo tal predicazione egli otteneva da 
lui lettere ove dicevasi aver egli predicato > dottrina 
santa e cristiana, con buon esempio d' opere et de co- 
stumi conosciuto nella sua persona, con frutto grande et 
edificazione di questo populo«. 

Sembrava davvero questo volta che al Padre Sera- 
fino le nuove e molteplici cure del governo, dell' inse- 
gnamento e della predicazione avrebbero tolto ogni agio 
di scrivere, od almeno rallentata quella, direi quasi, por- 
tentosa fecondità che abbiamo in lui ammirato fino a 
questo punto. Ma 1' abito dello studio era per lui dive- 
nuto natura, il desiderio delle ricerche una vera passio- 
ne; sì che vediamo nel breve periodo della sua dimora 
in Dalmazia, fra tante occupazioni e fastidi, raddoppiarsi 
la sua alacrità nello scrivere. A questo periodo appar- 
tengono, a quanto ci consta, i Commentarli latini sopra 



•) Il citato ms. (S. Dom di Fiesole) dal foglio 248 al foglio 
284 contiene le minute di tutti gli atti appartenenti al governo 
del P. Razzi in Ragusa come Vicario Generale della Congre- 
gazione e come Vicario Capitolare ed altri scritti importantis- 
simi relativi a questo periodo della sua vitn. 



XXIV 



tìitta la logica di Pietro Ispano teiminati poi in Pe- 
rugia, la traduzioue delle lezioni latino sopra Aristotile 
mir anima, sfd cielo e sidle meteore, preparata perle 
stampe, un ingegnoso trattatello suUa natura e proprietà 
delle Api o vero pecchie lìcdieato al Rettore e ai Gen- 
tiluomini Samjei, operetta stampata in Lucca uel 1688'), 
la Storia di Rangia in tre libri, lavoro per qnei tempi, 
e data la difficoltà delle ricerche, importantissimo, stam- 
pato anch' esso il 1595 in Lucca ^), la Narrazione degli 
Arcivescovi di Raffiisaf biogi'afie di 49 arcivescovi daJ 
980 al 1559, rimaste inedite^), la Vita della beata Osan- 
na da Cattaro vergine domenicana, stampata nel 1692 
in Firenze, la traduzione dal latino di nna Vita di San 
Trifone avvocato dei Cattarini, la traduzione delle Nar- 
razioni di Mons, Jlartino Segonio Vescovo di Did- 
cigno suir origine, la ìnilizia e i costimii dei Turcìii 
con una breve descrizione della Terra Santa e del- 
V Isola di MaMa% un curiosissimo e per molti lati im- 
portante trattato sopra V uccisione di Enrico III re 
di Francia^); per non dire come a questo tempo de- 
vonsi assegnare e le copiose addizioni fatte alle Vite 
dei Santi e Beati Domenicani di cui comparve nel 
1688 la ristampa, e la preparazione, in gran parte, dei 
tre grossi volumi di sermoni eh e apparvero nel 1590 e 
di cui parleremo più sotto e delV importantissima Isto- 
Ha degli Uomini Illustri delF Ordine Domenicano, no- 
tiziario prezioso, particolarmente nelle parti che riguar- 
dano i personaggi contemporanei all' autore*'). 



I 



*) Il Tns. di quest' operetta trovarsi nel voi. miscellanea (Mss. 
dei conventi) I. II. 46, nella Nazionale di Firenze. 

^) Una copia di r|iiest' ojjerotta rulla tìirma e con iriolte pò- 
stille di mano dall' auloi'e Irovasì iiellu Inldioteca Nazionale di 
Firenze. Un' altra copiit anch' essa i>o.stìllala dalF autore è nella 
stessa biblioteca (mss. dei conventi) nel volume miscellanea già 
citato I, II, 46. 

') Nel ms3, citato (vS. Dom. di Fiesole) foL 2i2-21B e fol. 218-247, 

•) Ms. citato fol. 34-S27. 

*) Ms, citato fol. 297-303, 

•) Neir istoria degli Uo mini illustri a pag:. 94 si legge: „Ra- 
gugia... dove noi ora^ cioè in questo jiresente anno 1588 ri- 
aerivianio questa nostra cronica deD' Ordiue ecc." 



XXV 

Ma in Italia sentivasi il bisogno di lui. Abbiamo 
sotf occhio varie lettere scritte a lui da Perugia, da Fo- 
ligno, da Firenze, ove tutti si dolgono della sua assenza 
e ne chiedono il ritomo. Poteron quindi i superiori del- 
l' Ordine giudicare che la missione di lui in Dalmazia 
fosse ornai compiuta, e nel 1698 lo richiamarono in Pe- 
rugia, perchè ivi continuasse nell' onorato officio di Reg- 
gente primario di quello studio. 

Che tornandosene in Italia lasciasse il Nostro in 
Ragusa gran desiderio di sé ed una graditissima memo- 
ria, lo argomentiamo specialmente da una lettera del- 
l' Arcidiacono di quella Cattedrale Marco Raguino che a 
lui scrivendo il 1" Febbraio 1690 lo assicurava come il 
novello Arcivescovo spesso lo ricordava e diceva che 
quando avesse potuto ritenerlo presso di sé lo avrebbe 
più ancora onorato di quel che non avessero fatto per 
il passato, e che mentre di ogni opera sua era rimasto 
soddisfatto, riconosceva esser suo merito avergli prepa- 
rato la via e spianato molte e gravi dificoltà. 

Ma ad un tratto, non appena tornato in Perugiai 
ai 9 di Novembre dal Generale Ippolito Maria Beccaria 
ricevè una gentilissima lettera ove si diceva che dovendo 
necessariamente provvedersi di un Reggente lo studio 
del convento di Aquila, senza fargliene un ordine pre- 
ciso, il Padre Generale avrebbe gradito che si recasse 
colà, persuaso che non gli sarebbe stato discaro ritor- 
nare a quella Congregazione Abruzzese ove già per cin- 
que anni era stato insieme col P. Paolino Bernardini, 
n Razzi mentre, ubbidiente qual era, si disse pronto ad 
eseguire il volere del Padre Generale, pur non potè na- 
scondergli il desiderio che avrebbe avuto di rimanersene 
ormai nello studio di Perugia. Il P. Generale, per accon- 
tentarlo, non lo rimosse da quel convento, e quasi direi, 
si scusò con lui con una lettera da cui rilevasi V alta 
considerazione in cui lo teneva per la sua bontà ed i 
suoi meriti. E il P. Razzi continuò in Perugia con gran- 
de attività ad insegnare le sacre discipline e a lavorare 
attorno alle sue opere e prepararne delle nuove. 



XXVI 



Uscirono infatti quasi contemporaneamente in Fi- 
renze nel 1590 pei tipi del Sennartelli i tre grossi volu- 
mi a cui sopra accennammo, intitolati: Sermoni predi- 
cabili dalla prima Domenica delV avvento e per tut- 
ti i giorni di Qiutremaa sino alT Ottava di Pasqua 
di Resurrezione* — Sermoni predicabili per tìitfa la 
quaresima con dieci sermoni di materie importane' 
tissime. — Cento brevi ifermoni della lede^ Speranza 
e Carità e altre virtù cristiane e materie Teologali 
con alcuni sermoni da nozze e da morti. Furono que- 
sti tre volumi dedicati dal Razzi ai suoi tre ordinari 
prelati, che erano altresì stati per molti anni suoi par- 
ticolari mnorevoU e tutti e tre padri di singulare 
prudenza, bontà, erudizione e zelo. Poiché, rifletteva 
il Razzi, come ogni cristiano ha tre pastori, cioè il Pon- 
tefice sommo, il proprio Vescovo, e il Proprio Parroco, 
cosi ogni relij^^ioso deve riconoscere tre sìdìordinati su- 
periori spirituali; deve cioè riverire il suo Priore, il 
Reverendo Provineiale suo e il Reverendissimo Pa- 
dre Generale. AI Padt'e ('TOHerale Beccaria fu fledi- 
cato il primo dei detti volumi; il secondo al P. Mae- 
stro Paolo Signorelli da Cortona Provinciale Romano 
ed il terzo al Priore di tV'ruf^ia Padre Autonino Bran- 
cuti. 

Nel 1592 il Cardinale Ippolito Aldobrandini veniva 
assunto al Sommo Pontificato col nome di Clemente Vili, 
e verso i Domenicani niostravasi al sommo propenso. A 
lui deve P Ordine se altri due grandi Santi si aggiiuisero 
air albo delle sue glorie: San Giacinto e San Raimondo 
da Pennafort. La bolla di canonizzazione di San (jiacinto 
fu emanata il 15 aprile del 94; e dovendosi preparare 
r ufficio ecclesiastico cogli inni propri da inserirsi nel 
Breviario Domenicano, il Generale Beccaria si rivolse 
al P. Razzi che scrisse queir officio che tuttora si recita. 
Il P. Generale ne rimase soddisfattissimo e chiamò quel 
lavoro gloriosa fatica. Ma il Razzi non fu pago di tiuc- 
sto. Zelante coni' era per le domestiche glorie volle in 
quell'occasione scrivere anche la Mta del suo illustre 



xxvn 

confratello che poi pubblicò in Firenze insieme colle 
narrazioni della di lui canonizzazione. 

Un' altra speranza ancora si risvegliò sotto Cle- 
mente Vili in molti Domenicani d' Italia, nel buon Razzi 
sopratutto. Dopo la tragica morte di Fra Girolamo Savo- 
narola avvenuta il 23 maggio 1498 in Firenze, non solo 
si riconobbe ben presto l'ingiustizia della sentenza che 
lo mandò al patibolo come eretico e ribelle alla Santa 
Chiesa, ma molti ne parlarono come di un santo e co- 
minciarono a correr per le mani de' suoi devoti, e par- 
ticolarmente pei monasteri e conventi dell' Ordine, bio- 
grafie e ricordi che mantenevano a lui un culto sincero 
ed affettuoso. Una delle più antiche fonti delle molte 
biografie di lui era 1' Epistola scritta da Fra Jacopo 
Cinozzi che nel 1496 aveva vestito in San Marco 1' abito 
per le mani stesse del Savonarola e che dopo la morte 
di lui dava al Vicario Generale Fra Jacopo da Sicilia 
un completo ragguaglio de vita e moribus del venerato 
maestro. In quella lettera il Cinozzi narrava cose da lui 
vedute o udite da testimoni degni di fede, tra i quali il 
Beato Sebastiano da Brescia (sebbene non nominato 
espressamente), Fra Tommaso Busini, Fra Bartolommeo 
da Faenza ed altri. Seguirono altre pubblicazioni, tra le 
quali tenne il primo luogo la Vita scritta dal Padre 
Pacifico Burlamacchi Domenicano lucchese che essendo 
ancor giovane al secolo conobbe in Firenze Fra Girola- 
mo e dopo la morte di lui fatto religioso Domenicano 
visse in assai grande intimità col suo fratello Fra Mau- 
relio ritiratosi in San Romano di Lucca. Si aggiunse pre- 
sto la Vita scritta in latino dal Conto Francesco Pico 
della Mirandola. E tutti parlavano del Savonarola come 
di un santo e martire e profeta di Dio, narravano gra- 
zie ottenute per l'invocazione del suo nome, e arden- 
temente bramavano di vederlo esaltato all' onore degli 
altari. Sarebbe assai facile rintracciare, particolarmente 
nei monasteri e conventi toscani, parecchie reliquie di 
tal culto fino dal generalato dello stesso Giovacchino 
Turriano, che in Firenze aveva assistito al supplizio del 
Frate e dei suoi compagni. 



xxvm 



Al culto di quella intemerata figura fecero guerra 
(e come nou potevano farla?) i Medici tornati al potere 
e molti dignitari ecclesiastici ligi ai potenti d' allora ; 
ma intanto fra i devoti del Frate ripetevasi V indubitata 
testimonianza di Giulio II che ai Domenicani di Viterbo 
disse: Io lo canonizzerei, e i più ferventi cristiani che 
avesse Firenze raccoglievano le reliquie del Frate, si ra- 
dunavano spesso in Sku Marco, e spargevano di fiori il 
luogo del suo supplizio nell' annua ricorrenza della sua 
morte, E gli artisti che dal frate avevano attinto ispira- 
zioni potenti ne peii^etuavano la memoria con amore: 
Fra Bartolommeo sotto un magnifico suo ritratto scriveva 
Profeta mandato da Dio, ed in un altro ritratto de- 
lineava il profilo del suo frate in un' immagine di San 
Pietro martire, e i titoli di culto più significativi veni- 
vano scolpiti nelle medaglie e ne' camei mentre sulla 
teca di un dito scampato delle fiamme e conservato in 
San Vincenzo di Prato scrivevasi: Dito del Beato Je- 
ronimo Profeta e Martire. 

k questo movimento in favore del perseguitato Fra- 
te di San Marco presero parte uomini di eminente san- 
tità. Basti nominare San Filippo Neri e Santa Caterina 
dei Ricci Del Neri è ormai noto come egli nella sua 
cameretta in Roma tenesse V effigie di Fra Girolamo 
circondata da raggi, facesse sua delizia della lettura de' 
suoi scritti, ne ricordasse spesso le gesta a' suoi figliuoli 
spirituali che furono quanto di più buono e d' illustre 
ebbe Roma in quel tempo, tra i quali anno vera vasi Io 
stesso Ippolito Aldobrandiui poi Clemente Vili; ed an- 
che è noto come egli volesse farne stampare la vita per 
comodo dei fedeli. Santa Caterina dei Ricci si manifestò 
per un' aff'ettuosissima discepola del Savonarola, riconobbe 
prodigi dalla sua intercessione, ne raccolse in San Vin- 
cenzo di Prato le più preziose memorie, e ne tenne vi- 
vissimo il cidto fra le sue religiose non solo, ma nella 
schiera di quei nuori Piagnoni, che se alla patria non 
poteron conservare la perduta libertà, le manteuuero i- 
nalterato il tesoro della fede. 



XXIX 

Ma d' altra parte ai desideri dei Piagnoni facevano 
ostacolo le molte e gravi difficoltà opposte dagli avver- 
sari di quella intemerata memoria, che oltre a suscitare 
contro di essa le ire dei potenti, tentarono eziandio di 
mostrar pericolosa ed erronea la dottrina del Frate: e 
ciò particolarmente quando al Pontificato Bomano salì 
Paolo IV, terribile avversario di ogni eretico o sospetto 
d' eresia. Ma dal giudizio di Paolo IV uscì incolume 
quella dottrina e coi Domenicani se ne rallegrò come 
d' una vittoria San Filippo Neri che ne ebbe sopràna- 
turale rivelazione. 

\ In questo movimento in favore del Domenicano Fer- 
rarese troviamo i più illustri religiosi d' Italia nel cin- 
quecento. Basterà nominare i\ Padre Angelo da Diacceto, 
il Padre Tommaso Neri, il Padre Timoteo Bottonio, il 
Padre Paolino Bernardini, il Padre Paolo Giannerio d' A- 
rezzo, il Padre Matteo Lachi, il Padre Michele BoneUi 
cardinale nepote di San Pio V e lo stesso San Pio, che, 
essendo ancor cardinale, diresse con somma prudenza la 
celebre disputa sotto Paolo IV, favorendo, sebbene oc- 
cultamente, la causa del Frate. Le testimonianze in fa- 
vore del Savonarola raccolte dagli scritti Domenicani del 
cinquecento dimostrerebbero ad evidenza, contro V as- 
serzione dello storico Pastor, come alla memoria del Sa- 
vonarola r Ordine di San Domenico restò fedele come 
una schiera compatta, fino al punto da infliggere il ti- 
tolo di Ismaele dei suoi fratelli al teologo Caterino 
che scrisse contro di lui. 

E ai Domenicani si unirono molti ecclesiastici e 
laici di allora; persino le donne: tra le quali fu molto 
coraggiosa Lisa Deti, madre del Cardinale Ippolito Al- 
dobrandini, cui (testimone il Razzi) bastò Y animo di 
rispondere alle calunnie date al Frate dal Caterino. 
Nella famiglia Aldobrandini era ereditario il culto alla 
memoria di Fra Girolamo, mentre lo stesso Cardinale 
Ippolito erasi più volte chiamato Piagnone; ond' è che 
fatto Pontefice risvegliò in tal modo le speranze dei de- 
voti del Frate che in Ferrara divulgossi in quel tempo 



XXX 



aver egli detto apei1;ameiite voler canonizzare un Beato 
Ferrarese, che non poteva esser altro die il Savonarola 
e peraiise altresì che impunemexìte se ne vendessero in 
Roma le medaglie e le iramagiDi coir aiu'eola di Santo. 
Tutto questo indusse i superiori delV Ordine Domenicano 
(nonostante alcuni precetti gi;\ dati per regola discipli- 
nare contro quel culto) a pensare seriamente alla causa 
di beatificazione di Fra Girolamo, e il generale dell' Or- 
dine Padre Ippolito Maria Beccaria die a tre Dome- 
nicani r incarico di scrivenie F officio ecclesiastico che 
per vario tempo privatamente fu recitato in molti mo- 
nasteri. 

H nostro Padre Serafino, che vestito in S. Marco 
nel 1649 aveva potuto conoscere molti dei religiosi che 
dal Savonarola avevano ricevuto V abito ed erano stati 
testimoui delle sue rirtù e che conobbe molti vecchi fio- 
rentini già amici del Frate, come Gio. Maria Rustichelli, 
Gherardo Fianiniìiìgo e V ottuagenario Lorenzo Violi au- 
tore delle celebri Giornate e famoso raccoglitore delle 
prediche più belle del Ferrarese, potè fin dai primi suoi 
anni mettere insieme una messe copiosa di dati biogra- 
fici per scrìvere a suo tempo una vita completa del Frate 
verso di cui doveva mostrarsi in sommo grado devoto. 
Potè altresì il Razzi far tesoro di quanto sul Frate era 
stato scritto nel cinquecento, potè nelle varie dispute coi 
contradittori, dotto conr era, giudicare da qual parte fosse 
la verità e la giustizia, potè, prudentissimo come lo ab- 
biamo trovato, discernere se il fanatismo o V errore a- 
vesserò in quella venerazione tradizionale mescolato qual- 
che loro elemento, e divenir così a poco a poco lo sto- 
rico fino allora più completo del fidate di San Marco, 
E mentre il Padre Timoteo Bottonio suo amicissimo si 
era appagato di ampliare il Burlamaccbi e farvi note- 
volissime aggiunte, egli penso invece di rltar di nuovo 
quella vita, che avrebbe portato F impronta e dello stile 
dello scrittore e della devozione del discepolo che dal 
Guasti sarelibe poi stato chiamalo tra i biografi del Sa- 
vonarola „il più aflfettuoso". 



XXXI 

L' elezione di Ippolito Aldobrandini al Sommo Pon- 
tificato diede al Padre Razzi grande speranza di veder 
pubblicata quella Vita già da vario tempo preparata; 
fattane perciò trascrivere una copia, egli la spedì al Pon- 
tefice con lettera latina del 22 Febbraio 1599 ed una 
prefazione e dedica al Pontefice colla data del 2 Gen- 
naio dell' anno medesimo. Ma la Vita del servo di Dio 
rimase per allora manoscritta: e quando il buon Razzi 
neir anno del giubileo recatosi a Roma sopra un asi- 
nelio disse „quasi per burla" al Cardinale Alessandro 
de' Medici a cui Clemente Vili aveva passato il volume 
per esaminarlo, „che se accadeva di mandarlo sull' asino 
per avere scritta la predetta vita, non occorreva di ac- 
cattarlo, avendolo egli condotto seco", si ebbe per ris- 
posta che nella Vita non v' era nulla che meritasse e-* 
menda, cosi aver giudicato il lavoro il Papa medesimo; 
„ma che imperò non voleva che si stampasse per i tanti 
contradittori che ancora teneva il buon Padre" „et mas- 
simamente che gli eretici di Germania et dell' Inghilterra 
(sfacciati che sono et iniqui) lo annoverano tra i loro 
finti santi", e che la stessa risposta aveva dato il Papa a 
Filippo Neri quando voleva stampare anch' egli una vita 
del Savonarola. E così il Razzi stette aspettando da Dio 
tempi migliori, pago d' avere egli „Professo di San Mar- 
co" presentato la vita del suo „ Santo Padre" „al supre- 
mo tribunale di Dio in terra"; ed intanto le copie ma- 
noscritte del suo lavoro si moltiplicarono^ se giudicar si 
deve dalle molte che ancora rimangono. 

A questa sua Vita del Savonarola può accertarsi 
che il Razzi ponesse 1' ultima mano verso il 1590, per- 
chè quando nel 1599 la inviò a Clemente Vili disse a- 
verla tenuta nascosta per quasi dieci anni, ferme per 
decennitim silentio pressam, sebbene alcuni capitoli del 
libro terzo e tutto il libro quarto siano stati scritti dal 
frate qualche anno dopo, come è facile riscontrare. 

Riprendendo il filo della nostra monografia, noi 
troviamo il Razzi nel 1590 nel suo San Marco di Firenze 
ove nelle feste, nell' Avvento e nella Quaresima del 



XXXII 



successivo '91 spiegò in Chiesa la Sacra Scrittura, e dal 
21 Aprile al 25 Maggio tenne otto lezioni sulla Cresima 
di cui abbiamo nn sunto manoscritto seguito da sei le- 
zioni scritte per disteso, ove, forse per darle alle stam- 
pe, ordinò tutta la materia spiegata negli otto sermoni, 
È notevole come in queste lezioni abbondino le citazioni 
del Padre Roberte Bellarmino Gesuita non ancora car- 
dinale in quell* anno : ed a questo proposito notiamo co- 
me col Bellaimino avesse il Razzi occasione di trattare 
per lettera quando in Roma quegli si occupò dei lavori 
per la canonizzazione della Vergine Domenicana Sant'A- 
gnese da Montepulciano sua concittadina. Gli mandò al- 
lora copia deir officio ecclesiastico che aveva composto 
per detta Santa, e insieme gli ricordò d' aver molto am- 
mirata la sua dottrina quando pubblicamente in San 
Marco ebbe a parlare della Cresima, 

Dal 2 Luglio 1691 fino al 1695 lo troviamo in 
Prato nel Convento di San Domenico colf ufficio di con- 
iessore delle suore di San Vincenzo ove santa Caterina, 
morta il 2 Febbraio 1590, avea lasciato il tesoro di tante 
memorie di santità e V incoiTotta sua salma. Predicò 
alle Suore costantemente tutte le feste dell' anno neFOS, 
tre volte la settimana nel '93 e nel '94 F intera quare- 
sima; e di questi sermoni compose un volume che limase 
inedito; e molti altri scritti ei preparò, che sugli inco- 
modi deir età avanzata sembrava ornai prender sempre 
più il sopravvento uno spiiito pronto ognora ed attivis- 
simo. Ha la data del 15 novembre 1591 il volume inti- 
tolato Giardino di esempi pubblicato poi in Firenze 
nel '94 e deilicato a Mons. Giacomo Aldobrandino con 
lettera da Fiesole del 6 Luglio 1594 e ristampato con 
aggiunta di centociiuinanta esempi nel '97 in Firenze e 
con altri cento esempi ancora nel '99 in Venezia ; e colla 
data del 29 Agosto 1592 si ba un suo tliscorso ^uUe 
Campane, 

La dimora in San Vincenzo di Prato gli peimise 
altresì di raccogliere una minuta e preziosa biografia 
della Beata Madre Caterina de' Ricci che cominciata a 



xxxni 

scrivere solo un anno dopo la morte di lei e dietro i 
ricordi lasciati dai Padri confessori del monastero e della 
custode della Santa Suor Maddalena Strozzi, ha un' au< 
torità indiscutibile. Prima di darla alla luce volle il Razzi 
che le suore nella sala del lavoro e nella mensa comune 
la leggessero e dicessero il loro parere. Era stata que- 
sta Vita terminata dal Razzi 1' 8 settembre del 1692, 
ma per cottimi e ragionevoli motivi*, come il Razzi stes- 
so ci dice, non fu subito data alla luce: solo ne furon 
fatte alcune copie manoscritte, una delle quali fii inviata 
al monastero di S. Agnese in Bologna, ed un' altra a 
quello di San Domenico di Lucca. Intanto il ifratello della 
Santa, Messer Vincenzo de' Ricci, prometteva alle suore 
di far egli le spese di quell' edizione: e a lui pensavano 
le suore di dedicare il volume, che stampato poi nel '94 
in Lucca pei tipi di Vincenzo Busdraghi, fu invece da 
esse dedicato al Card. Alessandrino con una lettera ove 
attestavano ad una voce aver esse trovata la narrazione 
dei fatti della lor madre conforme a verità e per- 
ciò giudicata degna quella Vita che si desse alle stampe. 
E se, quanto alla dedica, le suore mutaron pensiero, ciò 
fu perchè, come il Razzi racconta, >la spesa non fu al- 
trimenti fatta dal fratello Messer Vincenzo, ma con de- 
nari fatti imprestare a un amico suo dal P. Fra Filippo 
Brandolini ad istanza particolare del P. Confessore*, che 
era lo stesso P. Serafino. Questa edizione porta nel fron- 
tespizio un ritratto assai somigliante della Ven. Serva di. 
Dio, che poi doveva salire all' onore degli altari. 

D P. Giacinto Bayonne, celebrato autore della mo- 
derna bellissima Vita di Santa Caterina così parla., 
del Razzi nella prefazione (p. X): »Di tutti gli scrittori 
che vissero ai tempi di Santa Caterina Serafino Razzi è 
ceitamente il più notevole, non pure per la venustà dello 
stile e pregi della narrazione, ma altresì per la copia e 
la verità dei fatti da lui narrati, avendoli egli attinti 
più d'ogni altro vicino alla fonte*. 

La vita di Caterina de' Ricci die al Razzi occa- 
dione di tornare qua e là sull' argomento del Savonarola,,,. 



XXXIV 



il cui culto s' intrecc^ia con molti atti della Santa, e ben 
volentieri le suore di Sau Vincenzo alla memoria della 
venerata loro madre univano la più affettuosa devozione 
al martire da lei tanto amato. È noto come in qtiel Mo- 
nastero Fra Girolamo, Fra Domenico e Fra Silvestro fos- 
sero riconosciuti come specialissimi protettori; pregato 
perciò dalle suore il Razzi in onore dei tre Beati e in- 
sieme di San Giacinto e di San Raimondo scrisse un' an- 
tifona ed un' orazione da recitarsi ogni giorno. Trovasi 
manoscritta nel codice (autografo) Palatino 37 della Na- 
zionale di Firenze; e^ come cosa inedita, la trascriviamo 
qui per la sua speciale importanza. 

Antifona ai beati Protettoli del Monaslerio di S, Cat.a. 
Monastcìii nostri Dei pietate ac vostra benig^n itale spe- 
eiales Protet-tores Beati Martyres Hieronynie, Dominice atque 
Silveater^ et Sancti Confeasoroa Domini Ilyacùnthe atqne Ray- 
munde, prò noHtris omnibus nwcesHitiitibus, jirinnim quidem 
spiritualibiia, mox vero temporalibuH, apnd divìmun clemen- 
tiam, quaesumus, intercederò di^nemini. 

V). Orate prò nobis donms noatrae electi Prulectores. 

RJ, Ut di^ni efr. prem. Xri. 

V). D.ne ex. or. m. 
Oremus. Omnipotens sempilorne Deus qui per intereeSvSÌo* 
nem et meritata Hctorum tu or. plurima fidelibus tuis benetìcia 
eonferre voluìstì, rogamns immeusam eipirifintiaui tuam ut in- 
tercedentibus Monasteri i nostri speciali bus Proteetoribusi Hiero- 
nymOj Dominieo^ Hylvestro, Hyacintho atque Raymundo o- 
mnia a nobis inala propitiatua amoveas et cuncta nobis pro- 
futura tua liberalitate eoncedatf. Per Jesum Xpm. tìalvatorem 
n.rum. Amen. 

Dair esistenza di un prezioso codice di pagine 146, 
forse ora smarrito, tutto dì mano del Razzi, che il Dott. 
Luigi Traniontini salvò dalle mani di un bottegaio, quando 
soppresso il convento di San Domenico di Prato anda- 
rono in vendita molti manoscritti, e che il Gan. Angelo 
Maria Bandini potè esaminai^e e spogliare, possiamo fa- 
cilmente dedurre che in Prato compose il Razzi o rifece 
parecchie di quelle vite di santi onde s' accrebbe la 
terza edizione della sua preziosa raccolta. Trovasi altresì 
in detto codice un Officio ticcUsiastico per la Beata 



XXXV 



Caterina dei Ricci, un compendio latino della Vita 
della Beata Colomba da Rieti^ una trascrizione della 
Storia, ovvero Narrazioni degli Arcivescovi diRmjugia, 
le JHte dei Santi XV Aiutatori e altri scritti, come le 
Cronache del Monastero di San Vincenzo dalla sua 
fondazione fino al 1600 compilate appunto negli anni in 
cui vi fu confessore, con le aggiunte fatte di poi per 
compiere la storia di quel celebre monastero per tutto 
il secolo X^^* Fortunato veramente questo monastero 
che oltre ad avere avuto in un così raro scrittore e 
dotto religioso il primo storico della sua cara >Santa«, 
ebbe altresì in lui l' illustratore dell' epoca sua gloriosa, 
per cuij quasi spareudo T intervallo di oltre tre secoli, 
sembra alle religiose di oggidì familiarmeiite conversare 
colla loro Santa Madre, e colle loro prime consorelle! 

Il 5 Maggio 1594 teniiinava per il Padre Razzi il 
triennio delF ui'iìcio suo di confessore delle Suore in San 
Vincenzo, e tosto egli se ne tornava a Firenze ; e il 6 Lu- 
glio^ festa di San Romolo, lo troviamo nel convento di 
Fiesole ove forse si recò a passar qualche giorno 
prima di tornare al suo San Marco, In Firenze lo tro- 
viamo nel 1595 Confessore nel monastero di Santa Lu- 
cia in via San Gallo, ove predicò nelle feste; ed intanto 
dava r ultima mano alla pubblicazione della sua già ci- 
tata Storia degli uomini illustri delT Ordine che ab- 
braccia quattro secoli, stampata a Lucca dal Busdraghi 
nel 1596, non troppo esatta, secondo V Échard, ne' pri- 
mi due secoli, ma accuratissima negli altri due più vici- 
ni air autore. Della i|uale opera ben conobbe Y utilità il 
Generale delF Ordine Ippolito Maria Beccaria, che oltre 
al lodarne ampiamente V autore, emanò un precetto per- 
chè ogni convento e monastero dell' Ordine ne acqui- 
stasse una copia. E già lo stesso Padre Generale ave- 
vane accettata la dedica fatta dal Razzi con lettera da 
Prato del 7 Giugno 1592, 

Stampato il volumetto, volle il Razzi farne omag- 
gio ai suoi principali amici. Tra questi troviamo il cele- 
bre autore delle Istorie Fiorentine^ il Canonico Scipione 



XXXVI 

Ammirato, al quale già il Razzi aveva fatto dono della 
sua Storia di Ragugia, Nel presentare a quell' illustre 
uomo la Storia degli uomini illustri dclF Ordine sua, il 
Razzi si proferiva di cedergli in prestito il suo mano- 
scritto della Vita del Savonarola, quando allo storìco 
potesse quel volume giovare per discorrer di lui nelle 
sue storie. 

Riproduciamo per intero le lettere di risposta che 
n' ebbe il Razzi in queste due circostanze, e percliè ine- 
dite, e perche assai preziose per la nostra monografia. 

L 

Molto R.do Padre mio Oss.mo 

Hiersera essendo al fuoco hebbi la cortese Lra di V, R. 
de' 25 del pass.to die li è piaciuto dì Diandarrai con la sua 
bella Istorìetta di Raugia la quale con tanta avidità mi i>osÌ a 
leggere liora in questa parto e hora in queli' altra di essa tra- 
scorrendo, che dopo molte hore la lasciai da parte pii\ stanco 
che satio. Rin^ratiola molto et di questo piacer che m' ha dato 
et deir honoi' che mi ha fatto mostrando di haver letto et dì 
tener conto delle cose mie. A che io risponderei come si con- 
viene più diiTusamente se non mi trovassi d' alcuni giorni in 
qua presso che infermiccio, et pur soverchio occupato nella re- 
visione delle mie Istorie Fiorentine alle qnali si è dato principio 
di stampare. Mandole con tutto ciò un mal contracambio, che è 
una mia ultima oratione fatta nella morte del re Catt.co, Il M.to 
R.do Padre Don Silvano suo fratello è mio amico di lun- 
gbiss.ma mano^ e ho da lui in diversi tempi ricevuto molte a- 
morevolezze et coHesie^ e ho caro che quando si veggono in- 
sieme la saluti in mio nome et di cuore me li racc.do. A' 5 di 
Dicembre 1590. Di Firenze. 

Di V. Rza 

Aff.mo per servirla 
Scipione Ammirato, 



Molto Rev-do P.re et B. mio Oss.mo 

La R. V. eoo ti ini a a farmi delle girati e senza eh' io hab- 
bia con lei merito alcuno, che tanto maggiorm.te glie ne ho da 
render gratie, et sentirmele obbligo infinito come fo' del bel li- 
bro mandatomi degli luiomini illustri del suo ordine. La rin- 
grutio parimente con tutto ìl cuore dell' offerta che mi fa della 



xxxvn 

vita del padre Savonarola: ma perchè le azioni sue non entra- 
no nei venti libri che di presenti stampo nella mia Istoria, la 
quale, se Dio mi presterà vita, mi terrà pure un anno intero 
occupato, mi serberò a vederla al tempo debito quando piacerà 
al Sig.re Iddio che io possa stampare gli altri venti libri, che 
se mai non mi ricordo, intorno il fine del trentesimo libro si 
ragiona di lui. Perdonimi la R. V. per 1' amor di Dio, se io 
non Le scrivo più a lungo che sto tanto occupato in questi 
miei affari, che non gliele potrei dir più; et di cuore me le 
racc.do. A Vini di Genn. 1599. 
DeUa R. V. 

Aff.mo 
Scipione Ammirato. 

Negli ultimi mesi del '96 il buon Padre Serafino 
fu colto da una malattia: egli ci dice solo che fu >un 
lungo male«, e che per riaversi fu dai superiori inviato 
>nel divoto e vago conventino di Lecceto^:, allora ospi- 
zio dell' Ordine dipendente dalla comunità di San Do- 
menico di Fiesole, ed al presente villa del Seminario 
Arcivescovile Fiorentino. Né il lungo male avuto gì' im- 
pedì di predicare per tutte le feste quadragesimali del '96 
neUa Chiesa di Brucianese e varie volte ancora nella 
Chiesa di Lecceto, né di applicarsi ai suoi studi diletti; 
e troviamo che appunto in Lecceto egli tradusse dalla 
lingua spagnuola un importante studio sulle stimate di 
Santa Caterina da Siena intitolato:. Difesa delle piaghe 
di Santa Caterina da Siena scritta dal P. M. Fr. 
CHustiniano Antistt dei Predicatori. 

Richiamato a San Marco, cominciò la prima do- 
menica di Agosto di queir anno 1596 la lezione di Sa- 
cra Scrittura e dei casi di coscienza già intrapresa nel' 90; 
e la prima domenica di Ottobre die principio alla espo- 
sizione della vita del Santo Re David che continuò per 
tutte le domeniche e feste del '97 e dei primi mesi 
del '98, > aggiungendo sempre un caso di coscienza et uno 
esemplo per i semplici<. E così si ebbero altri due libri: 
/ casi letti pubblicamente nella Chiesa di San Marco 
in Firenze V anno 1596 e 97 e prima V anno 1590, 
e la Vita del Santissimo Rege e Profeta Davitte, ai 
quali si aggiunse un volumetto col titolo Risposte a 



XXX vin 

più dubbi teologali propostici e datici in iscritto da al- 
cuni nobili amici in questo presente anno 1598, e un 
Safiiomt mento sopra il monte della pietà di Firenze 
tenuto in tre lezioni a dì 6, 7 e 8 Luglio del '97 in 
San Marco, rimasto inedito insieme con quattro lezioni 
suir Usìira. 

Nel 98 lo tro\iamo confessore del monastero di 
Santa Lucia in Pistoia ove stette tre anni e predicò 
>tutte le feste alle RR. Madrid e nel 1600, che fu T An- 
no Santo, predicò nelle domeniche della Quaresima nella 
Chiesa dì San Domenico »dopo il Vespro «, e nei vener- 
dì >dopo Compi eta€. Appartengono a questo tempo le 
traduzioni degli Opuscoli dei tre abitacoli e della 
Scala del cielo attribuiti a Sant'Agostino^ ma che, co- 
me il Razzi ci dice, :s^non sono di lui^, lavoro dedicato 
alle Suore di Santa Lucia; la prima parte dei Sermoni 
domenicaU per tutto V anno, il Fascetto di mirra, 
cioè le Orazioni della Chiesa fatte volgari a contempla- 
zione delle venerabili Suore di Santa Lucia di Pistoia, 
e la bella traduzione del prezioso scritto del Savonarola 
in sette libri intitolato Solatium itineris mei conservata 
inedita nella Nazionale di Firenze. E fu questo, noi cre- 
diamo, un omaggio che il Razzi volle fare al suo Fra 
Girolamo appunto nel primo centenario della sua morte. 
In fronte al libretto scrisse il Razzi il distico seguente 
colla sua traduzione italiana: 

tìi te tangit amor patriae coelestis, amice, 

Hic libi Hieronymus (perlcg'e) x>aiidit iter. 
Se ti punge V amor del cielo, amico, 
Leggi quest' opra, che il caniniin ne mostra. 

Osservando le varie date alla fine di ogni libro, 
non possiamo far altro che ammirare Y operosità di 
quest' uomo che mentre spesso scriveva solo per trovar 
sollievo di occupazioni più gravi, tanto si applicava da 
togliere anche al corpo il necessario riposo. Il libro VI, 
ad esempio, fu terminato di scrivere il 20 Giugno 1598 
>circa horam noctis dccimauK; che vuol dii'c aver il 
Razzi passato attorao a quel lavoro tutta quanta la notte. 



XXXIX 



Appressavasi intanto il buon religioso al settante- 
simo anno ddl' età sua, e memore del detto del Salmi- 
sta: >Dies annonim nostroruni septnaginta anni*, si po- 
se a scrivere il suo Sjjecchìo di niorte, lavoro elie 
terminato in soli due giorni, cioè ai di 9 e 10 Luglio 
del 99, contiene, dopo im prologo sulla vita di Giobbe, 
le nove lezioni dell' ut'ticio dei morti tradotte in volgare 
con dotte annotazioni e commoventi riftessioni tratte par- 
ticolarmente dagli scritti di San Tommaso e del Car- 
dinal Gaetano, 

Sembra che se ne tornasse a Firenze, terminato 
quel triennio, neir estate del 1601, poiché trovasi una 
sua lettera scritta da San Marco in data del 30 Agosto 
di quest' anno al novello Generale delF Ordine Padre Gi- 
rolamo Xavierrc Spagnolo, Quel nome dì Girolamo ri- 
cordava al Razzi il :» Servo di Dio* da lui tanto vene- 
rato, e ciò forse lo indusse a rallegrarsi ben tosto con 
lui perchè >primus huius sacri nomìnis Hieronymi^, egli, 
quinquagesimo secondo tra i generali dell' Ordine, era 
•stato elevato a tal grado. 

In quella lettera il Razzi chiedeva al nuovo suo 
superiore, che gli confermasse la licenza, già dal suo 
antecessore ottenuta, di poter pubblicare quelle opere 
sue che ancor restavano inedite, essendo onnai, diceva, 
a lui vecchio settuagenario, come a nocchiero che avvi* 
cinasi al porto, necessario raccoglier sollecitamente le 
vele e gli arnesi suoi. 

>Mandai<, egli dice, >r antescritta lettera latina al 
P. Rev.mo, stimando che, per essere spagnolo, conve- 
nisse scrivergli nella comune lingua latina. Ma la P. sua 
Rev.ma rispondendo in lingua volgare, ne dimostrò come 
le si debba queste altre volte scriverei. Nella qual ri- 
sposta italiana in data del 15 Settembre 1601, che il 
Razzi ci conservò, il Padre Generale dava al Razzi nuova 
licenza di ^poter stampare tutte le opere sue<, dicen- 
dogli che ili tal pennesso egli si servisse pure >in ogni 
sua occorrentia<. Ed insieme raccomandavasi alle sue 
idevote oraziom< per poter cosi confermare le speranze 



XL 



che in lui, novello Generale, riponevano »le persone te- 
menti di Dio e. 

Così pieno di ineriti, circondato dalla stima e ve- 
nerazione dì tutti, del suo Ordine specialmente, ricercato 
nel suo convento di San Marco dai personaggi più illu- 
stri deir età sua ed occupato sempre e nelle religiose 
pratiche della vita claustrale e nel lavorare attorno alle 
sue opere che man mano venivano alla luce, av\icina- 
vasi il Padre Serafino al termine del viver suo, deside- 
roso sempre di giovare altrui colla parola e cogli scritti. 
De' quali quelli che omiai aveva preparato per le stam- 
pe egli vivamente bramava che per comune utilità ve- 
nissero alla luce, ma al buon volere era sovente osta- 
colo la scarsità dei mezzi. Non di rado persone facol- 
tose venivano in aiuto alla sua povertà, come nel 1598 
la nobil Signora Flana Perretta Duchessa di Bracciano, 
che con una limosina di 50 ducati gli die modo di stam- 
pare il primo libro della sua » Corona Angelica^^ che 
con dedica a quella Signora Contessa in data del 12 
Gennaio 1599, venne alla luce in Lucca pei tipi del 
Busdraghì. 

Gli altri quattro libri, già da noi sopra ricordati, 
rimasero inediti, per quanto il Razzi si adoperasse per 
istamparli. Di tal lavoro egli vuole che San Tommaso 
stesso sia il vero autore, ed egli, che > quaranta e più 
anni< fu studioso di quella dottrina, non ama di esser 
detto di quella se non ^?fidato ed amoroso interprete*:. 

Così nel 1599 stampavasi con nuove aggiunte in 
Venezia la terza edizione del Giardino di esempi: nel 
1606 usciva in Perugia il sopra citato compendio dei 
Luoghi Teologici di Melchior Cano e nel 1605 in Paler- 
mo si pubblicava la quarta e più completa ristampa 
delle Vite dei Santi e Beati deìV Ordine Domenicano. 

L' ultimo lavoro che tenne occupato il nostro buon 
vecchio e che chiuse, per dir così, la sua vita letteraria, 
fii il Santuario di laudi ossia Eime spiritaali per le 
feste di dascun Santo ecc. volumetto prezioso stampato 
nel 1605 in Firenze con 12 carte di musica in fine 



i 




XLI 



dedicato con lettera dei 5 Giugno del 1609 alla nobil 
Signora Vittoria Malespina. 

E così il termine di sì operosa carriera assomi- 
gliavasi al principio : il primo lavoro del Razzi era stato 
un libro di poesia e di musica; stampando dopo 46 anni 
questo suo Santuario di laudi per elevare a Dio colla 
poesia e la musica le anime devote, auguravasi che, co- 
me i suoi libri > cominciarono a ire in luce< col pre- 
detto libro di laudi, così sarebbero terminati col pre- 
sente, >clie penso sia 1' ultimo«, diceva, ^trovandomi o- 
mai vicino all' ottantesimo anno«. 

n triste presagio si avverò. Dopo soli due anni, ai 
dì 8 di Agosto del 1611, nell' ottantesimo anno della 
santa e laboriosa sua vita, il Padre Serafino Razzi nel suo 
caro Convento di San Marco addormentavasi nel Signore. 

n »Necrologio« del suo Convento ci conservò di 
lui questa semplice, ma eloquente memoria. 

1611 
a dì 8 di Agosto 

Il molto R.do P.re Maestro Fra Serafino Razzi figliolo 
di q.to Convento di età di anni 80 morì il di d.o e fu sepolto 
nella sepoltura dei frati dinanzi alla porta del coro verso 1' al- 
tare di S. Marco. Q.to fu P.re veramente di S.ta vita, d' ottimi 
costumi, di raro exemplo e di molte lett.re fu ancora molto ze- 
lante dell' honore della sua Relig.ne. Fu devotissimo princi- 
palm.te verso la M.re di Dio e t.ti gli altri Santi onde per la 
gran reverenza verso S. Maria Maddalena con molto suo 
disagio si partì da Fiorenza alla volta di Marsilia per visitare 
le sue sante reliquie, andando sempre a piedi in t.ti i viaggi. 
Non starò a dire altro perchè i libri mandati da q.to P.re alla 
stampa fanno chiara testimonianza della santità e dottrina sua. 
Adesso che gode in cielo preghi Dio per noi. 






XLII 



Serafino Raszi arrivava a Ragusa, con V inca- 
rico di riformare la Congregazione domenicana. Pro- 
motore di questa missione era stato lo stesso Senato, 
che riteneva di potervi scorgere dei diffetti in Cjuanto 
alla scuola^ e si doleva di certe irregolarità nella di- 
strìbuzione delle cose interne del Convento, Stando 
a quanto ne scriveva il Senato, le condizioni del 
Convento, e della Congregazione sarebbero state de- 
plorevoli, nel vero senso della parola. Studiandosi 
attentamente V operato del Razzi, tutto il disordine 
si sarebbe ridotto alle conseguenze dello stato ma- 
teriale dell' edifizio. H terremoto del 1520 aveva at- 
terrata una parte del convento; il noviziato era ri- 
dotto in cattivissimo stato. Fino al 1587 Ragusa do- 
vette fatalmente subire ancora un paio di scosse, 
sicché un radicale ristauro del convento sarebbe stato 
impossibile, ove non si avessero avute a questo scopo 
delle grosse somme di danaro. Bisognò adunque, ac- 
comodarsi alla megUo, rappezzando a poco a poco 
quanto era possibile di utilizzare. Il noviziato era 
stato ridotto ai minimi termini^ V infermeria sop- 
pressa e sìmih. Si rese necessario ridurre il numero 
dei chierici, e quindi ammettere all' ordine soltanto 
ì più eletti, ciò che se dovette costituire argomento 
di rammarico in tutta la cittadinanza, doveva più 
specialmente offendere le suscettibihtà delle famiglie 
aristocratiche le quali erano appunto quelle che, quasi 
di diritto davano la massima parte del contingente 
raguseo, alla schiera delF Ordine dei Predicatori- 11 
numero quindi n' era sensibilmente scemato, e quei 
pochi che ancora vi stavano, n' avevano subito non 
lieve influenza nel morale. Non v' era dove studiare, 
non dove riposarsi comodamente; F infermo era ac- 
comunato al sano. 11 Razzia di conseguenza, inco- 
minciava r opera sua dal provvedere ai bisogni ma- 
teriah del convento, nelle forme, ben inteso, e noi 
limiti permessigli dai mezzi economici do' quali po- 
teva disporre. 



XLin 



Se non che Ragusa incominciava subir 1' alito 
del principi divulgati dall' idea della Riforma germa- 
nica. Una certa inquietudine si manifestava già in 
tutti . solo gli Ordini regolari, scevri ancor sem- 
pre da ogni straniera influenza, pareva volessero 
perseverare nel vecchio ordine di cose. Ma i Dome- 
nicani nello scoraggiamento in cui versavano^ veden- 
dosi disoccupati a casa loro, incominciarono dal pren- 
der parte e alle cose dei privati e finirono collo stig- 
matizzare V andazzo dei tempi. 

Nessuno del resto^ poteva impedir loro una piii 
diretta ingerenza nelle cose private dei cittadini, e 
meno ancora in tutto ciò che ne riguardava la fede 
e la morale. Erano alla fin fine altrettanti Raguseij 
i quali al dovere del cittadino sentivano di poter 
sposare il diritto del sacerdote. L' atteggio loro, per 
altro non piacque, e si volle ridurli alle quattro mu- 
ra del chiostro. Non vi riuscirono i padri della pa- 
tria e si invocò V intervento del Generale, doman- 
dandogU un Vicario, e due maestri di nazionalità 
italiana. Era quella la prima volta che il Raguseo 
invocava V influenza dello straniero per reprimere 
dei Ragusei. Il Grenerale mandò allora a Ragusa un 
Visitatore generalizie, che assoggettò i religiosi a se- 
rio esame, e visitate anche le domenicane di S. Mi- 
chele, se ne andò com' era venuto, senza farsi veder 
da nessuno. H comportamento del Visitatore non 
parve al Senato, dei più corretti. Le Monache di 
San Michele erano sotto V immediata protezione della 
repubblica, e senza il consenso di questa, un sem- 
plice Visitatore generale non avrebbe dovuto permet- 
tersi di vederle. Che aveva loro parlato ^ Eppoi la- 
sciò tra i frati il tempo che aveva trovato ; le riforme 
nel senso voluto dal senato non le aveva fatte. Si 
protestò, si scrisse, ma il Generale non si diede 
per inteso. 

Il Generale mori, e si colse V occasione del- 
l' elezione del nuovo Generale, per ritornarsi all'assalto. 



XLIV 



Infatti il nuovo Generale rispose che avrebbe man- 
dato a governar la Congregazione ragusina col titolo 
di Vicario, il Padre Bonifazio da Vigevano. Ma paro 
che di mandar altri itaUani per la scuola, non in- 
tendesse di sentirne parlare per il momento. Anzi lo 
stesso da Vigevano che si voleva qui quasi Deus ox 
machina, da un momento all'altro^ tardava a venirci. 
Si sospettò allora che ci fosse di mezzo qualche penna 
cittadina^ intesa a contraddir gli asserti senatori, e 
si fece il possibile per indurre il Generale a non 
creder ad altri che al senato. Fu interposta quindi 
la mediazione dei Cardinah d' Ascoli e Farnese, laon- 
de finalmente il Generale risol?e di mandarvi un' al- 
tro. I terremoti che finallora erano stati tanto fre- 
quenti a Ragusa ; la paura della peste che aveva già 
t^nto decimata la popolazione, penetrando fin nei 
conventi, e sopratntto le difficoltà e le sofferenze che 
allora erano inerenti al viaggio di mare, erano ad 
ognuno pretesti plausibili per esimersi da taP incarico. 
Nondimeno si trovarono i campioni, che pronti ad ogni 
sacrifizio, si assoggettarono all' obbedienza e mossero 
per la via di Ancona attraverso V Adriaco, a Ragusa. 

E quando nessuno se V aspettava, la mattina 
del 27 ottobre 1587, con un tempaccio veramente in- 
diavolato da Libeccio^ approdava una tartana con a 
bordo due Padri Predicatori. Sbarcarono quando a 
Dio piacque; ma P un d'essi, ch'era il Padre Ar- 
cangelo da Penna, già ministro penitenziario della 
Basilica tiberiana, sì disfatto dal mal di mare, che 
portato a mala pena al convento, ed adagiato al let- 
to, si provò indarno di richiamarlo in vigore. La 
scienza medica dovette cederlo aUe cure spirituali 
dei Padri, che il giorno seguente dovettero celebrare 
in suffragio di quell' anima benedetta. 

L' altro più forte e quindi più capace di resi- 
stere agli attacclii del mar di mare, era Padre Se- 
rafino Razzi, a cui perciò restò anche il carico della 
missione del defunto compagno. 



XLV 

• Rimessosi in breve in salute, volle rendere an- 
zi tutto r omaggio d' una visita al Rettore e al Con- 
siglio minore annunziando loro che era mandato a 
Ragusa a reggervi la congregazione e a contribuire 
alla sua volta per il bene spirituale della popolazione. 
n Razzi con quell'atto si cattivò tosto le simpatie 
del senato e quindi di tutta la cittadinanza. E affa- 
bile con tutti, s' acquistò senza altro, ciò che nessuno 
si sarebbe sperato, la sviscerata simpatia dei Pa- 
dri ragusei. 

Egli, adunque, aveva superato il più; accetto 
dovunque, desiderato, colla sua arrendevolezza alle 
formalità usuali del paese, il Padre Razzi fu in 
breve una delle più care simpatie della cittadinanza. 
Del resto ognuno riconosceva in lui una mente su- 
periore ; ognuno riteneva di poter scorgere l' indivi- 
duo il cui dito avrebbe potuto influire a vantaggio 
della repubblica e specialmente nelle alte sfere della 
gerarchia ecclesiastica di Roma. Colà pendevano delle 
gravi questioni: la morale e la disciphna lasciavano 
pur qualche cosa da desiderare. In punto di dogmi 
e di fede, eranvi a Ragusa tra la popolazione e spe- 
cialmente tra il patriziato delle novità poco edificanti 
e men che sane. Eransi introdotti degU usi del tutto 
contrari ai principi della Chiesa romana, e nell' am- 
ministrazione delle cose ecclesiastiche era subentrata 
una generale apatia. I tesori delle chiese erano in 
baha fin degli scaccini; 1' educazione dei bimbi ne- 
gletta; le chiese punto rispettate. Francesco Gondola 
non aveva ancora ottenuta dalla Curia Romana la 
soluzione di tante controversie : ad affrettarla avrebbe 
benissimo potuto contribuire la parola del Razzi. 

Bisognava però interessarlo più direttamente a 
perorarne la causa, quando la morte dell' Arcivescovo 
Bonomelli porse al clero il destro di accaparrarsene 
la fiducia. E lo elessero vicario diocesano in sede va- 
cante, intanto che il senato manifestava a Roma la 
propria riconoscenza per la scelta fatta del Vicario 



XLVI 



di questa Congregazione^ nella persona del Razzi. 
Ha fin qui dato^ così ripetevasi nella lettera al Car- 
dinal Alessandrino, del 16 Marzo 1588,; ha fin qui 
dato molta soddì^fatioìì^e a tutti noi ... ; quanto e- 
gli ha eseguito è stato anchor di desiderio nostro . . . ; 
il convento vive in pace et osservanza con piacere di 
noi tutti. E concludevasi pregando che ,yV0ffli favo- 
rire le attioni'' del Razzi, né credere a chi fahainente 
dicesse il eontrarioJ'' 

n Razzi era affatto estranio alle cose della Dal- 
mazia: il sistema governativo, la cultura generale 
della popolazione^ certe abitudini, certi usi, che se 
nella loro esenza erano altrettante splendide remi- 
niscenze dì abitudini e di usi che al Razzi non do- 
vevano tornar affatto nCiovi, ma che pure nel loro 
complesso avevano una tìnta di affascinante novità, 
dovevano di certo sedurlo ad eruìrne V origine e a 
istituirne il raffronto. 

S' immerse allora nelle pagine del suo con- 
vento, e la dotta sua conversazione» gli accaparrò 
1' aiuto eziandio dei nobili stessi. S' insinuò nel po- 
polo, e dai costui vecchioni eruì il materiale che do- 
veva interessar il suo secolo. 

Ma la storia ragusea, al mondo era ancora po- 
' co conosciuta» Se n' era occupato già qualeheduno ; 
ma i codici^ come quello p. e. del famoso canceUiere 
dei Carrara Giovanni da Ravennaj ne giacevano se- 
polti nelle biblioteche d' Italia. Solo era alla portata 
dei Ragusei la descrizione delta città e dello stato 
loro del famoso De Diversis, che, in fondo, spe- 
cialmente allora, non avrebbe avuto certo valore sto- 
rico, e che nel caso del Razzi, avrebbe tutt' al più 
contribuito a completar con qualche variante un li- 
bro inteso ad illustrar Ragusa. Ned alF Archìvio 
nessuno potè mai essere ammesso. L' istoria biso- 
gnava accettarla come dovunque, anche a Ragusa, 
nelle forme che te la volevano aramami'e, e crederci. 
Sola fides sufficit. 



XLVII 



Eccoti, invecej ad esibirgli il proprio aiuto, il 
nobile Simone di Nicolò Ragnina^ il quale posse- 
dendo una bella biblioteca, e qualche manoscritto la- 
sciatogli dal padre, era in grado di somniiiiistrargli 
'del materiale. Consisteva questo nei manoscritti dello 
stesso padre di lui, il nobile Nicolò Marino de Ra- 
gnina, i cui diari videro non è guari la luce della 
pubblicità per opera dell' illustre prof. Nodilo e per 
opera della Accademia di Zagabria tanto benemerita 
deir istoriografia dalmata. Aveva trovato veramente 
il Razzi, che eziandìo un altro patrizio raguseo, il 
P, Eusebio Caboga, stava occupandosi intorno alF i- 
storia patria* Ma del materiale di costui, il Razzi 
seppe soltanto eli' era appena in embrione, e che il 
i testo sarebbe stato redatto in latino. Il Razzi, la cui 
Plealtà brilla sovrana in tutti i suoi scritti, non ac- 
cenna ad altri scrittori, uè ad altri codici di storia 
ragusea; laonde è proprio mestieri conchiudere che 
di lavori compiuti e di scrittori locali allora non ci 
l'ossero che il Ragnina, allora già defunto, e il Caboga 
che, per così dire, erasi appena messo sulle tracce del 
Ragnina. Ed infatti: se ci fosse stato alcun altro o 
pi il antico o contemporaneo, se non anche il Caboga, 
almeno il Ragnina T avrebbe di certo enunziato. 

Nicolò Marino Andrea di Ragnina, i cui mano- 
scritti il Razzi afferma di aver avuti in mano, nacque 
nel 1494, sicché già nel 1514 (19 Maggio) poteva 
essere ammesso al C^onsigho maggiore. Di queste 
date è mestieri tener conto, in quanto che esse sono 
per noi altrettante preziosissime rivelazioni. Nato nel 
1494, il nostro Autore crebbe e fu educato nel ri- 
sentimento contro a quanto era stato scritto, della 
Dalmazia, e più specialmente di Ragusa dal Sabelheo, 
fu ammesso al Consiglio maggiore nel 1514, ma poi 
pare si inspirava a quel liberalismo politico e reli- 
gioso, i cui primi aliti preannunziavano lo sconvolgi- 
mento religioso di Germania e di Francia. E pero 
incominciava dal rimarcare le cose più specialmente 



XLvm 



del Clero^ che, proprio a lui contemporaneamentej 
almeno per quanto si desume dai documenti di quel 
tempo, non noverava alcun membro della famiglia 
Ragnina. All' opposto v' erano dei Ragnina tra 1 
Padri Predicatori, sicché mentre trovasi che nella 
Cronaca notaci col nome di Nicolò Marino Andrea 
di Ragnina, questo scrittore parla sempre con ri- 
spetto dei Regolarij laddove per i Secolari non sa 
usar reticenze. Era troppo naturale che la sua pre- 
senza sui seggi più decisivi della repubblica, fosse 
studiatamente evitata. Nel 1532 fu dei Sahnarij nel 
1534 Stimatore della Dogana, nel 1536 DoganierCj 
nel 1545 Massaro alle biave, nel 1550 (13 Gennaio) 
e nel 1555 (22 Marzo) del Collegio delle Appellazioni 
Uffici furono questi senza dubbio lucrativi, perchè 
rimeritati, ciò che forse proverebbe eziandio la sua 
povertà. Infatti non si trova che in punto di morte 
abbia avuto motivo di mettere in movimento nota ri 
e cancelheri, per redigere un testamento. Fu invece 
una sol volta del Senato (1572) ed una del Minor 
Consigho, ciò che induce al sospetto che non go- 
desse la piena fiducia de' patres patriae. Fu anche 
Rettore (Ott. 1565., Ott. 1571, Dee. 1573, Dee. 1579), 
ma quando F età gh aveva tolta V energia dello spi- 
rito, e in momenti di nessuna importanza per la vita 
politica della patria. Che se altri ritenesse diversa- 
mente, osservando che la stola rettorale, costituendo 
la più alta, anzi la suprema dignità della repubblica, 
era pure un' insegna che non si conseguiva sì di 
leggieri, s' ingannerebbe. U Rettore non rimaneva al 
potere che un mese, e dacché perciò poteva venir 
scelto nella persona che megho avrebbe corrisposto 
alle esigenze del momento, è troppo naturale che 
dair importanza delle cose di questo, s' abbia a de- 
durre il conto in che era tenuto F individuo chiamato 
a quel posto. Del resto il Rettore era circondato dal 
Consiglio minore, col quale dipendeva dal Senato, e 
successivamente dal Consiglio Maggiore. Non firmava 



XLIX 

atti col proprio nome, non aveva volontà; non voto 
libero, non parola; non poteva uscir di palazzo se 
non accompagnato da araldi, consiglieri, cancellieri 
ecc. In fondo era un rappresentante della Maestà del 
Senato e della Repubblica, che compariva in tutti i 
consigli, ascoltava tutti, ma non parlava se non do- 
po che era stata discussa e approvata dal ConsigUo 
Secreto, la parola eh' egli avrebbe dovuto proferire. 
Ammesse queste circostanze, data V età nella quale 
fu chiamato al seggio rettorale, e vista la nessuna 
importanza dei momenti ne' quali il nostro Ragnina 
rappresentò la patria RepubbUca, ci conviene con- 
cludere che ei non godeva affatto le simpatie del 
Maggior ConsigUo. Eppure era persona coltissima. 

Morì nel 1582, di anni ottant' otto, lasciando 
in casa e quindi naturai erede del mobiho di casa e 
della bibhoteca, il figUo Simeone, quello cioè che 
somministrò al Razzi i manoscritti del padre. 

Simeone nacque nel 1535, fu ammesso al Con- 
sigUo Maggiore nel 1555 (22 Marzo) e morì intorno 
al 1600. Del 1568 fu dei Salinari, nel 1572 e nel 
1593 del Collegio delle Appellazioni., Nel 1577 e nel 
1581 sostenne il carico di avvocato del proprio, ne- 
gU anni 1587, 1589, 1593, 1596 lo mandarono a cu- 
rar la salute pubbUca contro all' invasione della Mo- 
rìa, come uffiziale Cazzamorte. Nel 1591 lo fecero 
Ragioniere nel 1593 Procuratore di San Francesco, 
nel 1597 Proc. di Santa Chiara; senatore negU anni 
1593 e 1597 e giudice del Criminale nel 1597. Final- 
mente negh anni 1589, 1593, 1594 ebbe 1' onore 
deUa stola. 

Ora se ben si tien conto del fatto che Simon 
di Nicolò Ragnina è ammesso alla cariera degh o- 
nori, proprio quando era a Ragusa il Razzi, e che in 
questa è distinto assai più di suo padre, dopo la par- 
tenza del Razzi da Ragusa, bisognerà concludere eh' e- 
gU non solo non ostentasse i principi del padre, ma che 
in qualche modo riparasse a qualche di lui errore. 



Infatti Simon Ragnina esibì al Razzi siccome 
s' è detto i manoscritti del padre. Ora, un' attento 
raffronto tra quanto scrisse il Razzi e quanto h detto 
nella cronica del Ragnina, addimostrerà come il Razzi 
non solo, non s' accorda perfettamente col Ragnina, 
ma ancora ne ignora i dati più salienti. Simon Ra- 
gnina, adunque, non può aver esibito al Razzi il 
manoscritto della Cronaca piii propriamente detta, 
D' altra parte il Ragnina ha un unico scopo, benis- 
simo determinato, che si rivela constantemento, in 
ogni parte del suo lavoro. Questo scopo è il dimo- 
strare la perpetuità dell' indipendenza patria, e in- 
tende a demolire indirettamente quanto era stato 
scritto dal Sabellieo. 

n Razzi invece da questo scopo 6 assai lontano, 
perchè non lo capisce; se lo rasenta qua e là, altro- 
Te si condraddice, provando inavvertentemente il con- 
trario. E vero che clii gli esibiva il materiale, era 
un patrizio, a cui pure doveva star a cuore il fasto 
della patria. E vero però anche, che queir era un 
momento assai difficile per Ragusa, o che, ove Y at- 
tenzione d' un frate, o meglio ancora di uno stra- 
niero qual fu il Razzi, ove fosse stata preoccupata 
da quello scopo, avrebbe potuto danneggiar la causa 
della patria da qualche altro punto di vista. 

All' opposto il Razzi concorda con quanto è 
scritto nella Cronaca il cui autore è generalmente 
ritenuto anonimo. Se Simeon Ragnina, adunque, e- 
sibi al Razzi, una cronaca manoscritta, questa non 
può essere stata che la Cronaca dell' Anonimo. E s© 
gliela esibì come opera di suo padre, V Anonimo 
scomparisce affatto : autore ne hi Nicolò Marino An- 
drea de Ragnina. La Cronaca dell' Anonimo, è un 
anumasso di dati, di appunti, scorrretti, imperfetti, e 
ti fa r impressione d' un abbozzo, che V autore si ri- 
servava di perfezionare, di completare. Ed il raffronto ^ 
fra il cosidetto Anonimo e U Ragnina^ dà appunt 
ad evidenza, V opera del secondo essere precisamente" 



LI 



nuli' altro che un perfezionamento, un completamento 
di quella del primo. E poiché in questo vi sono dati 
e schiarimenti che il Ragnina non avrebbe potuto 
eruire che dalla bocca dell' Anonimo, è mestieri con- 
chiudere che sotto l'Anonimo si nasconde il Ra- 
gnina, che cioè quanto riconosciamo al primo non è 
altro che il primo abbozzo del Ragnina che si com- 
pletò e perfezionò nella Cronaca, pubbhcata poi sotto 
il suo vero nome. 

Poiché si ritenne necessario di pubbhcare l'A- 
nonimo, facendogh seguire 1' opera del Ragnina, che 
si sospettò essere una emanazione del primo, ne 
viene che la pubbUcazione del Razzi, vera e solenne 
emanazione dell' Anonimo, é una necessità nella let- 
teratura storica dei Ragusei. Diverge dal Ragnina, 
perché non ne conobbe la mente che si rivela sol- 
tanto nella Cronaca che porta il nome di lui, ed è 
imperfetto come l' Anonimo, perché non ne vide il 
vero lavoro. Ma é una rivelazione del tempo, che se 
zoppica nel campo della libertas perpetua anche con- 
traddicendosi, demolendosi, jfila dritto in un altro, che 
è quello di palliare in qualche modo le condizioni del 
momento. 

E tanto più necessaria era questa pubblicazione, 
dal momento che trattandosi d' uno straniero alle 
cose di Ragusa, d' uno anzi che non aveva né il 
tempo né il mezzo di penetrar nella ragione delle 
cose, era impossibile eh' ei non si contraddicesse, 
accettando ciecamente quanto gli veniva affermato 
dai più autorevoh personaggi del paese. 

È la stessa bonarietà del Razzi quella che rende 
interessantissimo il suo lavoro. Ov' egh si fosse guar- 
dato dal precisare con numeri e nomi certi partico- 
lari, il suo hbro avrebbe il carattere d'un esila- 
rante poema. Lo si legge, nondimeno con interes- 
samento, e r Engel ne accettava la maggior parte 
dei dati con la fede che va dovuta agli scrittori più 
attendibili. 



LII 



Il Razzi è tutto ammirazione ed ossequio per Ra- 
gusa e per i Ragusei; ma non meno illustrissiini sona] 
per lui i Veneziani. E ciò non poteva piacere a Ra- 
gusa, elle dinnanzi al costoro nome fremeva d' orrore, 
siccome dinnanzi all' unico grandissimo pericolo ond' e- 
ra minacciata la loro libertà, 

D' altra parte il Razzi, tutto fiori e dolcezza, 
non lascia 1' occasione di essere un po' anche ortica 
e amarezza. E sferza certi usi, e dubita di certi as- 
sertij e consiglia e propone rimedi ad abusi, a con- 
suetudini men che plausibih. Ecco perchè il libro 
del Raxzi non piacque quant' ei se lo aspettava; 
ecco perchè dei tanti esemplari del suo libro, oggi 
non ve ne sono che pochi. Volendosi conoscere a 
perfezione lo sviluppo della letteratura storica dei 
Ragusei, volendoci giudicar con qualche precisione 
intorno al secolo XVI, la pubblicazione n^ era una 
necessità, tanto più dopo che furono pubblicate le 
Croniche del Ragnina e queUa che si presume di 
un Anonimo. 

n Razzi trovò anche il monaco Caboga, bene- 
dettino negro di Meleda, di cui troveremo qua là il 
nome col predicato Melifaeus o Monaco Meledano. 
H secolo del Razzi, segna il principio della lotta 
storico-letteraria; un criterio non ce ne potremmo 
formare senza conoscere anche il Razzi, che ignorò 
quanto scrisse il Caboga, ed a cui questi, seppur in- 
direttamente, ha dato qua e là qualche risposta. 

Ragusa. 20 Settembre 1905. 



prol Q. Qelcich. 



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STORIA 

DI RAVGIA. 



Scritta nuouamente in tre librij 

da F. Serafino Razzi, dottor 

Teologo Domenicano. 



Con licenzia de' Siff. SuperiorL 



IN LVCCA, 

Per Vincentio Busdra^hi 







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ISTORIA DI RAVGIA 



A GL' ILLVSTRISSIMI 

SIGNORI, IL RETTORE, 

E GENTIL' HVOMINI 

R A V G E J, 

Signori miei sempre osseruandissìmi. 



Le molte cortesie, le quali io riceuei, ne^ due 
anni che io dimorai. Illustrìssimi Signori miei, 
nella vostra Città e dalV amplissimo Senato vostro, 
e da molti particolari gentil' huomihi, e dal Reueren- 
do Clero, che nella morte del proprio Arciuescovo, 
si degnò di elegger me forestiero di sangue, se be- 
ne d' affezzione, e d' amore concittadino, al gouerno 
di cotesta vacante Chiesa, siccome all' hora mi in- 
dussero à metter mano à questa fatica di scriuere 
la storia della vostra nobilissima, & Illustrissima 



Città (carico fin qui da ntun^ altro che io sappia, 
preso) così hora hauendola faHa stampare^ mi 
stringono^ e soauemente mi forzano à non indi- 
rizzarla^ ò vero dedicarla ad altriy che alV Messe 
Signorie vostre Illustrissime. Le prego adunque di 
tutto cuorCy che vogliano (come è lor proprio) 
aggradirla, e fauorirla, e tener me, per loro amo- 
reuolissimo, & affezionatissimo figliuolo, e seruo^ 
nel Sig. che io loro^ per tale mi off ero, e dono. 
Di Firenze alti 28. di Marzo, delV Anno della sa- 
lutifera incarnazione 1595. 

IH V. S. Illustriss, 

AffettionatisS' figl. e seruo 

F. Serafino Bazzi. 



DI CENTOTRENTADVE 

FAMIGLIE DI NOBILI 

Le quali erano già nella Citta di Raugia, sola- 
mente 29. perseuerano questo presente anno 1588. 
e sono le seguenti, cioè 

1 Di Basegli, venuti di Lucca di Toscana 

2 Di Benescia, venuti da Gattaro 

3 Di Binciolla, venuti da Epidauro 

4 Di Bobali, venuti di Morlachia 

5 Di Bona, venuti di Alemagna 

6 Di Bonda, venuti da Epidauro 

7 Di Bucchia, venuti da Oattaro 

8 Di Buzignolo, venuti da Ohlieuno 

9 Di Oaboga, venuti da Fermo d' Italia 
10 Di Croce, venuti di Boma 



') Qaest* è V elenco delle famiglie nobili, desunto dallo stato di 
esse ai tempi del Bazzi, con V origine di ciascuna, quale fu stabi- 
lita dal Bagnina e dall* Anonimo, e che naturalmente, è nulla più 
che una bella poesia. I Ga* Bocha (Oaboga) i Ca* Taldi (Ghetaldi) e 
i Ca* Magno (Giamagno, GriamHgno e Zamagno), p. e. e lo dice V af- 
fisso Ga* (Gasa), sono tutt* altro che da Fermo, da Taranto, e da 
Chelmo. L* Anonimo e il Bagnina hanno una serie di ben oltre un 
centinaio e mezzo di famiglie, delle quali non ,è possibile provare 
nemmeno che tutte fossero realmente nobili, o che in realtà fossero 
sviluppate e cresciute al governo di Bagasa. Singoli nomi appari- 
scono qua e là in documenti anteriori allo statuto e quindi alla reale 
costituzione dei Gonsigli, in altrettante magistrature distinte. Di quei 
documenti non pochi sono mistificazioni della seconda metà del 1300 
e della prima del 1400. Emerge da queste circostanze Y impossibilità 
di concretare quali delle tante famiglie che V Anonimo e il Bagnina 
espongono nella serie delle Nobili, . siano realmente tali, e qaali siano 
realmente esistite. Dati più diffusi a sostegno di quest' asserto, sono 
difficili entro i limiti di queste memorie. Il più antico e V unico 
prospetto uffiziale delle famiglie nobili di Bag. è quello dal Ganoel- 
liere Giovanni di Arimino cittadino di Padova, che lo compilò per 



6 



11 Di Cernia, venuti da Cattare 

12 Di Getaldi^), veoutì da Taranto 

13 Di Giorgi, venuti eia Roma 

14 Di Gondola, venuti da Serta di Mariana 

15 Di Gozzi, venuti da Chelmo di Vladimir 

16 Di Gradi, venuti da Chelmo di Vladimir 

17 Di Loecari, venuti da Alessio di Albania 

18 Di Martini, venuti da Epìdauio 

19 Di Menza, venuti da Roma 

20 Di Palmota, venuti di Chelmo Bratiisceuo 

21 Di Pozza, venuti da Cattare 

22 Di Prodanelì, venuti da Zara 

23 Dì Proeuli, venuti da Chelmo di Belitslauo 

24 Dì Ragnina, venuti da Taranto 

25 Di Resti, venuti do Redoni di Albania 

26 Di Saracha, venuti da Epidauro 

27 Di Sorgo, venuti da Redoni di Albania 

28 Di Tudisio. venuti da Gallipoli d' Italia 

29 Di Zamagna, venuti da Chelmo di Vladimir, 



r ÌBtìtaziane dello Specrkia del Maggior Consigliùf da lui ideato allo 
scopo dì stabilire V evidenza delle maglatrature patrie, 86uz» il quale, 
fino a suoi gicrQÌ eoo «ra stato facile il eorso delle rielezioni. Code- 
sto Prospètto conipreo'ie trentatro fami gii e, in eonfrootQ a qaesto 
dol Eam che uè ha soltanto Tentinove. Dal 1440 fìuo al giorni del 
R. scompaiTero le famiglie Cìtaìieh (Oalieb, Kalié, Calici, f 1460), 
Mlascogìm {MIaBeanìa, Mlascagua, Mlfiskanjti. f 1^B3) e Yolzo (Vol- 
KO, Volze, Volzi, Volcì, Voleio ecc. f 1533). Lo Specchio del Maij- 
giùT Consiglio che perciò e V unica fonte per la atoria del patriziati) 
raguseo, incomineiaj adunqne, dal 1440, e li costituisce di 7 voi. fol. 
membranacei. 1 voi. delle Heformazioni ( Monumenta Si. Merid. Àcead. 
JugBL Zagabriae X. Xlli XVU. XVlll, e XXIX.) ne poaaono com* 
piotare in parte le serie dal OOL ma asaaì imperfettamente, e que- 
sta soltanto tenendoiìì conto delle serrate dei Consigli f^cc. che ne 
esclusero il laudo popnli e successivamente, ina a grado a grado, V m- 
gerenza di elementi straoieri e degli eterogenei. 
') Ghtìtaldi, Gataldi, Cataldi ecc. 



E si noti, come le predette famiglie di Nobili 
si sono poste, secondo V ordine dell' Alfabetto, e non 
secondo V antichità^ ò maggioranza, onde resti 
salvo à ciascheduna il luogo suo proprio. Si dee 
appresso sapere che quanto aW antichità, quelle che 
da Roma, e da EpidaurOj ò vero Eaugia vecchia 
venute sono, pare eh' antecedan V altre. 

Le famiglie de i Populari, e de i Plebei si 
lasciano per breuità: e perchè à loro non appar- 
tiene il gouerno della Repub. ma solamente à i 
Nobili, I quali quanto all' apparentarsi, non si 
congiuHgono ^e non tra loro Nobili, ò con Nobili 
d' altre Città, fra certi, e limitati termini. 

Né può alcuno essere Canonico della Catte- 
drale^ se non fia d* alcuna di queste casate No- 
bili. Le quali se bene oggi non sono oltre alle 
ventinove dette, sono però in gran numero di sup- 
positi, & adornano la loro Città di una fiorita 
gioventù. 



4 •» » 



PREFAZIO NE DI FRA 

SERAFINO RAZZI 

Dell' ordine dei Predieatori, alla Cronica, ò vero Istoria, 
da lui scritta, della nobilissima Città di Raugia. 

Jaffette, dei tre figlinoìi di Noè il tìdnore, tra 
piir altri fìffli, che genero dopo il diluuio, vno fii Ti- 
ras. Da ad poscia, mme se ri uè Giìiseppo ne i libri 
delV antichità Giudaica,, mno discesi i TiriJ, E da 
qiiestif cotìie vttole S. leronimo, sono stati deno- 
minati i Traci; e somiffliantemente i Geti, d€t 
noi Ootki chiamati, Conciosia cosa che (i tutti 
questi popoli, cioè Tirij, Traci, (ìothi, DaciJ, Afisii, 
^ Illincit sia uno isteMo parlare commime. La Tra- 
cia adunque, ima delle potentissime parti d' Europa, 
la quale da gì* antichi in cinquanta Prouincie era 
dinisa, da Settentrione viene terminata dalV Istria: 
da Oriente dal mare di Ponto: dal mezzo d), dal 
mare Eggeo: e da Occidente dalla Macedonia, On- 
de (quello che si dicano alcuni scrittori in contrae 
rio) non saranno i Traci, egli Illirici, popoli Greci :\ 
ma da quelli distinti, e separati, d' origine, di co- 
stumi, e di lingua. Essendo che i Greci da fauan, 
quarto figliuolo di laffette, come soriue Gimeppo, h^- 
ttessero la loro projma origine. Come altresi, dal pri- 
mo genito di lauan, detto Elisa, derimirono gli Eli- 
sij, ò vero gli EoliJ. Da Tiro per tanto, settimo fi- 
gliuolo di laffetto, hebhero principio i Traci: e da 
questi popoli tutti quali oggi, con nome assai gene- 
rate, Sckiavùni soìio addimandati, E così tutte que- 
ste prouinde, cioè la Vandalia, la Afoscouia, la 
Poi Ionia, la Moraìcia, la Boemia, la Pannonia, l' f- 
stria, la Croazia, la Bossina, la Dabnazia, la Ha- 
sda, la Dardania, la Seruia, la Misia, e la Bulga- 
ria, che già Macedonia ^^^a detta, vengono sotto 
questo nome tmiuersale di Schiauonia, comprese. On- 
de si può conoscere quanta sia la potenza, e V ani- 



prezza del nome Schiauone, E che la Macedonia non 
appartenga alla Grecia, ma alla Schiauonia, non 
m affaticherò di proiiare in questo luogo. Ma ri- 
metterò il benigno lettore, à quanto ne dice il Padre 
Maestro Vincenzio Pribeuio da Lesina ') Domenicano, 
nella sua bella e longa orazione latina, dell' origine 
della nazjone Schiauona. E diremo noi conchiuden- 
do, come tutte queste nazioni, se bene hanno i loro 
proprij vocaboli e cognom,i, oggi nondim,eno da vn 
solo nome generalissimo, dalla gloria deriuato, sono 
tutte com^prese. Di maniera, che quelli, che secondo 
i proprij cognomi cotanto erano infra di loro dif- 
ferenti, da questa voce Slaua, che appresso di loro 
tutti, vuol dire Gloria, Slauoni, cioè gloriosi sono 
addim,andatL E quinci è che tra loro tanti heroi 
sono poscia stati di questo cognome, come per essemplo, 
Ladislauo, Radislauo, Vinceslauo, ^ altri assai. E sono 
alcuni, i quali scriuono, cotal nome essere istato loro 
donato da certo gran Signore, e Monarca, il quale 
scriuendogli, per le molte loro illustri imprese, e vit- 
torie, Slauoni, cioè gloriosi gV addimandò, prima 
d! ogni altro. 

Di queste adunque gloriose Nazioni, narrano 
essere istati i due Costantini, e Santa Elena, della 
Città di Treueri. Nerone altresi. Daziano, Diocle- 
ziano, Massimiano, Massim^o, i due Massimini. E che 
pili? Fino à Marte istesso, vogliono alcuni, che na- 
scesse in Ischiauonia, Ma lasciamo il dire di questi, 
che per la maggior parte furono gentili, e grandis- 
simi persecutori della Chiesa di Dio, diciamo che 
Gaio Papa, vnico di questo nom>e, che sedè vndici 
anni, ne i tempi di Diocleziano Imperatore, fii 
Schiauone. E somigliantemente Papa Giouanni quar- 
to, che fu il settantesimosecondo dopo San Pietro, 



') Priboevo Vincenzo «Ih Lesina dell' Ord. de' Predicatori e dottore 
in teologia, che scrisse 1' „Oratio: De Origine successibusque Sla- 
vorum. Edit a Venezia nel 1552 in 4.** 



10 



Hora passando dal f/enere alia ai^Xie, rioe dalla 
Schiauonia aìla ì)aìmazia, proahiria di (^aeffa, di- 
ciantò, i*he cos) venne detta da vtta sua ampia, e 
nobile (Mita antim, chiamata Dalmin, ò nnae aìtri 
voglioìio, Dalììiìum. Chiude la Daìmazia daìV Occi- 
dente V htria: dalV Oriente f Epiro, e la Macedo- 
nia: dal Settentrione la nossina, e la Croaazia; 
e dal Mezzo (liorno il mare Adriatico, Non è (/ue- 
sta Prouineia da souerchi riddi (ddìcasciata: nr ale- 
no da aspri, <f orridi freddi mot està fa: ina si (jode 
una certa mediocrità^ la qaale sempre verde, e d* a- 
spetto dilettenole la mantiene. Comprende la Dal- 
maziat secondo Plinio, intorno a ìnilf Isole. Ma le 
pi il nobili pare, che siano, Lesina, e Traiti da ì La- 
tini detto Trat/urianL E dopo tpaeste, C/terso, Vcf/lia, 
Arbe, Pae/o, A a( fasta, Meli da, (hrzula. Gin pana, tj* 
altre, con i scoifli minori, che lomja cosa sarebbe hora 
nominare. Bit nata nsi a ella Dalmazia ìuÌ ne re di me- 
talli, E dell' arena de i liti stan, narra Plinio, che 
sotto Nerone f laaandosi, e fondendosi, ciascnn anno, 
se ne tracanno cinqaecento libre d' oro. Tiene la Ded- 
matia moltitudine di seluef ^' abonda di pascoli per 
tjV armenti, appresso di lei copiosi, ìlenc d(f chittri, 
e ff elidi fami i ri (fata. Natrisce (jran namero di pe- 
core, e di capre: le qnali in molti laoghi, coìnc anco 
Aristotile nel libro delle nieraniglie della nafara os- 
seruo, pttrforiscono dae volte l' amia. Anzi, se fia il 
pastore diligente (come dicono alcnni) arrinano al 
terzo parto. De i pesci la Dalmazia ne ha piii che 
paì'te: e così di tnfte f altre cose alla vita humana, 
necessarie, ella ti cète dinizia. E se pare alcuna cosa 
le mancasse, la comniodità del mare, e delle sue 
tante Navi, abondantemente la pi t a tede. Sono i 
Dalmatini per lo piif d* alta statura, e di fascie 
longhe, e biancheggianti con moderato rossore. So- 
no di corporatura robusta, ^' olle fatiche atta: 
d* acuto ingegno: pronti di mano: d' aspetto giocon- 
do, e nelV imprese loro, di costanza ammirabile* 



11 



Tito discepolo di San Paolo, e Pietro da Santo 
Domnio,^) da lui fatto Vescouo di Salona, predica- 
roriQ la fede di Christo in Dalmazia. E di maniera 
V appresero i Dalmatini, che non mai poi dall' in- 
teff rità di quella si sono partiti. Anzi con tanta di- 
liffenzia al diiiin culto si m,anciparo, che fino al dì 
d* offffi certa sorta di sacre vesti. Dalmatiche, da i 
Dalmatini, che le trovaro, come dice San Tommaso, 
sono addimandate. 

Le Città principali di terra ferma in Dalma- 
zia, sono Zara, Sehenico, Spallatro, Nerenta, e Rau- 
gia, che è V vltima di Dalmazia, verso Levante, è la 
pili ricca, ^ Illustre: e sola fra tutte V altre, oggi 
libera. Non anouero fra queste Città principali di 
Dalmazia, Cattaro, peroche si stima eh* egli sia nel- 
la Macedonia. 

Di questa adunque Illustrìssima Città di Rau- 
gia, in cui mi ritrouo, questo presente anno, di no- 
stra salute 1588. mandatoci da miei Superiori di 
Roma, Vicario della Congregazione Raugea Dom,e- 
nicana, mi sonò proposto di scriuere, à> cerf hore 
meno atte à gli studi sacri, vna hreue Istoria, se- 
condo che da questi Signori, ^ amici miei, mi sa- 
ranno delle scHtture, e delle memorie loro antiche 
somministrate. E crederò che questa mia picciola fa- 
tica^ la quale piglio a fare volentieri^ per non essere 
ingrato alle molte cortesie vsatemi da questi Signori, 
non douerrà essere disgrata à i benigni lettori: es- 
sendo che da nissun altro, che io sappia, fino à qui 
.sia stata presa, e mandata in luce: e massimamente 
nelV idioma nostro volgare] somigliante opera. Di- 
remo per tanto V origine cW .ebbe questa Ulustrissi- 
ma Città: i progressi suoi, per i quali è peruenuta 
alla grandezza, in cui si ritroua. Descriueremo il 
.suo sito: narreremo le sue cortesie: parleremo delle 



') Voleva fona dire: „e Domnio di Santo Pietro (discepolo) e da 
lui " eco. Evidentemente si tratta di errore di stampa. 



12 ' 

sue isole, e territorio: ragioneremo dei suoi tem- 
pij: e delle molte sacre Reliquie, che in quelli tiene. 
Diremo dell' amoreuolezza, con cui regge i suoi po- 
poli: della vigilanza, che adopera in conseruare la 
sua libertà. Et in som^ma daremo contezza, e noti- 
zia di Raugia alma, e de suoi nohilisshni Gentil' 
huomini. Lo stile sarà corsivo, e puro: e le narra- 
zioni veraci, e sincere. Incominciamo adunque nel 
nome del Signore, e della Gloriosa Vergine, e di 
San Biagio Vescovo, e martire, e di tutta la Cele- 
stiale corte del Paradiso, 



Auertimento al benigno Lettore 

La presente Istoria sarà distinta in tre libri. 
Nel primo dei quali si scrineranno i progressi 
della Città di Raugia, e le cose accadutele, fino 
alV Anno 1400. di nostra salute. Nel secondo si 
scrineranno le cose anuenntele dal prefnto Anno 
1400. fino à i tempi nostri. E nel terzo si dirà 
del sito della Città^ e delle creanze de suoi Citta- 
dini: Dell' isole sue, e del suo territorio. Ciasche- 
dun libro poscia sarà diviso in Capitoli^ i quali 
si segneranno in margine: e si principieranno per 
capi versi, e con lettere maiuscole. 



13 

deli; istoria 

DI RAVGIA, 

SCRITTA DA F. SERAFINO RAZZI, 
Teologo Domenicano. 

LIBRO PRIMO, ') 

Tale narrano essere istata la fondazione di Rau- 
gia, città nel fine della Dalmazia, e nel principio ^*P- P"mo. 
della Macedonia : che venendo i Saracini,*) gente Ara- 
bica, dell' Isola di Sicilia, la quale con armi, in gran 
parte occupaténmavevano, à questi liti di Dalmazia, 
per predare, con grossa armata, e saccheggiare quan- 
to poteuano : presero, e col fuoco, e col ferro distrus- 
sero da i fondamenti V antica città di Epidauro, 
combattendola essi per mare, e da terra battendola i siouini, ò 
Slovini ^) ò vero Gothi. Dopò il quale eccidio, e roui- vero Gotw. 

') I Lìbii primo e secondo di quest' istoria, sono uua fusione de- 
fnVx Annali dell* Anonimo Raguseo, e di quelli di Nicolò Ragnina. 
Quanto ne disse T illustre Nodilo neir introduzione alle opere di co- 
storo edite dair Accademia di Zagabria (Voi. XIV. de' Monum. SI. 
Mer.) e neir interessante suo lavoro : „Prvi IJetopisci i datma histo- 
riografija duhrovaèka" . (Rad Jugosl. Akad. Knj. LXV. Ed. 1883), 
renderebbe inutile ogni ulteriore commento air opera del Razzi. Non- 
dimeno, attenendoci sempre ai criteri generali dell' illustre scienziato, 
daremo luogo a quelle osservazioni che, non essendo state fatte da 
esso perchè aliene allo scopo delle sue meditazioni, saranno per re- 
car qualche lume intorno ai particolari del Razzi, e a giustificarne 
i malintesi. 

') In generale gli annalisti provinciali ammettono queste incursioni, 
siccome fatti assolutamente arbitrari o vuoi piuttosto capricciosi de' 
Saracini, sdegnando di cercar le cause di queste mosse nell' ordine 
con cui si svolgeva la politica degli Imperatori d' Oriente nell' Adria- 
tico. Messa da parte la questione dell' attendibilità di questo asserto 
in se stesso cfr. V importante monografia del Dr. Manojlovió in „Rad 
Jgsl. AJuid." di Zagabria voi. 150. 

*) E da terra battendola i Slovini. L' A. concilia insciente- 
mente due avvenimenti diversi, allo scopo di accellerare 1' eccidio di 
Epidauro, 1' invasione degli Slavi, e 1' assedio dei Saraceni (RaÒki, 
Documenta Hist. Croat. period. anUquam illustrantia, Vid. Mo- 
num. Slav. Merid. Voi. VII.). 



Bunio 
Castello. 



14 



na, essendosene detti Saracini andati, & hauendo 
questi liti, e seno Adriatico omnin amente lascialo, 
alcuni i}oclii Cittadini di Epidauro, ì quali ò per 
raezzo della fuga s' erano tolti via, e saluati dalle 
mani dei nimici : ò vero per cagione di mercatura si 
erano, come auiùene, ritrouati assenti dalla patria, 
nella predetta sua roiiioa: ritornando incominciarono 
il volere detta loro Città distrutta riedificare. Ma es- 
sendogli ciò vietato da i Slouini, ò vero Gothi, na- 
zione venuta di là dal Danubio, loro perpetui nimi- 
ci: con fatica, e por mozzo d' vn loro santo Sacer- 
dote, il cui nome non pongono gii scrittori, ottennero 
di potere, con patto però di pagare certo tributo an- 
nuale, habitaro Burno, Castello del territorio Epidau- 
fico. Doue è da notare, clie se bene quei popoli al- 
l' bora non erano fedeli, amirauano nondimeno, e riue- 
riuano la Religione nostra Christiana^ per la bontà, 
e per i buoni essempli de i Christiani e de i Sacer- 
doti di quel secolo. Onde, iJfe alle preghiere del pre- 
fato Sacerdote Epidaurico si piegarono i Slouini a 
concedere la possessione, e V habitazione di Burno 
Castello predetto. In cui habitando i Cittadini, e Re- 
liquie antedette di Epidauro, veniuano per quanto 
era loro permesso da quei popoli Barbari, occupatori 
di quella Prouincia, aspirando alla propria libertà: 
non si scordando in tante loro afflizzioni dell^ inge- 
gno, e fortezza d' animo romano: essendo che (co- 
me dice Plinio) Epidauro da prima lusso Colonia de i 
Romani, cioè quando eglino teneuano la Monarchia 
dei Romani del Mondo, 

Hom egli auuenne, dopo molt' anni, che Poli- 
miro^ cognominato Belo,*) per materna origine Roma- 
no, e per linea patema prò nepote di Batislauo già 
Re de i Bossinati, il quale dal fighuolo Gotislauo 



Epidauro 
Colonia 



Gap. 3. 



') Secondo II Ljubìd (Ogled&lo I. 161) ebe ne accett» U leggenda, 
UD Panlimìro o Polimiro sarebbe succeduto mi domlaio della Serbia 



onde sia 
detta. 



15 

cacciato del regno, se n' era ito essule à Roma, ^) per 
desiderio di ricuperare Y auito regno, nauigando in 
Ischiauonia, applicò con le naui, e compagni suoi, 
de i quali alcuni erano nati in Roma, & alcuni an- 
datiui in Rossina ad vn luogo, e lito, ou' è vn porto, 
lontano oggi da Raugia circa vn miglio, e mezzo, 
chiamato Granosa, dall' asprezza della costa '), e monte Granosa 
che gli soprastà. Quiui per tanto sbarcato Polimiro, 
fu da Giouanni Vescouo TribuUense,') e da i primi 
baroni del regno i quali per cagione d' honore, e di 
beniuolenza quivi erano venuti ad incontrarlo, con- 
dotto à Tribulio,*) & in detta Città, secondo il costu- 
me di quel regno, vnto, e creato Re di Rossina, e di 
certa parte della Dalmazia. Restituito adunque Poh- 
miro, nell' auito regno, fé chiamare à se tutti coloro, 
che di Roma seco in Dalmazia erano navigati, con 
le loro mogli, efighuoh. Et addimandandogli, se ne 
i mediterranei luoghi, ò pure ne i maritimi voleua- 
no la loro sedia, & habitazione constituire: quando Meglio è 
intese che più tosto voleuano con la mercatura, na- trafficare por 
uigando il mare, procacciarsi le loro necessità, che ^^^^'' ®^® 
con la cultura di così sterile paese viuere : e massi- '^^F*'^* * 
mamente così dicendo coloro, che di più bassa mano, 
e di più tenui fortune erano: ben volentieri s'inchi- 
nò alla loro volontà. E tanto più agevolmente per 



sassi. 



a óaslavo ed avrebbe regnato verso il 1000. (cfr. Presb, Diocleatis, Yid. 
in Lncio De Regno Dalmatiae et Croatiae). Altri,lo scambia con Ra- 
doslavo Belo (Anonimo 1. e. e Bagnina ad voc). UnRadoslavo prin- 
cipe di Serbia appr. Costant Poi*f. (De Adm. Imp. e. 32. p. 153-4) 
fra r 835 e 1' 844. fl Resti (Monum. SI. Merid. XXV. pag. 25 et s.) 
pone Polimiro nepote di Radoslavo tra il cader dell* 800 o il prin- 
cipiar del sec. success. 

*) a Roma, Ewi chi preferirebbe la lezione Rama, Cfr. Matas 
Meletii Versus. Rag. Fiori 1882. 

') Chiamato Gravosa dalV asprezza della costa ? Vedi poi 
nota 1 a p. 16. 

*) Leggi: Tribuniense, 

*) Leggi Trihunia o TribuniOj conforme hanno il Ragnina, V Ano- 
nimo ed il Resti (Edid. Nodilo : in Monum. SI. merid. Voi. XXV.) 



16 



cagione, che hauea già concetto nell' animo suo di 
edificare vna nuoua Città in quel luogo, doue prima, 
venendo di Roma, hauea colle sue nani preso porto, 
Ma poscia parendogli por sito naturale, luogo più 
munitOj e forte quegli, in cui oggi è Raugia, se be- 
ne non così atto, e commodo per ampliare la Città; 
si risoluò non à Granosa, ma doue oggi è Raugia 
fermare, e costituire la loro sedia, Oc habitazione. 
Imperocliè olirà che detto luogo è eleuato, e da ogni 
parte scosceso, e dirupato, in quel tempo altresì, in 
modo di penisola, era quasi tutto d' ogni intorno, 
da mare cinto, e circondato. Conciò fusae cosa che 
quella parìe della piazza e mercato di cose vendi- 
bìh, che bora si vede, all' bora fusse mare. Ma poi 
essendosi edificata la Città, e cavatane quindi T ac- 
qua, diuenisse nella maniera detta publica strada, e 
mercato. Il Rè adunque, prima che ponesse i fonda- 
menti alla nuoua Città di Raugia, che fu V anno di 
Fondatìone nostro Signore 526- edificò in cima di quell' alta ri- 
di Rjiugia pa, e sopra U mare, vna forte Roccha ; «Se in quel 
n«l 526, luQgo apunto doue oggi è il Monastero delle saere 
Vergini di santa Maria, perciò detta Castellana, Ben- 
ché siano alcuni, i quali vogliono, che detta Roccha 
fusse da Belo, non incominciata da i fondamenti, ma 
più tosto ristaurata: affermando eghno, che molto 
prima era stata fatta, ma poi anco distrutta insieme 
con Raugia vecchia, ò vero Epidauro. Aggiungono 
ancoi'a, come detta Roccha, con lingua Epidaurica 
Lauuaa fu chiamata, che vuol dire sassosa '), per es- 



Pìwiz^ di 
Rh uggiti era 
aaticameutG 

mare. 



I) Slamo alia aolita etimologia del Porfirogenito (De Adm. Imp. 
e. 2d. p. 12B. 136. 40.), che a molti non ptacque^ laoude andarono 
a eerearla per vie affatto atraDe. Sia cìie uè ne voglia studiar V orì- 
gine etimologica usila forma Lausa, o sia che ìq la voglia cercare 
nella forma più comune e più propria di HaguBa (Hhaclmsai Khacu- 
ùou, Kagueium, BhauBioOf Rausa, Haugia ecc.) ab ne avrà sempre 
V origine greca, e vorrà dire città , castello, possedimento ohe ti vo-( 
glia, BÌto sulla co^a del mare, e precie amento su una cwita sporgente ' 
(cioc erta) e aassosa, contro la quale le onde ai frangono romoro- 
aamente. Naturalmente il noBirt» À» segue V idia d' una rupe ma non 



17 

sere sopra quello scoglio, e petrosa ripa edificata. 
Dal cui nome poscia vogliono che venisse dal volgo, 
transmutandosi alcune lettere, chiamata Raugia. Per Raugì» onde 
non dire che alcuni hanno stimato cotal nome essere "^^ ^®**** 
deriuato da Siracusa, Città nobile di Sicilia : da cui 
dicono che fu qua tradotta vna Colonia. Et altri han- 
no scritto, che così ella fu nomata, cioè Racusa, da 
vn certo Radacaso Rè de i Gothi, il quale da SteUi- 
cone Vandalo, ne i monti di Fiesole, in Toscana si 
legge che con tutto l' esercito suo, fu rotto, e sconfitto. 
E dal quale Radacaso vogliono, che Polimiro traesse 
la sua antica origine. Ma comunque si fusse, basta 
che il noma suo oggi è Raugia, e da i più nobili 
latini Rhacusa vien detta, & Rhacusana civitas, & 
Rhacusani ciues. 

Dopo adunque la fondazione, ò vero restaura- 
zione ') della prefata Roccha Lauusa, tirate quasi due 



Gap. 3. 



la definisce bene. Ragusa fa eretta sul!' estrema punta d* una lingna rupe- 
stre, che, sporgendo dal monte Sergio con una leggiera incurvatura, ya 
verso Est, e rinchiude T alluvione da cui la città prima trasse 1* ali- 
mento, e sul quale s' espandeva, per rinchiudersi entro poderose mu- 
ra, la città seconda. Identica è V origine etimologica di Gravosa, che 
nel suo greco significato denoti! ■ „ possedimento sito lungo la costa", e più 
precisamente lungo una costa sporgente, cioè erta e sassosa. Le for- 
me, adunque, di Radagasto, Rocca, Rak ecc. ecc. ammesse per chia- 
rire r origine del nome Ragusa, cadono quali altrettante ingegnose 
invenzioni; siccome cadono di conseguenza anche le forme di Gra- 
vezza e Gravitare, Gravosium, Croce ecc. ecc. nelle quali si pretese 
di poter scorgere l' origiue etimol. di Gravosa. Ma : — Possedimento di 

chi? D* Epidauro e degli Epidauritani ? Chi lo sa! Dell' Impero 

bizantino? Senz* altro! 

*) Dopo, adunque, la fondazione ò vero restaurazione della prefata 
Roccha Lanosa. — Qui, secondo noi, si manifesta il genio critico 
deir A, ohe, avvezzo a indagar nelle tenebre dell' antichità, dinnanzi 
a quanto intrawede per entro ai dati confusi ed incerti esibitigli da- 
gli amici, non rinunzia, anzi non vuol rinunziare a quanto gli detta 
la ragione, e lo convince. Obbligato a non contradire alla credulità 
della massa, o meglio a quanto si vuol fargli credere, s' arrende 
nella forma, e trova la media che non urta le suscettibilità altrui, 
dicendo : „dopo la fondazione, over (ciò che qui evidentemente equi- 
vale ad un: meglio) restaurazione . . . ." — 

t 



18 



Monte Ver- 
gato già eel- 

UOBO. 



ChhBA ài 



braccia di muro dall' vna, e dall' altra parte, verso 
terra: cinsero quanto era quiui di luogo eleuatOj la- 
sciando fuori delle mura tutto quello che vi era di 
piano, parte di eui veniua bagnata dal mare 'j, che in 
quel tempo ondeggiaua tra la Città, & il monte Ver- 
gato à quella vicino, soprastante, Imperodiè tutto 
quello, che poi si ò aggiunto alla Città, non dal suo 
primo fondatore, ma da suoi Cittadini^ poscia accre- 
sciuti di facoltà, e di ripulaziono, ù stato aggiunto. E si 
dee notare come parto del piano intorno alla Città 
& il monte detto Vergatto, sotto di cui è fondata, 
in quel tempo erano seluosi, e pieni d' arbori. Se be- 
ne oggi detto monte si vede omnimamente nudo, e 
spogliato d' ogni sorta d' alberi. Fondata in questa 
maniera la Città, nel mezzo quasi di lei, rizzò Poli- 
miro Rè, vn Tempio al 'riauto Protomartire Stefano. 
A eui eziandio fc dono delle sacre rehquie de i santi 
martiri Nereo, x\rchileo, e Pancrazio, e di quelle al- 
tresì di santa Petronilla figliuola di San Pietro Apo- 



') Parte di cui venÌTa bagoata* — Qui il noatio A, non è abba- 
Btftusca cLiaro. Dì quanto oggi costituiB(!Q il pmuo di Hagus», uua 
parte sarebbe giìk stata air asciutto; uu altra^ alF epoca (500-600 
à, C.) dì eui egli diflcorre, sarebbe ancor sempre stata coperta dalle 
aeque, Seceudo gli Bcrittori let^jili, il mare sarebbe penetrato proprio 
fioo a Porta Pile ancora por tutto il sec. XII. & byoua parte del XnL 
Però da doeumeutì irrefragiìiilì »i ha che già nel secolo IX, tutto 
r attuale piano, eyidentetiioute d' origine alluvionale, era coltivato ; e 
80 ne potrebbe auebe stabilire, con qualrhe preeisìone, la rnsppn oft- 
taetale, e quiudi i dìrersl proprietari <1al «eeolo IX. ìu poi. Nel le- 
«ole XL e' er& gÌ!Ì V Arsenale, e eì sa c^be la ttosideltu Piazza (Placa) 
eontÌDuava piana Uno alle Ploée: si sa che nel XIL era in eoueetto 
di aotleo un considerevole baBtione dalla parte del porto ; che nel X. 
erano già antichi i castelli patriziali sul piano, e quindi nel centro 
delle rispettive propnetà eampeatri. tra i quali quello che, demolito 
poi dal pubblico, io sui primordi del sec. XIV.» cedeva col posto an- 
che il nome (Menze, MinSeta) all' altro eretto dj»l comune in 
difesa della citta (Cfr. Re/ormafioìtes iShnum, SL Merid. XXIXJ 
La storia dello sviluppo fortificatorio di Eagusa h assai interessante, 
ma bisogna fiirla emaneìpaudosi dalle fiabe dei cronisti, eoo V auto- 
riti dei quali cadono anehe gli asserti del nostro R. — Nota la di- 
zione Foìoche (Pioée) dei doeum. più auticbi fiuo a tutto il XIV. 



19 

stolo: e di santa Domicilia vergine, tutte rinchiuse 
in argento. Le quali esso Rè (come si crede) seco di 
Roma, nauigando in questi paesi, hauea trasportate. 
Costituì dappoi, nella Città da se edificata, e pose 
il senato, parte dei suoi compagni e parte de i Cit- 
tadini di Epidauro, à quello assumendo. Et accioche 
niente le mancasse à vna Città necessario, operò col 
sommo Pontefice, che il Vescouo epidaurico, il quale 
all'hora facea residenzia in Bumo, fusse transferito 
col titolo, e con V autorità episcopale alla nuova 
Raugia. E così fu fatto, levandola dalla giurisdizione Rawgi» f^tta 
del Vescovo salonitano. Benché quasi nell' istesso Vescovado, 
tempo Salone, ') anch' egli, come era istato Epidauro, 
fusse da i Veri ^) distrutto, e guasto. Oltre ancora alle 
predette rehquie sacre, donò Polimiro alla sua nuoua 
Città di Raugia, il capo, e le braccia di San Sergio, 
e così anco di Santo Bacco '') suo compagnie. E vi ag- 



') Evidentemente: — Salona. 

*) Forse allude agli Avari, 

') L* accenno a reliquie di Santi venate o portate da Roma, è una 
novità abbastanza significante. E nella circostanza assorta dai croni- 
sti locali, ed accolta ad occhi chiusi dal R. che cioè Polimiro o chi 
si fosse, le avrebbe portate tutte chiuse in argento, stauno le prove 
deir attendibilità della leggenda. Quando s* incominciò rinchiudere le 
saere reliquie in argento raffigurante teschi, toraci, mani, piedi ecc.? 
Originariamente le ossa si conservavano in urne di legno dorato e fi- 
gurato : poi in coffanetti d' argento fregiati a bassorilievi, finalmente 
si denudarono per esporle alla venerazione dei fedeli (sec. XIII.) su 
convenienti piedestaUi, mentre i teschi si avvolsero in apposita coro- 
na, finche (in sul finire del sec. XIII.) si incominciò rivestirle a parte , 
in argento, nelle corrispodenti forme di teschi, mani ecc. Eppoi v* è 
il fatto che in Dalmazia, a Venezia, e in Sicilia le prime e più pre- 
ziose reliquie, avanti il mille, vennero tutte dal Levante e per mare. 
Un altra epoca feconda di tali preziosi acquisti, recati parimenti per 
mare, è quelU delle Crociate, o meglio quella dei fatti del 1204, che pro- 
curarono a tutti questi paesi la scomunica. Per mitigare tanto flagello, e 
suecessivamente per cancellarne la memoria, prima se ne espiava la colpa 
con voti, come p. e. con l'erezione di chiese o di altari; quindi, ve- 
landone la provenienza, coi colori della leggenda. Ma veniamo ai par- 
titolari: — Sergio e Bacha (o Bacco), officiali romani, subirono il 
martirio a Barbalisto nella Siria, ove avevano seguito V armata di 



20 



giunse due pezzi del le^no della Croce di nostro Si- 
gnore. Fò altresì faro vn ponte di legno, per cui si 
potesse passare dalla Città in terra l'erma, il detto 
canale di mare. Moltiplicnìiido pos(4a gli habitatori, i 
quali da di«r(»rse parti concfirreunno alla nuoua Città^ 
Iniegoa pri- fy fatto in ispazio di ventisette anni, vn Borgo mol- 

madeiRau- ^^ grande fuori della Citta. 11 filiale nondimeno sotto 
pi. 



Massimiftuo. Le qsb& oe furono tosto trasferite uelia Imeilica di Kg- 
aafo (Reaafttj dove rimasero fino ai giorni delle Crociate. Roma quindi 
cbe, alla memoria dì questi buoi campioQÌ, areva mtitolato, subito do- 
po la loro m*}rte, una DkcaDÌa e euceessivamente due ohiese, nou ne 
ebbe le relif|uie die in parte, e per la prima volta, appeua al tempo 
delle Crociate. Polimiro^ adiiaque, uou poteva averle da Roma prima 
delle Crociate. lu quauto a quelle degli altri Santi^ che, siccome il 
Raxzi apprese dai cronisti locali, Polimiro avrebbe portato da Roma 
nel 526^ basterà 1' aggiungere p. e. che il Corpo di Santa Petronilla 
fu trasferito dal cimitero ohe da esse ebbe il uome, alla Vaticana, da 
Paolo I. (757-767), e che, in generale, non era permesBa in verona 
guÌBSL la traelaKlone delle reliquie da Roma, ove sì tenevano con ge- 
losa veuei'azione. Unti sola eccezione fu fatta da S. Vitaliano (G57* 
672) a favore di Obwj re d' Ingliiltorr», al quale mandò iu dono 
alcune reliquie dì S, Paneraziio ; par tutti gli altri iodlstiutamente che 
avessero desiderato aver reliquie di Santi, furono istituiti i brandeL 
Infatti nel 1300 a Ragusa di S. Sergio non si avevano ancora reli- 
quie di sorta. Naie di Proculo nel 1363, morendo, legava uu importo 
aftinché (Test Noi f. 189) ^^se si trovasse alcune vertute de muto 
Seì'tjiOf che ^c diano ad inan/eHiare." — Anzi il 1300 h il se^soto 
in cui a Ragusa ineomineia appena a Pvilupparaì la devozione p^r V eroe 
romano che, fìuo allora, vi era poco conosciuto. Infatti, trovsisi appena nel 
1303 un laseito testam. per V erezione di una chiesa iu onore di Sergio, mh 
insù ffieiento allo scopo, laonde il Comune dovette contribuire del suo, 
(Reform. V.) - Ed e appena che circa il 1330 trovasi per la prima volta ri- 
oordata questa ehieguola col nome di „S. Sergio ad mootom*\ (Test, Not. 
1348 foL 59), custodita da un incaricato della fiorvegliauza dei mo- 
vimenti sospetti doir orizzonte, allo scopo di Bégoalarli alla sotto- 
stante città niediaui-e fiammate. A dì 9 ottobre 1360 (Test, foK 47) è 
per la prima volta detto che del servizio dì S. Sergio „& la Montagna," 
SODO li ostinate due recluse, che, attigua alla chiesa, avevano uua mo- 
desta abitazione. Invece, parte delle reliq.di questi santi da Terrasanta 
passò nel Beo. XIIL, alla chiesa de" SS, Sergio e Bacco, nou lungi da Au- 
tivari, diddove poi, all' epoca dell' invasione turca, furono portate & 
Cattato iu un urna di vetro che, e per grandezza e per forma, u uu unicum 
varamento prezioso. (Cfr. Ann. di San Giorgio delP Ab. Timoteo.) 



i^ji^A^^ 



21 

le leggi della Città veniua governato. Et in quel 
tempo tolsono i Raugei per gonfalone & insegna loro 
le sacre imagini di Santo Sergio, e di San Zenobio. 

Già la nuotfa Città, di ricchezze, e di moltitu- Cap. 4. 
dine di popolo era alquanto accresciuta, aguzzando 
r ingegno, e la industria, la sterilità del paese : quan- 
do di nuotto à gì' animi dei Raugei incominciò à 
rappresentarsi la memoria della distrutta loro antica 
Città di Epidauro: & à cadere nelle menti loro la 
temenza,' che V istesso non aottrenisse alla nuoua. 
Imperochè ') intesero come i Saracini, hauendo vinti i 
Calabresi & i Pugliesi, di già s' erano del monte 
Gargano impatroniti. Onde ageuolmente, con vento 
mediocre, poteuano con le loro naui traittare in due 
giorni à questi liti. Temendo adunque (e meriteuol- 
mente) di così propinqui nimici, e così potenti: con- 
uennero con V altre Città maritime di Dalmazia, e ^""* !"*', 

T)Td8ft do 1 

specialmente co' i Zarattini : la Città dei quali, si come Raugei pro- 
di felicità di paese è superiore di gran lunga à tutte spera, 
r altre Città di quella riuiera : così anco in quel tem- 
po era la prima di forze, e di Cittadini di grande 
spirito, e di valore. Mossi per tanto dal comune pe- 
ricolo tutti, e raccolta gran copia di naui, e postini 
sopra valorosi soldati, sene passarono in Pugha. 
E cacciando del monte Gargano i Saracini, non so- 
lamente resero i Raugei sicuri da i loro nimici, ma 
accrebbero ancora al loro dominio alcune Isole, e 
Terre. Intorno all'anno 691. incominciarono i Rau- Battono le 
gei à battere monete d' argento, e di rame*). Da vna P^^"*® °'^°®' 
banda delle quali poneuano il capo di Belo, fonda- °® 



') Qui pure il R. ha l' avvenimento unico, di cui Costantino Porfiro- 
genito agli anni 840-1. (De Themat. IL Hl-2. — De reb. gest.- Ba- 
silìi 53, 55. — De Adm. Imp. 20. p. 129-136). Lo anticipa per la 
seconda volta, ammettendolo cioè rinnovato nel secolo VIL Tace in 
quella vece delP invasione degli Slavi. 

') Chi non vede quanto sia preeipitato questo affar della moneta- 
zione, che costituiva una delle ragioni di sovranità del comune libero, 
confermate appena nel 1183 dal trattato di Costanza, ma riconosciute 



tore della loro Città : e dall' altra essa Città. E come 
Diaieione scrivono, cotale moneta si spendoua per tutto il mon- 
deipopolodi ^^ DelFanno 774 fu diiiiso il popolo di Raugia in 
*"K^** tre parti. Nella prima delle quali posero i Nobili, & 
à loro fu dato il gouerno della Città. ') Nella seconda 
collocarono coloro i quali erano di mediocri sostanze, 
e quasi ministri de i Nobili: e gV addimandarono 
popolani, E nella terza parte rimasero i plebei^ ò vero 
artigiani. Dell' anno 771, essendosi finite le muraglie 
della Cittàj s* incominciarono h fare le guardie la 
notte. E furono deputati sopra di quelle tre nobili. 
Pativasi in detto tempo penuria d' acqua dolce : con- 
ciofusse cossa che da lontano, circa quattro miglia, 
„ . r. si portasse con le barche in barili, & in altri vasi. 
eq.iiliuEiu. Cioè da Valle di Breno, doue dalla costa di xn al- 
gìft. tissimo monte sorgono polle d' aequa dolcissima, e 

chiarissima in tanta abondanza, e copia, che subito 
fanno macinare molte molina, 
C»p. 5. Essendo venuti nel golfo Adriatico, 1' anno 784. 

due famosi Corsah, amendue Saracini, veniuano con 
loro legni trauagliando tutto il paese. E se bene i 
Raugei nell' istesso tempo haueano due fuste, e vna 
Galea, non erano però sufficienti ad opporsi k i pre- 
fati corsalij vniti insieme à i danni loro. Ma bene 

io TÌft di fatto appeu» mi secolo BUCceBBÌvo. È Bupcrflyo eotrftra oel 
oampo deir economia politica medloyale ^lie uou h.i eccezioui, per 
addimostrar 1' errore ii cui iocoraero i cronieti locali, ammettendo 
tanto antLei|iatftiDente V eaisteuza di un diritto, che ì Botrani della 
Terra non oBiivano nemmeno penBare qualmeate ì loro nepoti uu gior- 
no avreijbero di?ÌBo coi comutii sorti dal loro beneplacito. — (Mo- 
rìoodo^ Muratori* Vico, Libri, SclopÌB, Cibrario, ecc.). 

') Anche ({m e h uu pò dì Impazienza. La vera dìviiioue officiale, 
non perpetrata, ma conBogutta, incomincia dall' epoca della serratii 
dei GonslgUp che importala V eBclusione del popolo dal laudo Delle 
coie muQÌcipali, e quindi aoehe dalla legialadoae. Fin al giorno delle 
istituzioni statutario, non vi h. consiglio, né ci^ta : da quel giorno il 
popolo segregato sì trine iererà intorno all'altare, sotto il vessillo dell» 
religione, proelamaDdosi io casta, con propri statuti e col nome di 
Confraternite od Arti. Il che accade beo più tardi, Cfr. Muratori, 
Solopis, Cibrario, Molmenll ecc. 



rt' -r 



^ 



nostro Signore con modo marauiglioso ben presto 
gli vene à soccorrere. Imperoche ne gli stessi giorni 
comparì in UoKo vn Signore Franzese, Orlando ad- 
diiiiandato*). 11 quale per zelo, e difensione della lode, Stmtaad'Or 
con alquante galee benissimo armate, andaoa per- 
seguitando in mare i corsali infedeli. Arriuato per 



Inndo iull& 
piazza di 
Haagift. 



*) A questa grazìogisBÌma leggenda che tauto b«ne riempie un yuoto 
nella contiouitii crouologica dell' indipendenza mutiioLpala ragatea^ 
daya ftdlto un eeppo eha in forma di pilastro dapprima di legno, e 
dal 1418 Impoi di pietra di Curzola, stava eretto in capo alla piazza 
del mercato, l'air auoo 1360 «nlla faccia frontale ebbe scolpita ìq 
ba^BO rilievo la figura di un eroe imberbe^ dalla testa nuda e con la 
spada Bgainata, e ohe in Germaoia era detta del Kolando^ oude tutto 
il pilastro ebbe colà nome di coloona del Rolando (Eitlands&iiule). 
A Hagnea iodioavauo quel i^ilastro col Doma carrù a aerviva a so- 
stagno diir antenna sulla quale nei giorni di mercato e in certi giorni 
festivi, ai spiegava la bandiera del Comune, Ed era 1* asta delle pub- 
bliclie licìtazìoD', ondi .vendere al earro/' era tutt' uno che ^vendere 
air asta." Ma nel tempo stesso era come luogo delle esecuzione della 
giustiziai onde trovanai e liagellatif e bollaci, e mutilati al carro. I 
frodolenti, 1 coueusalonari e slmili delinquenti^ vi veuivano esposti a 
^^ubblico esempio per un determinato numero di ore, in più o meno 
consecutivi giorni dì mercato ; sìccbc, soitituendo la berlina degli altri 
paesi d' europa, era a questo scopo aormout&to da una specie dì bigongia, 
che meglio od almeno più nnaanamente d' ogni altro apparecicliio eousìmi- 
le, poteva corrispondere air idea del eaiumidiari di Laerm, E F erigi* 
uè etimologica delta tcco eatamidiari è quella della vece locale 
^carro'^f eò che prova 1* antichità ancora dell' uso di questo pilastro 
a Rfigusa. La piazza su cui era eretto, dict*vaei ab antiquo ^jìiazza 
del mercato'* ; oggi invece è detta „Fm7.z& della Loggia*', in memo- 
ria della Loggia demolita dopo il 1667, che domìoava il mercato, e 
serviva prima da foro in questioni mercanti li^ poi da convegoo per i 
mercanti in alTari, come si direbbe con forma moderna ,tdi borsa**. 
A proposito deir attuale ceppo si noti, che il masso calcare {2'à Lu- 
glio 1417) fu portato da (urKoIa da li{i*tcho Tìehuìeicli ; che il se- 
llato (sub d. 7 Augusti 1417) delilerò di aflidarue il lavoro a mastro 
Antouìo taìapiera; che questi il di 14 No?, 1417 se ne assumeva 
r hicartco „iion faciendo in eo nisi Orìamìmn solum, prout est in 
niktjquo •!:irro'*; che ofUciali a quelito lavoro erano Alolsus de Goze, 
e Zore de l^almota, e linai mente die fy messo a posto nel Maggio 
1418. Proporrei quindi qualche modtiicazioue nella lapide commemo - 
ranta il rSatauro del Rolando. (Cfr. Hhetin», Stappenbach, Zopfl, fìe- 
ringuier«cc, ecc.) — Cadono di eoufleguenza gli asserti Beheim^ Eìtel- 
bergar, Skurla, Eaznacìch eoe. 



24 



aHiugianel . 
764, 



tanto nel porto di Raugia, & liauuta la nuoua de i 
due predetti dorsali saraeinij fece mettere a ordine à 
i Raugei Io loro due fuste e la Galea. Et iiauuta lin- 
gua de i prelati corsali, i quali fra pochi giorni si 
scopersero a dicci miglia, sopra lo scoglio della Cro- 
ma, subito con le sue Galee, e col legni Raugei, 
gì' andò ad afrontare, & ad inuestii*e. E Dio grazia, 
gli ruppCj prese, e tagliò tutti à pezzi. E con tal 
vittoria essendo ritornato [\ Raugia^ oltre alle molte 
carezze, che fatte gli furono, fu lionorato dal Senato 
d' vna bella statua, la quale fino al di d' oggi nella 
OrUndo pa- publica piazza si vede, cioè vn' Orlando a piedi, 
ladmo vemie |^||q aiTnato, e col brando in mano nudo, «& eleuato 
in alto. K se bene ne gli annali di Raugia, donde 
io queste memorie ho prese, non si dice altramente 
che Signore fusse questo Orlando : tuttauia dalle sto- 
rie vniuersalij e dalla computazione de tempi, si può 
ageuolmente conoscere, che questo Orlando fu quel 
cotanto famoso Paladino^ che fiorì nel tempo di Car- 
lomagno, e fu suo parente, e beato. Iraperoche, come 
2. p.Tit.u. dice S. Antonino, nelle sue istorie, Carlomagno es- 
e&p. 4. In sendo stato Re di Francia 33. anni, fu fatto impera* 
P^^^^*^- tore Romano, V anno di nostro Signore 802. Di ma- 

niera, che il beneficio fatto da Orlando h i Raugei, 
liberandogh da i sopranominati Corsali, venne à es- 
sere intorno all' anno quintodecimo del Reame di 
Carlomagno in Francia, E per conseguenza Orlando 
in quel tempo douea essere assai giouane, come al- 
tresì dimostra la predetta sua statua. Onde come 
giouane desideroso d' acquistarsi nome, e fama : o di 
guadagnare meriti appresso k Dio, andava in quella 
maniera scorrendo i mari, à danno de gli infedeli^ e 
sicurtà de i popoli Christiani. 
Cip. 6. Dell' anno, 789. si scoperse nelle renine di E- 

pidaurOj oggi Raugiavecchia, vn fiero dragone* Il 
quale vscendo la notte di eerta profondissima grotta, 
e cauema, scorreua tutti i vicini liti del mare, occi- 
dendo, e diuorando ciò che trooaua d' huominij ò al- 



25 



tri animali. E non si trouando modo di poterlo occi- 
dcre istette così 13. anni, trauagliando per tal ma- 
niera tutti gì' habitatori di Raugia vecchia, e di Val- pertosi a Baù- 
le di Breno, e d' altri luoghi vicini. Ma venendo in già vecchia 
queste parti 1' anno 802. uno Eremita, chiamato Ha- nel 789. 
rione, e fermato nella Villa di Breno, alla Marina: 
si fece vna cappannella coperta di frasche, & in es- 
sa staua, seruendo à Dio in orazioni, e digiuni. Di 
che accortisi gì' huomini della Villa, lo auisarono del 
pericolo che egh portaua quiui dimorando, cioè di 
essere diuorato dalla fiera bestia : e lo consigliarono 
che quindi partisse. Ma il seruo di Dio, che dalla 
diuina prouidenzia, quiui per liberargli da cotal mo- 
stro, era istato mandato, niente temendo, impose lo- 
ro, che andassero à Raugia nuoua, e dicessero à i 
loro Signori, che se voleuano riformare in megUo la 
vita loro, e più perfetti Christiani diuenire, egli dal g ,. . 
predetto dragone liberati gì' haurebbe. Diedono la Eremita, 
parola loro i nobih Raugei, & andando dieci gentil 
huomini con forse altre mille persone, a fargU riue- 
renza, e promettergli da parte del Senato/ di fare 
quanto da lui fusse venuto loro imposto, in maggior 
seruitio di Dio: il santo vecchiarello vscendo della 
cappanna sua, con vna crocetta di legno in mano, si 
fece dare quattro huomini che remassero, & entrato 
in vna barchetta si fé condurre per mare al luogo, 
doue era la grotta del serpente. E quiui smontato in 
terra, sen' andò alla bocca della spelonca, e gridan- 
do tre volte al dragone, che nel nome di Gesù Chri- 
sto vscisse fuori, subito comparì con la testa bassa, 
e tutto humiliato. All' bora il beato Ilarione legan- 
dolo per il collo con la sua cintura, che era di cuoio, 
ritornò in barca, co'i quattro huomini suoi. E così Dragone arso, 
eglino in barca, & il dragone notando dietro di loro, 
se ne vennero, dove haueuano lasciati i dieci gentili 
huomini con 1' altra turba. Quiui arriuato il seruo di 
Dio, f& entrare il dragone nella sua cappanna, di 
frasche coperta, e fattala cingere d' ogni' intorno d'ai- 



26 



tre legna^ recate à posta, fò loro dare il fuoco : e co- 
sì alla presenza di tutto quel popolo, fu il mortifero 
dragone abriisciato. Dopo fatto farn silenzio, e montato 
sopra d* uno alto sasso, incomineìò il seruo di Dio 
llarione à predicare. E fra V altre cose narro loro, 

Queata eziin- ^ome quegli non era stato vci'o serpente, ma il di- 
dio narra Più- , . « .. ^ . ; 
twoo Delle aue ^^^^"^^^ ^ lomia di serpente; aggmgnondo come ne i 
^ite, tempi antichi, in Epidauro adorauano vb serpente di 
bronzo^ da loro lo Dio Esculapio addimandaio, il 
quale poscia per cagione di t^erta grande mortalità 
fu fatto portare a Roma. Finita la predica, santo Ila- 
rione venne à Raugia con quei gentil' huomini, e 
con tutta quella compagnia d' huomini: e fìi riceuuto 
con molto honore, e diuozionc del popolo, il quale 
lo predicaua come santo di Dio. Si fecero per molti 
giorni processioni, e digiuni, lasciandosi ogn' altro 
negocio da banda ; e si riformò in migliori costumi 
christiani la Città, Dopò alquanti giorni, essendosi 
sparta la fama del senio di Dio per tutto il Golfo 
Adriatico, & in terra ferma, per sino alli confini del 
Dannubio, fu tanto il concorso delle genti, che à lui 
conuennero : che la Città non era capace à riceuerle. 
Onde il santo liuomo pregò, che gh fusse fatta vna 
casetta alla marina in Granosa. Ma parendo a i Rau- 
gei che troppo lontano dalla Città si volesse porre: 
impetrarono con grande istanza, che alla metà della 
strada tra Raugia e Granosa^ volesse fermarsi. E 
così d* ordine suo, si fecero à mezza strada tre Cap- 
TreChieBio pg^Q^ ò vero Cliiesuole, vna alla santissima Trinità, 

. .!* r! r altra à san Clemente, e la terza à san Giorgio. 
tuondiBau- _ . ,. ,_ ;. .. ^ ^^ °, 

^ Et m mezzo di quelle hi latta vna casetta per lo 

seruo di Dio*), alla quale era gran concorso di po- 



*) Sant* llarione discepolo di Sant* Antonio Abrite, e morto ottua- 
genario r anno SGO, d. C. è nelF istoria di Ragusa un anacronismo, 
intomo al quale è io utile occuparsi. Ed h dovuto i&l mtil inteso dei 
pl£i auttchì cronisti loiLtali, ì quali, uqìV Hlpidauro loro, ritennero pofcer 
triapoilare le leggende d' ogui altra città omonima. Confo rtavali a 
(^ueitA fede li oìrcoetauza che a eirca un cliilometro da Hagusai vereo 



27 



polo, per vdire le sue predicazioni, & anco per la 
grazia delle sanità. Dopò certo tempo, essendo il san- 
to Eremita andatosene nel Reame di Bossina à pre- 
dicare, venne in Raugia del mese d' Ottobre, vn 
influsso, & accrescimento di mare così grande, che 
alzandosi oltre al solito, circa tre passa, annegò mol- 
ti animali, e molt' huomini, di quelli che ne i luoghi 
più bassi habitauano. La qual cosa intendendo santo 
Ilarione, subito ritornò à Raugia, e pighando tre 
sassi, e sopra quelli facendo il segno della Croce, 
gli pose sopra il Uto del mare. E dopò mettendosi 
con le ginocchia in terra all' orazione: ecco che il 
mare, miracolosamente incominciando à scemare, si 
ridusse nel suo pristino stato. Et i popoH in ringra- 
ziamento co'i piò nudi per tre giorni fecero solenni 
processioni. E quelle tre pietre furono poste sotto gh 
altari delle tre Chiesuole dette, per ordine di santo 
Barione. D quale poscia se ne ritornò in Bossina, 
menando seco vn Prete Cappellano di san Vito, ^^" ^^^^^^ . 
chiamato don Sergio, Sacerdote di S. vita, e per na- g*^to*^^ 
zione Albanese. Il quale essendo istato seco alquanti 
anni, se ne ritornò à Raugia, hauendo accquistato 
sotto il magisterio di lui molta perfezione cristiana. 

Ponente, cioè a Bella Vista, una delle antiche tre chiesuole, dalle quali 
il sito veniva e viene ancor detto „ad tres basilicas'', alle tre Chiese, 
era detta di Sant' Ilarione. Ora conviene notare che, appunto colà 
finiva il pomerio della città di Ragusa, e che, dopo V invasione degli 
Slavi, là incominciava la linea di confine fra i domini di questi, e il 
municipio del castello greco-romanico di Ragusa. Si sa che il punto 
di contatto, e specialmente in linea commerciale, tra i due confinanti, 
veniva usualmente consacrato alla SS. Trinità, e che perciò dove non 
fii una sola chiesuola dedicata a questa, ve ne furono spesso tre de- 
dicate r una 9Ì nome di questa, e le altre due al cavaliere San Giorgio 
e ad un terzo Santo, che p. e. a Ragusa, come stimano i più, era a San 
Clemente Papa. In quella alla SS. Trinità si usò venerare la memo- 
ria di Sant' Ilarione, del santo, cioè che avendo schiacciata V idra del 
paganesimo, e che, appartenendo all' Impero Bizantino, al quale allora 
era soggetta Ragusa, doveva aver quivi un grande significato. H com- 
plesso delle tre chiese del sec. XIII. e XIV. designato col nome ad 
tres BasUicas è oggi rappresentato dall' unica chiesa offiziata di 
8. Giorgio, al cui servizio è un ritiro di Bizocche. 



28 



Gap, 7. 
I. Tìt. 15. 

Vlt& di S. 
li orione. 



Bnlìbio del- 
l' Aytore In- 
torno ali e co- 
te dette. 



Qvesta narrazione di santo Harione^ e del ser- 
pente ab ru sciato, e parimente delle tre pietre con 
cui frenò le fortunose onde del mare, si logge ancora 
nell' Istorie di sant' Aotonino. Il f[iiale aggiugne, 
come partendo dappoi santo llarione di Raugia, na- 
vigò in t'ipro : e qnindi in certa isoletta vicina al- 
l' Egitto, doue anco finì, essondo d' anni ottanta, 
la vita sua. Quest' è il gran padre llarione Palesti- 
no, che come rosa delle spine, di parenti infedeli 
nato, neir età di 15. anni abbandonò il secolo, do- 
nando tutte le facoltà sue à i poiieri. Kt essendo 
stato alquanto tempo sotto il magistero di sant' An- 
tonino Abbate, venne ù tanta perfezione, che innu- 
merabili miracoli operaua la bontà, di Dio per mez- 
zo di lui. Onde per fuggire la gloria del mondo, e 
la tanta frequenzia de ì popoli, che à lui concorre- 
uano, nauigò prima d' Egitto nell' isola di Sicilia, 
Ma poscia, quiui anco la santità sua conosciutasi, e 
sparsasi la fama di lui, di nuono fuggendosi di Si- 
cOia nauigò in queste parti di Schiauonia, e venne, 
come s' è detto in Epidauro, *ìè: à Raiigia. Di f|uesto 
santo leggesi, che essendo vicino alla morte, e pa- 
rendogli che r anima sua temesse d^ vscire del cor- 
po, in cpicsta maniera le fanello. Esci, cbe temi, ani- 
ma mia? Esci, che dubiti, anima'/ Settanta anni hai 
seruito à €>hristo, e la morte temir' Patisce non di 
meno questa narrazione di santo llarione qui fatta, 
qualche difficultà, non quanto alla cosa istessa nai'- 
rata, ma quanto al tempo. Imperoche essendo santo 
Antonino Abbate, di cui santo llarione fu certo tem- 
po discepolo, andatone à miglior \ita V anno di no- 
stro Signore 3(iO. non può in modo veruno saluarsi 
che santo llarione, il (iuale non visse oltre à 8(.K an- 
ni, arriuasse all' anno di nostra salute 789. nel quale 
dicono, che si scoperse il prefato dragone. Anzi quan- 
do S, llarione predetto venne à morte (secondo il 
computo fatto) Raugia nuoua, non era anco edificata, 
essendo che nel 526. fusse, come di sopra s' è detto, 



^* 



— r^rn 



29 

fondata. Sarà dunque stato quegli ') qualche altro san- 
to Ilarione: ò veramente (il che più tosto credo) Conciliazione 
hanno fallito gli scrittori Raiigei, quello che auuenne ® ^ ^^* 
ad Epidauro, ò vero Raugia vecchia, appropriando 
alla loro Raugia nuoua. Onde sant' Antonino scri- 
uendo queste cose di santo Ilarione discepolo di san- 
to Antonino : e narrando V occisione del prefato ser- 
pente (non fa menzione alcuna di Raugia nuoua) 
ma solamente di Epidauro. Mostrasi anco nel sito di 
Epidauro antico la grotta in cui dimorava il prefato 
drago, & alla fine della valle di Breno, alla marina, 
doue fu abrusciato, è vna Chiesa parochiale à santo 
Ilarione dedicata. 

Dell' anno 815. vogliono alcuni scrittori Rau- Gap. 8 
gei, che fusse fatta, ò almeno ristaurata, & aggran- 
dita la Chiesa*) di santo Stefano, con ispesa di mille, 
e ottocento ducati. E che in quella fussero poste lo 
sacre reliquie: le quali prima istauano nella Chiesa 
di santo Sergio. Dell'anno 817. Stefano Nemagna, ll^^^diBoi- 
Principe de Bossinati, il quale prima per i beneficij ?|"* y'®"® 
riceuuti da Raugei, hauea fatto loro dono di gran 
parte del territorio di Stagno, intesa la fama de i 
tempij, e della buona vita de i Sacerdoti di Raugia, 



') Adunque il criterio storico del Razzi non sa accomodarsi alla 
leggenda, ne scorge V anacronismo, e poiché non trova conveniente 
di ribatterlo, trova la via di mezzo sospettando T esistenza d* au terzo 
sant* uomo, ma senza provarsi di scoprirlo. R che non è perciò affatto 
insignificante. 

*) Di questa chiesa si sa di positivo soltanto che fu antica assai, 
e che essendo 1' unica conosciuta da Costantino Porfirogenito a Ra- 
gusa, deve essere ritenuta siccome la prima parrocchiale e cattedrale 
di questa città. Infatti era proprio nel centro di Ragusa, ed in sul cadere 
del duecento quando sì die mano alla erezione della nuova cattedrale, si tro- 
va che accanto a questa di Santo Stefano, si costituisce un ritiro di ter- 
ziarie, e che il juspatronato ne passa alla famiglia Croce. Estinta questa 1 
titoli ne furono ereditati da altra famiglia, senza che per altro il Co- 
mune avesse avuto a spogliarsi de' suoi diritti. Dopo il fatale terremoto 
del 1363 la chiesa come in origine e sempre piccolissima, fu restau- 
rata ed affrescata. Dopo il terremoto del 1520 è soppiantata da una 
maggiore che le fu eretta daccanto dalla famiglia Bona. 



30 



Yallì douat6 
à i Bau gel 



La Regina 
Margarita e- 
legge per Bua 
habit&zione 
Eaugia. 



Eaaequie del 
He dì BoBBÌ- 
siiia ÌQ Rao- 
gift. 



venne con la sua consorte^ la Regina Margharita, h 
visitare le sacre reliquie, che ancor lioygi nella Chie- 
sa di santo Stefano Protomartire si conseruano. K fu 
talmente accarezzato, e rimase di maniera soddisfatto 
della botiti de i Raugei; che non restò mai dappoi 
di grandemente celebrargli per magnanimi, e cortesi. ^) 
E narrano che egli ancora, liberale dimostrandosi, 
nelF vscire del Tempio, io cui era stato à i Diuìni Vf- 
ficijj gittò al popolo, in monete ci' argento, e d' oro, 
fino alla somma di due milla scudi. Dopò, volle ve- 
dere il consiglio de i Nobili: e fece loro dono del- 
l' amena valle di Breno: di quella di Giunclieto, di 
quella d' Ombla, e di quella di Malfl. E le' altresì 
fabricare in ciascheduna di dette valli vna Cliiesa à 
honore, e sotto titolo di S. Stefano, E la Regina 
Margarita^) s' innamorò sì fattamente della quiete, e fl 
buona reUgione di questa Città: che essendole dopò " 
certo tempo morto il marito: e volendo il restante 
di sua vita ispendere in seruizio di Dio, & in santa fl 
vedouità, lasciando il proprio regno, si elesse per sua ~ 
stanza questa Città di Raugia. In cui anco santa- 
mente la vita sua, fra lo gentildonne Raugee finì: e 
fu sepolta nella prefata Chiesa di santo Stefano, con 
honore a tanta donna eonuenevole. E non è da ta- 
cere, come i Raugei altresì fecero honoreuoli esso- 
quie al marito di lei Stefano. Imperoche come prima 
intesero della morte sua, fatta vna cassa coperta di 
veluto negro, '*) e sopra quella posta vna sua imagine, 

*) Stefana Nemanja — L' aiiaorouismo b evidente. La dinastia dei 
Nemanidi iutìomineia appeua nel aeoob XII. Ma siceonjo degli altri 
anaerouifimi, sncLe di questo eoo possiamo far rimprovero al Razzi, 
ciie lo tolse dai eroniati locali. (Cfr. Kovaèevié i Jovanovié ; litorija 
eco. Ealaj eee,) Ihlé. Stagno viene in feudo ai Raguaeì appena nel 
1333. Reformatioutìfl IV, — Bveno, Gìunebeto^ Ombla, M&ltì...,» se- 
condo r opinion dei più recenti sarebbero venute in fendo al Rag. 
appena nel 1050, ciò che (N pure da dimoetrarBi. 

•) Margherita — È un aemplice ideale, perìì ardii tettato a prapo- 
sito, perchè riempie a meraviglia una grande lacuna. 

*) Ma avevano proprio i Ragusei in qnell* auno del vellnto? Ed 
erft proprio il nero il color del corrotto in quel tempo? 



« 




Margherita. 



31 



la fecero portare da quattro caualli bianchi coperti 
di negro fino in terra, per tutta la Città, strascinan- 
do più stendardi per terra, e seguitando la nobiltà 
vestita di bruno, e con torcie accese in mano. E nel 
fine venivano alcune donne, le quali cantando all'v- 
sanza Bossinese, con molta commiserazione veniuano 
commemorando i beneficij, che hauea ricevuti la Cit- 
tà dalla buona memoria del prefato Rè. Onde quasi 
tutto il popolo al pianto commoueano. E così anda- 
rono fino alla Chiesa di Santo Stefano, doue si can- 
tarono i diuini vfficij per 1' anima di lui. E la pre- 
fata Reina Margarita nel tempo che dimorò in Rau- 
gia fece fabbricare vna parte di muro della città: la 
quale mancaua inuerso lo scoglio della Croma. Et 
edificò altresì la Chiesa di S. Margarita ') cori vna a- ^j^*®** ^^^®* 
bitazione per la sua baha. La quale volle, che si 

') Santa Margherita — Una chiesa intitolata a questa Santa è pres- 
soché impossibile prima del secolo XIV. giacché, dovendo il titolo di 
una chiesa cristiana, sottintendere 1' esistenza canonica del riipettlTO 
Santo, bisognerebbe a priori poter stabilire canonicamente che prima 
di quel secolo ci fosse stata una Santa di quel nome, e che il culto 
di questa fosse stato per una ragione qualunque introdotto nell* uno 
piuttosto che neir altro paese. La Ch. cattolica Tenera bensì una Mar- 
gherita d' Antiochia, martire dei tempi di Diocleziano, figlia di un 
sacerdote pagano ecc. ecc. ; ma 1* Occidente conobbe' codesta santa e 
la venerò poi- sotto il nome specioso di Marina. Di Sante Margherite, 
adunque, prima del secolo Xlll. non è possibile parlare. La prima 
di questo nome fu quella di Scozia canonizzata nel 1251. — La Mar- 
gherita venuta in venerazione in Dalmazia, e la prima che ha un im- 
portanza nella devozione di questi paesi, è la figlia di Bela IV., 
fuggito in Dalmazia, dinnanzi alle invadenti orde mongoliche, sicché 
si troveranno memorie di lei a Glissa ed altrove. Il culto di questa 
santa principessa, ha poi la sua ragione nel fatto che vi fu intro- 
dotto dai Domenicani, de* quali essa era una zelantissima terziaria. 
Infatti la prima volta che si trova a Ragusa una chiesa a S. Marga- 
rita é appena nel 1336. (Test, di Nicoletta di Mich. de Darsa), ma 
eome appartenente a un monastero di recluse o terziarie, e che in 
quell' anno le si eresse un altare anche a Santa Fosca. Dopo la ve- 
nuta degli Ungheresi, cioè nel 1363, questo culto a Ragusa si dif- 
fonde sempre più: anzi si trovano lasciti testamentari destinati al- 
l' erezione di un altare a Santa Margherita, nella Chiesa di San Bia- 
gio (Tesi Noi fi. 260); mentre, fin dal 1348 si stava eriggendo quella 



gm». 



yestisse d* iiabito religioso, e Ifì diede olla il modo 
di viuere. R (luando poi veniu? à morte 1' anno H27. 
lece lieredtì d* ot>QÌ suo haiiero lu Città di Haugia, 
con alcuni pochi oblighi di pi'ouedoro allo sue don- 
zelle d' honesto viuere* Dell' anno 828, hauendo i 
baroni del retano di Bossina^ intesa la morte della 
loro Reina Margarita, fatta vna gran banda d' Imo- 
mini a cavallo, *& a piedi, se ne vennero à Kaugia: 
e fermatisi fuori della Città a pie del monte, verso 
Baugjft bere- n Canale, mandarono messi nella Città, addiinandan- 
„L ^ * ^* do il tesoro della loro moria Reina, e minacciando 
anco di venire air armi, quando pacificamente non 
fossero stati di quanto addimandauano compiaciuti. 
Non diedono i tSignori Raugei altra risposta, ma 
intertenendogli con buone parole, misero in ordine vna 
grossa compagnia di valorosi giouani, e bene armati, 
E ciò fatto mandarono viìa sera ìi i Hossinesi al- 
quanti barili di buon vino, e di maltiagia con altre 
cose comestibili. Ond' eglino incominciando à bere, e 
mangiare oltre al conueneuole, per la maggior parte 
BjiudadiBnB- s' inbriacarono. Et i Raugei, che a ciò istauano vi- 
ftiixeai, rotti da giiantij fatto sopra di loro impeto con quella com- 
1 Esugei. pagnia di gìouani, paite ne oceisero parte come v- 
briaca correndo alla marina, in fìuella si annegò, & 
vna parte restò prigiona. Kt i vittoriosi giouani den- 
tro à i confini di Bossina scorrendo, fecero gran pre- 
da di bestiami, e la riportarono, e condussero alla 
loro Città. 



di Codile (Hodilj©) a spÉ^ae di Marghent» di Luca de ScUvi (Test 
Not. F. 48). Di q a et la della città sì può dire che il ritiro beu 
presto, (cioè uel 13B0) pro&eota una eert^ decadenza, ohe cioè uou 
aveva che dae terziarie (Test. N, fot, 47), che nel 1419 era detflertu^ 
che oel 1461 uè aveva una sola, e ehe fìaì demolito iu qqo alla chiesa 
per cedere posto alle nuove 0|»ere fortìlìf^atorìe, e pref^ìajimeute ai 
bastione e alla cortiua, nbe q' ereditava il nome di Bauta Margarita. 
NotÌBl poi che la regina che il noetro A, qui cita col nome di Marghe- 
rita, negli iìcrittori locali è detta Mara^ aìuh Maria, laddove la itemi- 
nazione della r, lu Marra, propria del secol. X.YL e uuo prima, fu un 
vezzeggiativo o abbreviativo di Margherita. 



33 



Dell' istesso Anno 828. accadde vn miracolo Cap. 9. 
d' vna nane Viniziana. Imperochè tornando di leuante, 
et essendo assalita da vna grandissima fortuna, fece 
voto, se ne scampana, di fabricare nel primo luogo 
doue pigliasse porto o sicuro rifugio, vna cappella di 
ducati cento : & in quella porre vna certa imagine di Miracoli di 
nostra donna : la quale hauea compera ') in leuante vn ®®^** ^"*"®' 
certo mercante, & in detta naue la portaua à Vinezia. 
Et ecco che fatto il voto corsone sotto le ripe de Ca- 
stellani, luogo così detto sotto le mura di Raugia: e 
quiui la naue, come se hauesse sorto in bonaccia, si 
fermò. Gli huomini che sopra di quella nauigauano, 
veggendosi fuori del pericolo, si scordarono, male ac- 
corti loro, della promessa fatta. E dopò alquanto di 
riposo, leuatosi prospero vento al viaggio loro, si par- 
tirono, senza altramente soddisfare al voto. Ma ecco, 
che fattosi notte, si leuò d'improuiso vn' ostro gar- 
bino, & incominciò di maniera à trauaghare la naue, 
che ruppe l'arbore grande della Maestra. E la mat- 
tina, quando si pensauano d'essere iscorsi vn gran 
camino, si ritrouarono sotto le mura di Raugia, alle 
ripe de Castellani prefate. Onde ricordeuoh del voto Non si dee 

fatto, senz'altro indugio, presa l' imagine di nostra ^ ^^^""^ 

scordare dei 
donna predetta, & i cento scudi d oro, smontarono ^^^. ^^^^. 

in terra: & entrati nella Città scalzi, e con molta di- 

uozione, offerirono la Vergine, e i cento ducati per 

fabricare la cappella. La quale fu edificata accanto 

alla Chiesa di santo Sergio *) : e doue al presente è 

l'Oratorio delle Monache di santa Maria in Castello. 

E poscia lieti, e prosperamente n' andarono al loro Pace fatta 

viaggio. Dell'anno 831. fecero i Raugei pace col Rè ^^^ ^® ^^ 

di Rossina.^) E i patti fra loro furono questi, cioè che ^^^""*' 

il Rè fusse obbhgato donare per ciascun anno à i 

*) Accenna ali* origine dell' immagine della Madonna delle Porte, 
oggi per un malinteso detta dei Porti, che, secondo tutti gli scrittori 
Itggendari diEagusa, dorrebbe riferirsi a due secoli più tardi. 

S) Il nostro A. ha idee poco chiare sulla topogr. di Rag. — 8. Sergio 
era sul monte che, poi, da quella chiesa ebbe il nome. 

') Né re, né pace (Cfr. Klaié-Bojnièié — Geschichte Bosniens. 
Leipzig. Friedrioh. 1895). 



34 



Raiigeij cinquanta animali bouini: e cinquecento pe- 
corini : some dugento di farina : & vn cauallo bianco. 
Et eglino al Rè douessero^ ciascun' anno, in segno 
d'amore, e di scambieuole beniuolenza, & amicizia, 
donare r|uattordici braccia di panno scarlatto di cento. 
E così di nuono incominciarono i Raugei a frequen- 
tare il reame di Rossina, & alla corte del Rè erano 
benissimo visti, *& adoperati molto nello cose d* im- 
portanza. Onde la maggior parte delle fortezze, erano 
nella custodia di essi Raugei. Cotanto il Re nella 
virtù, e fedeltà loro eonfidaua. Neil' istcsso tempo fe- 
cero i Raugei conuenzione con gF Albanesi, che in 
ogni loro occorrenza fossero obligati gì" vni a gì' altri, 
dì soccorrerOj in euenti di guerra con 500. Imomini 
à loro spese. Dell' atino 842. capitò a Raugia vna 
Galera vini- (jalea grossa viniziana con molti Signori oltramon- 
,. p . tani, 1 quali anrtauano m pellegrmaggio a i luoghi 
legrìni. santi di lerosolima: e fecero molte limosino à i po- 
uerij & à i Monasteri, E dopò vn'anno, venendo 
quell' istessa Galea di ritorno à Raugia, vn certo 
Prete Albanese, che andaua sopra di quella^ contratta 
con don Sergio amicizia, per essere amendue dSma 
istessa nazione, gli lasciò in diposito certa casetta, 
serrata à chiane, e con ordino, che la serbasse fino 
Come venia- al ritorno suo di Vinezia, Ma poscia non ritornando, 
ae à Eaugift j^^ potendosi hauere nuoua alcuna di lui, dopò certo 
^ g tempo, fu dotta cassetta aperta alla presenza del Ve- 

scovo, gentil' huomo Raugco, e vi si trono dentro 
(come chiaramente veniua narrato in vna carta per- 
gamena, in quella rinchiusa) Upanicello,') ò velo, che 

*) L' istoria del FauoiGello, secondo è oarrata dall' abate Ciailla 
ne* coflidetti Annali di S. Giorgio, non daterebbe per la città di Ra- 
gnsa die dal see. XIV. Portato al tempo delle Crociate in Albania^ 
sarebbe atato eona errato tino ai primordi di quel secolo nella Oh. di 
S. Vito, non lungi da AntmrL Di là, al tempo dei BdStdì, sarebbe 
stato trasferito a Santa Maria di Eotecio^ quindi a Riigusa, donde dalla 
ehicBa di S. Simeone che r avrebbe aerbato per qualche anno, fiitraafe- 
rito in Sto. Stefano. È d* asbesto. (Cfr. Nodllo — Scriptores I. Mo- 
num. SI. Merid. L p. 198). 



^t^m 



35 



vogliamo dire, in cui nostro Signore, fu riceuuto da 
San Simeone, il giorno che fìi dalla sua santissima 
Madre Maria, nel tempio presentato. Il quale fìi per 
all' bora dato dal Vescouo in serbo à vna sua sorella, 
badessa del Monastero di san Simeone. Ma dopò al- 
quanto tempo, per buoni e grani rispetti, fu leuato 
delle mani delle prefatte suore e monache, e trasfe- 
rito nel duomo fra molte altre reliquie, che ci tengono. 
Ciascun' anno però, la festa di san Simeone, la quale si 
celebra a gli otta di ottobre, portandosi detto velo in pro- 
cessione, viene à passare per la Chiesa di dette Monache, 
e si da loro à basciare il tabernacolo di cristallo, den- 
tro di cui, detto velo sta rinchiuso. Si come eziandio ^®^^ ^®^^*. 
fanno in Ascesi, Città dell' Vmbria, in Italia, nel con- ^ ^ si * " 
uento di San Francesco, del sacro velo, in cui la 
Madonna, la notte del Natale del suo figliuolo, lo 
rinuolse: & il quale altresì, voghono che ella colle 
sue proprie mani lauorasse. Sta questo velo (come 
io l'anno passato 1587. predicando la quaresima nel 
duomo di detta Città, hebbi grazia di vedere) dentro 
d'vn tabernacolo, chiuso con cristallo. E si mostra 
il giorno deUa Annunziata, e si porta processional- 
mente per più commodità dei popoli, giuso aUa Ma- 
donna de gl'Angeli. E dappoi si riporta suso nel 
sacro conuento di San Francesco, à cui fu donato da 
certo Signore Romano, il quale tornaua di leru- 
salemme. 

Dell'anno 871. fu in Raugia vna febre acutis- Cap. io. 
sima, di cui molti moriuano. Ma poi ritrouato certo 
rimedio, chiunque 1' vsava, libero, e sano rimaneua. 
E questo fu il rimedio: latte agro, con acqua fredda 
disfatto. Onde questa sorta di latte, oggi è in fre- 
quente vso à Raugia. Dell' istesso anno, *) i Clarissimi 



*) Secondo alti'i questo tentativo di cui gli scrittori Veneziani e i 
bizantini nuUa sanno, sarebbe stato perpetrato appena nel 942, sic- 
ché avrebbe una qualche tinta di probabilità, coincidendo di tal guisa 
coi fatti dei pirati di Narenta e Ahnissa. — (Romanin, Zanetti, Gfro- 
rer, «d Engel „Ge8chichte dea Freistaates Ragusas"), La leggenda 



36 



Tini zi ani a- 
spiranu al 
domiuìo 4i 
Eaiigift* 



* Lìbenilìtà de 
i HvQgei. 



Sftn Biagio 
dflfeuBore di 



Signori Viniziani (come scriuono l'Istorie di Raugia) 
desiderosi d' impatronirsi di detta Città, & aggiu- 
gnerla al loro imperio^ sotto nomo di volere passare 
in LeiiantGj fecero vn' armata di 112, vele: cioè di 
Galee 35^ di 35. Naui grosse, e d'altri vaselli minori, 
fino al numero di 42. Et esscndoscEe venuti, parte 
sotto lo scoglio & Isoletta della Croma, e parte à 
Granosa, amendue luoghi vicini alla Città, e che la 
pongono in mezzo: danano ad intendere d'aspettare 
eerto auuiso di Leuante '). Il Senato, hauendo in quei 
giorni riceuuto il presente, secondo le conuenzioni, 
che hauea coM Bossiiiesi^ mandò a donare per ogni 
Galea, e nane, due castrati: & à gl'altri vaselli mi- 
nori, vn solo per ciascuno. E niente sospettando di 
fraudo, laseiauano entrare nella Città quanti no ve- 
niuano, ^ andaiiano. Hora accadde, che à m certo 
dinoto sacerdote, pio nano di santo Stefano, addiman- 
dato don Stoico, iù in visione notturna riuelato, come 
i Viniziani erano quiui venuti per opprimere la Città, 
& à loro soggiogarla, E come già egUno haucrebbono 
il loro desiderio ad essecuzione mandato, se non fus- 
sero istati spauentati da vn santo Vescovo, con lunga, 
e canuta barba, chiamato San Biagio. 11 quale tutte 

delF apparizione di San Biagio^ cade diniiaDzi &J fatto che qaeab 
Santo è caioamuto a Ragusa appemi dopo ìi 1206. Del reeto V Au- 
tore rifeiìsctì questo fatto tanto circonstauziato, aggiuagendo : „come 
acrlvoDO le istorie di Raugìa^'^ — con la qoak dichiarazione iuteude 
ipoglìarei d' ogni ree pou sabilità dinnanzi agii aDoaliati veneziani. 

*) La precifiione con la quale i erontati locali accennano a fatti 
del secolo nono, concretando il numero p. e. delle navi e la loro 
apede^ quello degli indìyidai, e la condizione e il casato loro, e si- 
milì, nonché il valore delle merci ec^. basta essa sola per metter in 
dubbio la aerietà dagli asserti. Cronaclie o tnemorìe anteriori al sec. 
XV. non ei hanno^ documenti nemmeno ; né memorie ce ne lasciarono 
gli scrittori bizantini o i Veneatiani clie avrebbero potuto e dovuto 
esservi interessati. Di questo fatto V Kngei parla air anno 9B3, met* 
tendolo, che si su, in dubbio (Cfr, Appendini p. 246. L). Fatto ^ che 
il doge Orseolo, aveva il figlio al governo di Bagusa, ma che il pre- 
stigio veneziano in questa città fu breve, avendone dovuto eedere il 
dominio ai bizantini. Dai trioni! di questi contro ai Yenez. i orouisti 
locali si giovarono per fiorirne 1' impresa anche a proprio vantaggiu. 



don Stoico al 
Senato. 



37 



le notti, che quiui eglino erano istati, con vna valo- 
rosa compagnia di giouani, era ito intorno alle mura 
facendo la guardia. Riferì il buon Sacerdote il tutto 
per ordine al Senato. Onde se ne resero grazie al 
Signor' Iddio, & al Santo Vescouo loro difensore. E 
dappoi con molta prontezza, e con grande vnione, si 
disposero di mettere la vita per difendere la propria 
libertà. E così notte, e giorno guardando con molta 
diligenza le porte, e le mura, attendeuano alla loro 
saluazione. I Viniziani per tanto veggiendo scoperto 
il loro animo, e disegno, vna notte d'improuiso par- 
tirono alla volta di Grecia. Et i Raugei, per meglio 
ancora intendere la visione narrata, fecero venire nel 
publico e generale consiglio il predetto Sacerdote 
don Stoico, il quale in questa maniera narrando la 
visione fanello : Ritrouandomi io nella Chiesa di S. Narrazione di 
Stefano, circa la mezza notte, all' orazioni, e salmodia, 
mi parue di vedere tutta la Chiesa piena di gente 
armata. Et in mezzo di quella gente, io vidi vn' huo- 
mo vecchio, di lunga e canuta barba, tenente vn ba- 
stone in mano. Il quale chiamandomi da vn canto 
mi disse come era san Biagio, mandato di Cielo per 
custodire questa Città. E mi narrò, come i Viniziani 
erano venuti alle mura per salirai sopra, seruendosi 
dell'antenne delle Galee, in vece di scale, e come egli 
con vna compagnia di soldati Celestiali, s' era posto 
alla difesa, e gl'hauea ributtati. Ma che per l'auue- 
nire desideraua, che eglino stessi si guardassero da 
per loro con ogni dihgenzia : e che non mai si fidas- 
sero di vicini armati. Intesasi per tanto questa vi- Chiesa di S. 
sione, e conosciutasi da tutti la beniuolenza di detto Biagio edifi- 
glorioso Vescouo, e martire, verso la loro Città, de- ^®***» ^^l 
terminarono di fabricargh vn tempio, e di pigliarlo 
per loro patrone, e difensore, e per insegna del loro 
Gonfalone. E così gli edificarono, à pie del monte, 
vna Chiesa,') & accanto à quella fecero il Palazzo per 

*) L* Autore, accettando per buono quanto gli venne fatto di ap- 
preDdttre dai cronisti locali, e dalla bocca dei novellatori che avvici- 



Palazzo del 
Bettore. 



habitaziooe del Rettore, & vso del consiglio*). Intorno 
à i medesimi tempi, il Duca d'Albania, hauendo 
guerra col Rè di Bossina ricerco da i Raugei, secondo 
le conuenzionij i 500. huomini armati: e ne gli die- 
dono. Onde passato nel Reame di Bossina, con grande 
essercito^ vennero à giornata, e fii morto esso Rè di 
Bossina, disceso della stirpe di quelli di Morauia. E 
per tal maniera il Duca d' Albania s' impatronl di 
quel Regno j e lo possedè con pace intorno à cin- 
qu^anni. Venuto poi à morte, subito il Rè di Mora- 
uia^) lo riacquistò, e perche i Raugci erano istati in 
lega col prefato Duca d'Albania^), furono quanti ne 

nava, confoude date e f&tti dÌTersi, e ne trm un raoconto che eou- 
viene rettificRre (Test. N. J 326-1 353), - 

In sulla, metà del dtigeuto fu eretta uun chiesuola e preeisA- 
meete In quel sito dell' odiernii uscita di Pile, nel (juale^ ^no a noti 
h guarì, vegliaTano ì pubblici gabellieri ; e la intitolarono a sa a Bia- 
gio, Gostitoendola in piev^ del contermine contado. Imperoeoh^ gran 
parte deir odierna città era pur sempre del pomerio, e quindi sem- 
pre, per dirla con frase moderna ,,una eepoaitura oap peli ani ale.** 
E vi atabìlirono lafratiglia della pieve, sotto 1* iuvocazioDe dt quel Santo. 
Poco dopOj là presso, fu ©retto il cenobio delle C'iarisse, ebe ne assun- 
sero il servizio, sicché da principio essa fu detta nChiesì» delle reelose 
deir Cardine di Santa Chiara/ Nel 1470-74 la ebieeuola scomparve per 
cedere il posto alle opere fortificatorie, che tuttora ai veggono. Fu ap- 
pena nel 1348 ebe si èoncluae di ottemperare a un obbligo assunto 
fra jl 1206-12SO, dipendentemente da una seomtinlea fulminata a tutti 
i popoli deir tina e dell' altra riva dell' Adriatico. E, si incominciò 
il lavoro neir estate di quell' anno, onde ne surse la chiesa detta dì 
San Biagio che dal secolo XV. impoi e non prima, h detta intra mu- 
ro9f menti-e dal 1363 la si trova denominata „San Biasio novo", e 
«San Blaxio de platea''. — 

^) Non e eosìi il palazzo se lo si voglia nelle sue forme attuali, 
h opera del 1438, ma rifatto ed alquanto modiiicato, dopo T esplosio- 
ne dell' attiguo deposito dì polvere pirica nel 1473 (Ofr. Sviluppo 
Civile di Eagusa). — Il cosi detto Castello, o come lo chiamano i 
più antichi cronisti ^la torre", era opera del 1200 e serviva nel tem- 
po stesso e da opera fortificatoria per la difesa dal mare e dal mon- 
te, e da sede del Conte o Rettore del Manieipio, Fu demolito nel 
1438 per erriggervi al suo posto V attuale. 

*) V è chi vorrebbe leggere: Morava. 

") L' Anonimo (Cfr. Nodilo 1, e.) ha «vense dalli lochi de Alba- 
nia QD Signor Ducba". — IL Eazzi ne fa un Duca d* Albania. La leggen* 



39 



erano in detto Regno fatti pigliare, e tenuti come 
schiaui. Et alla Città furono interdetti i trafìchi per 
dotto Reame, onde molto vtile, e guadagno traeuano. 
Nell'istesso tempo, vna nane Raugea, di valuta di g^^ t^ji^a dai 
240. mila ducati in diuerse mercanzie, fu presa vinizianì. 
da i Viniziani, e, condotta à Vinezia, fu dichiarata 
persa per contrabando: se bene i Raugei che n'erano 
padroni pretendeuano essere altramente. Sdegnati per 
ciò fecero vn bando sotto pena della vita, che ninno 
Raugeo hauesse più ardimento di portare mercanzia 
alcuna in Vinezia, né trafficare in modo alcuno con 
detta nazione. E così voltarono i loro traffichi in Pu- 
glia, & m Sicilia, doue molto erano accarezzati. E 
furono perciò fatti in detti luoghi essenti da ogni 
dazio, e gabella. Et il. simile fu fatto in Raugia per 
i Siciliani: e si osserua fino al dì d'oggi. Ma non 
corse molto tempo, che i Viniziani, accorgendosi del 
detrimento e danno, che veniua alla loro Città, e 
dogana, per esserui mancata la pratica de i Raugei, 
gli mandarono Ambasciadori con autorità di fermare 
tra loro nuoue conuenzioni: le quah furono queste, 
cioè: che i Raugei douessero ogn'anno dare tre ca- 
rateUi di maluagia al Senato Viniziano, & altri tanti 
di vino riboia, e caualli due bianchi: & in tempo di 
guerra, armare vna Galea à loro spese, in sussidio 
della Republica Viniziana. E dall' altra banda essa Conuenzioni 
Republica Veneta s'obhgaua à restituire ducati 120. *!"* } ^^^^' 
mila, di quelli 250. mila tolti per contrabando della . ' 
prefata nane, e di dare ogn' anno al Senato Raugeo 
14. braccia di panno scarlatto, & vn paro di boni 
saluatichi: & in tempo di guerra dare in loro sussi- 



da ftocenna con molto più di probabilità e verisimiglianza, ad un eroe 
della famiglia, già potente d* Albania, dei Signori Duca (Ducha), che 
per altro appariscono alquanto più tardi. (Hopf, Hertzberg ecc.). lì 
tìtolo e la dignità intera sotto la voce Duca in Bosna, Ercegovina ed 
Albania, non sono anteriori al sec. XV. La Slava dizione Yojvoda, 
quale condottiero d* armati od Herzog e quindi Duca, non ebbe mai, 
nei cronisti dalmati una traduzione. 



40 



dio vna Galea armata. E quelli Capitoli furono con- 
fermati da amendue lo parti, Fanno di Nostro Si- 
gnore yyy e fatta tra loro pace, e santa vnione. ') 
IL Ma prima che fussero fatte questo capitulazio- 

ni, fra i Clarissimi Viniziani^^ e i Signori Raugei : lo 
Imperatore di Con stanti iiopoli, parendogli die i Si- 
gnori Viniziani troppo presumessero ncir Ardpelago, 
e paesi alla dizione sua suggetti, pensò di opporsi al- 
la loro audacia. Ma prima volle ricercare d* liauere 
Lettera dello i Raugei seco confederati. Onde mandò loro Michele 
Jm^^eratore 11 (ji^jyjQrQ Ambasciadore, e con vna lettera di questo 
^^^^*' tenore^), Flauendo Noi considerata la grande ingordì- 
gia, 8c- il gran desiderio di regnare, e di amphare il 
loro dominio, di queUa nazione, da diversi paesi ol- 
tramontani, congregata in quel capo di Golfo: La 
quale tutto quello che possiede, con iraude, e rapina 
, ha conquistato : e non contenta di quanto malamente 
ha vsurpato, tuttauia pare che cerchi d' allargare il 
suo imperio, & anco d' entrare nelle terre, e ne' ma- 
ri nostri: ci siamo deliberati d' andarle sopra con 
tutte le forze nostre, e non solamente ricuperare le 
cose à noi toite^ ma priuarla ancora, così ricercando 
i cattiui suoi portamenti^ del proprio suo. Onde ci è 
paruto di communicarui questo nostro pensiero: & 
insieme richiederui, che vogliate essere con noi in 
lega, come sempre la Città vostra è stata all' Impe- 
rio confedei'ata. Nò già altro vogliamo da voi, se non 
che ci diate ottanta huomini esperti neh' ari.e del na- 
uigare, per mettergh sopra la nostra armata, e con 
dare loro honesta prouisione, E di più vogliamo tre 
gentil' huomini vostri di giudieio, e prudenza, i qua- 
li col Capitano nostro geneiale imbbiamo il carico di 



') Ma efr, Romanin. Voi L p. 273 e aeg. a, n. Voi IL 
^) Cfr. Anonimo p. 23, l e. e nota relativa del prof. Notlìlo — 
noiieliè il Bagnlna l c« p. 203^ oseervando clie eutrambi anticipano 
questo fatto di 18 anni, ammettenriolo al 9S0-8L Altrettanto uegli 
Annali del Restì (l e.) p. 31-2. Però la patente imperiale del Razzi 
si flcoflta alquanto da quella dai precitati. 



41 : 



tutta r impresa. Hauendo Michele Caluiero esposta 
la sua commessione, e data la lettera : & essendosi so- 
pra di ciò fatto consiglio, la risoluzione fu di fare 
quanto sua Maestà ricercaua. Onde l' Ambasciadore 
(accarezzato al solito dal Senato, e presentato) sene 
ritornò in Constantinopoli. E non molto dopo hauen- 
do r Imperadore messa insieme vn' armata di ot- 
tanta legni, cioè di 25. Naui grosse, tolte à soldo da -armata Im- 
i Genouesi: di Galee 24. di fusto 25. e di fregate T"*^* * ^'^ 
sei, sotto Teodoro Greco Capitano generale, huomo 
molto accorto, e prudente, vno de suoi più familiari 
baroni, la inuiò fuori dell' Arcipelago, alla volta di 
Vinezia. Et arriuata à Raugia, sotto lo scoglio della 
Croma, le furono dati ottanta huomini esperti alla 
nauigazione; i quali furono distribuiti, vno per va- 
sello. E sopra la Galea Generale furono posti tre 
gentil' huomini, secondo la dimanda fatta. I quaU 
furono il Signore Sime di Barba, *) il Signore Bonda 
de Bisto; & il Signore Sergio di Canena,^) Senatori 
valorosi, e di gran giudicio. Rinfrescatasi per tanto 
detta armata in Raugia, e prouedutasi di quanto le 
faceua di bisogno, partì verso Vinezia, & arriuata nel 
porto di Pola in Istria, quiui soprastette alcuni gior- viniziani per 
ni per intendere i mouimenti de nimici : & anco per lo meglio 
quindi fare la parenzana, cioè il passaggio del Golfo chledon la 
con più commodo loro. I Viniziani in tanto hauuta P*®*- 
la nuoua, come l' armata imperiale di già era giunta 
nel porto antedetto di Pola, presero per miglior par- 
tito di humiliarsi, e di non tentare altramente la for- 
tuna della guerra, ò aspettare V esito incerto, e 
dubbioso della vittoria. Onde creati tre Ambasciadori 
gli mandarono al Capitano generale, sopra di vna 
loro Galea, con ampia facoltà di capitolare nella ma- 
niera, che hauesse voluto esso Capitano. Arriuati, 
adunque, primieramente addimandarono la pace, pro- 

*) Voleva dire : «Barabba", dacché altrimenti non trovasi nemmeno 
presso i cronisti locali. La famiglia Barabba, per altro, appartiene a 
tempi di molto posteriori. 

') I Cronisti locali hanno Catena i quali ci vennero da Cattare 
^pena nel seo. XIY. 4 



42 



Condiiionl 
delk p&oei 
trft lo Impe- 
dore, • Vjiii- 

2ÌtJlÌ. 



or Ambft- 
ici&dori UDII 
iogUoQO 
poitifcr pena 



mettendo di restituire tutto quello^ che neW Arcipe- 
lago hauessero ingiustamente vsurpato allo Imperio, 
e di pili di pagare 15<K mila ducati per la spesa fat- 
ta neli^ armata* Et à i Haugei confederati promette- 
uano la restituzione di ducati 150. mila, di quelli 
che per contrabando tolti gì' haueano. Il ffenerale 
intesa la proposta de i Viniziani, & havendone preso 
parere da i tre gontiT huomioi Raugei, di loro con- 
sigliOj e per molte efficaci ragioni da !oi"o addotte, 
si contentò della pace e delle condizioni ofTerte. Con 
questa buona nuouaj adunque, ritornati gì' Ambascia- 
dori à Vinezia, fecero sì che fra pochi giorni furono 
portati air annata imperiale i cento cinquanta mila 
ducati per i Raugei, & aU' Imperatore i suoi per le 
spese deir armata: & per sicurtà della restituzione 
de i luoghi tolti nelF Arcipelago, furono dati per 
ostaggi dieci gentil' huomint. (Jnde leuatasi V ar- 
mata da Pola, & inaiatasi verso Leuante, come fii à 
Raugia si fermò, & il Capitano generale entrando 
nella Città co' i tre gentil' huomini, tu con ogni 
maniera di cortesia honorato. Ridottosi poi alP Ar- 
mata si pai"tì per Grecia, doue gU fii restituito tutto 
quello, che allo Imperatore era stato tolto, secondo 
le couenzioni della pace fatta. Dopò le quali cose 
passando alcuni Mercanti Raugei in Puglia con ar- 
genti fini, furono dalle Galee ^iniziane presij e sua- 
ligiati, sotto colore di contrabandi. Et essendo stati 
perciò mandati due Ambasciadori dal Senato di Rau- 
gia, per molti giorni che vi stessero, non puotero 
giammai bau ere vdienza. Onde vn giorno quando la 
frequenza del popolo era maggiore alla piazza di S. 
Marco, presentatisi detti Ambasciadori nel mezzo 
della moltitudine, gridarono ad alta voce') in questa 
maniera. Noi siamo venuti Ambasciadori di Raugia 
à questa vostra Clarissima Città, e non habbiamo 
potuto hauere vdienza, Hora siaci in testimonio tutto 
il popolo, che ne hanno tolto il nostro à torto: e ne 

*) Formft di prot«gta piuttoato azzardata, e che uoo si potrebbe anametlere. 



43^ 



scacciano à forza, che non possiamo venire à questa 
vostra Città con oro, e con argento, né con altre 
mercanzie di valuta. Onde saremo forzati di voltare l'Ogat^noa 
i nostri traffichi altroue, e di far bene ad altri paesi, ^? igtor"*** 
douè siamo ben veduti, & accarezzati. Fu suscitato 
nel popolo, à queste parole, gran bisbiglio, e mor- 
morio. Ma gì' Ambasciadori sopra del legno loro, che 
era apparecchiato, senza cercare più audienza, se ne 
ritornarono à Raugia. E fu. dal Senato lodato quanto 
da essi era istato fatto. E furono i prefati due Am- 
basciadori, il Signore lachesse de Luccari & il Si- 
gnore Dobre de Ribiza. Ma poco dopò, rauuedutisi i 
i Viniziani dell' errore loro, fecero, come di sopra 
s^ è narrato, pace co' i Raugei, e gli diedono ampia 
facoltà di trafficare per tutto il dominio loro. Del- 
l' anno stesso 999. hauendo i Raugei accomodate le 
cose loro co' i Viniziani vennero in guerra col Rè 
di Bossina, la quale durò circa quattro anni, e ci 
morsone molti nobili, onde alcune case restarono e- . 
stinte. E cotanto in là andò la cosa in danno de i Raugia as- 
Raugei, che il Rè vittorioso in campagna, assediò la «ediata da 
Città. Ridotti per tanto i Raugei in cotai termini, ^^ ^* * 
mandarono danari in Albania, e quiui soldando gen- 
te, e fatta vna massa di cinque mila fanti, co' i 500 . 
che gì' Albanesi per conuenzione erano tenuti à da- 
re, gli fecero passare nel Reame di Bossina. Onde . 
fu necessario che il Rè, per soccorrere al proprio re- ,-. 
gno, leuasse 1' assedio da Raugia. Il che fece lascian^- 
do però certo presidio in vn Torrione grande da lui 
fabricato à pie del monte, e vicino alla Città su la 
marina, chiamato San Niccolò. E finalmente, stanche 
amendue le parti, fecero la pace, e rinouarono le 
conuenzioni. '. 

Dell' anno 1004. vn Greco di Leuante *) portò ^ap- 12. 
alla Città di Raugia il capo di San Biagio Vescouo, 

*) Del culto di S. Biagio a Ragusa, s' è già detto. L* origine di 
questo reliquiario nou è un mistero. 11 frammento del teschio, o co- 
me generalmente lo dicono ,,la Testa" ne venne a Ragusa, portata da 



44 



e martire^ loro aiiuocato: e gli furono donati 500. 
ducati. Ma questa così asciutta narraziouo, che fanno 
le Cronache di Raugia, di detta sacra reliquia^ ri- 
chiede che noi per la verità delF Istoria, aggiunghia- 
mo quanto di lei sappiamo. Si dee per tanto notare, 
come m Ciuità di Penna, in Abruzzi, nel eonucnto 
di S. Domenico, posto su la piazza di detta Città, 
d ir Auttire ^^ l'^^i'^ua vna sacra testa intera, senza pero la ma- 
iutorDoUte- scella inferiore, nuda di carne^ e bianca quanto vn' 
BtftdiS.Bia- anorio. La quale dentro ù ccKo ricco tabernacolo si 
«io- conserua, sotto il maggiore altare di quella Chiesa, 

serrata con molte chiaui. Delle quali alcune stanno 
appresso de i Rettori della Citta: ^S: alcune appresso 
de i sopranoniinati Padri di San Domenico. E si 
tiene da tutto il popolo per antica tradizione, e scrit- 
ture, che ella sia la testa di San Biagio, Vescouo, e 
Martire. Onde la festa sua, alli tre di Febbraio sì 
celebra con solenne pompa in detta Città. Et il Ve- 
scouo, e clero del Duomo vengono à cantare la messa 
nella prefata Chiesa di san Domenico. E dalle terre, 
e luoghi vicini concorrono assai genti, per visitare, 
& adorare detta sacra testa. La quale in detto gior- 
no, sotto buona custodia, si mostra h tutto il popolo. 
E non è credibile quanta sia la diuozione de i fedeli 
in fare toccare à dotta testa, certe loro (come dicono) 
scanatelle, 5 vero ciambelle, e simil (^ose di pasta : 
le quali poi serbano appresso di loro, senza che si 
guastino, molto tempo, e se ne seruono per gli in- 
fermi, sminuzzandole in vino, ò brodo, e dandole loro 
à bere. E se ne veggono, per la virtù, e meriti del 
" **/*. ì. santo, frequenti miracoli di sanazioni. Hora, essendo 
riforma di ^^ stato mandato da miei huperiori, di toscana a 
AbnizzL detta Cittii e Conuento per Priore dell' anno !575. 



una nave ragmea nel 1^05» 1200 ri* t'ostaiitiuopoli, e pre.Mflamente 
dftlJa Chiesa die m era in mo otiorp^ e eli e fìul m»uoineg8ft uell* in- 
Taaione del 1204, Nota, in ^mmV oevimìùné^ come le leggeDde s* ac- 
cardano quasi totie, nella stabilire V origine degli oggetti sacri in 
grazia a Greci e dal Levante. 



45 



per cagione di certa riforma della nostra Religione 
fatta ne i Conuenti di quella Prouincia: e ritrouando 
detta reliquia, mi volli molto bene informare della 
verità del fatto. Onde trouai in prima, come detta ^«"^^^o*® 
sacra reliquia era stata recata à Ciuità di Penna, da g® *^ .^ 
due Religiosi Padri Pennesi, vno dell' ordine de i Pre- 
dicatori, e r altro dell' ordine de i Minori. I quali 
Ordini furono quasi nell'istesso tempo fondati, cioè 
intorno all' anno di nostra salute 1216. E racconta 
quella scrittura, come, volendo il Vescouo della Città 
portare detta reliquia in Cima del monte, nel Duo- 
mo: come era proceduto alquanti passi auanti, man- 
candogli il lume de gì' occhi, era forzato à fermarsi, 
e non procedere più oltre. Onde veduto questo mi- 
racolo, consultarono di porre detta reliquia sacra, 
sopra d^ un carro, tirato da giouenchi indomiti : e che 
doue quelli andassero, quiui si douessero fermare. 
Et ecco che ciò fatto, s' inuiarono i prefati animali, 
dalla porta della Città Orientale, verso la piazza, e 
si fermarono alla Chiesa di San Domenico quiui po- 
sta. Onde senza controuersia fu à detti Padri, e Chie- 
sa, cotale reUquia conceduta, e ci persevera fino al 
dì d' oggi, in gran venerazione. Ritrouasi appresso 
certa Scrittura in carta pecorina, data in Gaieta, alli 
5. di Dicembre 1411. e sottoscritta di propria mano 
dal beato Giouanni Domenico Fiorentino dell' ordine Beato Gio- 
de i Predicatori, che fu Arciuescouo di Raugia, e poi aanni Dome- 
ancora Cardinale di santa Chiesa : nella quale con- nico AroWe- 
cedeua certa Inpulgenza à coloro, che visitauano, in *®^^® ^^ ^*' 
detto Conuento di Ciuità di Penna, la prefata sacra 
reliquia di San Biagio, il giorno della sua festa. In 
honore del qual santo, era in quel tempo, in detta 
Chiesa, vna compagnia d' huomini spirituali : la qua- 
le oggi è mancata perseuerando nondimeno la di- 
uozione gradissima di tutto il popolo Pennese, in 
verso di detto santissimo Vescovo, e martire. Fui 
nel terzo luogo confermato nella verità di questa sa- 
cra reliquia, da alcuni miracoli intesi, e narratimi da 



46 



Miracoli di 
Sfta Biftgio 
VeseouOf e 
martire. 



I eaiiti aiu- 

elle gli ho- 
uorauo. 



8«condo nii- 
l'acolodlSan 
Biagio Ve- 
icoQo e mar- 
tire. 



testimonij oculari, e degni di forte. De i quali, vno ò 
duo qui ne narrerò. Erano gin in Ciuità di Penna in 
gran nimieizia due casate principali, cioè Scorpioni, 
e Castiglionij le quali amendue tengono titoli di Si- 
gnorie. Hora auuenne^ ctie vn- anno, per la lesta di 
S. BiagiOj solenne à tutta la Città, la famiglia de i 
Castiglioni, offesa, e desiderosa di vendicarsi, fatta 
vna congiura di forse quaranta Imoniini, di cui era 
capo vn Signore Orazio Castiglionij stana aspettando 
che si facesse la solita processione, per vscire d' im- 
prouiso sopra gli inimici loro, & vcciderne riuanti 
n' liauessero trouati. Celebrati per tanto la mattina 
ì sacri vfficijj e volendosi procedere alla solenne pro- 
cessione, in cui si porta detta sacra testa, non fu 
mai possibile elio si potesse aprire il luogo, doue, 
sotto F altare, ella stana con più cliiaui serrata. E 
facendo istanza il Vescouo, e Magistrato, peroche 
passaiia V hora della sacra messa, la quale dopo la 
processione cantare si douea, non pero mai per mol- 
to che vi si affaticassero, si puotè detto luogo aprire. 
Sparsasi fra tanto la fama di questo accidente per la 
Città, vno de i sopradetti congiurati compunto vscì 
di casa, e riuelò al Rettore della Città il trattato i- 
niquo di volere vccidere i Signori Scorpioni, padroni 
della Cappella, in cui detta sacra testa istà rinclùu- 
sa. Onde mandato il Bargello per prendergli, e po- 
stigli in fuga, subito, quasi miracolosamente, il pro- 
fato luogo si aperse, ne iìì canata la sacra reliquia, 
si fece la solenne processione: e fiì da tutti attribuito 
il caso auueniito a miracolo e bontà di Dio, e del 
suo santo martire. Vn' altro miracolo di questa sa- 
cra reliquia, narratomi da persone che si trouarono in 
quel tempo nella Città, fu questo, che ritornando da 
Pescara, fortezza alla marina, lontana da Penna ch'- 
ca 15. miglia, alcuni huomini colle loro bestie cari- 
che di sale, dato loro dal Rè in quella terra, o 
porto di mare : & liauendo in loro compagnia vn pa- 
dre oonuentuale^ il cui ordine si tace por riuerenza 



'^^inif r\ 



47 



de gV altri, & ìncomindando à pìouigginare, che era 
il primo giorno di FebbrarOj hebbe ii dire quel pa- 
dre, poco dìuotOj cho non si sarebbe curato d' af- 
fogare in certo fiume clie poco appresso doueano pas- 
sare, purché fusse piouuto, ik hauesse guasta la fe- 
sta di san Biagio k i padri di tìan Domenico, essen- 
do che quando pioue ci concorra poca gente. Fu detto 
padre da alcuni di quei laici ripreso di hauere così 
parlato. Ma egli niente curando della correzione, 
r istesso, temerariamente, & empiamente raffermò. 
Seguitando per tanto il viaggio loro, ecco che arri- 
uarono al predetto fiume, doue non era acqua più 
su elle al ginocchio. Passarono auanti tutti gì' aUri 
huomini di quella compagnia, sopra i proprij soma- 
ri, e dietro alla soma in groppa. E dopo di loro si 
mise à passare ancora il prefato poco religioso, egli 
parimente in groppa, dietro aUa soma della sua be- 
stia. E come fu peruenuto al mezzo del fiume per 
miracolo di Dio, che vuole che i suoi santi siano ri- 
spettati, cadendo giuso nel fiume, s' annegò. GV huo- 
mini veggendo dietro à loro V asino del frate solo, 
ritornando al fiume, videro la tonaca di lui soprasta- 
ro nel mezzo del fiume air acque, & entrando dentro 
lo trassero fuori di ([uello morto, onde postolo a tra- 
uerso sopra vno de i loro giumenti, così affogato lo 
riportarono alla Città, & al proprio conuento. E fu 
noto il caso auuenuto a tutto il popolo, e si accrebbe 
la diuozione al santo martire di Dio San Biagio. 
Quanto poi alla narrazione fatta dalle Cronache di 
Raugia, che da vn (Treco Leuantino fusse portata r^^'P,*^.'*®/' 
detta sacra testa m Rangia, 1 anno di nostra salute ^ ot^trarìo 
Mille e quattro, si dice prima, che questa narrazione 
così digiuna, viene à essere sospetta. Peroche in cose 
di tanta importanza, non basta dire, che fu recata 
da vn (xreco di Leuante: ma bisognaua aggiugnere, 
dond* egli V aueua liauuta, e che segnali ne daua. 
Peroche in somiglianti aftari si commettono tal' bora 
delle fraudi : & in vece di legno della Croce di Chri- 



'48 



sto, si dà del legno di qualche barca (come si legge ^ 
essere auueniito), quantunque io somiglianti casi, pu- 
re assai vaglia la buona, e sincera fede. Dicesi dap- 
poij che dato, che sia yero, come piamente si pun 
credere, che cotale sacra reliquia fusse qua in Rau- 
gia portata dal prefnto (ireco, auanti che fiissero 
gì' ordini di San Domenico, e di San Francesco, 
puotò nondimeno auuenire, che dopù dugento, e più 
annij i due Frati predetti la trasportassero da Rau- 
gia oltre à mare, in Ciuità di Penna loro patria in 
Abruzzi. Essondo che alcuni non si facciano taP bora 
scrupolo di torre somiglianti reliquie, e trasportarle 
da vn luogo a vn" altro. Lo che nondimeno, con buo- 
na conscienzia non si può fare. Anzi è sacrilegio 
grande. E qui mi occorre dirui. Signori miei Rau- 
gei, che per quello che questo prosente anno 1588. 
ho osseruato nella solenne festa del vostro san Bia- 
gio, ageuole sarebbe U rubare, ò scambiare alcuna 
deUe vostre tante sacre reliquie. Imperoche quando 
Auuertimeu- g- pipoi^timo à vna à vna, da tanti ministri, e reli- 
giosi di diuerse regole, su per quelle scale, sopra le 
volte della Chiesa, senza fatica veruna, potrebbe chi 
che sia, iniquamente però, trarsi di petto (lualehe- 
dun' altra testa, ò braccio fatto fare a posta : e quel- 
lo presentare a ehi la su riceue dette reliquie: o via 
seco riportarne la vera testa, ò braccio. Ma come il 
fatto della testa del glorioso Vescovo, e martire 8un 
Biagio b' andasse: eerta cosa è, e F atlermano, r>ltrn 
all' Arciuescouo vostro nominato, i Sacerdoti della 
vostra CattJiedrale, che al presente viuono, e che più 
anni hanno tenuto a custodia, e tengono ancora dotto 
sacre raliquie: come nella testa d' argento, che si 
dice di San Biagio, non è altramente la testa di detto 
santo, ma solamente vn' ossicello di quoUa, di gran- 
dezza (dicono) d- una piastra d' argento moneta così 
detta. E cosi in molte braccia, ò gambo d' argento, 
non sono le braccia, ò gambe intero de i detti santi, 
ma alcuna parte di quelle. E questo sia detto per la 



Bau gei. 



49 



verità del fatto, e della cosa istessa. Imperoehe, Si- 
gnori miei Illustrissimi di Raugia, se in tutte le co- 
se, & affari dobbiamo sempre cercare, & amare la 
verità, massimamente in queste cose spirituali, & ap- 
partenenti alla religione nostra Christiana. Diremo ^oJ^cl^sione 
per tanto, che nostro Signor' Iddio, veggendo che il ^^^. ^^^^^^ 
glorioso martire San Biagio era senz' altra occasione 
di reUquie sue, molto honorato in questa vostra Cit- 
tà, per la singolare protezione che egli ne tiene: ha 
voluto à maggior gloria di lui, che per cagione di 
detta testaj egli venga altresì ad essere grandemente 
honorato, e riu erito nella Città di Penna, in Abruzzi. 
Come anche per cagione d' vn sacro braccio di lui 
viene molto glorificato in Marsilia, nobihssima Città 
di Prouenza, in Francia; e per conto della sua ma- 
scella inferiore (come dicono) in Napoli; e per ca- 
gione d' vna parte della sua sacra gola, grandemente 
è riuerito a Canetra, villaggio su la riua del fiume 
AueUino, tra Rieti, e l'Aquila. Doue si vede vna 
Chiesa, intitolata in San Biagio, e collegiata di dieci 
Canonici. A cui, nella festa di detto santo, si fa gran 
concorso di popoU da tutti i più vicini luoghi. Prie- 
ghi egli hora per noi, che con la sant' anima sua 
si troua in Cielo: e seguiti di tenere in protezione 
quest' alma Città. Ma torniamo aU' istoria. 

Deliberando i Raugei di leuarsi dauanti à gli Cap. 13. 
occhi il Castello di San Nicolo '), fatto dal Rè di Bos- 
sina quasi su le mura della Città: presero famifia- 
rità col Castellano, Vgo*) Gradiense : e frequentemente 
lo presentauano, e spesso seco banchettauano. Dopo 
certo tempo, adunque, alcuni gentil' huomini, più suoi 
intrinsechi, seppero secretamente così bene persua- 
dergli, che, lasciando' la servitù del Rè di Bossina, 

') Questo re sarebbe Bodino, di eui poi parla più tardi (cap. 14.). 
Secondo U Ragnina 1' iipparizioue di Sodino risalirebbe al 1004 ; il 
Besti invece la registra al 1088. — L' Anonimo ignora T esistenza di 
Bodino, e narra ben diversamente l' accaduto, sotto gli auspicii di 
certo Be Stiepan T anno 1016. — 

') Altri hanno Vuco, 



50 



Molte cose 
BÌ komnttkuù 
Appresso del 
mouda, ma 
non appresso 
della verità. 



;;;aBata ile 
Graili onde 
diseesA. 



ei accostasse à loro, con promessione d' ammetterlo 
fra i nobili: che egli s' inchiiiò k fare quanto essi 
volouano; purclit! si saluasse Y lionor suo, di cui, 
essendo nobile C'analierOj molto conto mostraua di 
tenere. Conuennero per tanto, che nel giorno di Pa- 
squa egli facesse solenne conuito h tutti i suoi sol- 
datij e per ciò gli mandarono preciosi %nni, e copia 
di viuande. Poscia siil mezzo giorno^ essendosi ad- 
dormentati, entrando i Rangei à vn segno dato, se- 
condo le conuenzioni, nel Castello, senza strepito^ e 
senza sangue se ne inpatronirono^ e lo disfecero da 
ì fondamenti : gittando la materia di quello nel ma- 
re: àccioche di essa non si potesse giammai per al- 
cun tempo riedificare. Et in detto luogo fu poi edi- 
ficata vna Chiesa à san Niccolo la quale, ciascun' an- 
no fino al dì d^ oggi^ è visitata il giorno di Pasqua, 
dall' Illiistrissimo Rettore, e Consiglio. Furono nella 
presa del Castello fatti prigioni tutti i soldati, eoo 
r istesso Castellano, che fra essi dormienti s' era 
posto, E riscattandosi tutti gli altri, e ritornando alle 
patrie loro, il Castellano solo Vgo Gradiense si ri- 
mase à Raugia, e fu anouerato tra i nobih: e da lui 
sono discesi quei nobili, che oggi si chiamano di 
Gradi. E la predetta presa, e rouina del Castello di 
S. Niccolo, auueane il dodicesimo anno, dalla sua 
edificazione. Tirarono poi i Raugei vna fortissima 
muraglia, dal lito del mare, ou' era il predetto Ca- 
stello, sino all' altra i-iua del mare verso Ponente : 
ma chiudendo ui buono spazio della costa del monte 
Vergato: e questo por più aggrandire la Città, & an- 
che renderla più forte. E quel terreno così racchiuso 
dentro alla nuoua muraglia, diedono h chiunque ne 
volle per fabbricarci : con patto però^ che pagassero 
per ogni braccio quadro, vn grosso e mezzo, per 
ciascun' anno, in perpetuo, al comnume. E questi so- 
no gli affitti, i quaU si pagano, fino al dì d' oggi, 
dal Senato Raugeo al Rè di Bossina : per la rouina 
del Castello di san Niccolo. Di cui si turbò grande- 



51 



mente da principio il Rè Stephano: ma poscia ri- 
conciliatosi co' i Raugei, gli tolse in protezione, 
dando nelle loro mani il gouerno di quasi tutto il 
Regno suo: e molti di loro facendo suoi baroni, e 
ponendogli ne i maggiori vffici del suo Reame. Co- 
tanto fu egli poi amoreuole de i Raugei. 

Dell' anno mille e trentotto di nostra salute, C»p. 14. 
essendosi i Signori Viniziani impatroniti d' alcune 
Isole in Leuante, e dissegnando di fabricarui certe 
fortezze, fecero vna grossa armata; caricando altresi 
alcune Naui di calcina, di sassi, e d' altre cose ne- 
cessarie per fabricare, e sopra quelle conducendo an- 
cora da trecento Maestri muratori. La qual cosa ve- 
nuta alla notizia de i Raugei, e sospettando, che vo- 
lessero fare qualche fortezza sopra vn certo scogUo 
vicino alla loro Città di verso Ponente, e metterle 
quasi vn freno: con ogni diligenzia, e prestezza mi- 
sero mano eglino stessi à fabricarci ' vn Castello. E q**, 
cosi in termine di due mesi, lo finirono, chiamandolo f^tto in due 
Castello di san Lorenzo : per cagione d' vna Cap- mesi, 
pella, che in quello fecero') à detto santo dedicata. 
E poco dopò 1' armata Viniziana, senza punto fer- 
marsi in quello di Raugia, passò in Leuante. Edifi- 
cò due fortezze, vna sopra d' vno scoglio detto Ar- 
miro: e 1' altra sopra vn' altro scoglio, detto Schiro. 
Ma come suole accadere à color che guereggiano, 
che sempre vanno cercando di sparagnare, interuen- 
ne quell'anno à i Clarissimi Signori Viniziani. Im- 
peroche volendo auanzare, dichiararono à i soldati, 
come il mese si douea intendere, e computare di 
33. giorni. Onde ueniuano à risparmiare la paga d' vn Vmiziani 
mese per ciascun' anno: e pagare solamente vndici ^]|^^^i»|^l 
paghe per anno. Dalla quale nuoua vsanza, e dichia- q^. 
razione, risentendosi alcuni prouisionati, e principali, 
& addimandandone la causa, fu loro da alcuni ri- 
sposto, ò per burla, ò per dauero, che si dicessero: 

') L» eappella a S. Lorenzo fa opera ben posteriore, dovuta a una 
eolonia fiorentina, ohe quivi d' intorno esercitava V arte della lana. 



m 



che ciò si faceiia, peroche V armata nel venire da 
A^inezia verso Leuantc, ora per negligenza lorOj co- 
tanto tardata à comparire sul I^augeo, elie essi ha- 
ueanoj preoficupando la loro venuta, labricato il Ca- 
stello di san Lorenzo sopra quello scoglio, doue e- 
glino intendeuano quando fussero giunti h tempo, 
di fabricare vna fortezza inespugnabile. E da quel 
tempo in poi, i Galeotti sempre hanno chiamato il 
pftg», ^^^^^ Castello di san Lorenzo, il Castello di mala 
paga'). E quando tal' bora ci passano sotto per mare, 
sogliono gridare & vrlare, come è vsanza de i mari- 
nari, fino al Cielo. 

Dell' anno mille cento sedici '^), Luigi Rè d' In- 
ghilterra, con la Regina sua consorte, per voto fatto 
da loro, andarono sopra vna naue grossa viniziana 



Castello di 



C»p. 15. 



') E eomputare di 33 gìoroìV Quepf h la atorm del caetello Mal- 
pugft di Zar», applicstft a. favor di Ragusa e del suo oftstello. S. ho- 
reo^o, ehe ud 1038 uou auBsisteva. Anzi In quel tempo nessuno a 
Hagiisa Jivrebbe nemmeno uauto immaginare che, frjk duecento e più 
aDDÌ UQa colonia ìnduatriale lioreutina Avrebbe ivi erotto il proprio 
oratorio ìutìtolandolo al santo onde avrebbe preso il nome. DiippriniH 
il Bolo |iromontorio, poi quel forticino che più tardi, cioè nei secoli 
XV. e XVL avrebbe prese le dimensioni dell' attualo castello di Snn 
Lorenzo. Eppoii Sì dava ai Galeotti una paga? A t[Uìkìì coiidiziyiji 
erano ingaggiati 1 mìJitiV II fatto h cke anche a Zara sì tratta d* n uà 
eemplice leggenda^ intesa forse a velare i meriti o le vioieu;&e dì un 
tal Provv. Generale ilalpaga. 

') 1116 Secondo tutti i Cropietl locali, meno 1' Anonimo che e la 
tonte a cui attinge Ìl Razzi, fu Kiccardo cuor di Leone, come lo dice ant^he 
il Eesti, nel 119K — Secondo gii alti'i scrittori il l'è sarebbe arrivato 
a Ragusa con la regina et con tutti li sui baroDÌ. — Fatto h che 
tìu dai tempi più autichi i nobOi ripeterono eempre in tatti i docu- 
meuti relativi alla cattedrale^ essere questa e illesa nna loro iatituzloue 
(Cfr- Istii Maritt. sanitarie della Hp, di Ragusa, e Sviluppo Civile). 
Ciò ehe cosi e non altrimenti potrebbe essere, dacché consta anche 
la provenienza dei capitali assegnati a questa fabbrica, cioè da una 
imposizione addizionale air arboratico. Ma vedi mo che ne dicono 
Guijlklmo di Tiro, e lo Statitfù di Ragusa, Si sostiene poi, in cam- 
bio di questa eretta a spese di Ricciardo, i Ragusei n' abbiano poi 
fatta una a spese loro suir isola di La Croma. — Riccardo fu di ri- 
torno dalla spedizione dì Terrasanta, in sul Unire del 11^2. 



53 



in lerusalemme. E nel ritorno, entrati che furono 
nel Golfo Adriatico, si leuò tanto gran fortuna, che 
si tenevano per persi. Ma fatto nuouo voto al Si- y^^ ^i qnan- 
gnore, & alla Madonna, se erano liberati da tal pe- to giouamen- 
ricolo, di fabricare, in quel luogo, doue prima arri- to liauo. 
uassero à saluamento, vna Chiesa alla Madonna delle 
grazie, con ispesa di ducati centomila: & vn' altra 
somigliante, come salui fussero arriuati nel regno 
proprio in Inghilterra: scorsero con la nane salua, 
per la Dio grazia, sotto lo scoglio della Croma, vi- 
cino mezzo migUo à Raugia. Smontati per tanto in 
terra il Rè, eia Regina, resero grazie al Signore. E 
per adempiere il voto loro primo, dissegnarono di fa- 
bricare sopra detto scoglio la prima Chiesa. Intanto 
i Raugei, intesa la venuta di così gran personaggio, 
con doni conuenienti, mandarono dodici gentil' huo- 
mini à pregare il Rè, che volesse degnare di venire 
alla loro Città, e quiui posarsi sino a tanto, che fusse ^ "'^'^^"p^^. 
tornato buon tempo per nauigare. La qual cosa fé- g^j 
cero ben volentieri il Rè, e la Regina. E venendo 
nella Città, furono con grandissimo honore riceuuti, 
& in tutto quel tempo, che vi dimorarono, ben trat- 
tati. Et ottennero i Raugei da sua Maestà, che la 
Chiesa, la quale voleua fare nell' Isoletta della Cro- 
ma, si facesse nella Città. E sopra di ciò impetrarono 
dal Papa la licenzia, e permutazione. Con patto pe- 
rò, che eziandio in detta Isola della Croma') si edifi- 
casse vna Chiesa collegiata à honore della Vergine. 
Esortarono appresso i Raugei, sua Maestà che li- 

') La Croma, originaria proprietà della famiglia cobì detta dei Ve- 
terani (primigenii di Ra^sa), fi^i da un illustre rampollo di questa 
deyolnta a sostegno de' certi suoi poverissimi congiunti e di altri 
poveri delle più antiche casade raguseo. Perciò vi tu eretto un bre- 
fotrofio, alla cui testa delegavasi un sacerdote. Altra famiglia che 
contribuì poi al lustro dell* istituzione fu quella dei Proculi, e pari- 
menti nel secolo XIII. La venuta dei Benedettini è inerente alla re- 
golazione deir istituto. I documenti (cfr. Parlati, Kukuljevió ecc.) 
alludenti ad altri fattori, sono altrettante mistificazioni dei sec. XV. 
e XYL delle quali conviene studiare attentamente lo scopo. 



64 



Rèd'lQgWl- 
tenra ìu Aq- 



mntk. 



Duomo (li 
Bau già quAQ- 
do fatto, eoo 
^UABta ipeB&. 



Mon&ebro 
delift Croma 
ffttto dft t Hn- 



Cap. 16. 



cenziasse la nane viniziana^ e di' eglino sopra vna 
loro Galera bene à ordine, V hauerebbono condotta 
douanf-iae liauesse voluto. K così licenziando detta 
nave si stette alquanti giorni in Raugìa. Dopò con 
la Regina, e con tutta la corte sua sopra la galera^ 
& altri legni Haiigei, passarono felicemente in An- 
cona \). E smontato in terra il Rè, donò al Capitano 
della Galera ducati cinquecento. Ma prima che par- 
tisse da Raugia, lasciò vn suo gentil' liuonio con 
gran quantità di danari: acciò si desse principio alla 
nuoua Cliiesa. La quale fu incominciata dell' anno 
1116, e fu finita delF anno 1160. con ispesa di 80. 
mila ducati. Et il rimanente sino à centomila^ furo- 
no consignati ò i Signori per fornirla d' altre cose 
appartenenti al culto diuìno: e fu presa por Catte- 
ditale, e duomo della Città. Fecero dappoi i Raugei 
fabricare sopra lo scoglio della Croma, secondo la 
intenzione del prefato Rè, vna Chiesa con vn Mo- 
nastero di Monaci di San Benedetto negro. E voglio- 
no che detti padri fussero obhgati ciaschedun' anno 
in perpetuo, nella festa di Santa Maria Candelara, 
ò vero della Purificazione, di venire à cantare la 
messa nel prefato duomo della Città: e questo per 
memoria di detta fabrica. La qual cosa si osscrua 
fino al di d' oggi. Se bene ci è nata tal- bora qualche 
difficultii, essendo che alcuni Arciuescoui non hanno 
voluto permettere che V Abbate di detti Reuerendi, 
celebri all' Altare maggiore della sua C'hiesa con Mi- 
tra e Pastorale. Onde questo presente anno 1588. 
r Abbate, per non derogare alle ragioni sue, non 
volle cantare egli la messa, ma la fece cantare a 
vn' altro padre loro, che non era Abbate di Mitra, 

Dell' anno 1122. hauendo i Raugei ornata la 
loro Città di molte belle fabriohe, & essendo cresciuti 
in facoltà, e ricchezze: incominciarono i nobili à so- 



') Per recarsi di là al suo paese, attraverso gli stati di Leo- 
poldo V ?l 



55 



spettare V vno dell' altro, e temendo che qualchedu- 
no di loro non si facesse tiranno: di commune con- 
senso, e parere, per obuiare à ciò, mandarono Am- 
basciadori à Vinezia, quello Illustrissimo Senato pre- lettore Vini- 
gando, che volesse compiacergli di mandar loro ogni ^!*'*® " 
tre anni, vn suo gentil' huomo per Rettore: con 
patto però, che nulla disporre potesse intorno alla 
loro Republica, senza il consenso della maggior parte 
del Consiglio. Hebbero i Viniziani molto grata cotale 
dimanda, così mandaro il chiesto Rettore, al quale 
fu da i Raugei ordinata vna assai honesta prouisione. 
E così per ispazio ^) di trent' anni si gouernarono, es- 
sendo loro mandato, ogni tre anni, nuouo Rettore da 
Vinezia. Da i quali ageuolmente puotero apprendere 
la maniera del loro ottimo gouerno. In questo tempo 
furono edificate nella strada principale molte habita- 
zioni, e case, all'vsanza uiniziana, come fino al dì 
d' oggi perseuerano. 

Intorno all'anno 1150. essendo i Raugei venuti 
in discordia col Rè di Rossina, mandaro à chiedere 
aiuto à Viniziani, e gli furono mandati 500 huomini. 
I quali, arriuati nella Città, incominciarono, come so- Soldati li- 
uente sogUono i soldati, à fare di molte insolenzie, cenziosi. 
come di sforzare donne, & altre somiglianti cose. E 
si pareua che il Rettore dissimulasse: anzi desse loro 
ardimento, e fauòre. Perloche stanano i Signori Rau- 
gei di m^a voglia: e si doleuano d' hauere (come 
si dice) compro il mal loro, à danari contanti. E 
mentre che stanano pensando, in qual maniera si 
potessero cotal morbo leuar dattorno: ecco che nella 
Città vennero auuisi, come il Rè di Rossina, solle- 
cito neU'azzioni di guerra,^) era comparso ài liti del 

') 11 fatto è che in qnest' anno, come iniuterottamente pratìcavasi 
dal 1175 di triennio iu triennio, rinnovarono i patti e il giuramento 
delle condizioni di rapporto tra Venezia e Ragusa. (Cfr. Esadastes de 
Yarga (Dolci), Pisani, Sclopis ed altri. Meglio nel voi. V. delle Be- 
fortnatioues, Mon, Slav. Merid.). 

*) a. 1150. L'Engel nulla sa di tutto ciò; e nulla il Elaió. Questa 
è r epoca del primo regnante bosnese di cui è noto il nome. Ora si 



56 



Sono Ugliatì 
à pezzi da ì 
BoBiìn&BJ, 



TrJumuirAto 

in Raugìft 
per 40 1 Anuì. 



CrocìMflso 
d' Argento mi 
duomo. 



mare di Narcnta, luogo lontano da Raugia, due gior- 
nate in circa. Onde fatti armare i ninqueconto pro- 
uisionati Vinizìani, con alcuni pochi de loro, gli man- 
darono a certi passi ad opporsi al prefato Rè, Col 
quale venuti a battaglia, furono rotti, e tagliati a 
pezzi, e eosì pagarono la pena delie loro insolenze^ 
e ribalderie. Dopo, essendosi pacificati col detto Rè, 
e fatto mettere à ordine vn nauilio, rimandarono à 
Vinezia il Signor Rettore, con tutta la sua famiglia, 
haueodogli prima fatti molti presunti, e ringraziando 
quel clarissimo Senato della cortesia, & amoreuolezza 
vsata cotanti anni alla loro Citta in mandarle il Ret- 
tore. Significando appresso, come non ne tenouano 
più bisogno, liauendo assai bene appreso il modo 
del loro gouerno. Rimandatone per tanto il Rettore 
Viniziano circa V anno del nostro Signore 1152, e- 
lessero tre gentir Imomìni, cioè il Signor Piero di 
Ragni na, il Signor Marino di Bona & il Signor 
Paolo Uondola, con ordine, che sei mesi per vno 
succesiu amente gouernassero la Città. E sotto tal go- 
uerno, dopo la pace fatta eoi Rè di Bossina, vissono 
in ogni tranquillità, intomo à 40, anni. L'anno 1161 
nella Chiesa di Santa Maria ò vero Duomo di Rau- 
gia, già finito, fu fatto vn Crocifisso^) grande d' ar- 
gento, con la madonna, e San Giouanni Vangelista, 
da i lati, medesimamente d' argento, con ispesa di 
sei mila ducati. E perseuerano fino al dì d'oggi po-^ 
sti fiù ad alto, e sopra Y entrata del choro, con per- 
petue lampane ardenti dauanti. Dopo il reggimento 
del Triumuirato, il quale durò, come s' è detto, qua- 
rant'anni: i Signori Raugei, che ben haueano ap- 
preso il modo di gouernare la loro RepubUca da i 

aa che eoBtui nel llóO comiusae un n^rmAta tingliereee, attraverso ì 
propt domìnt, iti aiuto ai Serbi allora yes-sati dall' imp. Kmtnauuele, 
e Glie questi scoiiiiase i riottosi aulle rivo del T:ira. Fatta la paee 
tiDgaro-bizantiua del 1153, già nel BuecessiTO 1154, Bori6 è perse- 
guitate da Baailìe generale di Emmaiiaele eco. (Cfr. Cinuamo (fcld. di 
Boni). UT. 130-132). ¥. Klaió-Beioieicli l e. 

*} Giusta decumeuti V erezioQe di quel Crooetaao eoe. riiale ftp- 
pena ìklla faccenda metà del see. XIV. 



gT 



Viniziani, crearono vn solo Rettore per voti secreti 
nel consiglio grande, il quale volsono che gouer- 
nasse vn' anno solo. E gli assignarono per sua pro- 
uisione, in detto anno, perperi 30Ò. E così gouer- 
nandosi, viueano in pace, vbbidienti sempre alla san- 
ta sedia Apostolica Romana : né da quella declinando 
in parte alcuna, quello ') che si facessero le vicine loro 
prouincie. Alcune delle quali passarano al rito Greco, 
& altre al Rasciano*) & in molte superstizioni, & er- 
ro'ri. Ma singolarmente furono sempre dinoti i Rau- . f.^f^^ ^^[ 
gei dello sacre reliquie. E da paesi lontani, ne i quali ^^^^ ' 
già era la fede nostra, non perdonando à spesa, mol- 
te ne addussero alla città loro. Di maniera che ella 
oggi ricca si troua, come più lungamente in questo 
istesso libro diremo, di somiglianti sacre reliquie. 

Ondie in questo proposito^) mi occorre di dire, Cap. 17. 
come dell' anno 1249, essendo stati martorizzati à Cat- 
tare (città lontana da Raugia, verso leuante, e su 
l'Adriatico, circa cinquanta miglia) tre fratelli Pie- ^^^-^^q * 
tro, Andrea e Lorenzo, da Sagurouicchi, casata di tarmi. 
Cattare, che teneua la fede Rasciana, discordante 
dalla fede Cattolica, furono così strangolati, & occisi 



*) AUude agli scismi di Bosna o di p]rcegovina, intesi alla 
conservazione del rito nazionale, in confronto della liturgia occid. 
e del latino che i Ragusei vi volevano introdurre. Cfr. In te- 
nebris lux. (Ann. Dal. II). 

•) Non si capisce perchè 1' Autore stabilisce una differenza 
tra i riti greco e rassiano, che sono 1' identica cosa. Vuol forse 
accennare lui pure ai così detti Patareni ... ? 

') La leggenda dell' ac([uisto delle spoglie di questi tre Mar- 
tiri, è architettata dal cosiclctto „i>iii antico cronista raguseo" Me- 
lezio, che, in essa, lasciava lo tracce più sicure ])er fissarne con 
tutta sicurezza l' esistenza in teini)i di gran lunga più tardi. 
(Cfr. Voi. ITI. Reformationes). La Chiesa intitolata ai tre Santi 
cattarini, fu eretta nel 1 3(>4 ; — i corjìi loro vennero pochi anni 
prima (1359) ])ortati a Ragusa. — Sotto il ì)seudonimo di Me- 
ìetius o Meleiinus e nu^glio ancora Meletanus vuoisi riconoscere 
un (jriorgi, abate di Mele(hi, in sul finire del 1400, ed al 
quale altri attribuisce la i)aternità anche del cosidetto „Priv%le- 
gio di Alessandro Magno alla gloriosa nazione illirica**. — Il 
martirio di codesti tre Santi cattarini, risalir dovrebbe al 1169, 
almeno secondo le memorie di Cattare. I corpi se ne conser- 
vano nolla Cattedrale di Ragusa, ove pure hanno l'altare eretto 
col ricavato deUe rovine della Chiesa. 



58 



sen^a sangue, sotterrati in luogo poca praticato, su 
la riua del mare, tra Cattaro e Castelnuouo. Hora 
egF auuenne dopo anni otto, che fii fatta riuelazio- 
ne à vna dinota donna, del martirio, e della sepol- 
tura di questi tre santi huoniini, E le fiì imposto 
elle, andando al Prou editore') di Cattaro, gli riuelasse 
il tutto, e lo richiedesse, che volesse fare opera ac- 
ciò di quel luogo diserto, lusserò transferiti in qual- 
che luogo sacro. Andò la buona donna la mattina 
al Proueditore, e gli narrò quanto in visione le era 
stato imposto. Si rise il detto Proueditore della sem- 
plice donna: ne diede credenza alcuna alle sue pa- 
role. Onde ella, mezzo confusa, se ne ritornò alla ca- 
sa propria. Ma ecco che di nuovo la seguente notte 

Semplifità Y^ uisione medesima le lu fatta. Ritornò ella la se- 
de i buoni j 1 1 . . . «^ . 

derisa conda volta; come la pnma, quasi sognatnce, lu ri- 
buttata, e derisa. La terza notte per tanto le fu in 
visione diuinamente detto che dappoi che c[uini non 
era ascoltata, se n' andasse a Raugia: e V istesso a 
quei Signori riferisse. Ci andò V vbbidiente, e dinota 
donna; fiì introdotta nel consiglio : espose quanto 
r occorreua da dire, e narrò la riuelazione fattale. 
Le prestarono i Raugei fede, armarono vna galea, 
e postini sopra alcuni del clero, sc4oghendo del por- 
to di Raugia alF hora di vespro, arriiiarono sul fare 
della notte al prefato luogo, tra Castelnuouo, e Cat- 
Mìracoii dei taro, circa quaranta miglia da Raugia lontano. Et 
tre martiri. ^^^^ ^\^^ comé SÌ auuìcinarono al luogo, videro lam- 
pade ardenti miracolosamente sopra i sacrati corpi. 
Onde smontati in terra, & incominciando sotto i pre- 
fati lumi à cavare la terra, poco andarono sotto, che 
scopersero i tre saci'ati corpi, tutti intori. E quindi 
da i reu erendi sacerdoti estratti con torcie accese, 
e cantici sacri, gli portarono sopra la galea. Ma vo- 
lendo partire, e la galea, per forza che ci facessero, 

*} 1 Provveditori furono dignità voTio/iaiui, Mowtittiìlii. ai Conti. 
La serie» di questi uUitni datH dai 1421. i'riina di iiuestji «luta, 
adunque, niente di tutto ciò. 



59 



non mouendosi, stimarono che alcuna reliquia di 
essi santi fusse inavertentemente rimasa. Onde ritor- 
nando alla fossa ritrou areno così essere, e tolte le 
reliquie rimase, e dando de remi in acqua, giunsero . 
à Raugia intorno alla mezza notte. E la mattina dal 
clero, e popolo con gran diuozione furono detti sa- 
cri corpi accompagnati al Duomo: e dentro d' una 
arca, con molta venerazione collocati. E narrano, 
come pesando i reuerendi preti le torcie, le quali 
s' erano adoperate in quella translatione, in honore 
de santi martiri, erano dell' istesso peso, che prima : 
onde per miracolo ardendo non si erano consumate. 
Alla denota e povera donna, ìi cui era stata fatta 
la riuelazione, donarono vna casa, e modo da poterci Pentirsi do- 
viuere. E così finì la vita sua lodevolmente in Raugia. ^^ ^ * ^ 

poco giova. 

I Cattarini hauendo inteso della Galera raugea ve- 
nuta ne i loro confini, mandarono à vedere in quel 
luogo diserto, e ritróuarono, come della fossa, in cui 
erano i santi martiri stati ott' anni seppolti, vsciua 
vna fontana d' acqua chiarissuna. E si dolsono d' es- 
sere, per la loro increduhtà, rimasi priui di così pre- 
ciose reUquie. Et in emenda del loro peccato, edifi- 
carono vn' anno dappoi nel predetto luogo vna Ghie- chiesa di S. 
setta à honore de i prefati martiri. La quale perse- Pietro in Ra- 
aera fino al dì d' oggi, con la fontana, la quale non ugia. 
manca mai, sia quanta siccità si voglia. Et i Raugei 
medesimamente edificarono à honore de i predetti 
martiri, nella loro Gittà, vna Ghiesa con ispesa di 
1200. ducati, chiamata S. Pietro. A ciascun' anno, 
alli 7. di Luglio, che è la festa loro, vanno proces- 
sionalmente il Rettore, e Gonsiglio, ad ascoltami la 
sacra messa, e diuini vfficij. 

Dell' anno 1260. essendo ') la Gittà di Raugia, Cap. 18. 
accresciuta di richezze, e di nobiltà, incominciò à es- 



*) DeU' anno 1260 .... Non occorre aggiungere essere codesto 
Damiano una miniatura del famoso Marin Faliero, che man- 
cava air istoria di Ragusa. Malgrado ogni asserto in contra- 
rio, Damiano Giuda, quale patrizio raguseo, non poteva essere 



60 



Tiratmo di 
Umigm. 



Congiura 
ponti'a il 
tiranno. 



sere oppressa dalla tirannide: Imperoclie essendo 
Rettore vn certo DommeianOj della casata di Giuda 
(oggi mancata)^ gentir huomo ricco, e di grand' auto- 
rità nel popolo, ik hauendo finito il suo Rettorato 
d' un' anno, seppe far tanto che ottenne per vn' al- 
tr' anno la rafferma. E venuta poscia la fine del se- 
cond' anno, ingagliardito ria i fauori, e dalle molte 
sue ricchezze, non lascio altramente raccogliere il 
consiglio à fare nuoua prouisione di Rettore. Ma 
volle tirannicamente seguitare egli stesso, gouernando 
ogni cosa h suo beneplacito, fauorito dalla plebe, e 
da alcuni de' nobili suoi aderenti. Già erano corsi 
due anni e più, della sua tirannide, quando grande- 
mente ella incomincin a rincrescere à tutti, <& à co- 
loro massimamente, che per affinità à lui congiunti 
erano : superando Y amore e la libertà della patria, 
ogni vincolo di parentela e d" amicizia* Pirro per 
tanto Benescia, suo genero, e giouane di grand' a- 
nimo, & amore verso la patria, chiamati occuUamen- 
te in casa sua alcuni de principali del Senato^ i quali 
sapeva singolarmente odiare la tirannide del suocero, 
trattò con essi il modo del riuuiouerlo. E s' offerse 
d' esser' egli principe in tanta impresa, per liberare 
la patria dalla servitù e dalla tirannide di colui, il 
quale, dovendosi contentare d' hauere luogo vguale 
tra suoi concittadini, s' era voluto per forza far capo 
e superiore. Piacque à tutti il consiglio del Benescia. 
Ma perchè il negoeio era difficile, deliberarono di 
servirsi, in tale affare, d' aiuto esterno (partito, co- 
me alcuni poi stimarono dall' euento, pernizioso). Im- 
peroclie, cercando di scuotersi dal collo il giogo della 



aUoi*a alla testa del Comune, che se vi fosse titalo in aede va- 
eante, avrebbe avutn al suo fianco altri dup juttrizi, e il ix>trì- 
nienlo ne «archbe durab» non più di tre mesi, A^fi^iu ridono al- 
cuni cronisti essere stata pf v V azion di Damiano, eussa e han- 
ditft dal seg-gio patri/Jale la famiglia Juda: fiorò, dopo poehi 
anni se la rinnova al potere, e akuni de' «uoi investiti di o- 
norevoli incarichi (Cfr. Mataa, - Meletii Versus}, 



61 



servitù d' un loro cittadino, si tirarono addosso la 
tirannide d' vn forestiero. Era in quel tempo la Re- ^®^ cacciare 
publica Vineziana di molta nominanza, e fama: non J'! ^ ®^^^ 

■^ tolsero vno 

tanto per 1' ampiezza del dominio, che all' hora non strano. 
era molto: quanto per cagione della giustizia che 
amministrauano : e delle buone leggi, con cui si go- 
uernauano. Niente per tanto temendo di fraude, con- 
chiusero i congiurati Racusani che Pirro Benescia, Fraude dir 
sotto colore di mercatura si transferisse à Vinezia, e ^^^ ®^ ^®®' 

ricercasse à nome di tutti loro da quel clarissimo 3"^ ^, ^ 

., n r ^^ patto, 

senato aiuto per cacciare il prefato loro tiranno, e 

ricuperare la loro libertà. Nauigò il Benescia à Vi- 
nezia, fu introdotto in Senato, espose quanto gl'era 
stato commesso, e raccomandò caldamente il negocio. 
I Viniziani, non partendo dalle creanze mercantih, 
alle quaU per lo più è proprio di procurare sempre 
più i commodi particolari, e le priuate vtilità, che 
hauere rispetto all' honesto, & al giusto, promisero 
di faro quanto i Raugei addimandauano : ma con 
patto che, cacciato il tiranno, il gouerno della Città 
venisse nelle mani loro. Acconsentirono i congiurati 
à questo per l'odio della domestica tirannide: e' per- 
chè altra volta si ricordauano d' essere istati ben 
gouernati da quel Senato. E così i Raugei non solo 
imprudentemente, ma con nota altresì di ribellione 
dall' Imperio, il giogo della seruitù veneta sopra di 
loro s' accolsero^ Imperoche non doueano (come poi Dopo il fat- 
dissero alcuni sani) fare ciò, senza consultarne l' Im- to ciascun 
paratore di Constantinopoli, à cui all' hora la Dal- ^^ ^^^^ 
mazia apparteneua. Ma eglino in questa guisa fa- ^^"®^^ ^^• 
cendo, non vennero altramente liberati dalla tiran- 
nide: ma cacciarono vn Signore meno potente, per 
haueme vn' altro di più valore. E doue haueuano 
vn solo perpetuo signore, incominciarono ad hauerne oue il valor 
vno per anno, e quello anche forestiere. I Vini- nongiugne, 
ziani, per tanto, essendo nel modo detto conuenuti industria ar- 
co'i Raugei, sotto specie di voler mandare vn' Am- ^'*"*- 
basceria all' Imperatore, armarono due galere, e di 



62 



Molto bene 
il Benescia 
sapeu fìn- 
gere. 



valorosi soldati empiendole, comandarono à i Capi- 
tani di quelle, che vbbidissoro in ogni cosa al Bene-i 
scia: che con i due fìnti Ambaseiadori alla patria' 
ritornana. Giunto le due galere à Haogia, se n' an- 
dò il Beneseia al suocero suo^ tii*anno: gli narrò co- 
me le due galere vinixiane erano incaniinate all' Im- 
peratore in Constantinopoli, e come gV Ambascia- 
dori erano due dei primi geniiF huomini di quel Se- 
nato, i quali per cagione di seco contrarre amicizia, 
qiiiui erano diuertiti. E che per ciò era suo debito 
di conuitargli air hospizio^ ^S: vsare loro ogni sorta 
d' amoreuolezza. La qual cosa facendo, gli haiierebbe 
apportato insieme, & vLilc, cV honoro. Il tiranno niente 
sospettando delle parole del genero, benignamente 
conuitò gì' Ambasciadori al palazzo suo: & accet- 
tando eglino lo inuitOj gli riceuò e trattò cautissi- 
mamente. Dopo il desinare, esortò il Henescia il suo- 
cero, che per vl'ficio di coriesia, volesse accompa- 
gnare i due gentil'^ huomini, rappresentanti la loro 
clarissima Hepubhca, fino alle nani. Doue anche ha- 
uerebbc hauuto piacere di vedere i presenti, i quali 
QuAiite cose ^^ j^^.^ g- portauano alF Imperatore. Credette il ti- 
vn momento ^^^^^ ^ ^^^ genero, accompagno gi jVmbasciaaori 
finti, sali sicuro in vno de i due armati legni. Fii 
subito preso e legato, si carparono le ancore : si die- 
dero le vele al vento, &> i remi all' aeque, & il le- 
gno ben' armato, lasciando il lito raugeo, s' allargr» 
neir aho mare. Onde il tiranno poco accorto, cono- 
scendosi priuo non solamente della Signoria, e del 
principato, ma eziandio della patria e della libertà : 
dolendosi della fraude veneta^ e del parriccidio del 
genero : e percotendo fortemente la testa nel legno, 
à cui era stato legato, miseramente la vita sua finì, 
come per lo più suole auuenire a i tiranni. Leuato 
in questa guisa il tiranno, e confiscati i beni suoi; 
la Città, secondo le convenzioni fatte ricenè vn Ret- 



Credi ad o- 
g-nun, ma 



guarda ben tore viniziano, con patto che egh douesse essere so- 
le stesso. lamente Principe nel Senato, limanendo le leggi, e 



63 



gli ordini della Republica nella loro propria podestà. 
Sotto questo gouerno, adunque, ritrouandosi i Raugei, 
si diedono più che mai alla solita mercatura, e sor- 
dide arti di vendere, e di comperare: à niuno esser- 
cizio, e studio di libero animo degno attendendo. 
Onde incominciò à essere in disprezzo alle finitime, 
e propinque regioni; fomentando detta loro viltà d' a- 
nimo, i Viniziani, aceiò meno aspirassero alla loro 
propria libertà. Essendo, adunque, per ciò da i popoli 
vicini con latrocini], e direzioni frequenti molestati, 
non ripugnauano, né con 1' armi si difendeuano : ma 
con grosse mancie di danari, nelle loro nauigazioni 
guadagnati. E con doni altresì di valore, la beniuo- 
lenza, & amicizia de vicini principi, e Republiche si 
conciliauano. Ma prima che più auanti procediamo, 
si dee narrare vn' atto generoso il quale fecero i Rau- 
gei nel tempo che à i Bossinati signoreggiaua Ro- 
dino, che dal Rè Pohmiro traeua V origine, e si do- 
uea, per mio auuiso, più auanti narrare. 

Rodino*) Rè de i Bossinati, à persuasione della Cap. 19. 
moglie sua, che douea essere vna mala femmina, 
chiamato à se, sotto specie di certa solenne festa, 
Branislauo suo cugino, il quale, al fiume Drino, pos- 
sedeua egli ancora vna picciola parte della Dalma- 
zia, lo fece suo prigione. E questo fece accioche, & 
egli più sicuro regnasse, & à i posteri suoi più sta- ^^^^ ® re- 
bile imperio lasciasse. Ciò hauendo inteso i figliuoli ^n^^^n^^*' 
del prefato Branislauo, con altri loro più congiunti, vuole. 
subito se ne fuggirono, come in libera, e sicura città 
à Raugia. E furono graziosamente dal Senato rice- 
uuti, e ben trattati tutto quel tempo, che quiui di- 
morarono. Rodino Rè ciò sentendo, poi che né per 
lettere, né per nunzij gli puote hauere da i Raugei^ 



') Bodino avrebbe regnato fra il 1080 e il UGO. (Cfr. Klaié. 
Geschichte Bosniens). Del resto se n'è qui già parlato alla 
nota 1. p. 49. ~ Qui non rimane altro che da constatare V ì- 
dentità del fatto. 



raccolto vn grosso essorrito, se ne venno à Raugia, 
e bì aecampò alle radici di monte Vergato, il f|aalp 
soprastà alla Città ; e terniù ^r allo^j^ianienti suoi 
De i sconso- jj-^ VII t'erto borgo, elio da vn bosco vicino, Dubra- 
ai, pss u I ^j^ nella lingua loro era addimandato. E ner tal ma- 
ceuitrice i>p- ^lera cercando d hauere m sua ]>uacsta eziandio i 
nìgm. e a- figliuoli del detto Branislauo, per ispazìo di sctlc 
monniola anni, tenne assediata Raugia dalla parte di terra. 
Nel qual tempo si fecero molte fazioni «S: occisioni. 
Imperoche i figliuoli di Branislauo^ non confidando 
molto nelle forge della giouentìi raugea, per non 
esser' ella auuezza su Y armi, haueano k spese pro- 
prie condotti soldati forestieri. Con i ciiiali spesse volte 
vscendo fuori, e d' improuiso sopra gli inimici fa- 
cendo impeto, occisero quasi luti i più valorosi del 
nimico esercito. Veggiendo per tanto Bodìno, e la 
constanza de i Raugei, e la prodezza, e valore de i 
figliuoli di Branislauo: & essendogli insieme venuto 
k tedio il più guereggiaro senza frutto : fatta tagliare 
la testa à Branislauo, il ([uale seco nelf esercito lia- 
uea eondottOj si leuò dall' asedio, e ritornandosene 
al proprio regno, lasciò il corpo di Branislauo. A cui 
furono fatte V essequie funerali, à spese del Senato 
raugeo: e fu sotterrato nella Cbiesa del Monastero 
della (Jromaj in vn sepolcro di marmo, il quale per- 
seuera fino al dì d' oggi. Da questa vessazione di 
guerra, essendosi accresciuto h i Raugei animo, eva- 
lore, tolsero per forza à i popoli vicini il borgo detto 
Dubrauia: <S: aggiugnendolo con tutto quellu di piano 
che hauea d' intorno alla loro città, lo cinsero di 
mura. jVccresciuta per tanto, ^ aggraudita la città 
di muraglie e di liabitazioni, s' accrebbe altresì di 
popolo, e di cittadini. Imperoche molti delle prossime 
regioni di Dalmazia, di Macedonia» di (Ircela, e d'I- 
talia, tirati più da gF otti un instituti, e dalle buone 
leggi di lei, die dalla felicita del terreno, si transfe- 
rivano ad habitaiia. E perchè non mancasse loro 
fromento, ò altra cosa necessai'ia a vna città, si die- 



65 



dono i Raugei, con molta più diligenzia che prima, 
alle nauigazioni. E portando grani, & altre grascie, 
non solamente alla loro città, ma ancora à tutta la 
Dalmazia, & altre vicine prouincie, si rendeuano 
vtili, e gioueuoli. 

Dell' anno 1272. dopo molte guerre fatte co' i 
Bossinesi, e dopo altri disturbi accaduti, successe in 
Raugia, e luoghi à quella vicini, vna grandissima ca- 
restia. A cui nostro Signore in questa maniera sou- 
uenne. Era in Redoni, città dell' Albania, vn' huomo 
grandemente ricco, & amico de i Raugei. Costui in- 
tesa la necessità loro, caricando in leuante alcuni na- 
uilij di grano, di miglio, d' orzo, & altre somiglianti 
cose, e con essi venutosene à Raugia, incominciò à 
distribuirgli, e scarico che era vn nauiglio, di nuovo 
lo mandaua à ricaricare. Et à coloro i quali non ha- 
ueano danari, lo daua in credenza: & assai ancor 
ne diede per 1' amor di Dio. In somma si dimostrò 
talmente affezionato à questa Republica, e cotanta 
beniuolenza s' acquistò appresso di tutti, che finita 
la carestia, fu da i gentil' huomini pregato di rima- 
nersi fra loro, e che 1' hauerebono riceuuto frai no- 
bili. Del che contentandosi egh, rimase, e fu fatto g^ ^^^^ 
gentil' huomo Raugeo. E da lui, dicono essere di- siano deri- 
scesa la casata di Sorgo, oggi tra le nobili in Raugia. vati. 

Dell' anno 1320. i Raugei') per megho e più 
sicuramente potere trafficare per tutta la Grecia, la 
Tracia & altre Prouincie all' Imperio Constantinopo- 
litano suggette, di propria volontà si fecero tribù- Tributarij si 
tarij di detto Imperatore: e s' obhgarono à pagargU ^^^"^ ^^^" 
ciascun' anno ducati 500. E da sua maestà per ciò 
ottennero essere per tutti i luoghi del suo Imperio, 
liberi e franchi da tutte le grauezze estraordinarie. 

Dell' anno 1 833. hauendo Stefano Rè di Rossi- 
na à persuasione d' un suo secretano Cattarino, chia- 

') Per ciò clic sogno noi socolo XIV, Cfr. reformationeS'J'Y' 
ThaUoczi Diplomaiarium i/ww^aro-Ragiisanum — Matkovié: Od- 
HO&aji ecc. 



gei 



glie. 



mato Buchia/ amico grande de i Rangei, donato loro 

il territorio di Stagno e di Ponta, subito vi fabri- 

BtagTin, f^arono vna città, e 1' addimandarono Stagno, con 

j^^^Try" due castella, vno accanto alla oiaiina, detto il Ca- 
dati ài Rau- 1 11 1 • 1 

stel grande: e 1 altro in einia del monte, in mezzo 

alla città, cliiamato Posuiso. Et h dette labriche die- 
dono buona fine, in termine di IH. mesi, con isposa 
di centouenti mila ducati. Diuisero dappoi le terre, 
tre quarti dandone à i nobili, e V altro quarto al 
popolo. Posero finalmente vn Conte con altri vfficiali 
nella Città, acciò la gouernasscro: si come fino aldi 
d' oggi si seguita di faro. Ma poco tempo ci corse, 
che detto Rè, per cattine informazioni fattegli, pen- 
Quftsi si tifosi del dono, rimandò à chiedere Istagno à i Rau- 
ppnte il rè g^j^ ^^^ ^jjj*^ ^^^ essendo detto luogo d' importanza, 
[^^,1"^^ ^ '" dubitaua che non fusse loro tolto da qualche altro 
potentato. I Raugei vditi in Senato gV Ambascia- 
dori, non diedono per all' hora altra risposta, se non 
che gii fecero sopra di vna Galera condurre à Sta- 
gno, e vedere le fabriche da loro latte per fortezza 
di quel luogo, & intendere ancora la spesa fattaci, 
E dopo che hebbero minutamente veduto ogni cosa, 
sopra r istessa galera se ne ritornarono k Raugia: 
e quindi, carichi d' amorevolezze e di doni al Re 
loro. Al quale riferirono tutto quello che veduto ha- 
ueano, & anche più con dire^ che i Signori Raugei 
haueano reso quel luogo inespugnabile con loro fa- 
briche e fortezze. Della qual cosa il Re molto si 
rallegrò : e rimandando nuoui Imbasciadori, con libre 
cento d' argento, in aiuto delle fabriche, confermò, e 
rinouo la donazione fatta à detta Republiea di Rau- 
già, di Stagno e di Ponta luoghi sopradetti. 
Cap. 20. Deiranno 1348 lù in Raugia') vna grandissima 

pestOenzia: come eziandio in molte altre Prouincie 
d'Europa. Onde morirono de nobih 178 persone: De 
i popiilani circa 3*10. E del popolo minuto, e della 



') 1348 ~ Cfr. Istituzioni Maritt, banit. della Rp, di Riigusa. 



67 

plebe circa sette mila. Fu fatto dal publico voto di Rin<"i"i 

la cyìlfìSfl, Hi 

fabricare vna Chiesa di S. Biagio, in quell' istesso ^ ^.^ .^ 
luogo, doue *) era fatta la prima : ma maggiore, e più 
bella. E fu poscia fornita in tre anni con ispesa di 
ducati quarantamila, conputandoci la loggia vicina, 
in cui stanno i soldati alla guardia della piazza. Pas- 
sato il morbo, Stefano Rè di Bossina, per l'affezione 
grande, che portaua à i Raugei, volle venire insieme 
con la Regina à visitargli, e consolargli. E venendo ii Rè vien à 
gli fu fatto grand' honore. Fecero egli, e la Regina Raugia con 
molte limosine à i poueri della Città. Et al Mona- la Rema., 
stero di Santa Chiara donarono gioie, e perle di gran 
valuta. E la Regina impetrò che il dazio del pesce 
fusse loro. E che da Stagno fusse altresì mandata 
loro certa quantità di sale. In vece di cui oggi si 
pagano loro dugento perperi. Poscia partendo chiese, 
& ottenne venti gentil' huomini, per mettergli in di- 
uersi gouerni del regno suo, cotanta fede hauea nella 
nazione Raugea. Dopò cinqu'anni venne il prefato 
Rè Stefano à morte: e la perdita di tanto amico, e 
come padre, molto dolse à i Signori Raugei. Et il gj giano cmei 
Bucchia suo segretario primo, si ridusse ad habitare ^i such. 
in Raugia, e fu fatto gentil' huomo: e da lui sono 
discesi quelli di casa Bucchia. 

Dell'anno circa 1368. hauendo i Viniziani vsur- 
patèsi molte terre marittime in Dalmazia, risentitosi 
di ciò Ladislaùo Rè d'Vngheria, ne venne à danni 
loro con vn'essercito grande sino à Mestri, saccheg- 
giando ogni cosa. I Viniziani veggendosi in tanto 
pericolo si humiUarono, e rendendo al prefato Rè 
tutto quello, che in Dalmazia tolto gl'haueano: si 
pacificarono seco. E tra le condizioni, e patti fatti 
tra loro, ci fu che leuando di Raugia il Rettore, che 
ci teneuano, lasciassero gl'amici suoi Raugei nella 
propria libertà. E così fu fatto, & elessero i Raugei 



•) S' è veduto già (nota 1 a pag. 37.) non esser così. La chiesa 
a cui qui accenna non fu eretta sul posto dell'anteriore. 



68 



i Rettori 
Viniziani. 



E liberata yn' altro Rettore loro gentil' buomo^ da mutarsi di sei 
mesi in sei m^si, K eo i \ miziani locero pace, con 
patti di potf*ro pratticare, e nt^gi^riare per tutto lo 
stato loro, come i loro proprij Cittadini. E si fecero 
altresì volontariamente tributar ij al Re d' Vngheria, di 
500 ducati Tanno. Kt egli fé loro habilità di potere 
sicuramente, e con ampli prluilei^-i trafficare per tutto 
il regno suo, e gli prese in protezione perpetua. 
.Mandando oltre acciò al Rettore vna spada, e sproni 
Reuore di d' oro, lo fé Caualliere della sua corte. E da ([uel 
Hmigm ra- tempo in poi ] Raugei hanno sempre portata per loro 
uaHiero a principale insegna quella d' angheria. *) E si sono som- 
speron ^»- pj.^ semiti fino al dì d'oggi di soldati '') Vngari per 
guardia della piazza, e delle porle della loro Città 
di Raugia, e somigliantemente di ^luella di Stagno. 
Morto poscia il Rè di Rossina Stefano, senza figliuoli : 
gli fu surrogato in Rè vn suo barone, chiamato Nic- 



[) Ragusa passò sotto il dominio ungarico, per cessione, in 
seguito aUa jjace del Febbraio 1358, tra questo ed i Veneziani 
(Cfr, Feier, Wenzel, Engel^ Thalloczi ecc.). Lo stemma raguseo 
consistente fin aUora ueU' effigiti di S. Biagio, continuò ad essere 
ancora tale fino al 145(j Ili Maggio | in cui, avendo neJ 1458 i 
Rag. domandato in privilegio l'uso dello stemma ungarico, eh- 
l»ero da Ladiaiao, in queUa vece, il diritto di unire nello scu<lo 
già goduto col H. B., V altro che, sormontato da corona aurea, 
in camjMj d'argento, doveva avere una fenice ne' colorì usuali. 
(Cfr. Teleki: Hunyadiak Kora x. ol5 et seg.K Fra riRcrvato alla 
prudenza del cittadino Nieolò Fornari-PrÌI>Ì8alji(\ inviato spe- 
ciale de Uà Repubblica, di conseguire Analmente in privilegio la 
bandiera con lo stemma ungarico: Hcudo sormontato da Horona 
aurea, ])oggianté su spada e scettro incrociati: campo verde tra- 
vernato tlai 4 iiumi d'argento. Più tardi, per le gnerrc turche- 
scbe U camjio assmi.se ii <ioìov del sangue, e i fiumi V azzurro. 
E però azzurro e rosso divennero i colorì dcUa bandiera di 
stato ragusea: mentre la bianca con l'effigie del tutelare, restò 
sempre la bandiera cnmmi'reiale {Cfr. Thalloezi 1. e. 749. 750. 
75tì. T7B|, La famiglia Fornari l^ribisaljic s' estinse in altro Ni- 
colo t t» Aprile lt>67. (Cfr. Le Cronache Tibiolinì). 

*) Hnldati ungarì, noti poi semiale a Rag. col nome di iìara-^ 
banii, corruzione del vero nome ì^rahanii — Tlialloczi. l. e. QGO. 
661, 676. Idi, 819-822. ' 



m 



colo Giuppana,^) vno di quelli, che persuadeuano al 
Rè la reuocazione del dono fatto à i Raugei del ter- 
ritorio di Stagno, e di Penta. Onde fatto Rè, inco- 
minciò à richiedere*) i predetti luoghi. Ma hauendogH 
i Raugei tanto beneficati, non gh vollono altramente 
rendere. Per lo che detto Rè gli mosse guerra, e 
tanto gli trauagUò*), che, essendo loro mancata la pe- 
cunia, e i danari per guereggiare, furono forzati ad ^^^^^ ^^^^^ 
impegnare à i Signori Viniziani, vna loro Croce impegnata à 
d'oro, in cui erano rinchiusi dui pezzi del sacratis- i Viniziani. 
Simo legno della Croce di nostro Signore Gesù Chri- 
sto. per tre mila cinquecento ducati: con patto di 
restituirgli loro fra termine d' vn' anno. Onde per non 
perdere ,vn tanto tesoro, in capo a pochi mesi, ri- 
mandarono i predetti danari à Vinezia. E se bene 
r aportatore per cagione de i tempi cattiui soprastette 
assai pel camino, hauendo venti contrarij alla sua 
nauigazione: arriuò nondimeno auanti che fusse scorso 
r anno. Ma i Signori Viniziani, secondo che scriuono 



*) 2upan (Giupano) Stjepau - Cfr. Klaic-Bojnièic — 1. e. 
Fessler. Geschichte Ungarus. ecc. 

•) Cfr. Matkovié — Odnoèaji trgov. republike^ ecc. Thalloczi 
DiplonuUarium Uhgaro-RagiManum — Nec non passim : Mauro 
Orbini : Regno degli Slavi — Engel : Geschichte dea Freistcìates 
Ragusa, 

•) Non così, ma il 2upan o Giupano Nicolò (Klai6-Bojni6ic, 
Pessler-Klein ecc.) e precisamente (1371) il famoso Nicolò d'Al- 
tomanno „intra tutti li baroni de Rassa .... lo i)izor homo, plui 

arogante et traditor " — Vedi Thalloczy: 48. 51. 55. 58. 

65. 197. — Fortunatamente in ([uesto proposito V epoca assegnata 
dal R. è press' a poco indovinata. Del malinteso del titolo, non 
si può fargli rimprovero. Punto famigliare alle istituzioni degli 
Slavi merid., e pertrattandone l'istoria in ej)oca in cui, in ge- 
nerale la si studiava sulla base di memorie assai confuse, il R. 
doveva giurare nel verbo di maestri presumibilmente meglio 
eruditi, anzi i soli competenti in proposito. 11 Giupano Nicolò 
pretese al tributo che i Rag. pagavano per i loro possed. di 
Stagno ecc. al re di Bosna; non alla restituzione di questi, che 
in genei*ale si temeva potesse riprendere con un eventuale in- 
vasione dei territorio raguseo. 



re 



gF annali dì Raugia^ procrastinando il dargli audien- 
zia, lasciarono scorrere il termine dell'anno. Onde 
senza la Croce pretata, co'i soli danari, se ne ritornò 
detto Ambaseiadore sconsolato ìi Raugia: ^ i Vini- 
ziani si trattener© la Croce d'oro, con le sacre reli- 
Incendio ac- ^"^®' M^^tre SÌ guereggìaua col Rè di Rossina oc- 
ettdiitn in corse in Raugia vno incendio grande, per cui arse 
Rtiugia. tutta quella parte dell Città, clie ò nel piano, verso 
ponente, e la quale tu poi chiamata Gariste. E diede 
tanto sturbo, e disgusto al popolo, oppresso altresì 
dalla guerra, che incominciarono molti a pensare 
d'abbandonare la Città, e nauigare in Puglia. Doue 
dal Rè di Napoli era loro offerto vn sito per fabrieare 
vna nuoua Città. E forse che si sarebbono risoluti 
gran parte di loro à partire, se non lusse istata la 
bontà d'vn gentil' Imomo chiamato Lorenzo di casa 
di Volcasso, oggi estinta. TI quale sentendo la mor- 
morazione, e soUeunmento del popolo, posta mano 
alla cassa del suo tesoro (essendo huomo ricchissimo) 
incominciò à distribuire, & imprestare à clii cinquanta 
à chi cento, & alcuni pii^i, ò meno ducati, secondo il 
bisogno loro, per riiare, ò riaccomodare le case dal- 
l' incendio guaste, e per tal modo acqueto la mormo- 
razione, e fermò il popolo, che non abbandonasse la 
patria. Onde gran laude s'acquistò per tal fatto, e 
perpetua memoria nella sua Città: e meritò atoesi 
appresso alla diuina Maestà per hauere così amore- 
uolmente soccorso al prossimo, e fatta coiai charità. 
Gap. 21, Dell'anno 1379. essendo venuti in discordia i 

Vinizìani co'i Genouesi, alli 17. di Maggio fu aper- 
tamente gridata la guerra \) infra di loro. E per odi e 
douea essere guerra n anale, e nel Golfo Adriatico 
furono constretti i Raugoi à fauorire, & ad accostarsi 
a vna delle due parti* Onde eglino, parendogli eli e 



Signor Lo- 
renzo Vos- 
casBQ può 
dirsi, Ripa- 
rato r di Ra- 
ugia sua pa- 
tria. 



') Sulla verità di tutti questi fatti, (> da conBultarsi Orbi ni» 
Lucio, Ducango, Kreljauovìpli, Cut^iHnich, Romuniii, Zanutto, 
Matkovié eco. ecc. 



1^. 



71 



la ragione, e la giustizia della guerra fusse dalla 
banda de i Genovesi, con esso loro si vnirono. Com- 
parendo per tanto nel Golfo Tarmata Genouese, la ^^^J*^^ ^J» 
quale era di quaranta nani grosse, di 25. galere, e Qg^^^ggj' 
di 12. fuste, che facevano la somma di 77. legni: i 
Raugei con due loro galere, di cui erano Capitani il 
Signor Matteo di Giorgi, & il Signor Marino di Bo- 
dacia, s' vnirono con lei, e la seguitarono nauigando 
verso Vinezia per la banda di Dalmazia. Et ecco che 
arriuati vicini à porto Cicala, scopersero l'armata 
Viniziana di 40. Galere, e di .12. nani grosse, sotto il 
Signor Vittorio Souranzo '), Capitano generale. E pro- 
uocandogli i Genouesi alla battagha, furono forzati 
contra la loro volontà i clarissimi à combattere. Ve- Vittoriosi 
natosi per tanto alle mani, inuerso la sera furono hor sono 
messe à fondo tre galere viniziane, e due nani, e ci ^ ^^^ovesi. 
morirono da 3500 huomini, riceuendo i Genouesi 
poco danno. E se il mare non hauesse incominciato 
à ingroséare, e travagliare, per cagione di vento sci- 
roccho: hauerebbono (come si giudicò per molti) i 
Genouesi fracassata, e rotta tutta V armata viniziana. 
La quale hauendo riceuuto il prefato danno, col be- 
neficio del vento se ne ritorno à Vinezia. E la Geno- 
uese seguitandola, né potendola arriuare, si ritirò nel 
porto di Chioggia 25, migUa da Vinezia distante. I 
Viniziani veduta la fuga della loro armata, e sen- 
tendo che i nimici si ritrouauano così vicini, subito 
pensarono di opprimergli con qualche astuzia, poscia 
che con valore non bastaua loro l'animo, hauendo 
minore armata. Fatte per tanto venire due barche 
grosse, le caricarono secretamente di sassi, e cerca- 
uano di mandarle alla bocca del porto di Chioggia, 
e quiui affondandole serrare detto porto à i Genouesi. 
Venuta questa macchinazione de i Viniziani, all' orec- signor Mat- 
chie del Signor Matteo Giorgi Raugeo, per mezzo di tco Giorgi, 

auuertito 
*) Voleva diro Vettore Pisani? — In quanto ai particolari p .. 

qui descritti cfr. Romanin, Zanotto o (jiiel che meglio aggrada 

de* Veneziani o degli scrittori germanici. 



72 



Opnovpsitts- 
sediatì tipi 
porto di 
Chiogg'ia. 



Due galere 
son tolte a 
i Viniziani. 



certe spie, che egli teneua, subito n'andò dal Capi- 
tano generale de' Genouesi, e gli narrò la sospizione 
che hauea, e gU persuase, che vscissero di quel porto 
con ogni prestezza: peroche altramente sarebbono 
stati quiui assediati. Al cui sano consiglio non volle 
il Generale acconsentire: anzi sospettò, che il Giorgi 
non dicesse ciò per timore di nuoiia battaglia. Veg- 
gendo per tanto il Signor Matteo Giorgi T ostinazione 
del prefato Generale, trouando scusa che le sue ga- 
lere faeeuano acqua, ottenne di partire, e di nauigare 
a Raucnna per acconciarle. Et ecco che la notte se- 
guente alla sua partenza, fu da i Viniziani nel modo 
sopradetto, di maniera cliiuso e serrato quei porto di 
Chioggia, per se stesso piccolo e basso, che né anco 
a gli stessi minori, e disarmati legni si daua per 
quello ingresso, ò vero escita. Hauendogli adunque così 
serrata la via del mare, e dalla banda di terra tenen- 
do guardato il hto con buona mano di soldati, furono 
forzati, fra pochi giorni, essendo mancata loro V acqua 
dolce, & altre cose necessarie, ad arrendersi h discre- 
zione de i vincitori Viniziani. Ondo molti di loro fu- 
rono decapitati, e le loro carni (come dicono) insalate 
in barighoncehi, a (lenona mandate furono. Atto nel 
vero, se però fii così,') di barbara crudeltìì, e disdis- 
ceuole tra huommi christiani. Dopò la vittoria otte- 
nuta de Genouesi, mandarono i Viniziani alcune 
galee à danni dei Raugei. Onde furono forzati à ri- 
correre per aiuto al Rè di Bossiua, ('olle genti del 
quale essendosi i Raugei congiunti nella valle di 
Malti per opporsi a i Viniziani, e veggendo arriuare 
due delle loro galee, si ascosero in certo bosco vicino 
tanto che hebbero fatta (come dicono) scala interra. 
E come prima videro la maggior parte delle genti 

") U A,, adunqiHS mette in duhbio T aUendibiUtà di quanto 
accenna. L* istoria di questa guerra, di eui restò jjprenne me- 
moria sotto il nome di ^Uuerm di Chioj^jyfia", anche ai tempi 
del Razzi era popolarissima. Fu colà che il eannone fece Jo sut? 
prime pi*ove, a bordo <lelìe navi. lAtduri t itati). 



73 

esser iscesa sul lito, d' improuiso scoperti saltarono 
su le prefate galee, e con esse se ne vennero à Rau- 
gia. Le quali poco dappoi furono da i Viniziani ri- 
scosse per mille e cinquecento ducati, i quali si 
spartirono fra i soldati Bossinesi. In questi tempi 
istessi, dopo Tessersi fatta triegua co'i Viniziani per 
diecianni, accadde in Raugia, che, hauendo il Signor 
Marino Bindola, gentil huomo ricco, & amoreuole de 
suoi concittadini, seruito tre altri gentil' huomini pure 
Raugei, i nomi de i quali per honore delle famiglie 
loro non si pongono, di grosse somme di danari: & 
hauendogli aspettati più tempo, e facendo instanza 
di rihauergli eglino che forse non teneuano modi 
di rendergh, in cambio del beneficio, cercarono in 
questa maniera di pagarlo con sceleratissimo male- 
ficio. Imperocché accordandosi tra loro secretamente, ^^°^^^\^®^* 
vna notte nella prima vigilia, con certi anelli di cor- 
da impegolata, cacciarono fuoco nella casa del pre- 
detto signor Marino, acciò abbrusciando la casa, ar- 
dessero ancora le scritture, per cui eglino veniuano 
suoi debitori dichiarati. Ma volle nostro Signor Id- 
dio, sonuno e giusto prouisore, che la gente di casa, 
presto accorgendosi dell' incendio, e chiamando ad 
alte voci soccorso, senza far danno alcuno d' impor- 
tanza, fusse il detto fuoco prestissimamente ispento, 
e smorzato. E facendosi diligente inquisizione de i 
deliquenti, per certi sufficienti indicij, furono presi i 
prefati tre gentil' huomini: & esaminati, & confes- 
sata la verità del fatto, senza veruno indugio, e sen- 
za rispetto della nobiltà loro (cotanto sono i Signori 
Raugei della giustizia amatori) tutti e tre furono pu- 
blicamente dicapitati e morti. 

Dell' anno 1381. essendosi sparsa la fama de i Cap. 32. 
gran traffichi che faceuano per mare i Raugei: due 
famosi Corsari Franzesi, vno de i quali hauea nome ^"® Corsari 
Tristano,^) e r altro Carlo, comparsero con due galee 



mente tre 
nobili occisi. 



tran nel Gol- 



*) Tristano de Roja. Ma (^ui pure è un errore di data. Pare ^®* 
fossero colti circa in sul cadere del 1384. Furono rilasciati nel 

6 



74 



armate nel Golfo k daeno specialmente de i Raugei. 
Per lo che haiiend' eglino armato similmento tre ga-| 
lere, sotto il gouorno del Sig, Matteo di (-TÌorgi, del 
Sig. Demetrio Benescia, e del Signor Jacomo Moda- 
nelli/) gli mandarono centra detti Corsali- Et hauendo 
auuisi come detti Corsali si trouauano nel porto delle 
Palme à capo dell'Isola di Melìda, gì' andarono ani- 
mosamente ad affrontare. Ma essi conoscendosi in- 
feriori si misero in fuga, senza combattere, verso Vi- 
nezia. E seguitandogli coraggiosamente le tre galere 
Raugee, gli arriuarono à capo deir Isola di Corzola, 
presso à terra e senza effusione di sangue, fecero le 
galere, e gV liuomini prigioni, e gli condussero à 
Raugia. Doue, fatta la scelta de i principali, furono 
posti in custodia nella sala grande del consiglio, e 
gli altri per varie prigioni. E dopo mesi otto, liauen- 
dogli fatto giurare di non ritornare più à i danni 



Cortesia, e ^qy^ e d' essere buoni amici^) della loro Republica, 

humanitàde 
i Ruug"ei. 



gli lasciarono con le loro due galere, ritornare alla 
patria loro. Ma prima hauendo loro tolto parecchi 
forzati Franzesi, e vestitigli alla Morlacha, gli man- 
darono a presentare al Rò di Francia: supplicando 
à sua Maestà, che non pe mietesse più, che le sue 
genti andassero à i danni loro i quali erano à sua 
sacra corona buoni, & affezzionati scruitori. E nar- 
rano, che quando il Rè vidde quell' habito strano 
MorlacliOj di cui erano istati vestiti da i Raugei detti 
forzati, hebbe à dire due cose: la prima, che gì' in- 
creseeua, per certo modo di dire, clic non lusserò 
istati tutti impiccati per la gola: poi che s' erano 
lasciati vincere, e pigliare da gente di cosi strano, e 
non più veduto habito : e la seconda, che non le lu- 



Marzo 1385. Si tratta di iUu.stri i^^^i-sona^^i Francesi, t» pare 
foflse un sernpliop equivoro dei Ra^'useì. Thuìhrzi ì. e. p. 94*105. 

•) Prodaiii^li. 

^) TiiU*aÌtro: quei Baroni flirtano resi nUa libertà vej-so Irat 
lato in cui si clictiiaravii che né dessi né il loro paese si sareb- 
bero mai vendicati dell'accaduto. (Thalloczi cfr. ad noù.) 



75 

cide e dorate armi, né i pomposi abbigliamenti de i 
Cauallieri recauano le vittorie: ma si bene gì' animi^^^ ^^"^ ^® 

. . ,,. ..• • • X vittorie, no- 

pronti, e eorraggiosi petti, vniti m vno istesso vo- ^^^^^^^ 
lere. Et hauendo con regij presenti honorato Y Im- 
basciadore de i Raugei, lo licenziò in pace. 

Dell' anno 1389. Essendo morto il Rè di Bos- 
sina, senza heredi, e combattendo tra loro i baroni 
di. detto Reame, per cagione del principato, Lazzero 
Despoto, Arciduca di Samandria, fattosi auanti ar^- 
mato, con poca fatica, ottenne d' esser egli Rè. Ma 
opponendosi subito à lui Amurate Rè de Turchi, il 
quale passato dell' Asia nell Europa, s' era impa- 
tronito d' Andrinopoli: e venuti à battaglia, & à 
giornata, amendue Amurate e 1' Arciduca vi resta- 
rono morti. E ritirandosi i Turchi à i confini loro, 
fu creato Rè de i Bossinesi vn barone, chiamato O- Terre nuo- 
stoia. Il quale, per essere amico de i Raugei, fece loro uè donate à 
dono di certo paese') alla marina, presso à Stagno, ii^*^^®^- 
detto hoggi, le Terre Nuoue. Hauendo per tanto i 
Raugei ottenute le prefate Terre Nuoue, & intenden- 
do che in quelle erano molti Rasciani, e scismatici, 
deliberai*ono ridurgli alla fede Cattolica : & all' vbbi- belano per 
dienza della santa Chiesa Romana. E per ciò vi man- lafede i Ra- 
darono reUgiosi cattolici, cacciandone*) gh scismatici : ugei. 
molto bene sapendo il pio e religioso Senato, che 
quale per lo più è il Clero, tale eziandio è il popolo. 
E perchè si risentirono alcuni Calloieri (che cosi sono 



•) Donazione di Terre nuove priv. 15 Gennaio 1399. Miklosich. 
Monumenta Serbica: COXXV. 

*) Pare che la cosa non sia così. I Calogeri serbo-ortodossi, 
o perchè scemati di numero e di proventi, o perchè mal tol- 
lerassero il nuovo governo, cedettero spontanei ogni loro avere 
alla Rep. di Rag. consegnando in quella vece una specie di 
liveUo perpetuo, che vennero poi regolarmente a riscuotere 
ogni anno. Del* resto importerà qui di rilevare quest' essere 
appunto il tempo in cui anche i monasteri cattolici, e più spe- 
cialmente queUi dei Benedettini (i quali mano mano cedono il 
campo ai Francescani e ai Domenicani, ma in minima parte) 
cominciano declinare al tramonto. 



chiamati quei religiosi scismatici) e si lamentauano, 
che fussero non solamente leuatì delle loro amini- 
straxionij raa privi altresì delle facoltà ondo vincano: 
s' obbligò il Senato Uaugeo di pagare al loro Mo- 
nastero certo annuale censo, e lo paga fino al dì 
d' oggi. Neir istesso tempo, essendo nate alcuno dif- 
ferenze fra il Rè di Bossina e gV Albanesi, e trat- 
tandosi d' accordo, nò si trouando luogo, in cui le 
parti amendue così bene si assicurassero d' abboc- 
carsi insieme j dubitando ciascuna di qualche ingan- 
nO| come fu loro proposta Raugia, la cui fedeltà era 
a tutti nota, tutte 4ue le parti ben volentieri V ac- 
^"ff^^ 1"'^- cettarono. Onde dall' lUustrissimo Senato con molta 
go dtt fliffi' niagnifieenza accolte, quiui senza tumulto diffìnirono 
le liti loro. E poscia ritornando à i loro paesi, pre- 
dicarono sempre la grande equità, e fede della Re- 
publica Ragusana. 

Deir anno 1396. essendo istato rotto in batta- 
glia da i Turchi a Niccopoli'), Sigismondo Imperatore 
non hebbe ardimento di fermarsi in luogo alcuno, 
Raugei ^^^ a tanto che per mare non arrivò à Raugia. Do- 

porto de gU , - i * - ■ ìvpjl. m i i - ,- 

affUttieino^ ve posandosi alquanti giorni, diiiitnlc sarebbe adire, 
sti. le molte coitesie, che dal Senato raugeo vsate gli 

furono. E quando poi licbbe da partire, non volle 
confidare la sua persona, e la vita propria in altre 
mani, che de i Raiigci. Onde eglino sopra le loro 
galere, lo condussero à Segna. Kt hauendo lasciato 



*) La bau. di NioajioH avvenne H 2fl Setlembi-t^ 1396 — Sigi- 
smondo si salvò siij' una. nave veneziana. Avvistò Ragusa ai 18 
del sììocess. Dicembre; ai 19 lii mandata una ;a,*allera ad incon- 
trarlo al largo dì La Croma: ai 22 sbairò a Bagrusa, ricevuto 
aUe rive delia eiltà dal HeUoii», che, hì'^uììo dal sonato ere. ^U 
re8f^ r uma^KÌ" ilelle chiavi della eiUa. AUujijr/^ìò al castello ret- 
lorile. Ai 2t> visitò il te«or<» della Catledralt^, esprimendo il de- 
siderio di possedere im brano del Fanno di (L C. che poi gli 
fu anche presentato. Ai HO rijiartl da Rag-usa. laseiaDdovi in- 
fermo l'Arciv. di Strig-onia Uiov. di Cani^st'ha. (Vid* ThalhctL 
Diplom. 714 et eeg. — £Hff$l 147 eco.) 



,77 



nella Città di Raiigia Y Arciuescouo di Strigonia 
amalato, e raccommandatolo al Senato, come cosa à 
lui cara, lo fecero diligentissimamente curare. E gua- 
rito che egli fu, da più nobili Raugei fino in Vn- 
gheria, lo fecero accompagnare. Et in queste azioni 
così illustri, e di eterna memoria, de i nobili Rau- ^* ^^^ . ^®^ 
gei, porremo fine al primo di questa istoria, il ^[*°^gg* ^^ 
quale, in ventidue capitoli, comprende con bre- istoria, 
uità la fondazione della nobilissima Città di Raugia, 
& i progressi di lei, per ispazio di circa nouecento 
anni : cioè dall' anno di nostro Signore 526. 
fino all' anno 1400. Ma prima porremo 
qui per ordine i nomi de i Clarissi- 
mi Signori Viniziani, che furo- 
no Rettori in Raugia, 
dopo la cacciata 
del Tiranno 
Demme- 
iano, 
che fu intorno all' anno 
1260. di nostra 
salute. 
* 




78 



NOMI DE I RETTORI 

VINIZIANI 

Che stettero à Raugia^ la seconda volta, cioè dopo 
che ne fa leuato il tiranno DemmeianOy dall' an- 
no di Nostro S. 1260. in circa, fino 
al 1370. in circa.^) 

1 Marco Dandolo circa 1' anno 1260. 

2 Giouanni Tiepolo 1262. .; 

3 Tristano Ponte&torto 1264. 

4 Marino Contarino 1266. 

5 Piero di Lorenzo Tiepoli 1268. 

6 lacomo D' osso d' oro 1270i 

7 Marco lustiniano 1272. 

8 Marino Baduero 1273. 

9 Pietro di Lorenzo Tiepoli 1275. 

10 Andrea Venieri 1277. 

11 Marco lustiniano 1278. 

12 Marco Geno 1279. . 

13 Niccolo Mauriceni 1281. 

14 Egidio Quirini 1281.' 

15 Giouanni Giorgi 1283. 

16 Michele Mauriceni 1284. 

17 Iacopo Vittori 1284. . 

18 Niccolo Quirini 1286. 

19 Andrea Dandolo 1291. 

20 Marino Baudero, soldato 1292. 

21 Marino Mauriceni 1296. 

22 Marino Gendiui 1298. 

23 Andrea Dauro 1299. 



') Cfr. la serie esposta dal Pisani „Num Haytisani^ ecc., che 
comprende, benché non completamente, anche i Rettori che, se- 
condo il Razzi, sarebbero stati a Ra^. la prima volta, cioè prima 
che ne fosse levato il cosi detto Damiano Giuda. 



79 



24 Marco Comaro 1301. 

25 Iacopo Candalmir 1302. 

26 Marino Baduer 1302. 

27 Andrea Dauro 1305. 

28 Benedetto FaUiero 1306. 

29 Andrea Dauro 1308. 

30 Bartolomeo Gradepigo 1309. 

31 Pietro Mie aeU 1311. 

32 Andrea Marcello 1311. 

33 Bartolomeo Gradenigo 1312. 

34 Pietro Geni 1314. 

36 Vgolino lustini^no 1318. 

37 Bartolomeo Gradanigo 1320. 

38 Lodouico Mauriceni 1322. 

39 Paolo Triuisano 1325. 

40 Vgolino lustiniano 1325. 

41 Biagio Geni 1327. 

42 Baldouino DeljBni 1328. 

43 Lodouico Mauriceni 1331. 
44. Niccolo Falliero 1331. 

45 Marco lustiniano 1333. 

46 Niccolo Falliero 1334. 

47 Cristoforo Geni 1337. 

48 Iacopo Gradenigo 1337. 

49 Filippo Belegno 1339. 

50 Vgolino lustiniano 1342. 

51 Giouanni Foscaro 1342. 

52 Leonardo Mauriceni 1343. 

53 Marco Mauriceni 1346. 

54 Leonardo Mauriceni 1346. 

55 Filippo Horio 1346. 

56 Filippo Bellegno 1348. 

57 Pietro lustiniano 1348. 

59 Marco Souranzio: Niccolo Volpe. 

60 Niccolo Barbarigo, e la seconda volta, 

61 Marco di Tommaso Souranzio, che fu Y vltimo 
Conte, ò vero Rettore Viniziano, che sia stato 
in Baugia. 



)80 



Nella soprascritta nominanza di tanti Clarissimi 
Signori, può il benigno lettore, primieramente osser- 
uare come due anni duraua ciasclieduno Heltorato, 
se bene laF bora, per morte, ò altro vario accidente, 
cotale ordine s' iterrompcua: clie cotanto tempo, oggi 
dij pare die durino i Proucditoratì de gli stessi Cla- 
rissimi Signori, nello Città del loro amplissimo do- 
minio* Secondariamente può il diUgente lettore, nel 
sopraposto catalogo auertire, come molti di quei Si- 
gnorij due e più volte hebbero cotal carico del Ret- 
torato Racusano. Donde si può arguire dell' ottimo 
loro gouerno, e dell vniversale sodisfazione, cbe do- 
ueanOj nella loro amministrazione recare al popolo. 
Perochè quando vn gouernatore, ò altro qual si vo- 
glia jninistrOj attende al giusto, al bene publico, e 
governa la plebe a lui commessa, con paterno a- 
more, lontano da ogni auarizia, & interesse proprio, 
e contento de gli lionesti suoi emolumenti, isc bonori 
ordinari, e douuti, i popoli^ e la Città gli desiderano 
di nuouo, e gli cdieggono. Non si potendo ritrouare 
la più bella arebimia, e la più verace, & approvata 
da farsi per da vero amare, honorare, e desiderare, 
che quella dell' essere buomo da bene, e giusto, e 
d' amare, come altri desidera d' essere amato. Nel 
terzo luogo poi, devo il prudente lettore sapere, co- 
me noi, questi Clarissimi già Rettori di Raugia, hab- 
biamo qui aiinouerati, con i |iieir ordine, die liabbianK) 
appresso d' altri scrittori ritrouato. Ma può molt^ 
bene essere, e die si sia tal' bora trasposto, per i- 
nauertenza di coloro, che prima (lueste memorie no- 
tarono, r ordine proprio, e vero: e che altresì ciual- 
cheduno, come suole auuenire, se ne sia per dimen- 
ticanza lasciato in dietro, senza farne menzione. Ma 
bene accertiamo noi chiunque questa nostra Istoria, 
cioè da noi scritta, legge, che non ci habbiamo po- 
sta, 5 scritta cosa alcuna, la quale non babbi amo 
presa da altri grani scrittori, e da noi, veraci sti- 
mati : ò vero da noi stessi co' i proprij occhi veduta, 



81 



e sperimentata. E di tutto sia laude à nostro Signo- 
re Iddio, alla gloriosa Vergine, e madre di lui Ma- 
ria, al santissimo Veseouo, e martire San Biagio: & 
à tutta la Celestial corte del Paradiso, Amen. 
Sottomettendo vltimamente questa, & ogni altra no- 
stra fatica fatta e da farsi humilmente alla censura, 
& alla correzzione della santa madre Chiesa Cattolica 
Romana, e d' ogni più scienziato seruo di Dio. 

Il fine del pHmo libro, dell' Istoria di Raiigia, scritta 
da F. Serafino Razzi, Ord. Prasd. 1590. 




83 



PREFAZIONE DI 

FRA SERAFINO RAZZI. 

Al secondo libro, della storia di Raugia, 
da lui scritta. 

Havendo voi, benigni lettori, scorso e letto que- 
sto 'primo libro della storia, cronica, ò vero annali, 
che nominare gli vogliate, della Città Illustrissima 
di Raugia, auanti, che passiate al secondo libro, 
habbiamo da dirui alcune cose, E la prim^a sarà 
V occasione che ci mosse à metter mano à questa fa- 
tica la quale fu, che hauendo noi à ire, per V obe- 
dienza de nostri maggiori di Roma, Vicario della 
congregazione del nostro Ordine, à Raiigia, e desi- 
derando di sapere la qualità del luogo, à cui andare 
doueuamo, per m^olto che di ciò cercassimo, non po- 
temmo ritrovare libro alcuno, che di lei parlasse, se 
non qualche breue parola, e per modo di passaggio. 
Onde ci proponemmo nelV animo, arriuandoci, di 
scriuere come poi facemmo, la storia di detta Città, 
e dare notizia in iscnttura, al mondo di lei. Si ag- 
giunse poscia à questo motiuo, il debito della grati- 
tudine, la quale io doueua alle m^olte cortesie vsatemi 
da quello Tllustriss. Senato, in due anni, che la 
dimorai. 

Occorreci poi da dire, che se bene nelle ìnemo- 
rie di Raugia si dice semplicemente, la Casa, e fa- 
miglia de Bobali, essere venuta di Morlachia, non 
dimeno, come poi meglio si è troìiato, detta Illustre 
famiglia propriamente viene del Ducato di santo 
Sabba, e da vn luogo particolare di quello, detto 
liobani. E vogliono alcuni, che questo nome Bobale, 
nella lingua nostra italica, sia il medesimo che Fa- 
bio. Onde la famiglia de Bobali, sarebbe V istessa, 
che la famiglia de Faby. 



84 



Nel terzo luogo vi htfhhiamo da dire, se bene 
noi pniiìuno di grriveì^: f/itentta nostr opera in Rtw- 
gin, ^ anrhv poi ritornati in Itnìitu subito la ri- 
srrivemìììOi tntta via si narebbe ella .stata, (fa al che 
tempo neìle tenebre, .senza venire in luce, pei' te dif- 
firalta rhe ai tìOìfano bene ìspesm nelle stampe, se 
la bontà e libei*idità del molto illnalre gioaane, il 
Signor Marino Cabogn, gentil* huonw raugeo, ^ ha- 
bitante in Ancomt, non hanesse tolte via ttifte le pre- 
dette difficoltà, e fanoritici à condurla^ come Dio 
grazia si è fatto, a perfezione in Lucca, Città Illa- 
strissima, e solo ancor ella in Toscana libera, come 
in Dalmazia Raìigia. Molto per (anta, dene la Città 
di Mangia à questo suo amantissimo figli aolo il Si- 
gnor Marino predetto, che come amoreuole della pa- 
tria, si è adoperato, che la storia di lei, con lande 
venga in notizia dclV altre proninae e nazioni. E 
se per aanentara apparisse ad alcano, che detta sto- 
ria non hauesse il suo intero compimento, si ricor- 
deì\i, che à i primi scrittori, di guai si voglia ma- 
teria ò saggetto, sempre si è huuuto da i prudenti 
compaMione, e che sono stati escìtsati^ perochè i prin- 
cipi j di t fitte le cose sono malageaoli. Verrà forse 
un altro, essendo facile alle cose trouate aggiugnere, 
il (/aHlc, e con piir copia di cose, e con maggior elo- 
ptenzia di parole, scriuerà delV alma B augia, e suo 
lenitorio, hi tanttf accetti ella, col prontissimo ani- 
mo di servirla, quanto da noi per hora, le viene 
donato, E voi, begnissimi lettori, à piacer vostro tran- 
sferiteai alla lettura del secondo libro, che anche 
pia del primo vi aggradirà, fauellandosi in 
quello di cose piii moderne, e pili à 
tempi nostri propinque. 
State sani. 



85 



DELL' ISTORIA 

DIRAVGIA 
SCRITTA DA F. SERAFINO RAZZI. 

LIBRO SECONDO. 

Intorno all' anno di nostro Signore mille e Gap. primo. 
quattrocento^ essendosi Baiazetto signore de Turchi, 
impatronito del Reame di Rossina *), e venendosi tut- 
tavia più accostando à i confini del Dannubio : Vla- 
dislauo Rè d'Vngaria, temendo di così potente vici- 
no, fece lega col Duca di Borgogna. Et essendogli 
venuto personalmente in aiuto con vna grossa banda 
di Borgognoni, & vnitosi al numeroso essercito suo, 
andarono ad incontrare Baiazetto, e presso à Varna 
si fece tra loro vn crudelissimo conflitto. In cui ri- 
manendo i Christiani perdenti, & il Duca di Borgo- Conflitto 
gna prigione, che poi con taglia d' vn millione d' oro Qu^i^^^^^e 
si riscattò, il Rè d' vngaria si saluò fuggendosi in j Turchi. 
vna terra di Dalmazia alla marina. Doue, ritrouando 
per sua buona sorte, vna galera Viniziana, con quella 
se ne venne in Raugia; e riceuè*) da quei Signori o- 



') Le prime incursioni e relativamente le prime occupazioni 
militare ottomane in Bosna, risalirebbero al 1425-30. (Cfr. Klaié 
1. e.) Qui si accenna a Stefano Tvrtko II. Tvrtkovié che regnò 
1421-1443. 

•) Viadislao cadde a Varna 10 Nov. 1444. Il R. evidentemente 
lo confonde col le d'Ungheria Sigismondo, che è sfuggito alla 
strage di Nicopoli 28 Sett. 1396., arrivò a Ragusa con una 
QaUera veneziana li 19 Decembre 1396 e vi si intrattenne fino 
ai 30, partendo per Spalato su nave ragusea. Vedi sopra a p. 76 
e nota. (Cfr. Tkalloczy 1. e). Ma Vladislavo hanno eziandio gli 
Annali dell'Anonimo, che furono la fonte principale del Razzi. — 
L'eroe riscattato dalle mani dei Turchi, ma per soli 100.000 
ducati, a cui qui forse si vorrebbe involontariamente accen- 
nare, fu Ladislao figlio di Giovanni Hunyadi, catturato a Ko~ 
sovo nella giornata campale 17 Ott. 1448 e precisamente per 
opera del despota Giorgio Brankovié. 



Notti li* e or- 
tea la de i 
R&ugei. 



1 Haugei 
soccorro n 
quei di Sjm- 
latro. 



La peste per 
due anni fu 
in Raiig*. 



Tradimento 
scoperto e 
ga^tigato, 



gni maniera di cortesia, E fra V altre narrano che 
vna fu questa, doè che per 4 mesi, che quiui dimo- 
rò, fu con tutta la famiglia sua, à spese del Senato 
pasciuto, e prouisto di quanto gli faceua di bisogno. 
E dopò ancora con due galere armate lo condussero 
a Spalatro: e quindi, accompagnato da molti gentili 
huomini Raugeì, se ne ritornò nel reame suo in Vn- 
garia. Dopò la partita del re d' Vglieria, di Spalatro, 
vennero in discordia i nobili di Spalatro detto, con 
la plebe e popolo, e runanendo al disotto, e vinti, 
furono con prestezza dal Senato Haugeo soccorsi. 
Imperochè mandando due galere gli leuò, e tolse dal 
pericolo: e sostentò altresì con le famiglie loro al- 
quanti mesi, tanto che le differenze loro furono 
accommodate. 

Quell' anno istesso venne k Raugia il morbo, e 
durò due anni, E vi morirono della nobiltà a 160 per- 
sone, de i popolani 207. e della plebe, e popolo mi- 
nuto, intorno à quattro mila. Passato il morbo poco 
mancò che Raugia non fusse presa, e saccheggiata. 
Imperochè quattro fratolh nobili, i nomi') de i quali 
per lionore della famiglia si tacciono, corrotti per da- 
nari, e promessioni da vn certo signore Bossinate, 
& hauendo indotti nella loro congiura alcuni della 
plebe, eercauano di dare la Città nelle mani del pre- 
fato signore, che con le genti sue armate douea es- 
sendo vicino, presentarsi vna notte, alle mura di 
quella. Ma essendosi, per bontà di nostro Signore & 
intercessione de i Santi patroni di questa Città, in- 
tercetto alcune lettere del Bossinate, nelle cpiah sol- 
licitaua r impresa, & il tradimento, furono i prefati 
giouani fatti prigioni, & hauendo ne i tormenti con- 
lessata la verità, furono tutti e quattro fatti morire, 
con gV altri eziandio loro comphci. Con tanta non- 



') Grande è la delicatezza del E. laddove gli annaliRti locali 
ne l'anno i nomi: Nicolò e Giacomo IVatelU ì\ì Zaitiuj^na, Li>- 
renzo e Simon pui^ fratelli, Bodazza — (Resti j>. 187 Anonimo 
52. Rttgrnina 246. Eng-el 152|, 



87 



dimeno fortezza d' animo, e tranquillità di mente, fu 
tollerata ') la morte loro, da i proprij loro parenti per 
r amore, e per la charità maggioro inuerso della pa- 
tria, che vno di loro, il .quale ci hauea vn nipote, 
fu veduto nell' bora che si conduceiiano al supplicio, 
vestito di porpora, passeggiare per mezzo della pu- 
blica piazza. Il giorno in cui fu scoperto detto tra- 
dimento, e liberata per ciò la Città :da tale pericolo, 
fu alli 9. di Marzo, festa de i quaranta martiri, on- ^®^^ ^^^®^" 
de in memoria di tale beneficio, ciascun' hanno, il ^^^^ ^^^*" 
Rettore e Senato costuma di andare processional- 
mente alla Chiesa di San- Biagio, e quivi anche nella 
loggia vicina, quella mattina si fa la predica della U- 
bertà. Ne gli stessi giorni, il Territorio di Raugia 
vecchia, con tutta quella regione che con hngua epi- 
daurica, da vno acquidoccio, canale s' addimanda, fu 
compero da i Raugei '*), e fu pagato il prezzo à certi 

') È una miniatura di colui che, altrove, condannava il figlio 
al patibolo — Però i cronisti locali nulla ne dicono, ond' è 
da dedursi il R. r9,bbia attinta dalla bocca di colui che gli 
forniva il materiale per questo lavoro. 

•) Il territorio di Raugia vecchia. L'acquisto di Rag. vecchia 
e del territorio dei Canali fu 1' ultimo incremento territoriale 
di Ragusa, i cui domini perciò raggiungevano la massima loro 
estensione di miglia 120 da E. ad Ov. ed un area complessiva, 
non escluse le isole, di miglia quadr. 340. Se non che il R. 
ne stabilisce la data al 1400 e lo ritiene conseguito in forme 
affatto ovvie. Il tempo in cui Ragusa ne tentava per la prima 
volta r acquisto, cioè circa intorno al 1419, il tratto da Obod a 
Soko apparteneva al Vojvoda Pavlovié; V altro da Obod a Vi- 
taljina al* Vojv. Hranié. Quest' ultimo nel 1419 s' arrese alle 
istanze de* Ragusei, e loro cedette il suo per il prezzo di 18000 
ducati ; V altro invece venne secoloro in conflitti, che dopo molte 
alternative, dovettero risolversi, dinnanzi all' apparizione del 
Turco, in favore dei Rag. — I quali perciò n' ebbero anche 
l'altra metà, per il prezzo di ducati 24000. (Cfr. anzitutto 1' in- 
terressante monogr. di A. Vuòetió: Odnoèaji Dubrovàana sa ho- 
sanshijem Velikaàitna ecc. (Progr. ginn.) Ragusa. Pretner 1 875. — 
indi: Jovan Radonió Ver Grossvojvode Sandalj Hranié. (Arch. 
f. Blavische Philolog. XIX. Voi.) Berlin — e le fonti da que- 
sto citate, indi Kaznaòió in Epidauritano Martecchini 1869. p. 20 e 
aeg. e finalmente Tralloczy Diplomatarium Ung.-Rmguaanum, ad v. 



88 



Le terrt^ di 
e a naie so- 
pra Haugifi. 



Bignori Bossinati, e poscia diuiso à huomo à huomo, 
tra ì Cittadini: non senza però inuidia de gF antichi 
posseditori. Doue è da notare, i^ome detto Territorio 
di ( 'anale, essere istato anticamente di Raugia vec- 
chia, ne fa piena fede la mirabile struttura^ e fabrìca 
di certo acquidoccio, per cui di lontano circa venti- 
migUa si conduceua V acqua alla Citta, Della quale 
opera distrutta e guasta da i Slouini, ò vero tìothi, 
si veggono fino al di d' oggi alcuni vestigi , e si leg- 
gono in certi luoghi 1' inscrizioni latine de i nomi 
de i curatori. 

Nel mille quattrocento quattordici'), veggendo i 
Raugei che Baiasetto signore de i Turelii, dopò la 
vittoria ottenuta à Varna'-') contra il Rè d'Vngheria"**), 
e Duca di Borgogna: veniua tuttayia molestando il 
paese dall' Arciduca di Samandria, e che V imprese 
di lui tutte prospere riusciuano: non panie loro da 
Raugia tri- differire à cercare F amicizia sua. Onde volontaria- 
butana cit*i jj^^j^i^ g^ gi[ fecero tributarij di ducati 500. V anno, 
e furono da lui volentieri ricenuti, e donò loro pri- 
uilegi di potere per tutto il suo dominio trafficare 
essenti e liberi da tutto le grauezze. E essendo poi 



Cftp. 2. 



I^run Turco. 



*) Nt4 1414 — I cronisti locali rìporlano questo fatto ai 141 <>. 
ma dev'essere riferito a tem[>i [tosteriori. La prima pretosa di mi 
tributo dii imrie dei Turchi fu avan/aUi appena nel 1440, e ciò 
in omagg-io ni diritti ne' quali erano sueceduti eoi F occupazione 
di Bosna ed Erzegovina — Il tributo del Ciumruk o i Iella fran- 
ehigia eommei'ciale (tJiomerchium) in Turchia è di tempi an- 
cora più vicini a noi. 

') Qui è in contradLzione con {pianto disse xjdc' an/i. Vide 
p. 85 e n, 2. — 

^) La battaglia a cui è qid accennato, avvenne il tìì IO No- 
vembre 1444. (Vedi nota 2 a pag-. 85). Hemendria (si. Smedmei^} 
il cui gi'ande cartello triangolare, con 24 toirì, fu eretto da Gior- 
gio Brankovié nel 1430, venne eonqnistata dai Turchi due volte 
nel tempo di cui qui e parola: eiot" nei 1439 e nel 14fì!J 
Quest' ultima data segna la decisiva caduta della Serbia. A 
quale delle due giornate iHmpali intenda accennare il H. ^ im- 
possibile indicarlo, fatando al i-ontesto della nai-raziont? si do- 
vrebbe riferii^e alla prima, sicché incorrerebbe in una ripetuion». 



89 



succeduto nello stato di SamancUria, Stefano per mor- 
te di Lazzaro suo padre, e sdegnatosi che i Raugei 
si fussero fatti tributarij del Turco suo nimico, ne Crudeltà u- 
fece pigliare quanti n' erano nello stato suo, e gli sata verso 
storpiò tutti, à chi cauando vn' occhio, à chi ta- ^^^s^^- 
gliando vna mano, & à chi altra somigliante cru- 
deltà vsando '). Tolse altresì loro tutta la roba, contra 
ogni giustizia e douere, la quale ascese alla valuta 
di circa trenta mila ducati. 

Dell' anno 1433. i Raugei*) per introdurre nella 
loro Città r arte della lana, condussero di Firenze vn ^^ di lana 
certo Pietro Pantella, donandogli alcuni terreni sotto venuta in 
monte Vergato, e pagandogU ducato vno per panno. Raugia. 
E così lavorando egli, & insegnando altri, fé' sì, che 
in ispazio di cinqu' anni s' apersero, più botteghe di 
lana, e di panni lani, nella città di Raugia. E per- 
che cotale esercizio non si può fare senza abbondanza 
d' acqua dolce, fatto venire da Napoli vn certo mae- 



*) È chiaro lo si^ostamento babilonico delle date, di 
cui non si può far rimprovero al nostro A, che in punto di 
storia degli stati balcanici, doveva essere affatto digiuno. I do- 
cumenti rag., avrebbero puro potuto chiarii'lo, ma egli non 
ebbe che i manoscritti dei cronisti locali. (Cfr. Nodilo 11. co.) 
Si sa che Ragusa fu vessata dalle sevizie del despota Stefano, 
nepote di Sandalj, nel 1439 (Thalloczy Diplomat. Ung. rag. pag. 
424. 26), che nel 1443 mandò ambasc. al Turco per aver libero 
il commercio di Slavonia (Thalloczi 1. e. 443), e finalmente che 
nel 1451 Rag. tentò un avvicinamento con Herceg Stefano (1. e. 
478-79). In tutte queste circostanze il titolo di arciduca non e- 
merge mai. 

*) Dell' anno 1433.? Pietro Pantella, mercante fiorentino, tro- 
vasi domiciliato a Ragusa già nel 1423, ed impegnato in specula- 
zione in granaglie e lana. Già nel 1425 costrusse per se ed e- 
i»edi il sepolcro che tuttora si conserva nella sacrestia dei PP. 
Domenicani. Propose al sonato 1' industria dei panni, e ne con- 
dusse i tessitori dalla Toscana. Ma ebbe a sua richiesta, la cit- 
tadinanza ragusea già nel 1430, onde V introduzione della lana 
è anteriore. A questa industria, nel 1435 aggiunse quella della 
tintoria. L'altra industria e non meno importante dei fustagni, 
fu introdotta da cert' altro fiorentino di casa Brugnoli nei 1498. 

7 



90 



stro Honofrio^), valentissimo ingenieri, condussero da 
Chenesciza di Giuncheto, villaggio non molto lon- 
tano da Raugia, vna polla d' acqua così copiosa, che 
Acqua dolce y[Q[^Q r^]\Q ouira della città fa macinare più mulina, 
Gkinchetto^ ® quindi Scendendo prorompe nella Città in bellissi- 
me, eommodissimOj copiosissime fontane, e fuori delle 
mura, sotto dette mulina, s' estende alle tintorie, & 
ad altre commodezze per la prefat' Arte di lana. Si 
spesero nel condurre dett' acqua, e nel fare le pre- 
dette fontane, intorno ù dodici mila ducati I quali 
furono molto bene impiegati, essendo che la Città 
già tanti anni ha goduto, e si gode tuttauia il frutto 
di quelli, trovandosi su la riva del mare cotanta ab- 
bondanza d' acqua dolce. 

Del 1440. essendo succeduto à Stefano nello 
stato di Samandria'*) regione della Misia inferiore, tra 
il monte Emo, & il Danubio fiume, Giorgio Des- 
poto, quasi vltimo successore della progenie di Ste- 
fano Nemagno, venne à battagha con Amurate si- 
gnore de i Turchi, & essendo stato da lui rotto, e 
vinto, se ne fuggi in Vnglieria^) e quindi à Raugia 



') La conduttura dell" aequa fu inspirala anzàtulto dal bÌ8o- 
gno deir PKÌstrnz;t dei cìUadini, cho fìnaìlora ^iovaranai dfUa 
stagnante deUe cisterne (Cfr. Sviluppo Cimleh L' Architene ne 
fu Onofrio de La Cava, che ne ultimò lo fontano nel 1439, 

') Seraendria, sL Bmedorovo a 45 ChiL da SE, di Belgrado, sul 
Danubio, fra la Je^ova, e il braccio ocoid. del delta deUa Morava. 
11 grande castello trianR"olare con 24 torri, fu cretto da Giorgio 
Brankovi('^ nel Um - e fu conquistato dai Turchi 14B9, 1459, 
e 1690^ ai quaH nel 1717 fu tolto da Eugenio di t^avoia. Rica- 
duto in mano dei Turchi, nel 18H7 venne in mano dei Serbi. 

*) Il riferi m<inlo a questo neDa nota il p. 88., fa constatare 
incidente F inutile ripetizione di un fatto, senza che se ne ca- 
pisca il motivo. — Giorgio fu della vecchia tLinavStia serbiana dei 
Brankovió, discesa dal sebastocratore Branko che amministra 
Derida sotto lo Zar Dusan. Quale discendente di suo zio Stelano 
Lazai"^vié, Giorgio (1427-1456j fu def*p&ta di tutto il regno set'- 
i»ico di allora, e ohe si estendeva da Smederevo sul Danubio, 
lino al Sar-dagh e la costa adriatica ad Antivarì, Dall' eatreriHi 
limite del regno, e molto più probabilmente dal fatto cU' egli 



91 



con tutta la sua famiglia, e con , gran copia d' oro, Bontà de i 
riponendo ogni cosa nel potere di quello Illustrissi- Raugei de 
mo Senato. Il quale scordatosi, per debito di buoni ^^^ ®^^^** 
Christiani, dell' ingiurie fatte dal padre suo à i mer- 
canti Raugei, lo ricevè con ogni maniera d' honore e 
trattò sempre con ogni sorte d' amoreuolezza, fino 
che dopo certo tempo nauigò ad Antivari, città che 
dello stato suo sola era rimasa alla diuozione di lui, 
e non più di circa 50 miglia di mare da Raugia di- 
stante. La qual cosa intendendo Amurate mandò se- , 
cretamente à trattare con gV Antiuerini, che voles- 
sero damegli nelle mani: e che hauerebbe loro la- ^^ ^^^ 
sciata la città libera, e sotto la sua protezione. Gli pensare ai 
Antiuerini, essendoli cotal partito da Amurate propo- deono i tra- 
sto, se ne stavano con l'animo sospeso, & irresoluto, dimenti. 
da vna banda inuitandogU al sì le grand' offerte fat- 
tegli, e dall' altra suadendogli il contrario la fedel- 
tà, ohe al proprio signore doueano. Ma il Despoto 
fatto da alcuni amici consapeuole del caso, si risol- 
uè, per migliore partito di non aspettare la dubbia 
risoluzione de gU Antiuerini. Onde mandando subito j j^^^^^j 
à Raugia vn messaggiero, pregò quel Senato che vo- seccorrono 
lesse in tanto pericolo soccorrerlo. Per lo che fatta v amico. 
armare vna galera, la mandarono i Raugei 1' istessa 
notte sotto Antiueri. Onde Giorgio Despoto, sotto 
specie d' andar' à caccia vscito la mattina di buon 



vi. fece il casteUo, trae il Razzi la denominazione di despotato 
di- Semendria a quello della Serbia. Giorgio Br. alternò costan- 
temente fra i potenti suoi vicini 1' Ungheria ed i Turchi. 
Conquistata la Serbia nel 1439 da Murad II. (1421-1451) Gior- 
Br. dovette cercar rifugio fra 1' Ungheria e Ragusa; i figli di 
Gregorio e Stefano per ordine del sultano, furono acciecati. La 
felice spedizione Ungherese del 1448 contro il Turco, ebbe per 
prima conseguenza la ricostituzione del despotato serbico, ma 
seiUEa il litorale. Giorgio, benché serbatosi alieno alle spedi- 
zioni ungheresi, perdette il mezzodì del suo regno, che gli fu 
tolto dal figlio di Murad II., Maometto II. (1451-1418.) detto 
El Gfhasi (il conquistatore) e amiche Bujuh (il grande), per la 
oonqtiÌBta a lui dovuta di Costantinopoli (29 Maggio 1453.) — 



92- 



suoi dome- 
stici. 



Rau^. 



hora con tutti i suoij e con tutto il suo hauera, fuori 
della città, e scendendo alla marina, imbarcò sopra 
detta galera, e se n' andò a Raugia, confidando la 
vita sua piutosto nelle mani do i nobili Raugei, che 
Inimici del ^ella potestà de i proprij vasalli. Fu per tanto da i 
_™° f_^ Rauj^ei ben volentieri ricevuto, e (cortesemente trat- 
tato tutto quel tempo, che dimorò appresso di loro. 
E se bene Amurate, di cui tutta V Europa in quel 
tempo tremaua, mandò più nunzij, le piii offerte e 
'Difedeivion minacciò più volte il Senato di Kaugia, acciò la- 
lodata, aiDia sciasse la protezione del Despoto : non però mai voi- 
lono i Raugei mancare della fede data al prefato Rè, 
di salvarlo. Anzi di maniera operarono, per mezzo 
de i loro Ambasciadori appresso del sopranominato 
Imperatore Amurate, che stupito di tanta pietà, e di 
tanta fedeltà hebbe à diro, come non facilmente po- 
lca perire la città di Raugia in cui tanto c^nto si 
tenea della fede data. Ma non contenta di (lueata 
protezione e difesa^ Raugia diede altresì opera che 
ricuperasse il regno, di cui era istato ingiustamente 
spogliato. Onde impostolo sopra le proprie galere, e 
nani lo condussero fino à Scardona, citta vicina à 
Sebenico, E quindi andatosene in lungheria, in breue 
tempo» per opera di lano Vnniade, padre del Rè 
Mattia, e per mezzo del tesoro ledelmente conserua- 
togli da i Raugei, distribuendolo laro-amente a i sol- 
dati, fu rinuestito del proprio regno. 11 quale ricu- 
perato, non fu giammai scordevole de i benefleij 
riceuuti da i Raugei. Anzi sempre si studiò, e a' a- 
doperò di riconoscere, e di ricompensare tanta loro 
Fftìjor nota- ^^^i^t^sia. Onde fra 1' altre cose ordinò che in tutto 
bil fatto à i lo stato suo, qualumiue Raugeo hauesse hauuto de- 
Raugei. bitore alcuno contumace, senz' altramente riccorrere 
alla corte, e giustizia pubhca, potesse egli stesso 
farlo incarcerare nella sua propria casa, e quiui te- 
nerlo tanto che sodisfatto V Imvesse. E perciò molti 
Raugei ne diuennei'o ricchi ; la città loro grande- 
mente fu augumentata di facoltà e di riputazione. 



Riconobbe altresì il prefato rè alcuni particolari gen- 
til' huomini Raugei, i quali continoamente gli haueano 
tenuta compagnia, come il signore Dammiano di Ca- 
boga, & il signore Pasquale di Sorgo, i quali pose 
in certi gouerni ') del regno suo, onde riportarono ho- 
nore, e ricchezze. 

DqII' anno 1445. hauendo Amuratte fatta la caj). 3.^ 
pace col rè d' Vngheria, e con gì' altri suoi conui •.--'-• 
Cini, rinunciando il gouerno al figliuolo suo Maomet- '^ ! ' | 
to, se ne ritirò in Amasia, quiui tutto dandosi al- 
l' ocio, & a i piaceri. Ma prima ricordatosi come i 
Raugei non gì' haueano voluto dare nelle mani Gior- 
gio Despoto, raddoppiò loro il tributo, e volle che 
pagassero 1000. ducati V anno. Et eglino per non po- 
ter far altro accettarono detto accrescimento. I Chri- 
stiani, veduto che Amurato si era in quella maniera 
in Amasia ritirato, cori isperanza di fare qualche pro- 
gresso nelle cose loro, vnitisi insieme, e fatta gran ^^ ^*" ^^^ 

1 1 r J.J. V dorme non è 

preparazione per la guerra, ruppero la pace fatta co i , ^ t 
Turchi. Onde Amurate richiamato con prestezza d' A- 
masia, se ne venne in Bulgaria, e fatta giornata*) co' i 
Christiani rimase vittorioso. E subito se ne ritorno jn 
Amasia, doue poco dopo finì i giorni della sua vita. 



*) Pasquale Sorgo costantemente impegnato in ambascierie 
della rep. rag. e per lo più in Ungheria — (Cfr. Thalloczy. l. 
e. 469) nel 1453 è designato come Ceonik (colnik) del Sig. De- 
spota (14 Febbraio) in Smederevo ; — Damiano Cnboga, nel 1452 
ambasciatore dei Rag. al despota, apparisce inviato da questo 
al Sultano, e precisamente in affari o noli' interesso dei Ragu- 
sei stessi. (Intorno ai favori del despota cfr. Thalloczi p. 547-9. 
et seg.) — Ceofiik o Olnik secondo Daniele ot Miklosic -n. pre- 
fetto ; — altrove invece è 1' ufficiale delegato al contributo mi- 
litare della città. 

') AUudesi qui alla battaglia di Kosovo (Anisfeld) del 19 Ot- 
tobre 1448, eh' è la seconda di (juesto nome, o che in generale 
non vuol essere confusa con la prima, del 1389, che è l'argo- 
mento di tutti i canti, di tutte» le leggende ]»()polari della Serbia' 
ed il fatto a cui si collega 1' istoria di Vuk (y 1398) padre di 
Giorgio BrankoYié. 



M 



Principe a^ 

uftro, è mol- 
to biaaime- 



E Maometto *) Celebbìa suo figliuolo, ancora assai ben 
giouane, rimase successore de gli stati suoi. A cui 
mandando i Raugei Ambasciadori con bellissimi pre- 
senti, non puotero mai haiiere audienxic fino a tanto, 
che non aggiunsero al tributo altri 5iX) ducati. Com- 
parendo adunque con tributo di mille e cinquecento 
ducati, furono ascoitati, e se ne ritornarono h casa, 
tra loro dolendosi della superbia & aviarisjia del ti- 
ranno. 

Del 1451. essendo morto Volcazio Bossinate, 
Duca di Santa Sabba, gli succeda» nel regno Stefa- 
no Cosaccia^), suo figliuolo. E mandandogli i Rau- 
gei Ambasciadori k congratularsi, furono da princi- 
pio ben veduti^ e cortesemente trattati. Ma occorren- 



^) MaomeUo II. il grande, nato in Adriiinopoli iifl 14H0, assmige 
ìlrpgTio nei 1451, lo tenne fin al 1481, e conquistò Costjintinopalì 
(29 Maggio 1453 K cioè quando aveva ftp pena 28 anni. Condusse 
fiangtiinosp j^ueriT contro UioTanni IJniade, f^ soggettò fomplo- 
tanif^nle al suo ini pero la Serbia, d^tpo la uìorle di (tìorgio 
Brankovié, trovandovi IjuMlitala la via dai partiti ungherese e 
turco, che travagliarono il breve regno (1406-1458) di Lazaro 
di Giorg. Brankovic, E peroiò sarj'i appena ni U^mpi di Maltia 
Corvino (Cfr. Klaié-Boinièir. Oet^ehielite Busniens. Cap. Xlih 
che i Brankovic emergeranno di nuovo rome despoti, mu 8eni- 
plicemente titolaT'i di Serbia, v romUdUmì di esereiti serldani in 
vSirmiò, La linea «lei Brankovii\ eontinita con Vifk \j- 1485^ un 
bastardo del cieeo Gregorio, Giorgio (f lóltìi tìglio del deca 
Stefano (f 1477 in Friuli), e elie pi'ima ap]Mtrìsee eoine Mo- 
naco, col nome di Massimo, [loi tome Metropolita in Valacchia. 
Contili ebbe aneoi'a un iVatelbi, Glfìvanni, morlo nel 1502. 

Nel see. XVll. rieom]»arispe il nome dei Brankovic, nella 
persona di im imuifo Giorgio, e he si diatingue nella gnerm 
della Valacchia, della Transilvania e dell' Austria. Nel HiHìS elilie 
anche il titolo di Conte iV Vnyherìn, Preteijìe al Irono di Serbiji, 
ma ]ireso da Lodovico margiaviu di Ba<len, neir aeeHini)umen(<» 
di Klwtluvo nel lOHll U\ niàndab» |>rìgif>tiiei-ò nd Egra, dov»» 
morì nel 1711, di tìti anni di f»ta. 

^\ Ooisaccift — Vedi /, Badonic — Der Grosvoivode Sandalj- 
Hninié — in Archiv f. iSlaviscbe Philologie di V. Jagi<5. Voi. 
XIX. p. 385 — e Póparié Hercezi Sveloga Ha ve - Spalab». 
Zannoni 1895, Qualche po' cIV. aneìie Ljnhic Ugledaio. 1. Vob— 



i96 



do vn giorno certo ragionamento, dopo vn solenne 
banchetto, con gli stessi Imbasciadori, vno di loro 
hebbe h dire, comò certo negocio si sarebbe difinito 
con Tarme in mano. Perchè sdegnatosi il Duca, gli 
licenziò. E poco appresso congregato vn' esercito se 
ne venne à i danni dì Raugia. Mandarono i Raugei 
gente ad incontrarlo, e vietarh il passo^ ma furono 
dall' esercito del Duca rotti e dissipati tutti i loro 
presidij. E veggendo di non poter© con le forze re- 
sistere a così potente inimico, pensarono d' aiutarsi 
per altra via* Onde mandarono vn bando, che chiun- 
que havesse occiso detto Stefano Cosaccia, ò V ha- 
ues^e dato vino, e prigione nnlle mani loro, sareb- 
bono stati pagati dieci mila ducati, e donata vna 
casa, con vna possessione^ o sarebbe istato fatto gen- 
til' huomo Raugeo. Erano all' hora nell' esercito di 
detto Stefano Cosaccia tre fratelli suoi figliastri: il 
padre de i quali, per i tempi adietro era stato gran- 
de amico de i Raugei: & il Senato si hauea ezian- 
dio mantenuti amorenoli detti fratelh. Onde entrato, 
dopo rauLiiso del predetto bando, in sospetto di loro, 
Stefano prefato, leaandosi dall' impugnazione de i 
Raugei, se ne ritornò con 1' esercito ne suoi paesi, 
senza donare altro esito alla predetta guerra. A 
quest' istesso Stefano Cherzego, ò vero Cosaccia, Du- 
ca di Santo Sabba, senza riguardare à i trauaglì da 
lui per lo auanti riceuuti, la citta di Raugia ^'ende 
poscia bene per male. Imperochè andandone egh pro- 
fugo, & esule del regno proprio, Y accolse benigna- 
mente, & ohre air infinite carezze, che gli fece in 
tutto quel tempo, che in lei dimoro, gli fé' altre- 
sì prosente di trenta panni di lana, e d* alcuni 
drappi di seta, per riuestire se e la corte sua, la 
quale, per andarne fuggitiua, gran bisogno ne te- 
neua. 

Ma questa narrazione da noi fatta di Stefano 
Cosaccia, seguitando alcune memorie dateci qui in 
Raugia da alcuni amici, altramente pare che narri 



MoUo esser 
THiito nel 
parlar con- 
uiensi. 



Tra i guer- 
regg-ianti 
non si fiuol 
|ior tagli». 



E sempre 
bene mante - 
nere gli a- 
mici. 



Rendono 
ben x>er ma- 
le i Raugei. 



Gap. 4. 



^m 



Nel ririinto 
libro kì p ur- 
li* (li Hjni^- 



Hebbero il 
torto gV Ita- 
liani; con 
gente si cor- 
lese^ e si a- 
morevole. 



E migliore 
VD pruden- 
te» che vn 
htiom forte. 



Condanna il 
Tubero ne i 
Baugei. 



r Abate Tiiberone\), pureRaugeo, nelle sue storie la- 
tine. Dice egli adunque, come intorno a i predetti 
tempi del 1450. i Raugei da tante loro prosperità 
(come suole auiienire) innalzati, presero à conten- 
dere, (dissentienti però da questo i migliori Senatori) 
eon Stefano ( 'osado, figliuolo di \'olcazio Bossinate, 
loro vicino *S:: amico, e sotto di cui orano alcune Ter- 
re della Dalmayja. E cotanto pertinacemente voUono 
mantenere detta guerra, che oltre all' liauere consu- 
mata gran fiuantità d' oro in condurre soldati ester- 
ni, ci furono anclie per perdere, per tradimento, la 
propria Città. Imperochè i soldati condotti d' Italia, 
veggiendo che i Raugei poc^ erano esperti nelle co- 
se di guerra, consultarono tra loro di 'prima saccheg- 
giare la città, e poscia darla nelle mani de i nimici. 
Ma scopertasi per alcuni cittadini questa congiura, e 
rapportata nel Senato, con prudente deliberazione 
quelli Illustrissimi Signori, che alT hora governauano, 
e senza punto perdersi d' animo, in causa di tanta 
importanza, e così pericolosa, per hauer gì" inimici 
dentro e fuori, in questa maniera prolùderò alla loro 
salute. Finsero di douer l'are certa spedizione fuori 
deEa città, e mandati coloro, i quali sapeuano essere 
de i congiurati^ non gli lasciarono poi altramente ri- 
tornare drente. Poco nondimeno durò 1' allegrezza 
deir hauer saluata la città dal pericolo interno, pe- 
roche essendo poco appresso le genti sue di fuori 
istate rotte e sconfitte in vn fatto d' armCj ritornò 
tutta mesta e dolente. Ma peggio ancora rauuenne; 
conci ofusse cosa, che per ripa rarefa i presenti alF fiora 
suoi danni e mali, ella prendesse vn consiglio, e par- 
tito, à lei poscia, *S: à tutta Christianità (cooie alcuni 
stimarono) al tutto detestabile e i>ernizioso, Ilauciia 
Stefano Cosacelo il figliuolo suo priniogeuito, il quale 
per hauergh esso suo padre, il giorno proprio delle 



•) Cen^ario Tyberonu: CommenL stwrtim temporum, vf Ih' On't/, 



•^7 

sue nozze, rapita vna nòbile giouané, a lui destinata La destinata 
per moglie, & à se^, che vedouo era, congiuntala * ^^^ ^^^ 
grandenaente V odiaua, e non lo poteua con buon' oc- ^^^^ 
chio vedere. Sapendo per tanto i Raugei questo. cat- 
tivo animo del giouane verso del padre suo Stefano, 
parue loro buona occasione di potere opprimere per 
mezzo d' altri, il nimico loro. Onde operarono secre- 
tamente col giouane, e tanto con preghiere & offerte, 
fecero, che V indussero à ribellarsi dal padre, & rif- 
fuggirsene al gran Turco, e con V aiuto di lui à ven- 
dicarsi di tanto grand' ingiuria fattagli. Ma non per 
questo cessò Stefano d' oppugnare i Raugei. Anzi Vendon la 
eonuenne co' i Viniziani, che espugnandosi con 1' a- P^He, non 
iuto loro, Raugia, la preda delle facoltà fusse sua, e f/jup"*^^ ^ 
la città rimanesse all' imperio Veneto. La qual cosa, 
come prima seppero i Raugei, spedirono à Roma, à 
Papa Niccola quinto, vn certo monaco Basilio, poi Corrono al 
per r vfficio buono da lui in questa causa fatto, fé- ^^^^ ì sag- 
cero Vescouo Tribulhense creare, e si querelarono ^^ ^a^^ei. 
appresso di sua beatitudine, che i Viniziani haues- 
sero prese l'armi centra di loro, & in favore di Ste- 
fano Cossaccio, il quale era scismatico. Ciò vdito, 
indirizzò il Papa lettere al Senato Veneto, coman- 
dandogli sotto pena d' interdetto, che subito desi- 
stessero d' oppugnare i Raugei Cattohci figliuoli di 
S. Chiesa, e di fauorire Stefano predetto scismatico. 
Vbidirono i Clarissimi Signori Viniziani al sommo 
Pontefice, e subito si ritirarono dalla lega e confe- 

*) Il fatto consisterebbe ili vece nel malcontento di sua moglie 
ElenUj per le preferenze di Stefano a certa Cecilia, una bellezza 
fiorentina, venuta nel regno con alcuni mercanti di Toscana. 
Elena V avrebbe abbandonato, ricovrando a Ragusa col figlio 
Vladislao. — Ragusa, forte delle suo istituzioni si sarebbe ri- 
fiutata di bandir la profuga dai propri stati, siccome era desi- 
derio di Stefano, che toglieva poi a vendicarsene nel commer- 
cio dei Ragusei mA ducato, v domandando la restituzione di 
CanaU — (Cfi*. Chalcocondylas X. 540, Miklc^ic. Moii. Serb. 
ecc.) — Vedi Thaìloczi: Diplomatariuni Ung.-rag. pag. ad 
voc). — 



•"^^ 



de 



derazione col Bossinate. Ma non perciò si pose fine 
alla guerra di Dalmazia, imperochè il figliuolo di 
Stefano predetto fuggitosi al gran Turerò, per la ca- 
gione detta, e da lui fauorito d' vn giusto esercito 
Queste cose TurchescOj se ne venne con hostile animo à i danni 
escTiue i ^^j p^igpjjQ regno* E di maniera guastando, & abru- 
sciando scorse le provincie, à rjuel reame spettanti, 
che quasi affatto estinse la Cosacela famiglia, & a- 
perse talmente à i Turchi la via della Dalmazia, e 
delle circonstanti prouincie, che eziandio la città di 
Raugia, non solamente diuenne alla casa Ottomana 
maggiormente tributaria'), ma anche poco meno che 



*) Questo del tributo de' Rag, al Gran Divano, r un momento 
storico che larderà assai ad esser messo in piena luce, perchè, 
fatalmente molti documenti andarono perduti^ i Secreta Consilio- 
rum furono distrutti dai nobili di Ra]^. alla vigilia della caduta 
deUa loro Rep. ; e di queUi scritti in Turco, i più non furono 
per anco interpretati. Jl Thugrà di Orcane e V istoria deUe vi- 
cende passate coi succeseori di lui, fino a Maometto L, Je sono 
baie delle quali non vai la pena occupai'si. Sulla base di do- 
cumenti, 8i può sostenere soltanto che Muriid li. quando ebbe 
^el pae^e del Despot Giurach, ei franche de tute le gabeUe li 
mercadanti nostri^ et ne concesse molte altre franchizie, p perhò 
noi fesimo neh ordì o de onorarlo o)<^ni anno, secondo se conti e n 
nn la poveg'lia"' t privilegio* — rescritto). È certo poi, che ^da 
l>uo quando esso Imperador reslitxii al deto (lespoto el paese, 
ne franchò de tuto tiuelo li eravamo obligati per el tempo che 
hftveva ad vegiiir. . . ,"' Se lo onorava, siccome appaile da docu- 
menti posi eri ori, con annui doni in argenterie, che in valore 
non rapi^reaentarono mai più di due a trecento ducati aU'anno. 
Cinque anni dopo la caduta di Costantinopoli, ì Ragusei, preve- 
dendo il progresso delle armi mui^ulmane, mandarono Paladin 
Marino de Gondola, Paladino Pietro de Luccarì, ambasciadori 
a Maometto IL, a supplicarlo volesse permetter' loro di «libe- 
ramente uxar, trafegar et mercantizar, . . in Schiavonia, Roma- 
nia, Natòlia, Bosna, Albania, Bulgaria, Vlachia, Costantinopoli, 
et per tute altre tegnude et paexe del prefato Imperador, et de 
li soi tribiitari, et de chi li dano elCharaz,.,/' (Haraè ^ tributo 
di vassallaggio). In cambio di questo privilegio i F^ag. gli offri- 
vano r usuale annuo presente di argenterie del valore dì ducati 
àOO; pronti per altro ad aumentare Y imijorto fino al massimo 
di due. 600., ma al patio, possibilmente, di portargli quest' o- 



serua. E così molte volte adiuìené, che coloro, i quali 
vogliono vincere il nimico con V altrui arjni, con 
r istesse anch' eglino vengano soggiogati. Il che 
sappiamo essere accaduto nel!' età de i nostri aui, à 
i Macedonij, à i Greci, à i Traci, à gì' Illirici, e Schia- 
uoni. E ne i tempi più propinqui all' ItaUa. Ijnpero- 
ehè mentre alcuni de i Principi Italiani, quinci hanno 



maggio ogni 3, ed al più ogni 2 anni, con riguardo alle fatiche 
e ai dispendi inerenti al relativo viaggio. Naturalmente, aUo 
scopo di conseguir tal privilegio, gli ambasciatori erano auto- 
rizzati di prometter minelle da 50 a 100 ducati ad ogni Vezir. 
Ma „non possando restar da cordio, comò è detto, aUora ritor- 
narete ad casa, per quella meglia via che ad voy parerà." — 
(Lett. et Comm. Lev. ad a. fol. 190 et seg.) — Si sa poi che di 
ciascuno dei primi Firmani, il Gran Divano rilasciò, sempre 
ai Rag. tre esemplari: Uno in lettera turchesca (eh' era in fin 
de\ conti V autografo), uno in grecho et uno in lettera schiava 
(eh' erano semplici traduzioni), ma tutti de uno medemo te- 
ner " Si sa ancora che nell'occasione di giuramenti o so- 
lenni promesse la formola solita dei firmani era: — „per 1' u- 
nico Signor Iddio del Cielo e della Terra, e per il gran suo 
profeta Mahometto, e per i 7 capitoli dell' Alcorano che abbia- 
mo e professiamo, e per i 124.000 profeti di Dio, e per l'anima 
del mio avo e di mio padre, per la vita mia e dei miei figli, e 
per la spada che cingo, giuro ecc." Onde di massima è lecito 
dubitare dall' attendibilità di documenti che si scostano da que- 
sta formola. Si sa finalmente che Thugrà, Firmani, Arzi, Buiu- 
rulti, Hoggetti o altri consimili rescritti mussulmani, sono sem- 
pre segnati con la data dell' Egira, sicché quelli che portassero 
la data dalla Nascita di (1. C. dovrebbero, di regola generale, 
essere sospetti. La moneta poi meglio accreditata presso la Su- 
blime Porta, specialmente in tutto il 1400, fu il „ Ducato o Zec- 
chino Floro, cioè 1' Ongaro." Esiste noli' Archivio di Rag. un 
volume in cui sono tradotti pei' ordine cronologico i Firmani 
ed i Thugrà imperiali. Da questo i)rospetto apparisce che il 
primo tributo fu pagato il 19° giorno del Muharem dell' Egira 
865 (cioè il dì 4 Agosto 1460 secondo la traduz. predetta), nell' im- 
])orto di Ongari 1500 i)or gli anni 1458. 1459. e probabilmente 
1460. Dal che si avrebbe che j'ealmentc ottenessero di j)agare Fiori 
500 aU' anno, e che (questo primo versamento fosse il risultato 
delle prestazioni degli Amb. predetti. Il Miklosich invece appena 
sub 1471. (BONov.) ha (CDXXXVII) „Muhamed IL fatetur se ac- 
cepisse a Ragusinis hartti novem millium ducatorum aureorum 



'400 



('14 1, Ti. 



favorito i Franzesi, & altri quindi si sono accostati 
h gli 8pas:niiolij e gV uni e gli altri si sono, senza 
riparo, troiiato sopra il collo, il giogo della seruitù 
aliena. Ma seguitando la narrazione diciamo, elio 

Deir ano 1453. voltando Maometto V anni lon- 
tra la Grecia, cacciò primieramente dello stato suo 
tlionanni iScbender*) Duca dell'Albania. 11 quale non 



prò a, 1471 solUuitu. Adunque, ci sarebbe, stato uno spaventevole 
aumento. Non trovandosi rhe dal 1460 siano 8teti altri inviati del 
tributo al Sultano, alnipjKf tinche non ^i scoprano altrove dati 
(jììj positivi, e lecito supporrp o che quest' importo ciquìvalessc 
alla somma dovuta per Ì2 anni, o che, essendo qui esplicitani. 
detto di due. annui, il valore ddr Ongaro fosse di 1 Vi due. 
ven. Però il doe. flel Miklosich ha la data cristiana soltan- 
to. In ogni caso» da quanto nv dicono i documenti finora 
noti, fi' argomenla eli e dapprincipio i Ragusei rendevano aUa 
Sublime Porta l' onimairgio di donativi in effetti a titolo non 
già di vassalaggio (flaraè)^ bensì a quello dì „ tributo commer- 
ciale*' f6*tw«in<fcJ; che più tardi anche questo tributo fu conver- 
tito in un imjjorto ijecuniario, e aggravalo da un censo sulle 
gabelle d' import, e d cpiportaz. percepite a Rag, sulle merci 
da e per i paesi turt"he.schi, laonde fuori di Porta Plocce ebbe 
stanza un Emìn (Uffix. dogan.) inearicato del controUo da^fìario 
delle carovane; che poi, assicuratosi e regolato in via ammini- 
strativa ii dominio di Bosua ed Ercegovina, la Subì. Porta f>re- 
fese quale erede degli s [hi destati sovrani, anche al vassaUag- 
gio per Breno^ Canali, Punta, Stagno e Terre nuove. (Cum* 
ruk — Chumriuch liarbar. dcUa forma palcogr. di Cumerehlum, 
*) Giov, Castrìota (o della Tribù de' Castrati = (Kostur) := 
recU di Castoria), nel 145H era gìh d« undici anni noi numero 
dei piùi L'Anonimo rag. no fa agire il figlio Giorgio Scander- 
beg, nel 1481 in Italia, al servizio di Alfonso V. d* Aragona» 
assieme ai Ragusei; il che è inammissibile. Giorgio Se. n, nel 
1414, fu dal 1423 fin al 1443, quale ostaggio al servizio di Mu- 
rai li. In quanto a Skenderbeg cfr. Barlezio, Monardo, Pontano, 
Sansovino, Bianco, Paganell, Biemnii, Plsko, Hopf, Her^feld, ecc. 
questi ultimi due nello loro j^storie della Grecia**, e s* avrà 1' evi- 
denza de' malintesi ne' quali incorsero gli autori, onde il R> 
ricavava queste sue notizie. Dati otìleìall in Thalìwzt/ Diplfiinat. 
ùd DOC Neir aprilo 1461. Hag. offriva asilo nelle vicine isole 
alla dì lui faniigliat — Lui poi fu a Rag, nei successivo Agosto, 
ed alloggiò in ca«a Gradi, onorato dalla l'ep. di ricchi doiit> 



101- 

potendo resistere à così potente nimico, tolte le sue 
cose migliori, se ne fuggì sopra d' un picciolo nàui- 
lio, e con tutta la sua famìglia à Raugia, e fu da 
quei Signori con molta amoreuolezza riceuuto, e ben 
trattato'). Ma perchè non interuenisse loro (come altre 
volte) che il gran Turco s' era con loro, per simih ^^^^^^^ ^' ^■ 
cagioni sdegnato, con prestezza sopra d' un loro le- ^"^^^' *| 
gno, lo traggittarono in Puglia. Ma non puotero ciò 
fare con tanta segretezza, che il Turco non lo risa- 
pesse. Onde sdegnatosi raddoppiò il tributo, e lo fo 
ascendere à tre mila ducati, e bisognò per istare in 
pace con lui, che V accettassero. Et ecco che dopo 
vn' anno, l' istesso Giouanni Schender, lasciata la 
sua famiglia in Pugha, trauestito (per non esser co- 
nosciuto) se ne venne a Raugia, & i Raugei sopra 
d' vn nauilio lo portarono à Redoni, città dell' Al- Per ben far 
bania, aUa marina, la quale sola gì' era rimasa. E ad altrui, pa- 
venuto ciò all' orecchie di Maometto, accrebbe due ^ *® stessa, 
altri mila scudi al tributo, e così diuennero cin- ..^^^^'.^ 

' CIO godi, e 

que mila. lieta stai. 

Neil' istesso anno 1453. sedente Niccola quinto, 
Maometto alli 29. di Maggio, dopo vn lungo asse- 
dio, prese la Città di Costantinopoh, vsando in quella 
ogni maniera di crudeltà, tutto permettente Iddio 
per i nostri peccati, e perchè i (xreci (come molti 
credono) cotante volte della Chiesa Romana e Cat- 
tolica partiti e separati s' erano, essendo che con la 
Religione eziandio, le più volte i regni si perdono. 



Proseguì per V Italia, diddove venne nel febbr. 1462 e prose- 
gui per Canali, Porto rose e hu per i Gripuli (Grbalj) fino a 
Budua ritornando dal monastero di Rotezio ai monti della sua 
Albania. — Tacitato di alcuni torti avuti dai Rag., lifregiava di 
nuovi privilegi. Neil' Agosto 1465 fu di passaggio a Rag. 
r ambasc. regio fra Alessandro, che prosegui il viaggio fino a 
Seanderb. su nave ragusea. Nel Nov. 1466 ebbe dalla rep. di Rag. 
deUe provvigioni; e Paladino di Gondola parti quale inviato 
di lui al re d'Ungheria. 

*) Seanderbeg fu a Ragusa nel 1461. (Gir. Thalloczy. L e.). 



102 



Intorno air anno di nostra salute 1460. per Am- 
baseiadori di Papa Fio secondo, e di Ferrante Rè di 
Napoli, e di Sicilia, i quali molto erano trauagMati 
dall' armi dal Duea (TÌouanni, e di Renato Rè di 
Francia, fu c^liiaraato il Signor Giorgio Castriotto, 
detto Scanderbegj Principe dell' Albania, e gran do- 
matore della superbia Turcliesea. in Italia per aiutare 
la causa loro e difendergli dalle genti Franzese, le 
quali hauendo prese molte città del regno, teneuano 
detto Rè Ferrante assediato in Barletta. Ci mandò 
egli in prima vn suo nipote wm einfiue mila com- 
battenti, i quali in parte soUeuarono la corona di 
quel Principe. Dopo, liauendo latta triegua col Tui'co 
per un' anno, ci andò eon vna grossa animata in pro- 
pria persona. Ma sciogliendo d' Albania, fé dirizzare 
le vele alla volta di Raugia, do uè con prospero e 
felice vento giunto, e smontato i terra con molti de i 
principali della sua armata, fu da fj nella Signoria 
benignamente riceuuto, l^^ lionoraiissimamente trat- 
tato. Imperochè conducendolo nella Chiesa principale, 
fecero le douute cerimonie, e porsero diuote orazioni 
à Dio per la prosperità dnl V impresa sua. Fu po- 
scia lionorato con molti banchetti, e con varij spet- 
tacoli di giuochi festivi. E finalmente fatti alcuni se- 
creti ragionamenti fra V vna parte e V altra, tolta 
licenzia, molto satisfatto dell' amore iiolezza di detta 
città, dirizzò V armata sua verso Barletta, dove con 
prospero vento giugnendo iTi dal Rè fuori delle mu- 
ra incontrato, e felieissimaTm.mte con la prudenza sua, 
e col suo valore eseguì f|uel tanto, por cui era stato 
chiamato, cacciando V arme Francesi d' Italia, e resti- 
tuendo a quel rè quanto gì' era stato da quelle vsurpato. 

Dopo V espugnazione di Costantinopoli, voltan- 
imperio as- , __ *- ^^ _, * °. __ , *^ ' „ 

salevn'altro ^^ Maometto Farmi centra Tommaso V) Re di Bossi- 

•) tìtefano Tomaseviè — il mi pradrr Stefano Tammiiso mori 
il 10 Luglio 1461. rombattcndo contro Piioln Speranzio Kanu di 
Croiizia. — Stefano Tommaso aveva abbracciata la relig:ione 
Oattolicat Laaciù fre figli: il primo^ che fu V erede del U'ono, 



Vinto vn' 



108 



na, con poca fatica lo vinse, e gli tolse il regno'). Et 
i Raugei veggendo cotanto auuicinarsi vn si potente 
inimico, buttarono, in questo tempo, à terra quanti ^^ ^.^^ 
borghi haueano d' intorno alla loro Città, acciò ve- gt^^o i bor- 
nendo gV inimici non hauessero commodità d' accam- ghi 
parsi dentro di loro. Ma per bontà del sommo Iddio, 
il superbo tiranno, forse sdegnando di soggiogare 



avuto dalla prima moglie Vojaéa ; ed altri due dalla vedova 
superstite Caterina, cioè Sigismondo e Caterina. Il figlio ne e- 
reditava il trono, in un momento in cui il regno di Bosna era 
tutto circondato da potenti nemici, e nell' interno frazionato da 
civili discordie. — Epperò, mandò ambasc. a Roma invocando 
r aiuto deUa Sede Apost. ; fissò a Bobovac la sua i*esidenza, 
ove al cospetto dei magnati del regno, ebbe dai Legati pontif. 
la corona reale ; e dove poi riconfermò agli ambasc. ragusei i 
privilegi che gli antecessori di lui, avevano conceduto alla costoro 
repubbl. (Miklosich : Mon. Serb. 485-491). — Finalmente mandò 
a Venezia araldi della sua incoronazione, che, nel tempo stesso 
dovevano persuaderla a muovere in aiuto di lui. E tutto il suo zelo 
impegnò, ma invano, costantemente, per iscongiurare la caduta, 
che gli si faceva vedere ogni dì più certa, del regno di Bosna. 
') Ai 19 Maggio 1463 1' avanguardia dell' armata Turca era 
già sotto le mura di Bobovac, allora difesa dal conte Hadak, 
che già tre giorni dopo trovava di aprirgliene le porte, verso 
promessa di ricco compenso. Ma ito costui a chiedere il suo, 
rimproverato di quell' infedeltà verso il proprio principe che 
lo rendeva più sospetto al Turco, codesto fellone ebbe in pre- 
mio il capo svelto dalla scimitarra. Stefano Tomasevié all' ap- 
parir deU' esercito turchesco in Bosna, erasi ritirato a Jaice, 
casteUo, cui, volendo far sua residenza, aveva intanto podero- 
samente fortificato. L' inseguì una parte dell' eserc. ottom. capi- 
tanata da Mahomed-Pascià, e però corse a Dolnji-Kraj, d' onde 
sempre perseguitato, continuò in cerca di asilo più sicuro. Un 
miserabile avvisò il Pascià, che lo sventurato re era a Klju6, 
laonde la città fu assediata. Dojjo quattro giorni il re s' arren- 
deva, lusingato dalle promesse che ne sarebbero state rispettate 
la vita e la libertà. Ma insieme ai nei>oti, fu condotto in trionfo 
al Sultano. Bobovac fu pure presa, per cui la caduta di questo 
terzo baluardo del regno, decise delle sorti del paese. Allo sven- 
turato re toccava allora rassegnarsi di contribuire aUo strazio 
della Bosna, emettendo, per voler del Sultano, 1' ordine di capi- 
tolare, a tutti i suoi Vojvodi. Settanta fra maggiori e minori 



104 



vna città di così poco, g di così sterile paese in ter- 
ra, voltando V armi & il pensiero altroue, la lascio 
viuere in pace. Patirono poro molti mercanti Rau- 
gei, che nel reg-no di Bossina si ritrouarono. Impe- 
roehè non solamente furono spogliati delle loro fa- 
coltà, ma anche furono fatti pregionij se bene poi fu- 
rono rilassati in libertà. Liberati per tanto dal timore 
Arde li Pa- ^qI Turco, nuouo disgusto sentirono i nobili Raugei* 
Imperochf^ V 1463. appicandosi il fuoco') in certi ba- 
riglioni di poluere da bombarde, abrusciò la parte 
superiore del Palazzo delP llluatrissimo Rettore. La 
eguale poi non s' ò mai rifatta: ma se ne sta così 
senza il perfetto quadro. Dell' istesso tempo Stefano 
Duca di santa Sabba, dopo molte contese fatte co' i 
Raugei, pacificatosi con esso loro, se ne venne à Rau- 
già, doue gli fu fatto grandissimo honore, E fra 



lazzo del 
Sip:. Rettore 



città caddero di tal gruisa, in otto j^orni, ni'lle nmni del Ttii'co; 
ìli 10 Giugno 146ii T opera deUa desolazione er» compiuta; 
lOO.OOO persone dell' uno e dell' altro sesso finirono tradotte in 
ischiavitù : 30.000 Bosnesi condotti a rinforzare le Pile degli 
Janizzeri. Il re finì decapitato: la vedova di lui, moH, profuga 
in Ungheria: la matrigna Catarina, dopo breve soggiorno a Ra- 
g'usa^ andò a chiudere i suoi giorni a Roma, dopo 54 di esi- 
stenza fortunonisiiinia^ La Bosna divenne un x>t>ssedimento turcc», 
nel cui governo .si sucnedettero dnecentoventìsettt'^ pascià, fino 
al 1878. ^ 

') 11 palazzo distretto da qiiost<j incendio, era stato eretto nel 
1438 da Giordano Onofrio della (Java, sul luogo dell'antico 
castello del rettore. Era a due piani, ed agli angoli aveva 
quattro torri. Tra queste al primo piano era nna stupenda 
trifora, opera di Michele da Bugia. Tutto archiacuto, aveva il 
porticato abbastanza pifi basso dell* attuale, che tu eretto sullo 
rovine di quello e con i materiali trovati adoperabili. Ne furono 
architetti Giorgio Orsini e Michelozzo Michelozzi nel 1470. Di 
qui certi contrasti nelle linee, e certe anomalie ne' momenti più, 
cai^atteristici, qimli i fregi al poiUme che è archiacuto, e gli' 
abachi ai capitelli del porticato, la cui jicsantezza è alquanto 
scemata dalle sculture ornomentali degli archi, che in contrap- 
posiziaue^ eziandio al primo piano, sono romani, cioè & tutto 
sesto. Un secondo piano non vi fu mai più, ned ebbe più 
le torri. 



lt)5 



V altre cose fu ammesso in consiglio, quando s' ha- 
uea da creare il Rettore, e fu creato il Sig. France- 
sco di Sorgo, suo particolar' amico. Dopo se n'andò 
à Castelnuouo, sua Città alla marina, e nella bocca 
del Golfo di Cattare, e quiui finì la vita sua^). Gli 
succede Vlatcho suo figliuolo, il quale dismettendo 
tutte le differenzie antiche, volle sempre essere ami- 
co de i Raugei. Prese questo Signore per moglie la 
figUuola d'Alfonso Rè di Napoli fuggitine, & essule ^'^^^^^^J^""^ 
del regno. E gli fu condotta da i Raugei à Castel- j. i^f^J^^^' 
nuouo, con ispesa di dieci mila ducati, fatta dalla conduoon \ 
città, in seruizio dell' amico, e 1' accompagnarono loro spese à 
sempre alcune gentildonne Raugee. Castelnuouo. 

Del 1471. mandò Raugia per tributo al gran 
Turco, solamente tre mila ducati, facendo scusa di non 
potere per all' bora pagare gli altri due mila. Accettò 
egli i tre mila. Ma non prima furono ritornati gl'Am- 
basciadori à Raugia, che i Turchi comparsero nella 
contrada di Canale, ponendo à ferro e fuoco ogni 
cosa. Onde furono forzati à salire da cinque mila zec- 
chini di tributo, che pagauano prima, à ottomila. 

Tre anni dopo, mandando Maometto ad espu- 
gnare Scutari*), Terra di nominanza per cagione del 
lago vicino, fu per all' hora valorosamente difesa, 
per la virtù di dui Raugei. Onde il Turco per isde- 
gno accrebbe il tributo fino à dieci mila ducati. Morto 
Maometto, succede Baiazetto il quale portò molta 
affezione à i Raugei, e fue huomo pacifico. 

Dell' anno 1480. furono mandati Ambasciadori *!^»^ ^^^' 

senti fa que- 

al Turco, M. lacomopiero di Bona, (liouanni di Pai- g^^ Repub. 
mota, & il signore Biagio Caboga, con presenti d' ar- 
genterie, alla valuta di settecento ducati. E 1' anno 
1481. furono mandati altri Ambasciatori alla corona- 
zione di Baiazetto con presenti di 5000. ducati. E fu- 
rono detti Ambasciadori graziosamente veduti, & v- 



•) Morì secondo l' Engel. 1465. (cfr. 1. e. p. 135.) 
*) Cfr, Barlezio (In Sansovino : Storia ecc. 1. e.) — 

8 



106 



Gap. B. 



Terremuoto 
gragnola, i% 
pesti l©n. 



Galee ses- 
BttOta vengo- 
no à Haugia. 



Terremoti 
dì nono con 
gragnola. 



diti. E rilassò loro del tributo cotanto accresciuto dal 
padre suo, 3000. ducati e concedè loro molf altre gra- 
zie particolari. 

Dell' istesso anno 1481. alli 14. di Febraio, in- 
torno alle cinque bore di notte, venne in Raugia vn 
terremuoto grandissimo, il quale fece gran danno e 
rouine di case. E tu cagionato, come dissono alcuni 
astrologi, dalla opposizione di Gioue e del Sole in 
segni freddi, e dal quadrato di Saturno con la Luna 
in Capricorno. Et alli 27. di Febbraio detto, venne 
nel contorno di Raugia vna grandine così grossa che, 
rouinò e guastò tutte le vigne, onde queir anno fu 
pochissimo vino, E alb 15. d' Ottobre delF istesso 
anno 1481. si scoperse in Raugia la peste, la quale 
durando intorno a tre anni, afflisse grandemente la 
Republica, e ci morirono 92. gentil' huomini, e 43 
gentUdonne, con assai popolani e plebei. In quel 
tempo comparve 1' armata Viniziana di sessanta ga- 
lere nel Golfo, e passando fra la città e V isola della 
Croma, e veggendo le mura piene di gente wK: il so- 
prastante monte Vergato coperto di numeroso popolo 
del contado, senz' altro uiotìuo fare, salutando con 
più pezzi d^ artiglieria la città, & essendo da lei so- 
migbantemente risalutata, seguitò la sua nauigazione 
verso leuante. Kt essendo Raugia stata auuisata della 
venuta di detta armata da vn gentiF huomo Raugeo 
bandito, che sopra di qoella militaua, per gratitudine 
del buon' vfficio l'atto verso la propria sua patria, gli 
leuarono il bando, e lo richiamarono à casa. 

L'anno 148:3. del mese di Febraio, vennero dì 
nuouo grandissimi terremuoti à Raugia, e per tutto 
il contorno. A i quali ancora, s' aggiunse la gran- 
dine. Et ahi 2(>, di Settembre di nuouo furono terre- 
muoti, e r oscurazione della Luna: la quale si tro- 
uaua all' opposizione di Mercurio e di Gioue, in se- 
gni terrei & aerei. L' istesso anno furono mandati 
Ambasciadori à Baiazetto col solito tributo, e ducati 
1340. per donare alla Porta di lui* Capitò in dett'an- 



107' 



no 1482. à Raugia vn certo padre Bossinese dell' or- 
àiix^ ài San Francesco, chiamato Fra Giorgio, il quale 
recaua seco il braccio sinistro di San Gipuanni Bat- ^^^^^^^ ^i 
' tista, con intenzione') di portarlo à Firenze, e di ca- ^^jj^^^^ * 
uarne qualche gran mancia e donatiuo, per esser 
detto Santo particolare aduocato di detta Città. Ma 
la diuina maestà altramente del prefato suo intento 
ordinò. Imperocché ammalandosi detto padre à morte, 
a. rileuando il dono, che seco portaua, i Senatori fe- 
cero sì, che si contentò che rimanesse in Raugia. 
Ejt.à detto padre, in gratitudine del dono, prouidero 
di .: religioso vitto e vestito in San Francesco loro 
conuento, per tutto il tempo di sua vita. E vollono 
altresì che ogn' anno la festa di detto santo, in me- 
moria del beneficio hauuto da detta religione di S. 
Francesco, passi la publica processione, con detta re- 
liquia, per la Chiesa loro. Venuta poscia questa nuo- 
ua ài Fiorentini mandarono loro Ambasciadori à Chiedono i 
duedere detto braccio, con dire, che ad istanza loro Fiorentini il 
era stato leuato di lerusalemme, e che à loro pri- ^^^^^^^ ^^^' 
nfiieramente era stato dal sopradetto padre destinato, 
& aggiugneuano di volere donare in quello scambio 
alla città loro dodici mila ducati. Ma non per ciò si 
piegò questo Senato aUe loro preghiere, ò alle loro 
offerte. Ma con buone parole, per altro, secondo il 
solito, accarezzati, gU rimandarono à Firenze, ritro- 
uandosi in pacifico possesso di detta sacra reUquia, 
di cui fanno più conto, e più la stimano che dodici 
mila ducati per lei offerti. Furono altresì non ha 



') Non con l' intenzione ... di cavar qualche mancia, ma per 
incaideo avuto. Firenze protestò, ricorse al Papa, ma invano. 
In-vocò r intervento della Sublime Porta, la quale mandò a Ra- 
^ruB& un Pascià a verificar la bisogna. E costui sentenziò che 
se i Fiorentini volevano aver ossa di Cristiani, mandassero a 
pigliarsene al campo di Kossovo. Accennava alla strage fattane 
dai Turchi (cfr. p. 93, n. 2) nella giornata del 1389. Intervento 
umiliantissimo per entrambi, ed assai amara la sentenza che 
suonava insulto Alla. Cristianità. — 



108 



Prelato de- 
gno di eter- 
na memoria. 



1 doni, credi 
à me, placa- 
no i Princi- 
pi, anzi gli 
dei, come di- 
ce il prover- 
bio. 



molto tempo ricerchi questi signori vn* altra volta, 
da gli stessi Fiorentini, di volere concedere loro detta 
sacra reliquia, e gli risposero, come anche altroue si 
è scritto, che ritrouandosi eglino su i confini de gli 
infedeli ne teneuano più bisogno di loro, che sotto il 
prudente gouerno del loro gran Duca, sicuri^ e nel 
mezzo di fedeli cattolici^ se ne viueano. 

Dell' anno medesimo 1482, Monsignore Giorgio 
di Croce, gentil' huomo Raugeo, & Abate in Vnghe- 
ria, fu eletto Vescouo di Mercana, huomo in tutte 
le buon' arti espertissimo. Tenne cotale dignità anni 
trentuno, e morendo lasciò à i due conuenti di San 
Domenico, e di San Francesco di Raugia circa tre- 
cento volumi di libri, e fu sepolto nella Chiesa di 
S. Simeone. 

Dell' anno 1483. furono mandati Ambasciadori 
al Turco M. Niccolo di Palmotta, e M. Niccolino di 
Gondola col tributo di l:i5(HK ducati» e per donatiui 
à i Signori della Corte 550. ducati, DelT anno stesso 
vn certo Matteo, caporale de i soldati Vngari sala- 
riati in Kaugia, comunicando certi auuisi, e trattati 
con Ah^à turco, voleua tradire la città. Ma scoperto 
il tradimento, e da lui confessato, con due suoi complici, 
fu nel portico del palazzo strangolato, e poscia in tre 
sacca cuciti, come traditori furono nel mare precipitati. 

L'anno 1484. andò Ambasciadore con vn' altro 
compagno al gran Turco M, Niccohno Condola, portan- 
do oltre al solito tributuo due mila ducati per presen- 
tare alla corte. E V anno 1485. ritornando Ambascia- 
dori il preiato M. Niccolino ( rondola, con M. Bartolo 
di Giamagna, portarono oltre al tributo per donatiui 
alia Porta del gran Turco, ducati B5(.K L' anno stesso 
1485. venendo tre foste maltesi, del mese di Settem- 
bre, nel Golfo, à danno de i Raugei, presero molte 
barche di quelle che recauano il nino delle vendem- 
mie alla Città & oltre à 7t*. persone') trahuomini e 

*) È inutile ogni Ulustrazione a questo awQuimenlo ehe si 
ripete non solo per i mimicipl Dalmati, ma per tutte eziandio 



^i^ 



^- iniÉi 



i 



109 



donne, plebei, e villani del contorno, furono sopra 
di quelle presi tre gentil' huomini, cioè M. Marino 
di Gozze, M. Niccolo Francesco di Tudisio, e Sauin 
Marino di Monza, con vna gentildonna vedoua di 
Tebaldo di Menza. Ma venuta questa nuoua in Rau- 
gia, fu subito armata vna galera e spedita con cin- 
que brigantinij sotto il gouemo del Capitano Andrea 
Niccolo di Crieua, contra, e dietro alle predette fusto 
di Corsali Maltesi. Vna delle quali fecero prigiona 
alla Torre della mattinata, sotto il monte sant' An- 
gelo, in cui era M. Niccolo Francesco di Tudisio. 
Vn' altra ne presono, sotto Monopoli, e la terza in p^gteMalte- 
cui era M. Sauino Marino di Menze se ne fuggì in gj prigione 
Sicilia, à Messina. Doue il Menza con cento ducati à Raugia. 
si riscattò, e così gì' altri con altre taglie. E la ga- 
lera Raugea con i brigantini, e con le due fusto 
prese, se ne ritornò vittoriosa à Raugia. E mandan- 
dosi le dette fusto alla guardia del mare di Stagno, 
tre de i predetti Corsali furono appicati, e gì' altri 
come forzati, furono resi alla loro libertà. 

Dell' anno 1491. fu mandato da Papa Innocen- ^^^^ ^"^^■ 
zio ottano, il Giubileo à Raugia, & incominciando aUi ii^^i^i^iig^j ' 
15. di Maggio, durò due mesi per cagione delle mu- 
ra, che si fabbricauano sopra lo Arsanale. L' anno 
medesimo 1491. furono mandati Ambasciadori alla 
coronazione di Vladislauo Rè d' Vngheria M. Stefa- 
no Marino di Giamagna, M. Franco Giouanni di 
Sorgo, e M. Giuouanstefano di Gozzi con presenti 
d' argenterie alla valuta*) d' ottocento ducati, e gli 
portarono appresso 4500. ducati per il tributo di 



le coste del Mediterraneo. Si tratta delle solite noiose represaglie 
commerciali, si tratta qualche volta di corsari di professione . . . 
in una parola di avvenimenti, che, novantanove su cento, non 
ebbero significato ned importanza politica. 

'") In quanto agli omaggi ad. a 1492 a Vladislavo re d' Ungheria, 
vedi Thalloczy 1. e. ad v. — Per ciò che riguarda lo stendardo 
efr. Nota 1. a pag. 68. Valore dei presenti in tazze, boccali e 
piatti d'argento due. rag. 600. — 



I 



g-ia. 



nou' anni futuri 'J. Furono molto benignamente accolti. 

FA alla partenza donò loro il rò^ fra V altre cose, lo 

Steiidardo, stendardo del suo antecessore Mattia, stimato di va- 

ngaria j^^,^ ^^^^^^^ g^^^^ ducati, con sua insegna dipinta. 11 

dato a Raii- , .. ^ ^ ^ o - i - i • 

quale fu portato n Rao già, do uè si serba in perpe- 
tua memoria, e neUe feste principali si pone nella 
Cattliedi-ale. 1/ anno seguente 1492. essendo Baia- 
zettOj Imperatore de Turchi, venuto con Y esercito 
in Bossina^)j e temendo i Raugei, che egli non ve- 
nisse all' assedio della loro città, mandarono messag- 
gieri per aiuto al prefato r^ d' Vngheiia, e subito 
mandò loro certo presidio, con promessione di venire 
egli stesso in difensione loro quando fiisse stato di 
bisogno. Quest' anno douendosi impiccare certo fa- 
moso ladro, e conducendosi alle Danze (luogo della 
giustizia cosi detto) cotanta gente s' adunò per ve- ■ 
derlo, sopra del Ponte alP ora di legno, alla porta 
delle pile, che per lo gran peso neir ariuare del la- 
dro, si ruppe detto ponte, e tutta quella gente di più 



Ruma il 
ponte, e i 
curiosi ca- 
dono. 



Gap. 7. 



di cento cinquanta persone cadde nel fango^ e nel- 
r acqiiaj che era sotto detto ponte. Ma non vi peri- 
rono, Dio grazia, se non quattro persone* Et il la- 
dro sbrigandosi anch' egli del fango e dell' acqua» il 
meglio che puote, si fuggì, e si nascose in casa di 
certo plebeo. Ma poscia, essendo iti bandi sopra di 
lui grauissimij fì^i ritrouato e fu sospeso, & il ponte 
fu rifatto di pietre, come oggi si vede* 

L'anno 1493. essendo castellano della fortezza 
di S. LorenzOj M. Piero Elia di Saraccha, del mese 
di Marzo, e non potendo vn,a notte dormire per la 
gran doglia de i denti, si leuò nella mezza notte, & 
incominciò à passeggiare sopra lo mura del castello. 
Et ecco che fra le tenebre sente sotto le ripe dalla 
banda del mare remore e strepito. Onde inclinatosi 



i 



*) Ofr. pag. 68. n. 1. Adunq^ue t!ou gik una bandiero stori ta, 
come dice il R, 

') Clr, Thalloczi — u. u. Klaié-Bcinicich 1. e. 



Ili 

verso quella parte, vide vna galea, la quale s' era 
appressata allo scoglio del castello, & hauea già espo- ^^^ Loren- 

.... ■• ±' ^J ±' ' T • j . ^ zo castello 

sti in terra alquanti soldati, i quali rampicandosi su . 

per quelle ripe cercauano d' impatronirsi del luogo, ncoio. 
Ma gridando egli all' armi, subito i soldati furono in 
piedi, e con sassi, & altr' armi ributtarono gì' inimici. 
Alcuni de i quali finirono la vita loro, sotto detto 
scoglio, & alcuni saltando con prestezza sopra della 
loro galera, si saluarono per l' ampio mare. Et i 
Raugei si eccitarono à essere più diligenti, e più 
svegliati in guardarsi, & in difendersi da gl'inimici. 
Dell'anno 1494. furono mandati Ambasciadori 
alla coronazione del rè Alfonso, in Napoli, M. Fran- Coronazione 
Cesco di Giorgi, e M. Stefano Giugno di Gradi, con ^^ Alfonso 
presenti d' argenterie honorati. E furono veduti vo- ^ * ^^^ *' 
lontieri, e graziati ritornarono alla loro città. Del- 
l' anno 1495. furono canati i fossi, e fabbricate le 
mura nuoue di Stagno, verso mezzo dì, con ispesa 
di circa trentamila perperi dell' erario. E furono scol- 
piti sopra le porte i seguenti versi latini: 

Ne male defensum littis populetiiry ^ vltra 
Adriacas tendat proximxis horror aqiias, 
Opposuit vi maris tot propugnacola Stagni 
Ragusa, ^ Blasii numina magna sui. 

Dell' anno 1496. furono citati in Constantino- 
poli i Raugei da Alimat Bassa figliuolo di Stefano 
Duca di santa Sabba, per certa differenza tra loro 
di centomila ducati. E ci mandò il Senato tre Am- 
basciadori, cioè il signor Niccolino Gondola, il signor 
Natale di Saracha, & il signor Simon Martino di 
Bona. Arrivati per tanto in Costantinopoli s' inco- 
minciò ad aggitare detta lite, e differenzia. Né pò- Tre amba- 
tendosi tra loro accordare, e trattandosi d' un terzo sciadori al 
giudice, affermauano gì' Ambasciadori raugei di non ^^co son 
volere altro giudice, che la persona del gran Signo- ^^^^^^^t*- 
re, confidando eglino molto nell' equità di lui, e nella 
dimostrata loro amoreuolezza in altri somiglianti af- 



112 



Voto del du- 
rji. moro di 
Milano. 



Modon nella 
Morea lo 
turco espu- 
gna. 



Calunnia ap- 
post» a ì no- 
bjl Haugei. 



fari. Onde la maestà sua pregata sentenziò, che i Rau- 
gei douessero dare ad iVliat bassa in tre paghe cin- 
que mila ducati, e che non si parlasse mai più di 
cotal lite. 

Deir anno 1496. alli 28. di Nouembre, à hore 
17. essendo congregato il Consiglio generale in pa- 
lazzo, venne vn così latto terremoto, che dubitarono 
non rouinasse il palazzo, e che non morisse tutta 
la nobiltà. Ma Dio grazia non seguì tanto male. 

Deir anno 1497. del mese di Maggio iù mandato 
vn GiubUeo k Raugia^ essendo Rettore il Signor 
Matteo di Giorgi, 

L' anno 149S. Lodouieo Sforza, Duca di xMi- 
lano, per certo voto da lui fatto, mandò a Raugia 
due paramenti forniti, tutti di panno d' oro, cioc^ di 
broccato, per 1' altare di San Biagio, e di più cento 
ducati, per ristaurare dett' Altare. 

Dell' anno 1499. Baiazetto Imperatore de Tur- 
chi, per certi sdegni tiauuti contra i Viniziani, fatta 
vna grossissima armata, & vn potente essercito per 
terra, se ne venne a 1 danni delle loro città marittime, 
e "specialmente all' espugnazione di Modone, città 
della Morea. Doue essendogM porta vna lettera falsa, 
in cui si conteneiia, come i Kaugei s' erano accor- 
dati co' i Viniziani ìi danno di lui, hauendo ai*mate 
15. naui in aiuto loro, fece chiamare à se gF Amba- 
scìadori ratigei, i €[uali seguitauano la Corte sua, & 
esaminatigU sopra la prelata lettera, ritrouò come 
quella era vna calumnia, l\: vn trouato di persone 
inuidiose, le quali corcauanrj di leuargli dalla grazia 
e dalla protezione di sua maestà. Si mandò altresì 
detta lettera h liaugia, e si riscrisse dal Senato in 
escusazione, e fu ritrouato come colali lettere erano 
false. Onde s" accrebbe la beniuolenza di esso gran 
signore iniierso i suoi tributarij Raugei. Et il prcfato 
bascià, che dette lettere hauea presentate, per quella, 
& altre grauissime eause, non molto dopo fu stran- 
golato. Et il gran Turco, espugnati molti luoglii al- 



113 



r imperio veneto suggetti, vittorioso se ne ritornò 
à Costantinopoli. 

Dell' anno loOO. essendo Prouinciale della Dal- 
mazia') il Padre Fra Saluestro di Giamagna, del- 
l' ordine di S. Francesco, fu chiamato à Vinezia, e 
presentatosi all'vfficio di certo collegio, da cui era 
stato chiamato, gli fu imposto, che rinunciasse al go- 
uerno de i conuenti suggetti al dominio loro, pero- 
chè non voleuano, che Frati Raugei fussero presi- 
denti de i Monasteri delle città e terre loro. A i quali, 
il nobile, buono e prudente padre rispose che quanto 
in lui era di podestà e dalla banda sua, non sola- Separazione 
mente al gouerno de i prefati conuenti, ma ad ogn' j^J^ ^^^ 
altro ancora ben volentieri rinunciaua. E non sola- ^j^ i Raugei, 
mente questo, ma anche la stessa vita corporale, per deU' ordin 
la salute dell' anime, e per amor di Giesu Christo Francesca- 
Sig. nostro, apparecchiato era di porre. E così fu- ^**- 
rono separati i conuenti del dominio Raugeo da quelU 
del dominio Veneto, interuenendoci però l' autorità 
de i loro Superiori. 

Dell' anno stesso M. D. fu portata da Roma Cap. 8. 
per certi riuieri la peste '^j in Raugia, del mese di 
Maggio, essendo Rettore il Signor Lorenzo Pasquale 
di Sorgo. Ma per la misericordia di Dio, e per la di- ^ f^ ^\ 

^ ^ x- guarda sal- 

ligenzia vsataci dal Senato, il quale spese nelle guar- uosiritpoua. 
die e ne i prouedimenti intorno à mille e quattro- 
cento ducati, dopo due mesi si terminò e si tolse via. 
Dell' anno 1501. venne à Raugia vna fusta 
turchesca, partita dalla Vallona^) à danni de i Vini- 

*) Cus mieli. Cenni sui Minori di Ragusa. Trieste. Lloyd 1867. 

') Pereiò eho rij^uarda la peste, vedi Jstituz. Mariti, Sanit. 
della Rp. di Ragusa. Cfr. anche Frari : Storia della Peste Voi. I. 

•^) L' A. incomincia occuparsi di [)articolari elio punto riguar- 
dano r istoria dello svilu])po ])olitico di Ragusa. Forse dolle 
coso di (piesto ]>referiva non interessarsi, trattandosi del secolo 
a cui egli stesso apj)artencva. Nondimeno a (piesto i)rocesso che 
ap])artiene a una data posteriore, oltre alle j)ene narrato dai R. 
ol)l)o per effetto il bando dej^li Israeliti del Decembro 1514, ma 
che, sebbene rii)cluto e con ma^^ior numero di minaccio coerci- 
tive, nel Maggio 1515, non ebbo mai effetto. 



114 



Donan del 
proprio iier 
hauer la pa- 
ce. 



>eh quanti 
Ambascia- 
dori manda 
fìaug^ìa. 



ziani, & hauendo fuori dell' isoletta della Croma, 
presa vna Marcelllanaj che portaua grano a Vinezìa, 
i Signori di Raugia dubitando, che per ciò i Vini- 
ziaiìi non si sdegnassero, mandarono due nobili, i 
quali riscattarono detto iiauilio per dugento scudi^ e 
diedono altresì sicuro ricetto nel porto loro a detta 
fueta. Ma essendo poi comparse due fuste Cattarine 
con vn brigantino per prenderla^ come vsciua del 
portOj hauendo ella assai danneggiato la lororiuiera, 
si risolsero detti Turchi k non ire più per mare. On- 
de tirata la loro fusta in terra, e ripostala nell' Ar- 
senale, se n' andarono eglino per terrestre camino a 
Castelnuouo, e quindi alle case loro, alla Vallona. 
Dell' istesso anno alli 15. di Nouembre furono creati 
molti iVmbasciadori, cioè M. Pietrogiouanni di Menza, 
e M, Danielo Niccolo di Resti mandati a Vinezia, per 
causa d' vna nane carica di lane Spagnuole, presa dalle 
loro galee; M. Stefano Marino di Volzo, al Sangiacco 
della Vallona, per cagione della fusta predetta, la 
quale con gran difficult : s' ottenne, che per 500. du- 
cati, eUa restasse loro ; M. Simonpiero di Bona, e 
M. Natale Saracha, al gran Turco in Costantinopoh, 
col tributo ; M. Piero lacomo di Luccari, al Viceré 
di Francia, in Napoh; M AHto Clemente di Gozze, 
al gran capitano del rè di Spagna, Consaluo ; e M. 
Marino Niccolo di Ragnina con vn compagno, alle 
nozze dì Vladislauo rè d' Vngaria col tributo per 
nov' anni futuri, e con presenti d' argenterie, al va- 
lore di mille ducati. E furono tutti i pretati Amba- 
sciadori graziosamente vditi, e veduti. 

DelTanno 1502. fu appiccato'} vn certo Simone 
di Radogna barbiere, il quale hauea venduti tre pu^ 
ghesi à i turchi. Dell' istesso anno, essendo venute 
4 fuste Viniziane da Corfìi, ne i porti, e seni di 
Raugia, spogliarono tanti nauili, che il danno fatto 



1) Condannato a redimere entro un mese i tre sventurati, non 
avendolo fatto, finì appiccato e squartato. 



115 



ascese al valore di circa quattro mila ducati, essendo 
Rettore M. Lorenzo Biagio di Sorgo. E sopportò la 
città cotanto danno con pazienzia, per essere impo- 
tente a restitere e per manco male. Dell' istess' anno 
1502. essendo Rettore il Sig. Francesco Bobaii, fu- 
rono alli dieci d'Agosto presi alcuni giudei i quali ^3^^°/^"^^* 
haueuano amazzata vna donna in certa cauerna so- ^^^y^^j^^ 
pra le vigne delle Plocci, verso il monte Vergato. 
Onde posli ài tormenti confessarono il delitto loro, 
e come certo eccellente medico loro, Mosè addiman- 
tìato, era stato anch' egli à cotal morte consenziente. 
' Per lo che fu egh in carcere decapitato, acciò non 
fusse in grazia chiesto da i Turchi, e gl'altri furono 
fuori della porta, alle Plocci, e sotto la Chiesa di 
Sant' Antonio, legati ad alcuni pah & abrusciati, e 
le ceneri loro furono buttate nel mare. L' istesso an- 
no del mese d' Agosto fu da Papa Alessendro sesto, 
conceduto il giubileo à Raugia, e costò alla Repu- 
bhca per elemosina, & altre spese, intorno à 500. 
ducati. 

Dell' anno 1503. fìi portata la peste di Barletta Peste con 
nell'Isola di Calàmota. E d' Alessandria fu recata terremoti, 
nell' Isola di Giuppana. E da Chioggia fu portata venti validi. 
in Canale. Ma per la Dio grazia, e per le buone 
guardie ella non penetrò nella città. Ci furono nondi- 
meno febri e flussi, a i quali si rimediaua con vin. 
rosso, pane arrostito, e col latte agro. 

Del 1504. alli 7. di Dicembre, in Martedì, ven- 
ne vn grandissimo terremuoto, il quale guastò molti 
edificij. 

Del 1505. venne vna borra terribilissima, la 
quale gittò per terra molti edificij alla riua del ma- 
re, e rouinò gran parte delle mura vecchie del ri- 
riuellino alle Plocci. 

Deir anno 1506. nel principio di Gennaro, in- 
cominciarono febbri con male di punta, e durarono 
tanto, che ci morirono 45. gentil' huomini, e 29 gen- 
tìÌdonne> e circa mile e 500. persone deU' altro pò- 



116 



Imbascìado- 
ri al rè Al- 
fonso di Na- 
poli. 



Bette galee 
di Candìa 
nani due, 
Iirendon 
spiì»a balla- 
glia Haiigee, 



11 sacroB au- 
to sepolcro 
di Christo è 
spogliato da 
I gii empi Ma- 
iimettani. 

Gap. 9. 



polo. Dell- isteaso anno furono mandati Ambaseiadori 
al rè Alfonso di Napoli M, Marino Niccolo di Ra- 
gnina, e M. Daniello Resti con presenti regij. Furo- 
no begnìgnamente veduti, & ottennero molti priui- 
legi per la nauigazione» 

Del 1510. due nani raugee cariche di mercan-- 
zie, furono senza conibattere, prese da sette galere 
di Candia. Et il danno de i Raugei^ fu stimato in- 
torno k trenta mila ducati, & altro tanto quello de 1 
Fiorentini mercanti. Venuta la fama di questa ra- 
presaglia à Raugia, furono subito spediti Ambascia- 
tori à Vinezia M. Lorenzo Niccolo di Ragnina, e M, 
Dragoiè Simone eli Gozze. I quali seppero tanto be- 
ne esporre la causa loro, che subito fu ordinato nel 
consiglio de i Pregai, che si mandasse vn loro se- 
cretano per tutti i luoghi loro di leuante, ne i quali 
s' erano spartite dette robe, acciò si ricuperassero, e 
si rendessero à i proprij padroni, sotto certe graui 
pene. E tale secretario fu il Niccolo Stella. L' i- 
stesso anno furono trattenute in Alessandria cin- 
qu' altre naui raugee, cariche di robe, e di spezìe- 
rie, e tutti i mercanti e padroni delle Naui furono 
incarcerati. E questo per eausa, che le galere di Ra-- 
di haueano prese tre naui cariche di Mori, e di Mal- 
garbini, sudditi al Soldano, per la valuta di 50. mila 
ducati. Ma poscia le naui raugee, per mezzo del 
Gran Turco, che ne scrisse al Soldano, furono V an- 
no seguente aUi 15. d' Aprile restituite à i proprij 
padroni, onde fatto nuovo carico, se ne ritornarono 
à Raugia. E F istesso anno, per la medesima causa, 
fu messo à sacco il Santo Sepolcro di nostro Signo- 
re, e della Sagrestia furono tolti 4. mila ducati, ri- 
uelati dal Sagrestano ne i tormenti & il danno del- 
l' argenterie, e drappi tolti arrivò al valore di cinque 
mila ducati. 

Dell' anno M. D. XL venne à Raugia vna naue 
biscaglina carica di caUsee, & altre robe di diuersi 
mercanti. Et essendosi scaricate in Raugia quelle dei 



117 

mercanti Raugei, à Grauosa le robe de i Siciliani, ^^^® ^^®^*" 
si ritirò detta nane con le mercanzie de Viniziani, da^^turTw 
e d'altri forestieri, nel Porto di Malfi, poco da Gra- 
nosa lontano, forse per non pagare la dogana di 
Raugia. Et ecco che quiui istando intomo à ventì 
giorni, con aspettare buon temporale, i Turchi di ciò 
auìrisati, ne vennero dalla Vallona con vna galera, 
e con quattro fusto, & entrati d'improuiso nel detto 
porto di Malfi, e* scaricata Tartigheria in terra, in 
certo torrione di casa Monza, incominciarono à bat- 
tagliare detta nane. La quale si difese per tre giorni, 
ma poscia essendo tutta forata dalle palle dell arti- 
glierie, s'arrese à patti: e molti marinari, e mercanti 
furono per mezzo de i Raugei liberati. E si vennero ^®!^"^ \ . 
à medicare delle ferite dalle saette e freccio in Rau- ^^^^ ^^^.^ 
già. E costò al Sonato il gouerno, e la cura di detti guardare, e 
feriti intorno à mille ducati. Onde dopo due mesi, render al- • 
tutti i guariti furono alle patrie loro rimandati. Et i *^®si i® vie 
Turchi con la fatta preda, se ne ritornarono alla Val- ^^^^®> 
Iona con detta nane, stimata con tutti i arnesi tre 
mila ducati, e le robe che sopra di quella rubarono,, 
ascendeuano (come si disse) al valore di sei mila 
ducati. E da questo caso ne vennero poi molti in- 
Gommodi à i Raugei, allegando l'Imperatore, che 
detta sua nane era stata presa, ne i porti di Rau- 
gia. Onde costò loro più di 10000 ducati. Fu oppi- 
nione, che se detta naue, prima che le fussero sopra 
le fusto turchesche, vsciua del porto nel mare aperto, 
non hauerebbe patito tanto, e forse anche si sarebbe 
per beneficio del vento, veleggiando, saluata. L' istesso 
anno venendo tre fusto dalla Valona all' Isola d' Au- 
gusta, predarono più di mille, e cinquecento capi di 
bestie minute. E mandando la Republica di Raugia i^®^ «"<> <i®o 
là vn gentil' huomo, s'accordauano detti Turchi à ^^^'^'^^^^^^^ 
soddisfare il danno fatto con tanti lini tolti à i Giù- ^^^.^ 
dei, & à i Pugliesi. Ma non vollono i Raugei dette 
robe accettare, per non inimicarsi i vicini e dan- 
neggiati. 



118 



DelFanno 1512. furono mandati Ambasciadori 
alla incoroiiagione di Selimo Soltano, M, Giouanm 
Natale di Saracha, e M. Stelano Giouanni di Sorgo, 
Si moltipli^ (>Qjj jQj^j d^ argenterie per 5(JLK ducati, e 17(X). per 
,. j,\ °' donare alla Porta. Furono graaiosamente veduti, e 
senti. eonfemiò loro del mese di Luglio tutti i priuilegi 

concessi dal padre suo, e da gl'altri antecessori^ sal- 
ua la doana di cinque per conto. E per i tumulti, 
cjie furono per tutto U paese del Turco, nella inno- 
nazione dello Imperatore, mandarono Tistesso anno 
Quoui Ambasciadori del mese di Nouemb. M. Luca 
Niccolo di Bona, e M. Stefano (liouanni di Sorgo, 
con doni di quattro mila ducati, 
V Fr ce- Dell'anno 1515. nel mese di Maggio venne ìi 

scan fa cai- Raugia, vn frate di San Francesco detto Fra Tom- 
ciwe i ^iii- maso\), il quale con le predicazioni fece molto frutto. 
àeì. E seppe tanto persuadere questo Senato, che man- 

darono via della città, e dominio tutti i Giudei, 1 
quali andandosene in Puglia, e nella Marea, e com- 
perando vfficij regij, non laseiauano tran e più grano» 
o altre cose per Raugìa. Onde furono forzati a ri- 



') È costui Fra Tommaso da Vrann, l'arìssinio a Leone X, 
Adriano HI u Clemente Vìi, i quitli lo colmarono di riguardi^ 
e gli affìdaroni) ^elogiasimi inparichì. Veniva da Ancona, dopo 
aver toccata Zara, ed era diretta per Terrasatita lOfr, Mìsrellaiiea 
Francescana dtd 188H. Conbattè Lntero e lo srisma Uerraanìro, 
inveì l'ontro la rilaHsalezica della tlLscìplina del clero. Ma contro 
gii Ebrei non disse mai verbo. Invece, come dovunque anche a 
Ragusa, prt^dicò la devoiJione al nome di Uesi\, sicché la eiltà t' 
la rep. di Rag. furono votate a questo Nome, le cui inwegue per 
decreto puhbhNio dovettero da alloiit in poi essere erette su lutti 
gli edifìci. — Ebbe daUa rep, onori veramente sovrani^ e per 
pai^eecbi anni tenne corrinpodenza con essa. Neil* istoria è nolo 
col nome di Fra Tommaso IlHinco, o da Osimo — Lasciò opere 
iuteressantissìme. Fu popolarissimo nella Francia mcridt ove è 
pur oggi ricordato come a Bordeaux per le wljagi da lui [U*^- 
dette del 1570; ad Arcavonne, per il Santuario di N. D. de la 
Garde da lui eretto; a Lione x*er le sue lettei'e, a Tolosa per la 
storia delle carte da giuoco, ecc. 



119 



chiamargli con le loro famiglie ad habitaroi, si come 
fanno fino al presente giorno. 

L'istess'anno venne a Raugia vna nane di Ca-^*^®^^^^" 

. ^ , di capita a 

uallieri di Rodi, la quale seco traeua vn (jaleone j^^ugia. 
preso da i Turchi, e dimorò molti giorni del Mese di 
Maggio, appettando buon temporale. Fu dal Senato 
presentata in più volte, al valore di cento ducati. 
Il fondaco grande della dogana, in capo della piazza, 
doue anticamente era il Palazzo del Rettore, fu prin- 
cipiato l'anno 1516. e fu finito in cinque anni, con 
ispesa di sette nula seicento ducati. 

Dell'anno 1517. furono mandati a Roma Am- 
basciadori M. lacomo di Gradi, e M. Indico di Ra- 
gnina, per ottennero dal Papa, che fussero leuati 
della loro città e dalla cura del Monastero di Santa 
Chiara i Frati Dalmatini Francescani conuentuali, e 
fusse data tal cura a i Frati osseruanti della loro 
città. E s' ottenne, benché con qualche difficultà 
Volendo per tanto i Frati osseruanti del zoccolo^ 
pigliare il gouerno del prefato monastero di San- 
ta Chiara, vicinissimo al loro conuento, dette Mo- 
Rache male accostumate, non gli voUono accettare. Modo da hu- 
E se ne stettero più di dui anni in quella ostinazione, miliare le 
Per lo che il Senato le fé serrare, che non vedessero, contumaci. 
ne parlassero a persona, e dando loro pane, & acqua 
a misura, le fé per tal maniera humiliare, e venire 
all'vbbidienzia de i loro maggiori. Doue è da notare, 
che essendosi per ordine de i clarissimi Viniziani 
separati i Frati Dalmatini da i Raugei, e questi di 
Raugia essendosi riformati, il Monastero di Santa 
Chiara di Raugia, rimase sotto la cura de Dalma- 
tini conuentuali, e ci mandauano di Dalmazia i con- 
fessori, con molta spesa di quelle madri. E però 
il Senato cercò, & ottenne che venissero sotto la cura 
de gì' Osseruanti raugei. 

Dell' istesso anno 15 JG. fu presa auanti al porto ^^ , 

■*^ ^ Naue de i 

di Corni, senza che il Castello la difendesse, da i Raugei per 
Cauallieri di Rodi, vna naue di M. Paolo d'Illia sa a Corfù. 



120 



Mortalitli 
^j and issi TU a 
in Rau S'iti. 



da Isola di mezzo, carica di robe di Raugei, saluan- 
dosi dentro la scafa, che era di notte, il padrone con 
tutti i marineri, dopo che hebbero alquanto combat- 
tuto. E fu oppimene che M. Paolo Valaresi podestà 
di quel luogo^ fosse consenziente a cotale cattura. 
Mandarono i Raiìgei a Vinezia a dolersi con quei 
clarissimi Signori della perdita di detta naue, e fu- 
rono loro fatte molte promesse. Ma la mortalità gran- 
de che succede in quei tempi fé loro (per all'liora) 
scordare la nane persa, e quasi ognaltra cosa. Ini- 
perochè incominciando d'Aprile, seguitò oltre a due 
anni con morte di circa cento dieci gentil huomini, 
tra grandi, e piccioli: e di trenta gentildonne, e del- 
l'altro popolo più di DiiUej e 50(). Passata dappoi la' 
peste armando due galere con due naui, e datone il 
gouerno a M. Micliele Niccolo di Bona, le mandaro- 
no a cercare di detti Corsali, e gli diedono la fuga 
fino a Rodij solamente pigliando vna loro conserua, 
con circa quaranta persone-, alcune delle quali furono 
cucite in sacca di vele, e buttate nel mare, e F altre 
condotte a Raugia, lurono giustiziate* Et ìspese il 
Senato in detta spedizione intorno a TOlK}. ducati, 
essendo che più mesi scorse detta armata i mari, 
cercando i prefati malfattori. 

Dell'anno M, D. XX, alli 17. di Maggio, a liore 
11. nella festa della Santissima Ascensione, venne 
,, / ^ in Raugia vn terremoto tanto grande, M che peggiorò 
in Raugria dentro alla città per valore di centomila ducati» e 
fuori per le ville per più di 5(L mila. E vi morirono 
intorno a venti persone, e più assai ne rimasero fe- 
rite, e percosse. E naiTano come da più persone fuori 



Gap, 10. 



*) Questo fu il ten-emoto veraraeute spavpntev<ile p decisi vii 
perRag-UMii; stJ più lardi vi furono tlp'^iiaiiti pe^^i^i ori, questi non 
s' hanno lìa considerare alt li nienti (li e sitcuiue eonseitruen/.a dol 
terremoto dtd 1520; tanto viult^nta ne l'u la scossa, e tanto un po- 
tenti a scongiurar U croUo della città in un occasione anche 
meno tremenda, tutti i ristani'i benché radicali li per lì effettuati 
migli ediflzi» 



Igl 



della porta di leuante, luogo detto alle Plooci, & ezian- 
dio da alcuni Turchi, che quiui si trouauano, fu ve- 
duto il monte Vergato, che sopra sta alla città, il 
quale minacciaua di cadere sopra di quella. Ma op- 
ponendosi la Gloriosa Vergine con San Biagio, non 
lo lasciarono cadere. E fu in ringraziamento edificata 
vna dinota') Chiesa all'Ascensione di nostro Signore, 
vicina al conuento di San Francesco. E ci si và^^^^^f^^^'^" 
ogn'anno, in tal giorno, con publica, e solenne prò- ^**^^^^ * 

<^®ssione. dente"^''"" 

Dell' istesso anno 1520. furono mandati alla in- 
coronazione di Solimano, Ambasciadori M. Marino 
Niccolo di Gondola, e M. Stefano Giouanni di Sorgo, 
con presenti d'argenterie, al valore di 670 ducati, e ?^\^^**^. ^ 
furono confermati i priuilegi antichi. E singolarmente imperatore 
portarono drappo d'oro, per vna vesta al prefato So- Solimano, e 
limano, di 2160 ducati, e tante altre cose per donare ci vanno 
alla Corte, che ascesero al valore in tutto di 8280. imbascia- 
ducati. E l'anno seguente 1521. per certi accidenti, ^^^^' 
e nuoue imposizioni fatte, si mandarono altri Amba- 
sciadori con presenti al valore di circa 7000. ducati. 

Dell' istesso anno 1521. il primo giorno di Di- 
cembre, in Domenica, fu grandissima fortuna di gre- 
co*) tramontana per tutto l'Adiìatico, onde perirono 
molti nauihj. E nel porto di Raugia andò a trauerso 
vna gran naue carica di grano. La quale era di 
Marco di Biagio, da Isola di Mezzo. Fu poi liberata, 
ma con gran danno, e perdita, di quaranta per cento. 

Del 1523. si mandarono nuoui presenti al gran 
Turco, al valore di 5560. ducati, per accomodare nuo- 
ue differenze nate. 

Dell'anno 1526. fu portata la peste in Raugia, 
da vn maestro Andrea sartore, che ternana d'An- pestilenza 
cona, il quale fu per ciò condotto per la città suP) del 26. 
carro, attanagliato, e morto. E la peste fé tanto dan- 

*) Cfr. Sviluppo Civile di Bagusa, 

•) E il caseggiato dello Pile andò completamente distrutto. 

•) Leggi : indi legato al carro .... cfr. p. 28 n. 1. 

9 



122 



re 



no, che la città resto quasi dìsolata. Morirono 84, 
gentil huomini, & 80. gentildonne. In San Domenico 
morirono 19, padri. In San Francesco 25. In cinque 
Monasteri aporti morirono più di 160. Monache, & 
in tre serrati nissuna. Dell'altro popolo fra la città, 
& il contado, morirono intorno a 2(KXMJ. persone. E 
riducendosì il Senato a Grauosa nel conuento di 
tSanta Croce dell'ordine de i Predicatori, rimasero i 
soli soldati a guardia della città, e due galere arma- 
te, con vna fusta per guardia del porto. Finita la 
peste, che durò intorno a 20. mesi, & in cui si spese 
deir erario publico, pei' le guardie, prouedimenti, e 
limosine, circa 40, mila ducati, si tabricò vrìa Chiesa 
à San Rocco'), e si chiamarono ad habitare nella città 
Rttugei dan j^^qIj^j ^^] contorno. Venne in (jiiesto tempo nellW- 

tL ngtì, 1 ^j.j^Uj-.Q Tarmala de i Mori di Barljtiria, contra di 
Mori in mti- ' 

cui armarono i Haugei dieci grosse naui, due galere, 
vna fusta, e diciotto brigantini, e fatto (.Capitano M. 
Maria Stefano di (lianuigna, e posti sopra le galee 
M. Stefano Niccolino di Gondola, h M. Antonio An- 
drea di Benessa, si congiunsero eon due galere Vi- 
niziane, sotto leronimo Canaletto, clarissiuio Capi- 
tano, E così insieme si di edono à cercare di detti 
Barbari Corsali. Ma eglino intenti alla fuga, senza 
mai voltare faccia, se ne tornarono a ì loro paesi. 
Et i Raugei dopo gì' otto giorni, cioè alli 17. di (liugno, 
rendendo grazie al clarissimo Canaletto, se ne ritor- 
narono aUa loi'o città, hauendo fatti dileguare que- 
gli empi. 

Dodici mila Li' anno 1527. fecero i signori Raugei vna ga- 

scudi una. lera bastarda, la quale finita e varata con V artiglie- 
galea. ne costò intorno à dodici mila ducati. 

L'anno 1528. considerando il Senato Haugeo, 
che r ordine di San Benedetto negro, ne! loro do- 
minio era quasi mancato, e che le badie loro e- 
rano quasi lutte andate in commenda, procurarono 



^) Quella aUa fieUa Vista. 



129 

appresso il sommo Pontefice, e loro Superiori, che 
tutti i loro Monasteri, cioè la badia di San Iacopo Monaci ne- 
di Visgniza, quella di Santa Maria di Melida, e quella ^^^^tì^^ 
di San Michele di Giuppana, con la Prioria di San- 
to Andrea di Pelago, fussero posti in vna congrega- 
zione, raccomandata à Santa lustina di Padova. Et 
hauendo ciò ottenuto fecero venire di Bologna al- 
cuni padri Osservanti, e così fu ritornata questa no- 
bile congregazione Melitense, come anc' e meglio hab- 
biamo scritto, nella vita di Monsignore Crisostomo 
Caluino Arciuescouo di Raugia quarantesimo quinto. 

Del 1529. vn Francesco Siluano da Macerata, 
il quale era stato gran tempo segretario della Re- Fedele esser 
publica Raugea, accusato, e trouato infedele mini- bisogna fino 
stro, in cause di grand' importanza, fu secretamente ^ "^<>^te. 
nell' istessa prigione dicoUato. 

Dell' anno 1530. vna nane Raugea di Marco 
di Stefano^) da Isola di Mezzo, con altre nani e le- 
gni genouesi, i quali portauano vettouaglie all' ar- 
mata di Spagna, & erano partiti da Genoua, fu presa rp^^j^^ f^^^ 
con l' altre combattendo, da trenta fuste armate di combattono 
Saracini, ma con spargimento di sague dall' vna par- vna nane. 
te, e daU' altra. E se bene detto Marco scampò, fu 
nondimeno così pesto dal legname della nane rot- 
ta, e fracassata dall' artiglierie (che altramente non 
rharebbono presa) che pochi giorni sopravisse. 

Dell'anno 1531. alli 14. di Marzo, venne vna 

grandine à Raugia, e nel contorno così grande e ^^^^^ ^^^^' 
1 .1 . 1-1 r\ S^^ amazza 

grossa, che il minore grano pesaua mezza libra. On- ^^ «.camola 

de fé grandissimo danno à gì' alberi, à gì' edificij, & 
à gì' ammali, e singolarmente amazzò più di cento 
cicogne. L' istesso anno fu fatta represaglia, nel por- 
to di CaUce in Ispagna, d' vna naue Raugea, carica, 
di 700. botti di vino, per ordine (come si disse) della 
Imperatrice, & in ricompensa della naue biscaina 



') Cfr. per tutta la storia delie navi ragusee al servizio deUa 
Spagna „I Conti di TuhéljJ' 



124 



Fiiste di Ba- 
raci ni l'anno 
gran danno. 



Le cose tolte 
à i padroni 
deonsi ren- 
dere. 



11, 



I Ritugei 
compagini 
alle vitt4>n*\ 



Auuisi à i 
Raiigei ili 
molto aftarcv 



presa, come si ò detto di soprfT,, nel porto di Malfi 
da i Turclii. GV liuomini con gran difficultà furono 
liberati, il vino si vendo, e la nave altresì fu ven- 
duta 500. ducati, ^ era di Marino (jiusanouie da 
Giuppana, L' istesso anno 15;} L (juattro fuste di sa- 
racini entrate nel golfo Adriatico del mese d' Aprile* 
presero vna marcelliana ferrarese con 4<J0* panni, e 
due migliara di calisee, tutte robe di Haugei, le quali 
ascendeuano al valore di circa 30, mila ducati, E 
tanti altri nauilij oltre acciò presero, e tante altre 
robe di diverse nazioni, che fiì stimato il valore loro 
intorno à cento cinquanta mila ducati. Doue nondi- 
meno di dette fuste furono poscia pigliate da i Vi- 
niziani con grandissimo loro guadagno. E qui non e 
da tacere, come alcuni anzi che nò biasimano i ela- 
rissimij perochè doue secondo gV oblighi loro doue- 
rebbono tenere il golfo Adriatico netto, e purgato 
da i Corsali, acciò le nauigazioni f ussero sicure, ap- 
parisce tal' bora, e si crede che venga non dal Se- 
nato, ma da i ministri, che gli lascino à bolla posta 
entrare, e fare di molti bottini, con danno e rouina 
di molti, e dappoi eglino nel ritorno e nelF vscire 
del golfo, prendendogli s' inpatroniscono di quelle 
rapite facoltà. 

Deir anno M. D. XXXll. si ritrovarono sette 
naui Raugee nelF armata di Carlo V. sotto Andrea 
Boria, quando felicemente presero Corona nella Mo- 
rea, con altre molte castella del mese di Settembre. 
L' anno stesso in Raugia furono fornite, e varrate 
tre galere beUissime, di valuta di circa 9500, ducati, 
e con fornimenti, iSc aKiglierie di valuta di yr)(MÌ. 
ducati. 

In questo tempo vennero lettere dalla corte del 
Turco, le quali diceuano, come il gran signore loro 
haueua passato il fiume Draua, à era trascorso vit- 
toriosamente piìi di none giornate per le terre nimi- 
che, &. liauea prese più di settanta fra trittà, e ca- 
stella dell' Vngheria e dell' ^Uemagna, fattele à se 



126 

tributarie. E come V Imperatore Carlo quinto, con 
1' esercito suo, hauendo sempre fuggito d' affrontarsi 
seco, r hauea fatto risoluere, soprastando la inuer- 
nata à ritornarsene in Costantinopoli alli 22. di No- 
uembre. E come nel ritorno non gli mancarono se 
non cinquemila persone. Le quali rimanendo à die- 
tro, da gì' Vngari, che imboscati osseruauano i monti 
di Vienna, erano state amazzato. Ma questi auuisi 
non furono al tutto veri. Imperochè Carlo V. non 
fuggì mai la battaglia, ma saggiamente fuori delle 
mura di Vienna, doue il Turco hauea destinato di ^^® Impe- 
venire, 1' aspettò più giorni intrepidamente, se bene ^* O;^^^^*^^- 
hauea due terzi manco soldati, e cauallieri nell' eser- stanno. 
cito suo. Onde narrano le storie, e coloro altresì che 
presenti si trouarono riferiuano, come auuicinandosi 
il Turco, fu Carlo quinto, da suoi prudentissimi, & 
esperti Ca,pitani consigliato di non si allontanare, 
per incontrarlo, dalle mura della città, acciochè da 
tanta moltitudine di 300. mila caualli, eh' auea il Turco 
nell'esercito suo, non fussero tolti in mezzo, e per 
tal maniera fussero state impedite loro le vettouaglie, 
ohe di Vienna abondantissime gV erano soministrate. 
Mostrò adunque Carlo in ciò valore non fuggendo E valore e 
d' affrontarsi col nimico, se bene à lui cotanto supe- Prudenza in 
riore lo conosceua, senno nel disporro, & ordinare di *^ ^ ^"^^' 
maniera l' esercito proprio, che venendosi alle mani 
egli potesse riportare la vittoria. Imperochè la dispo- 
sizione dell' esercito Christiane tale era, e V ordinan- 
za in battaglia, che egli hauea alle spalle le fortis- 
sime mura di Vienna, da valorosissimo presidio guar- 
date, all' vno de i fianchi teneua il Dannubio, de i 
fiumi d' Europa il maggiore, all' altro fianco, & in 
faccia dopo vna corona d' innumerabili, e formidabili 
artiglierie, si vedeuano le terribili squadre di caval- 
lieri, di maglia e dacciaio lustrante ricoperti. Veg- 
giendo per tanto il Turco di non potere tirare Carlo ^^^^'J'^**^ *^® 

. 1 .^ 1 n 1 . .. n , spallo, àvn 

m luogo pm aperto, doue colla moltitudine forse ha- fianco la 
uerebbe potuto preualere ; e temendo altresì del va- Dannoia. 



186 



Ne i Raugei 
molto confi- 
da ]I Turco. 



In grazia son 
del Turco i 



Risposta dp] 
Senato à Fer- 
dinando. 



lore dell* esercito Christiano, il quale era il più for- 
midabilej che per molti secoli si fusBe in Europa rac- 
colto» voltò egli le groppe de i destrieri, e se torno 
li casa, senza altramente vedere, ò appresentarsi à 
Vienna, per cui nondimeno prendere era venuto. E 
quanto al numero delle genti, che egli ci perse, e 
lasciò, egli fu assai maggiore di (|uello, che dice 
r auulso delle lettere turchesche a i Signori di Rau- 
gia, si come ageuolmonte dalle storie di Monsignore 
Paolo Giouio si può vedere dal benigno lettore. 

DellMstess' anno 1532. alh 22. di Non. venne à 
Ratigia M. leronimo Zarattino ambasciadore di Fer- 
dinando Rè d^ Vngheria, il quale andana al Gran 
Turco in Costantinopoli, per cagione (come si sti- 
mava) di fare triegiia seco. E ritornando fra pochi 
mesi, s- intese^ come non s- era altramente conchiusa. 

Dell'anno 1533. vennero lettere del Gran Turco, 
nelle quali ringraziaua il Senato Raugeo, che per 
loro aauisi hauea saputo della presa di molte sue 
città, e terre, nella Morea. Affermando, che daua 
più credito, e fede alle loro relazioni, intorno alle 
cose occorrenti co i Principi Christian], che à i pro- 
pri] suoi Sangiacchi, e Gouernatori delle J^rouincie. 
Costumano i Raugei, come informano i Principi dT- 
tagUa, e specialmente il Papa, dell'azioni importanti 
del Turco, à loro note, cosi anco di raguagharc esso 
gran signore dell' imprese, e mouimonti notabili do i 
Principi Christiani. L' anno medesimo furono man- 
dati Ambasciadori al <iran Turco, nel suo ritorno 
d^ Vngheria, con presenti al valore di dieci mila du- 
cati. E furono graziosamente veduti, e come se fus- 
sero istati suoi proprj Turchi ben trattati. 1/ istesso 
anno 1533. venne Ti Kaugia vn^ Ambasciadore di 
Ferdinando, per nddimandare aiuto alla città contra 
del Turco, e per riscuotere alti-osì il tributo solito 
darsi al Rè di Vngheria. Il Senato hauendo cons^ul- 
tato sopra le due dimande, risposo «l^^nto alla pri- 
ma, come non teneua ne gente, ne danari per soc- 



127 



correre Ferdinando nelF imprese contra il Turco. E 
quanto alla seconda dissero, che il Turco hauendosi 
con la spada in mano conquistata la maggior parte 
d' Vngheria, e possedendo specialmente la città re- 
gia di Buda, pretendeua, che à lui, & non ad altri 
s' appartenesse il tributo solito darsi à i Rè d' Vn- 
gheria. E che per ciò à lui, e non ad altri per al- 
l' hora, stimauano eglino douersi pagare. E con tale 
risposta, ne mandarono V Ambasciadore. E da quel- 
la hora in poi, la bandiera, & insegna dell' Arsago 
d' Vngheria, la quale soleua la città rizzare su le 
mura, dopo quella di San Biagio, fu leuata via. Et 
il Rè Ferdinando doue poteua nuocere à questa città, 
lo faceua volentieri, e per ciò da Segna e da Fiume, 
luoghi suoi alla marina, souente mandaua legni, e 
barche à danno de i Raugei, e delle robe, che face- 
uano venire da Vinezia. Di questo medesimo anno 
1533. alli 27. di Marzo, si scoperse in Raugia la pe- P®^*® ^ R*^' 

ste, recata di Turchia, in certe rascie. E durò fino ^^^ ^l^^ ^®" 
11. j 1. T 1. t P . . • • quentemen- 

alli 4. di Luglio la furia sua, ma rmtoccaua poi quasi te. 

ogni luna qualche poco, per lo spazio di circa venti 
mesi. Onde morirono 27. nobili, e 19. gentildonne e 
di popolani, e plebei, intorno k due mila e secento 
persone. Et essendo riuelato, che se non si fabricaua 
vna Chiesa all' Annunciazione della Madonna, non 
sarebbe detta pestilenza cessata, la f bricarono nel maria An- 
luogo di quella casa, in cui prima era incominciata ^^^'i**» 
la peste, cioè accanto alla porta di leuante, e vicin'al 
Conuento di S. Domenico. E perchè consideraro- 
no, come la partenza dell' Illustrissimo Rettore e Se- 
nato, della detta città, in somiglianti casi, era buona 
causa, ch^ la peste più tempo durasse, ordinarono, 
che più non partissero. E così vsandosi maggiore di- 
ligenzia, .nelle guardie, e nel prouedere à gì' in- 
fermi aiutante principalmente la diuina grazia, più 
presto fu risana la città, la quale del publico spe- 
se in cotale tempo di pestilenzia, intorno à cinquanta 
mila ducati. 



m 



rometa p ra- 
presftglin 
por la Pu- 
glia. 



L'inolif o Do- 
ria soccorre 
Corona. 



Imbascìado- 
ri h Carlo V. 
iniiiUo. 



Gap, 12. 



Arde in Vi- 

nezia il fa- 
moso Arsen. 



Dell' istesso anno 1533. del Mese di Giugno, 
apparile per 25. giorni vna conieta verso la Grecia, 
la quale stendeua la coda verso garbino, E del Me- 
se di Luglio di quest' anno, per ordine dolF Impera- 
tore Carlo quinto, per ali^une male informazioni fat- 
teglij fìi fatta rappresaglia, per tutta la Puglia di 
quanti mercanti Raugei vi si tiouarono. E per sbri- 
garsi di tal molestia ci spesero oltre à cinque mila 
ducati. Dell- anno medesimo del Mese d' iVgosto due 
naui Raugee furono prese per forza, e condotte con 
1' aimata imperiale del Doria di Messina, con altre 
25. nani à dar soccorso alla città di Corona, nella 
Morea, Di quest' anno parimente del mese di Settem- 
bre, fu presa nel porto di 8cio, per ordine di Soli- 
mano vna nane dì mille e dugento botti, la quale 
era di Marino di Stefano da Giupi^ana, e fìi condot- 
ta con tutto il carico, che era di diuersi mercanti, e 
di varie robe, alla valuta di sattanta mila ducati» 
E poi che so no furono serviti in portare vettoua- 
glie alla città di Modone, sospettando che non e' an- 
dasse r armata Christiana, la lasciarono andare li- 
bera al suo viaggio. Di quest'anno iìnalmente 1533. 
alli fi. di Dicembre furono mandati Ambasciadori à 
Carlo V. M. Niccolo Thoma di Sorgo, e M. Marino 
Stefano di Giamagna con presenti, e doni per due 
mila ducati, affine d' ottenere, che i Mercanti Rau- 
gei potessero nelle terre dell'imperio suo liberamente 
trafficare. Et à detti Ambasciadori per loro spese fu- 
rono deputati sei ducati il giorno. Ónde tra detto 
spese e doni» F erario publico ci impiegò sei mila e 
dugendo ducati, 

DelFanno M. IX XXXIllI. aUi tre di Febraio, 
festa di San Ili agio, protettore di Raugia, circa le tre 
bore di notte venne vn gran terremuoto in dotta città. 
Ma per la Dio grazia non fé danno alcuno. Et in 
quella propria bora, e festa di San Biagio abruseiò 
r arsenale grande in Vinezia, e durò V incendio due 
notti, & vn giorno, die mai per alcun modo non si 



129 

potè spegnere. Onde fu tutto consumato, ne mai si 
seppe donde tal fuoco origine hauuto hauesse. Et il 
danno (come si disse) fiì di circa cento cinquanta 
mila ducati. L' istesso anno alli 16. d'Aprile ven- 
nero à Raugia 17. galere Viniziane, con nome di 
passare in leuante. E fermandosi due giorni auanti 
al porto, diedono che sospettare alla città. Onde 
s' attese à fare diligentissime guardie. Né per ciò il 
Senato mancò della solita cortesia di presentarle. 
Partendo poscia da Raugia nuoua, se n' andarono ^^^ a"^» *®- 
nel porto di Raugia vecchia, ò vero dell'antico Epi- "^®®»®"^pr® 
dauro, lontano da sei miglia in circa verso leuante. ^^ cheiibe- 
Et essendo quiui dimorate cinque giorni, finalmente ne amato 
partirono verso Corfù, non senza lasciare grand' oc- non gli sia 
casione di sospettare à i nobili Raugei. Dell' istesso rapito. 
anno alli 12. di Luglio, due hore auanti giorno, si 
appicò fuoco nella casa d' un plebeo in Raugia, ma 
non abrusciò se non quella. E nell' istesso giorno 
s' appicò fuoco in tre altri luoghi, ma presto, per 
grazia di Dio, furono le voraci fiamme estinte. I quali 
accidenti, accaduti tutti nelle case di forestieri die- 
dono occasione di sospettare alla città di qualche 
mar animo de i clarissimi Viniziani verso di lei, es- 
sendo che r armata loro tutta quella stato s' andas- ,. ^ 

\ 8n6ta ar " 
se, sotto il clarissimo Canaletto, aggirando intorno ^^^^ gj ^^ 

ài liti di Raugia. Dell' istesso anno 1534. alli 25 .di ragginando. 
Nouembrc, festa di Santa Caterina martire, incomin- 
ciando la notte, e durando tutto il giorno, fu così ^^^^^ ^^® 

gran tempesta di venti nell' aere, e di turbini, e di ^^^ * ^^^^ * 

*^ ^ ' campanili, 

nugole solte, e grosse, che rouinò in Raugia più di spianta le 

cento cinquanta camini di case & altri edificij, con querele, e 
danno di circa due mila ducati. E specialmente nel sommerge 
Monastero di Santa Maria in Castello, che sta nel ^ ^^^^^^i' 
più alto luogo della città, e sopra il mare, fu leuato 
dalla furia del vento il tetto della (Chiesa, il campa- 
nile, con le campane, & ogni cosa fu battuta nel ma- 
re, quiui cotanto cupo, e fondo, che dette campane 
non mai si puoterò ritrouare. Fuori altresì della città, 



130 



Fregata pre- 
sa con molte 
persone. 



Presa della 
Goletta in 
Barberia. 



Trionfa Car- 
lo in Napoli 
per Tunisi. 



spiantò quereie & altxi alberi assai, E nel mare so- 
merse molti nauilij. E singolarmente nel porto dì 
Grauosa, vna naue, di mille e dugento botti, fu rot- 
ta nella carina, onde stanano gV huomini tutti stu- 
pidi e pieni di timore. 

Dell' anno 1535. vna fregata di Brindisi, la quale 
era venuta in danno de i Raugei, combattendo con 
due barche armate, alla bocca di Stagno^ fti presa 
con dodici persone, e due nel combattere ne furono 
morte. E condotta ìi Raugia alli 17. di Febraio, dieci 
di detti dodici prigioni, furono appiccati, e gli altri 
due furono liberati, perochè erano stati presi da detta 
fì'egata in Albania. Dell' istesso anno, tornando gF Am- 
basciadori, i quali erano iti h Carlo r|uinto, vno 
di loro, cioè M. Niccolo Toma di Sorgo, si morì nei 
confini della Francia, e M. Marino Stefano di Gia- 
magna, sano e saluo, e con buonissime nuoue, si 
condusse k Raugia. Imperoehè erano stati ben ve- 
duti da sua Maestà: haiiea confermati tutti i loro 
priuilegi antichi, approuate le conuenzioni^ che tene- 
uano co' i Siciliani, e dat^ ordine, che in ricompensa 
delle rappresaglie fattegli in diuersi tempi e luoghi, 
fuBsero loro pagati otto mila ducati. Dell' istesso an- 
no lo35i furono prese per forza quattro nani Rau- 
gee, e furono condotte con V armata Imperiale di 
360. legni, sotto V antica Cartagine, & alla Goletta in 
Barberia. K dopo fio ella gloriosa vittoria, e presa 
della Goletta e di Tunisi, se ne ritornarono a Rau- 
gia ricche ancora eUeno di spoghe di quei barbari, 
Mori, Malgarbini e Turchi. 

Dell* anno 1536. alli 12. di (Jennaro furono man^H 
dati Ambasciadori in Napoli à Carlo (juinto, il qua^^* 
trionfava dopo la vittoria di Tunisi, M. leronimo 
Giugni di Grado, e M. Marino Stefano di Giamagna 
con quattordici caualli e dieci famigli, molto hono- 
reuolmente vestiti. E con presenti, e doni di argen- 
terie, come boccah, baccini & altre somiglianti cose, 
al valore di due mila ducati. Gli vide sua cesarea 



131 



Maestà volentieri, e graziosamente riceuè i doni, e 
nel ritorno, e partire loro donò à ciascuno de i due 
Ambasciadori vna collana d' oro al valore di trecento 
ducati r vna. Dell' istesso anno alli 19. di Febraio 
furono mandati Ambasciadori à Solimano M. Dome- 
nico Marino di Ragnina e M. Giouanni Stefano di ^^^^^^ <^oi- 
Sorgo, con presenti di drappi, e panni d' oro, al va- ^*^® ^^* * 
lore di mille e cinquecento ducati, essendo egli ri- ^ ^^^^* 
tornato di leuante, doue era ito contra il soffi. Fu- 
rono veduti con allegro animo, e graziati di quanto 
desiderauano, ritornarono à Raugia alli due di Giù- ^k morire 
gno, riportando fra V altre, questa nuoua, cioè come Solimano 
Abraimo primo bascià e più fauorito d' ogni altro, mentre che 
nel ritorno di Persia, conuitato dal Gran Signore à ^^ ^^^^^^ ^^ 
cena, fu dopo, essendo ito à dormire, fatto morire ^^à detto 
col segargli la gola. E questo per alcune apparenti Abraimo. 
suspizioni di troppo fauorire i Christiani, e per ciò 
diuertire le guerre d' Europa in Asia, e nella Per- 
sia, doue poco felicemente gV erano succedute. Scri- 
uono alcuni, come Solimano hauendo giurato di non 
nuocere ad Abraimo mentre che egli viuea, consi- 
gliato poi da suoi sacerdoti, che quando vn'huomo 
dorme, egli non viue, gli fé nella maniera detta se- 
gare la gola nel sonno. Dell' anno istesso 1536. aUi 
3 di Giugno fu abrusciato da gU Scocchi, popoli re- Narenta è 
belli de i Turchi il mercato di Narenta, & in quel- ^®®®* ^ ^*^" 
r assalto fu preso M. Giouanni Antonio di Ragnina, g^^^j^j^f ^ 
quiui sopra il Sale, che ci vende la Republica di 
Raugia, e seco furono preso ancora intorno à 60. per- 
sone. Ma poco dopo furono liberati. Dell' istesso an- 
no, del mese di Giugno, vna nane Raugea, carica 
di robe di Soria, al valore di 12000. ducati, incon- 
trandosi neir annata d' Ariadeno Barbarossa, e vo- 
lendo far le resistenze, né si humiliando fu somersa, 
& affondata, appresso air isola della Sapicnzia. E ci 
furono aniazzati sette huomini, tra i ([uali furono ^^^^ ^ 
due gentil' huomini, e gU altri furono liberati per fa- ^ata per la 
vore d' vn rinegato d' isola di Calamota, il quale sua superbia 



182 



Fusta malte- 
se, preda e 
tìiggG via. 



C»p. 18. 



Tolgono Vi- 
nili a ni il 
grano altrui. 



Non dee vno 
che àDio mi- 
litila & seme 
Irauag'liarsi 
de Principi 
mondani. 




era sopra detla armata di Barbarossa, DelP anno me- 
desimo alli 20 di Luglio, ìi tre bore di notte, ili am- 
mazza lo da vno StagfDòse il Sig, Francesco Paolo dì 
Bona, Castellano di Stagno, & essendo preso il mi- 
cidiale fu condotto à Raugia, o squartato, <Ss i quarti 
furono mandati h Stagno, & appesi in diuersi Itiogbi 
a essemplo de gV altri- Dell' istesso anno, venne nel 
golfo vna fusta maltese, & haiiendo presa vna Mar- 
celliana carica al valore di 40. mila ducati, 12, mila 
de quali erano di mercanti Raugei, fiì seguitata da 
i legni armati di Ra ligia. Ma essendosi ella tolta via 
del golfo con prestezza, la seguitarono in vano, alla 
perdita delle robe, aggiiignendo la spesa del se- 
guitarla, 

Dell^ amio M. L). XXXVIl. furono mandati Am- 
basciadori in Constantinopoli M. Gismondo, e M. 
Raffaele di Gozzi, con presenti al valore di mille du- 
cati, E neir istesso tempo mandarono sei Isolani a 
raccogliere tutto le nani Raugee sotto pena di ribel- 
Mone a tutti i padroni di quelle. iHmdo loro fede 
saluo condotto di tutti i loro debiti per due anni.' 
Alli 10. d' Aprile di dett' anno^ fu presa dall' armata 
Viniziana vna naue Raugea, con cinque saettie, le 
quali veniuano di Puglia cariche di grano. E furono 
condotto a Corfù, dono patiuano gran carestia di pa- 
ne, Alli 5. di Giugno del 1537. per ordine di Mon- 
sig. Filippo Triuulzio, Arciuescouo di Raugia, furono 
da M. Piero D.nico di Pozza, nella contrada di fra- 
nale, tolte le lettere della Sig. di Vinezia, indiritte 
al Pi'oueditore della loro armata, nelle riuali si con- 
teneua come haueano fatta lega coir Imperatore con- 
tra del Turco» Le (juali lettore subito dall' Arciuesco- 
no furono in Constantinopoli mandate all' imbaseia- 
dorè del Rè di Francia, Et il corriere Veneto, a cui 
furono tolte, subito conferitosi al Proueditore di Cat- 
tarOj città di Viniziani vicina alla contrada detta di 
Canale, il tutto riferì, e ne fìi scritto à Vinezia. On- 
de grand' ira si accese in loro contra do i Raugei. 



18S 



Ma poscia hauendo saputo, come il Senato non ^i 
hauea colpa, ma che era trama dell' Arciuescouo Tri- 
uulzio, fautore del Rè di Francia, e mezzano tra lui, 
& il Gran Turco, mitigarono la loro ira e sdegno. 
Intendendo altresì come il Senato hauea punito quel 
gentil' huomo di Pozza, e come hauea con sollecitu- 
dine mandato dietro al corriero dell' Arciuescouo, per 
ritorgh le lettere. Dell' istesso anno, 1' armata Vini- 
tiana di 80. galee, fuggendo dall' armata Turchesca, 
arriuò del mese di Settembre nel porto di Granosa, 
vicino à Raugia circa due miglia. Et essendoui di- 
morata cinque giorni, & essendo dal Senato stata 
presentata, se ne partì verso Dalmazia e Vinezia. 
L' istesso anno, del mese di Nouembre ritornò detta 
armata Viniziana di 38. galere, nel prefato porto di ^*^^; ^*" 
Gravosa, è vi dimorò 27. giorni con molto danno di ^^*' [^^ 
quella contrada, e di Valle d' Ombla. E se non fusse contrade, 
istata la prudenza e la benignità d' alcuni gentil' hu- da galeotti 
omini mandati là dal Senato, i quah stettero sempre e somigUan- 
appresso del clarissimo Signor leronimo Pesaro, ca- *^ ^^^**' 
pitano generale di detta armata, eproueditore, egl'v- 
sarono ogni sorte di cortesia, molto più danno ha- 
uerebbono fatto quei soldati e galeotti. Tutta via i 
giardini di quel contorno patirono assai, standosene 
la città quieta e ben guardata. Gli Scocchi altresì, 
essendo in quei giorni al soldo de i Viniziani, fecero - 
nelle terre nuoue di Raugia, predando bestiami gros- 
si e minuti, danno al valore di due mila scudi. E nel 
territorio di Stagno tolsono la roba à gl'huomini, e 
r honore aUe donne. E questi sono de i frutti eh' ap- 
poi*tano le guerre. 

Dell' anno 1538. Paolo III. per cattine informa- Nuocono as- 
zioni fattegh, prohibì sotto gravi pene, e censure à sai le male 
tutti i Christiani, che non dessero à i Raugei, né informatio- 
ferramenti, né canapi, ò funi d' alcuna sorte, acciò ^*- 
non ne seruissero, come si diceua, che eglino face- 
uano il Turco. Ma poco dopo, meglio informata del 
vero sua Santità riuoeò detto bando, e gU concesse 



134 



Fra Clemen- 
te di Ragni- 
na è mandu- 
tn A m ba- 
tìc iad ore al 
Papa. 



Discorso di 
Clemente a- 
uanti al Pa- 
pa, 



per vso loro, e delle loro naui^ fjuaEto faceua di bi- 
sogno. Del predetto anno 1538. trattando ì Viniziani 
per mezzo del Papa, che anche i Raugei antrassero 
nella lega contro del Turco, e saputesi queste cose 
à Raugia, recò gran trauaglio al Senato. Imperochè 
considerauano che quando ciò liauessero fatto^ sareb- 
bono stati i primi à toccarne, À: a ire in rouina, ri- 
trouandosi in mezzo al mare, & al Turco, e viiiendo 
del paese di lui, i tre quarti, si può dire, dell' anno. 
E sospettando che ciò da ì elarissimi Viniziani si 
trattasse, non per zelo della religione, ma per tur- 
bare la loro pace, e quiete, di publico consiglio man- 
darono Ambasciadore al Papa il padre fra Clemente 
di Ragnina, loro gentil' huomo e dottissimo Theologo 
deir ordine de frati Predicatori. Il quale conferitosi à 
Roma ci i piedi di sua Santità espose con molta co- 
Diiser azione lo stato della sua città. E dimostrò co- 
me da vna banda, se voleua mettere il piò fuori 
delle mura, conueniua che lo ponesse in mare, e 
dell' altra poco potea per terra discorrere, e e non 
entrasse nel territorio del Turco. Kspose ancora, co- 
me quel poco di paese clie tiene Haugia in terra, 
quasi tutto è da ripe, da scogli e da sassi occupato. 
Narrò nel terzo luogo, come i Sangiacchi, ò vero go- 
uernatori delle prouineie vicine del Turco, poteuano 
ogni volta ohe veniua loro in taghu» •& io fantasia 
assediare detta loro città, e farla patire d' ogni sor- 
ta di bone, E venendo tìnalniente alle due dioaande 
che erano loro fatte per entrare nella detta lega, 
disse (quanto alla prima) elie il Senato non teneua 
comodità di dare danari, trouandosi esausto per tante 
spese necessarie à i prouedimenti della città, conue- 
nendogli comperare (per così dire) fino al Sole, per 
tanti donatiui, i tiuali per YJuere in pace, era loro 
necessario di tare alla giornata, con ogni sorta di 
gente, e per tanti tributi, che doueano ciascun^ anno 
pagare, & al Rè d* \'ngheria, & al Turco, & ad altri. 
Quanto poi ali* altra dimanda, per cui chiedevano le 



135 

loro naui, rispose prima, che quelle toltegli, per cui 
si procacciauano il viuere, si sarebbono morti di fa- Sono ottime 
me, e di stento, essendo posti tra i mari, e i monti, ragioni que- 
Disse dappoi, che come ciò hauesse il Turco risa- ste,cheilpa- 
puto, subito hauerebbe l' ira sua versata, e sfogata ^ ^e^a ai- 
sopra la loro città, come sopra la più vicina e la più la sua san- 
ingrata alle tante amoreuolezze da lui vsatele. Onde titade. 
egUno, le loro consorti, i loro figliuoli, tante sacre 
vergini, le quali in otto Monasteri sono in detta cit- 
tà, e tanti altri religiosi, co' i sacri Tempij, Chiese, 
e sacre Reliquie, e corpi santi, che tengono, sareb- 
bono venuti preda, e direzione de gV inimici di Chri- 
sto, e serui perpetui di barbare, e di straniere na- 
zioni. Onde pregaua, conchiudendo, sua Santità, che 
si contentasse di lasciare Raugia fuori della lega, e 
neutrale, & amica d' ambe le parti. E che così fa- 
cendo conseruerebbe alla Chiesa di Christo, vna cit- 
tà, stata di lei dinota, oltre à mill' anni. Ma se al- 
tramente tentassero di fare, si portaua pericolo di 
non perderla, e di priuare la Christianità d' vn luo- 
go, e d' vna^città, tanto opportuna e commoda à i 
negocij della Christiana religione. Vdite queste cose, 
. il sommo Pontefice restò capace delle allegate ragio- ^^^^ ^^«^^^^ 

, 11111 . 1 ^^ saggio 

ni, e dopo che hebbe buona pezza ragionato col pa- p^p^ ^^^^ 
dre Ambasciadore di altre più cose, ne lo rimandò 
consolato, con dire che referisse alla sua città, che 
ella seguitasse d' essere dinota, & vbidiente à Santa 
Chiesa, e che egh non hauerebbe mancato d' hauerla 
sempre nella sua protezione. K così alli 16. di Mag- 
gio ritornando il Padre Ragnina à Raugia il tutto 
al Senato suo riferì, aggiugnendo che con diUgenzia 
attendessero à guardai'e la loro città, imperochè tutto 
il mare appariua piano di legni. Dell' istesso anno, 
venne à Raugia l' Imbasciatore del Rè di Francia, e 
ci dimorò dodici giorni. E essendo stato molto acca- 
rezzato dalla Republica Raugea, se ne partì verso 
Costantinopoli à fermare la lega per lo suo Rè col 
Turco, à danni di Cesai*e, e de i seco confederati. 



186 



Gap. 14, 



Le gal. d'un 
Papa così 
pio, mettono 
h Bacco vn' I- 
sola Chri- 
stiana. Colpa 
de i rei mi- 
nistri non 
eli lui. 



E sospeso 
vn cko tolse 
alla Madon- 
na la corona 
di capo, em- 
pio che ci f fi. 



Dell' anno stesso 1538. sedki galere di Papa 
Paolo terzo arriuarono à Isola di Mezzo^ il primo di 
Luglio, e partendosi la mattina seguente, il Patriarca 
di Vineziaj gentil' Iniomo di casa Grimana, ohe n' e- 
ra generale, verso leuante, lu int^ontrato da tre no- 
bili Raugei à nome del Senato, con doni al valore 
di cento ducati, e lo trattennero a Raugia vecchia 
due giorni* Ma le dodici galere, rimase à Isola di 
Mezzo, con inganno, hauondo prima assicurati gV I- 
solani, e spiegata la bandiera della fede, misero a 
sacco quella delitiosa contrada. Et oltre alla roba, 
che tolsero per le case, e danno che fecero, il t|uale 
fu stimato ascendere al valore di sei mila scudi, du- 
rando il sacco dalle If). hore della lesta deUa Visita- 
zione^ fino allo due hore di notte, menarono via pri- 
gioni 14. padroni vecchi di nani, quattro nobili Rau- 
gei, col Conte loro^ e fino al numero di circa cento 
cinquanta altre persone. E fatta la mattina, alU tre 
di Lugho, la dett- armata si partj verso leuante la- 
sciando però libero il Conte dell' Isola, prima latto 
da loro prigione. Venuta la nuoua di rjuesto sacco h 
Raugia, mandò subito il Senato due altri nobili al 
Patriarca, dolendosi dell'insulto e danno fatto aUa 
prefata Isola loro. Onde il rohgioso O onerale fé man- 
dare vn bando sotto pena della forca, eli e si presen- 
tassero tutte le cose tolte in detto sacco. I'. ritrouan- 
dOj che vno hauea tolta vna corona d^ argento alla 
Madonna del Biscione, Chiesa di nominanza in quel- 
r Isola, e contorno, lo fece appiccare. E fatto dapoi 
caricare vn nauilio di tutte quello cose rubate, Io ri- 
mandò con vn suo Capellano a Raugia, facendo scu- 
sa col Senato del caso auuenuto, contro la sua vo- 
lontà^ e promettendo, che nel ritorno suo di leuante, 
hauerebbe col diuino aiuto, sodisfatto à tutto il danno 
fatto da suoi licenziosi soldati. Fu resa altresì la li- 
bertà à i prigioni, eccetto che ad alcuni pochi, i quali 
erano atti à remare, i quali furono rattenuti, come 
ancora altri tolti dell' Isola di Calamota, e di Raugia 



187 



vecchia, e di Giuppana, con promessione di far loro 
buona compagnia, e di pagargli. Il nauilio poscia delle 
robe fu rimandato à Isola di Mezzo, e ciascuno ri- 
pigliò le sue. Benché molte cose vi mancarono, le 
quali, ò furono nascose, ò per la temenza della forca, 
furono buttate nel mare. Nauigando per tanto verso 
leuante 1' armata Papale, & arriuando sotto S. Mau- 
ra, le fé dare il Gener. V assalto. Ma da i Turchi ^^^^^^^^^^ . 
valorosi difenditori, furono i Christiani ributtati ga- Q^^pistiani 
gliardamente. E ci perse il Patriarca intomo à sei- 
cento huomini. E se non erano le galere sue, da 
quelle de i Viniziani in tempo soccorse, ageuolmente 
tutte rimaneuano in potere de gF inimici. Nel prin- 
cipio poscia di Settembre dell' anno predetto 1538. 
essendo conuenuti tutti i legni armati della Lega à 
Corfù, ci furono anouerate cinquanta galere dell' Im- 
peratore, con 63.. nani, e 97. altri legni minori armati. 
E de i Clarissimi Signori Vinitiani furono conte 77. 
galere, con tre gran nani armate. E del Papa tren- 
tatre galere, di maniera che faceuano tutte il nume- 
ro di 323. vele, fra lo quali erano tredici nani grosse Trecento 
Raugee, tolte dall' Imperatore al soldo suo per forza, venti tre ve- 
Fatto per tanto quiui consiglio, deliberarono d' assai- ^® ^f ^®^' 
tare, come prima la trouassero, 1' arfnata Turchesca, [*' chri^ 
la quale in numero di cento sessanta galere, sotto stiana, e poi 
Ariadeno Barbarossa se ne stana aspettando nel porto si fugge. 
di Preuessa, il quale haueano grandemente fortifi- 
cato, hauendo su. le punte, che serrano le bocche di 
detto porto, fabricati due validissimi bastioni. Con- 
dottasi adunque 1' armata Christiana, aUi 25. di Set- 
tembre, in vista di detto porto, incominciò su 1' alba 
à scaricare le sue artigherie verso di quella, la quale 
se ne stana ancora dentro al porto. All' bora poscia 
di terza, vscito Barbarossa fuori di detto porto con 
tutti i suoi legni, e veduta tanta moltitudine di le- 
gni Christiani, in prima vista temè grandemente, né 
ardì d' appicarsi seco in battaglia. Onde se ne stette 
ciascuna armata su le guardie, per ispazio di forse 

10 



138 



Htan su le 
guardie le 
dne lbi*te ar- 
mate. 



Assaltali le 
galere le na- 
ui noitre. 



La discordia 
de i capi ne 
fa pei*dere. 



Ahi che xav 
gogiiìL fug- 
gir vosi pro- 
sto, wPtiza 
mostrar &l 
nimico la 
faceia. 



2. bore, venendosi non dimeno così da lontano sa- 
lutando con r artiglierie, Do]>o partendosi V armata 
Christiana, se n' andò verso la Zefaloiiia. E di nouo 
alli 27. tornando à Preuessa, trouù che 1' armata Tur- 
chesca fuori del porto, s' era posta in battaglia, e 
distinta in tre squadre, una delle quali motiendosi^ 
air arriuo de i nostri, assaltò le naui, e si combattè^ 
tutto quel dì tìeramente da V vna e dall' altra parte. 
Ma per hauere le nani il vento contrario, restarono 
i Christiani disotto, Imperotdiè non solamente rima- 
sero prigioni due galere del Papa con forse altri trenta 
legni, carichi di monizioni, ma non ci restò anche 
nane, la quale non fusse da i colpi delF artiglierie, 
malamente nel corpo otlesa. Anzi, e due di loro ar- 
mate, e con forse mille soldati furono miseramente 
sommerse. Né de i Turchi perì, se non vna galea 
con tutte le genti sue. Non furono le naui, come si 
douea, soccorse, se non da poche galee. Imperochè 
nacque disparere tra i Capitani, affermando Vinoen- 
zio Cappello geuerale de i Yiniziani di hauere eom- 
messione dal suo Senato di non combattere, ma d' an- 
dare temporeggiando, e di guardare i luoghi loro. 
Del che forse era Rarbarossa stato auuisato. Onde 
così fiero, & ardito cotitra i uostri diuenne, che in- 
torno alla prima vigilia della notte seguente al pre- 
fato giorno non dubitò con V altre due squadre delle 
sue galere d' assaltare V armata nostra tutta. La quale 
impotente giudicandosi a resistere per la discordia 
detta, e poca vnione de capi, senz' altramente com- 
battere, si mise in fuga verso Corfù, e fiì dalla Tur- 
chesca seguitata sino air Isola di Paxo, e non pili 
oltre. E di questa vergognosa fuga, due cose singo- 
lari narrano le storie; V vna, che se i Turchi hauessero 
seguitata 1' armata C'hristiana fino al chiaro giorno, 
1 hauerebbono con poca fatica tutta presa, imperochè 
sen' ordine alcuno n' andana sparsamente fuggendo 
per r ampio mare; e T altra che haoendo il iJoria, 
intento alla fuga, fatti smorzare tutti i lanternoni 



139 



delle principali galee, forse per non essere dall' ar- 
tiglierie inimiche così facilmente innestiti, diede oc- 
casione à Barbarossa di ridersi di lui, e di dire, che Rìsesi d'An- 
hauendo fatto nella maniera detta ismorzare tutti i ^^®* ^^^^* 
prefati lumi, liauea voluto colle tenebre della notte 
ricoprire, e velare la sua vile, e brutta fuga. Arri- 
uata r armata Christiana à Corfù, furono squartati 
quattro sopracomiti, e più comiti per hauer' eglino, 
come si disse, per conuenzione fatta con i Turchi, 
fatte scaricare Y artiglierie, senza palle. Dopo consul- 
tarono di volere ritornare à combattere con le galere, 
e con venticin(fue naui grosse, le quali meno del- 
l' altre haueano patito. E si mandò à Vinezia per la 
licenzia dal Senato. Ma indugiando à venire la ri- 
soluzione, e sopra arriuando l' inuerno, si ritirò 1' ar- 
mata tutta, di cento quaranta galere, e di quaran- 
t' otto naui, nel mare Adriatico, e nel Golfo di Cat- 
taro. Doue sì disputò tra i primi Capitani, se si do- Consiglio 
uea fare l' impresa di Castelnuovo. H Doria voleua <i^®»*<^ ^^ 

che si facesse, ma il generale de Viniziani, e que- ^^.^^ 

' n stiano,pren- 

gh del Papa diceuano non douersi fare, essendo ^^r Raugia, 
r espugnazione di lui malageuole, ma che più tosto e lasciar Ca- 
si douea fare l' impresa di Raugia, città fautrice del steinuouo. 
commune loro nimico del Turco. Dalla cui presa, & 
opulento sacco, sarebbono i soldati ricchi diuuenuti. 
Et all'Imperio di Cesare, si sarebbe aggiunta vna 
città, & vn luogo commodissimo per le guerre con- 
tra Solimano. Ma repplicando ^) à questa proposta il 
Doria, con Don Ferrante Gonzaga Vice Rè di Sici- 
lia, e generale di Carlo quinto per terra, come non ^.^^^^ ^^^^ 
erano venuti per danneggiare i Christiani, ma sola- coi Gonzaga! 
mente gl'infedeU, e come dall'imperatore era stata 



') Per i fatti del 1538-39. oltre gli opuscoli pubblicati in que- 
gli anni in Italia, cfr. ancora Sanso vino, Richerio, Herzfeld, 
Bembo, tutti gli st. venoz.; o dei recenti, Krones, Vulovié ed al- 
tri. - Sono fatti che hanno una bolla e ricca letteratura ; ma 
che nondimeno per ciò che riguarda Rag. attendono di essere 
studiati meglio. 



140 



Battesi Ca- 

stelnouo in 
terra, e in 
mare. 



Presenta i 
vincitori 



Guastano i 
borg^hi la se- 
conda volta. 



loro raccomandata Raugia non meno dell* altre città 
dell imperio suo, fu deliberata 1' espugnazione di Ca- 
stelnuouo, città di vago sita, e di bellissima vista, 
nel primo ingresso del Golfo di Oattaro, su la sini- 
stra, su la ri uà del mare, e sopra vna piaceuole 
spiaggia. Furono per tanto messi in terra tredici 
mila fanti, con ventidue cannoni presi delle galere, 
e per ogni galera Viniziana, per maggiore sicurtà di 
douere vnanimemente combattere, fui'ono posti trenta 
soldati spagnuoli. Incominciandosi per tanto a bat- 
tere per terra, e per mare la città, in breue tempo 
tutte le mura, come ciuelle clie antiche, e deboli e- 
rano, furono rouinate. La qual cosa veggendo il San- 
giacco, e capo del presidio, e disperando di potersi 
difendere, di notte per la via della montagna, con 
dugento caualli turchi si saluò. Onde la città venne 
in potere de i Christiani con forse mille e ottocento 
persone* E de i nostri non perirono in quella espu- 
gnazione se non circa cento soldati. Intesasi la presa 
di Castelnuouo in Raugia, il Senato spedì subito 
Ambasciadori al Boria, M. Marino Stefano di Gia- 
magoa, e M. Niccolo Luca di Sorgo, con molti pre- 
senti, e trecento stara di biscotto per souenzione 
deir armata, raccomandando i confioi loro, acciò non 
lusserò da i soldati molestati, Furono dntti Amba- 
sciadori benignamente veduti dal Doria, promise loro 
ogni lauore, e gli riuelò molti secreti da riferirsi al 
Senato, e gì' auuertì, che si guai'dassero da i loro 
vicini, peroehè erano mal voluti da loro. Tornati 
gr Ambasciadori alli 6. di Nouembre in Raugia, fu 
vinto nel general consiglio, che i borghi fuori della 
città, e le case de i giardini, da san hicopo di Vi- 
sgniza alla porta di leuante, e dalle tre Cinese, alla 
porta di ponente, come vn' altra volta, dopo la presa 
di Costantinopoli, circa HO. anni prima erano stati 
rifatti, si buttassero à terra, per meglio assicurare la 
città in ogni euento di guerra, che le fusse venuta 
sopra, in tanta commozione di genti e d' armi^, che 



141 



all' hora per tutta Europa, e parte dell' Asia si ve- 
deua. E fu stimato il danno al valore di dugento 
mila scudi. In tanto F essercito Christiano, vittorioso 
à Castelnuouo, poi che hebbe saccheggiato tutto quel 
contorno, se ne venne licenziosamente nella vicina 
contrada di Canale à danno de i Raugei, e fuggen- 
dosi il Conte, ò vero Gouernatore di quel luogo, con 
forse cinquecento persone alle montagne, gli Spa- 
gnuoli scorsero tutto quel paese di circa trenta mi- 
glia di longhezza, predando e menando via da quat- 
tordici mila capi di bestiame minuto, & ottocento 
capi di bestie grosse, con due mila porci. Parte della 
qual preda posero in Castelnuouo per monizione. 
Menarono altresì via captive, e prigione molte don- ^®p^^^ 
zelle, suergognarono le più antiche, & in somma fé- noiChristia- 
cero tal danno, che non si ricorda mai esserui stato ni che i Tur- 
fatto maggiore da i Turchi. Ariadeno Barbarossa in- chi. 
tendendo come 1' armata Christiana era ritornata nel 
golfo Adriatico, e che assediaua Castelnuouo, scorse 
colla sua armata fino alla Vallona, doue assalito da 
vn terribil garbino à gì' vndici di Nouembre, vrtò con 
trenta galere in terra presso à Sasino, e furono tutte ^«'^^"^^ ^ 
rouinate, e si perse quasi tutta la gente. Onde fu ^^^ ^^^ ^*j 
forzato à tornare in dietro, per ristaurare 1' armata te, s' oppon 
di legni, e di genti, perochè se bene alcuni scampa- nel mare, e 
rono dalla fortuna in terra, furono nondimeno tutti giiastai suoi 
ò amazzati, ò fatti prigioni da gì' Albanesi. Riffatta disegni. 
per tanto con prestezza 1' armata, e volendo ritor- 
nare per soccorrere Castelnuouo detto, di nuouo da 
vn' altra grandissima fortuna di mare fu ributtato in 
dietro. Et in tanto i Christiani hauendo fortificato Ca- 
stelnuouo, e lasciatici in guardia quattro mila Spa- 
gnuoli'), soldati vecchi, con 24. cannoni grossi, e 
trenta de i minori, e vettouaglie assai, partirono al 



*) È tradizione che la borgata di Vitaljina di Canali debba 
1* origine ad una colonia spaglinola di questo temilo. Dai Do- 
cumenti nulla si può inferire. 



f42 



Ferramoiì* 
no ecct^llcnte 
ingegniero^ 
f^ mandato 
dal Do ri a ili 
Haugei. 



Non può 
condeg^na- 
raente la vir- 
tù esser i^i- 
gata dì cose 
mortali. 



loro viaggio. D Boria verso Brindisi^ e quindi per 
terra à Roma al Papa, e da Roma poscia, pure per 
terra, a Napoli, e quindi con V armata in Cicilia . 
E 1- armata Viniziana con quella del Papa se n' an- 
darono di compagnia all' isola di Corzola, circa ot- 
tanta galere. E quindi tornandosene il Cappello à 
Vinezia^ «Se U Patriarca in Ancona, e V altre galee 
Viniziane tornarono alla guardia delle loro terre in 
leuante. E de gì' huomini del territorio, & Isolo di 
Raugia, i quali erano stati pre^^i dal Gouernatore 
dell' armata Papale per remare, non ne tornò quasi 
alcuno alla propria casa, così malamente furono trat- 
tati. Della qual cosa, e del danno latto nelle terre ' 
di Canale, si risentì, e querelai poscia la Republiea 
Raugea, appresso del Sommo Pontefice. In quel tem- ■ 
pò, che il Doria dimorò à Castelnuouo mandò a Rau- ■ 
già vn suo eccellente ingcgner(3, chiamato Maestro 
Antonio Ferramolino da lìergamo, il (juale stando ^ 
in detta città certo tempo, ci pose grand' aflbzione, fl 
e la fortificò assai col farci nuoui balliiardi, e la 
Rocca fortissima detta di Menze, <fe il marauiglioso 
bastione fuori delle mura, e sotto il monte Vergato 
per guai'dia del porto, ridueendo accanto a quello la 
porta della città verso leuante, sdpra di cui fu posto 
questo distico latino: Esse procttl Sfeni: nullitm htj^c 
per Sf^cula Martem, Castra timent sancii^ qwr fa- 
net aura senis. Stette M. Antonio Ferramolino cire^ 
quattro mesi in Raugia, molto accarezzato per la vir- 
tù sua, e volendo partire, né volendo pagamento di 
danarij il Senato gli fé molti presenti d' argenterie, 
al valore di dugento ducati, e gli donò vn bollissi- 
mo cauallOj e lo condusse sopra vna nane Ruugea, 
in Sicilia, doue egli al servizio delF Imperatore di 
moraua. Dell' istesso anno 1538. alli 9. di Decembre 
furono mandati Ambasciadori al Crran Turco con 
presenti di duo mila ducati. M. Domenico Marino di 
Ragnina, e M, Stefano di Gondola. Et essendo egli 
tornato dalla espedizione do i Valacchia gli riceuè 



am 



143 



graziosamente, e faccendogli chiamare più volte alla Solimano 
presenzia sua, molto cose volle sapere del vivere a^^carezza i 
Christiano. E concedè loro di potere cauare de i re- *^^®^' 
gni suoi ogni sorta di robe, ma non per mare, ac- 
ciò non fusse fatta loro rapresaglia da gì' inimici suoi, 
come souente sapeua essere auuenuto. 

Dell' anno M. D. XXXIX. essendo venuto Aria- Cap. 16. 
deno Barbarossa con dugento galee, all' assedio di 
Castelnuouo, il Senato Raugeo, alli 6. d' Agosto, gli ^jg^p^gg^ q^_ 
mandò due Ambasciadori M. Luca Niccolo di Bona, steinuouo. 
e M. Stefano Niccolino di Gondola, con presenti di 
due casacche di drappo d' oro, & altri doni al valore 
di mille ducati. Vide egli l'Imbasciadori benignamente, 
accettò graziosamente i presenti, & hebbe riguardo 
sempre al territorio Raugeo, né fece come gli Spa- 
gnuoli, i quali misero à sacco la contrada di Canale. 
Ma i quattro mila che rimasero alla guardia di Ca- 
stelnuouo fecero buona penitenzia del loro delitto. 
Imperochè tutti furono da Barbarossa, nell' espugna- Se pianse 
zione di Castelnuouo predetto, taghati à pezzi, o fat- ^P*i?^*' ® i* 

...... , . in ' X' r Francia non 

ti ischiaui, e se bene prima che fussero vinti, fecero ^^^ 

aspre vendette occidendo fra l' esercito di terra, e 
l'armata di mare, oltre (come si disse) à cinquanta 
mila Turchi. Del mese d' Ottobre dell' istesso anno 
1539. incominciò vna carestia, e fame in Raugia, e 
nel territorio di quella, la quale durò due anni, e 
tanto grande, che nel popolo minuto morirono di fa- 
me intomo à quattromila cinquecento persone. E quel 
poco di grano, che si trouaua, valeua venti grossi il 
coppello. Né si può dire, che ciò auenisse per negli- 
genzia del Senato, ò de i Rettori della città, ma più Quattro mila, 
tosto, che fusse castigo del Signor' Iddio, per li pec- persone, e 
cati de i popoli, essendo, che di cinque naui, le quali cinquecento, 

.. jx-1 j. ' niuoion di 

erano state mandate m leuante per grano, nissuna ^^^^ ^^^^ 
ne tornaua, essendo impedite per diuersi rispetti. Né horrenda à 
anche mancarono coloro, eh' erano in quel tempo di vdirsi. 
gouerno, della paterna charità, conciofusse cosa, che 
comperauano essi il fromento à ventidue grossi, e 



144 



Signori es- 
sendo di Ci- 
pri, e di 
Candia. 

Perchè seu- 
zft V altrui 
non proue- 
deiiano, i 8i- 
gnori elftris- 
simi, à 1 loro 
popoli V 



Pure vn& ne 
sfuggì, le 
man rapaci. 



Al lito par- 
li, 6 nobile 
OlamAgna. 



poscia per maggiore cormnodità del popolo lo ven- 
deiiaoo loro à dieci grossi. Et i poueri altresì erano 
il meglio, che si polena paseiuti Onde si pposo del- 
r erario piibliro, in detto tempo, intorno à ottomila 
ducati. E si dee notare, come buona eausa di que- 
sta carestia furono le rapresaglie, elio fatto furono io 
mare delle naui Haug'ee* Imperncliò patendo i claris- 
simi Sig. Viniziani c'odino ancoi'a penuria grande di 
fromento, mandarono alli (5, di Dicembre del 1539. il 
loro Capitano del gollb eon quattro galere, due delle 
quali erano bastarde, nel porlo di Raugia veceliia, 
Doue dimorando pii^i giorni per aspettare nani Rau- 
gee, che doueano di leuante tornare earìehe di gra- 
no, teneua come assediala la città di Raugia, & in 
timor grande, che lo naui sue non fussero tor- 
nando da dette galere rattoiiute, e prese, E se 
iaV iiora vsciua detto Capitano eolle sue quattro ga- 
lere dette, del porto di Epidauro, ò vero di Raugia 
vecchia, la sera nondimeno sempre vi ritornaua. Fi- 
nalmente di cinque naui mandate per grano, vna 
sola fuggì loro delle mani, e si condusse nelle tene- 
bre della notte, con prospero vento, nel porto di 
Raugia. Né se n' accorsero le prefate galere Vinizia- 
nfij se non quando sentirono le frequenti botte del- 
l' artigherie nel salutare con allegrezza la città. E 
questa nane, che salua si condusse in Raugia, era 
di Giorgio di Piero, da Isola di Me^zo. L'altre <iuat- 
tro furono da dette galee prese, e condotte a Vi- 
nczia. E poco prima haueano inuiata pur' ìi Vinezia 
la nane di Paolo di Marcolino Raugeo, earicn mede- 
simamente di grano, con vn Galeone di Giouanni 
Pranzati con robe d' Alessandria. Si risentirono i Si- 
gnori Raugei di tale rapresaglia do i grani loro, e 
mandarono Ambasciadore à Vinezia il Signor Sera- 
fino Orsato di tHamagna. 11 quale sì dolse a nome 
del Senato del grano loro tolto, e del Galeone carico 
di drogarie, *!fe altre robe d' Alcssnndria, e fece in- 
stanza di ricuperare almeno parte del grano, ritrn- 



^A^h 



145 



uandosi Raugia ella ancora in estrema necessità. 
Ma niente profittando il suo dire, né altro da quei 
clarissimi Signori ritraendo che parole, se ne ritornò 
à Raugia' E furono mandati due altri gentil' huomi- 
ni, ò recuperassero almanco il prezzo del grano, & ^ ^^^ ^^® 
il nolo, ò vero mercede de i poueri marinari, che con * ^^^ »^<^ » 
tanti pericoli della vita loro, e con tante fatiche di sordo, che 
si lontane parti 1' haueano condotto. Ma né anche di rdir po- 
questo s' inchinarono i Viniziani, con dire, non vo- co fa stima, 
lontariamente haueano dato loro detto grano, ma 
questi forzati, hauendo fatto resistenza al Capitano 
del golfo. Onde furono forzati ricorrere à Solimano, 
sotto la cui protezione, come tributarij di lui, viuono. 
Per lo che trattandosi in quel tempo fra lui, &i Vi- 
niziani la pace, mandò loro à dire per mezzo del- 
l' Ambasciadore, che teneuano in Constantinopoli, che 
se voleuano accordo, e pace seco fare, restituissero 
prima à i suoi Raugei tutto quello, che tolto gì' ha- 
ueano. E per tal maniera, e mezzo fu pagato il gra- 
no, & il nolo, e le robe col Galeone, e le nani, fu- 
rono restituite. E perché fu fatta relazione al Senato 

che dette nani, senza prima combattere, e fare la de- „^. „„. ^^„ 
' ^ ' sciarsi pren- 

bita difesa, s' erano lasciate pigliare, e non senza ^er, senza 
qualche sospizione di tradimento alla propria patria, guerra, vna 
e città, dichiararono, à cssemplo de gli altri, i pa- na^e e ha 
droni di quelle esuli, e banditi, con espressa probi- ^^^^^^ s^^^h 

1 . , , . . . % . . & arme. 

bizione, che non si spacciassero più per mannari 
Raugei, né potessero più sopra di quelle andare huo- 
mini del loro dominio. Priuàti per tanto i Raugei 
nel modo detto del grano nauigato, per non morire 
in tutto di fame, furono forzati con maggior spesa, 
e con molto più incomodo à farne venire del reame 
di Rossina per terra, e sopra i giumenti. 

E dell' anno 1540. s' aggiunse alla carestia (co- segue alla 
me suol' auuenire) la peste del mese di Marzo, e du- carestia, la 
rò molti mesi. Ondo morirono 32. gentil' huomini, e pcstiionzia. 
14. gentildonne, e de i popolani, e della plebe circa 
quattromila e cinquecento persone. Et apparue mag- 



146 



Ohe valea 
viia fregata, 
à 6 ^alee. 



Se il mar si 
tojarlie à te 
Rflug-ia mia, 
rimarrai sen- 
lA mare, e 
senza terra. 



Ritosi Sta- 
gno al Vo- 
scouo dì 
Corziiela. 



giormente, che fusse ira di Dio, per li nostri peccati. 
Intorno à questi tempi, vn eerto nobile, Luciano Ca- 
boga, bandito della patria, e fattosi Corsale di mare 
le molti danni alle naui Raugec, e corse molti peri- 
colij & infortunij, come ne gì' annali di essa citta 
lungamente si narra, e qnì per breuità si tace» 

Del mese di Luglio, V anno 154L Vna fregata 
Raiigea armata, di cui era capo M. Niccolo Lorenzo 
di Menza, andando attorno lo distretto loro per ca- 
gione de j contrabandi de i \ànij fii presa da sei ga- 
lee VinizianOj e menata prigiona à Lesina, hauendo 
prima sbarcato in terra, con ignominia il Alenza. In- 
tesosi il caso il Raugia, si mandò subito a Vinezia 
condolendosi con quel clarissimo Senato dell* ingiuria 
fatta al loro gentir huomo, ^ alla frisgata, la quale 
non era fuori per altro, che per la conseruazione de 
ì buon' ordini dello stato loro, E che se il Papa ha- 
uea dato loro il carico di custodire il golfo Adriatico, 
ciò era stato fatto per conto de i Corsali, e non in 
pregiudizio di coloro, che sul detto golfo tengono I- 
solCj e terre, di maniera che non possano liberamen- 
te fare i fatti loro. Dimostro il Senato Veneto d^ ha- 
uere a sdegno la presa della fregata detta, l'atta dal 
loro Capitano, e diede ordine, che fusse restituita, 
con altra cosa tolta loro. Dell'anno predetto 154L 
ottenne Raugia dal Sommo Pontefice Paolo terzo, di 
separare la contrada di Stagno, e di Punta dal Ve- 
scouado di Corzola. 1 quali due luoglii erano stati 
da gli stessi Raugei raccomandati h detta chiesa di 
Corzola con donatiuo di cento ducati annuali, fino 
del 1387. E così fft eretto vn nttouo Vescouado, suf- 
fraganeo dell' iVrciucscouo di Raugia, e Stagno fu fat- 
to città. Spese il Senato in ottennere cotal grazia 
circa trecento ducati. Et il primo Vescouo di Stagno 
fu Monsignore Tommaso di Crieua, a cui furono as- 
segnati dugento ducati d' entrata, e tenne detta di- 
gnità non' anni. Et a lui succedo Monsignor Pietro 
di Qozze deir ordine de i Predicatori, V anno 1550. 



4 



^^S^ 



147 



Deir anno M. D. XLL del mese di Settembre, Gap. 16. 
andando Carlo quinto all' inpresa d' Algieri in Bar- 
beria, con vele dugento sessanta, vi furono tra quel- 
le, tredici naui Raugee. E narrauano nel ritorno al- 
cuni di loro, come alli dodici d' Ottobre giunse V ar- . ^^^^j,-^'^ ^ 
mata d' Italia (con cui era V Imperatore) all' Isola di ^d Algeri. 
Maiorica, pensando di quiui trouare 1' armata di Spa- 
gna. Ma non essendo ancora arriuataui, conuenne 
temporeggiare per aspettarla fino alli diciotto di det- 
to mese. E poscia arriuata, la sera stessa partirono 
per Algieri. E vi giunsero alli 20. circa le ventidue 
bore. Ma vna parte delle naui, essendo arriuata due 
bore auanti, bauea dato fondo circa sei miglia disco- 
sto dalla terra. E le galee, come più leggieri, si fer- 
marono tre miglia vicine c\ terra. Ma ecco che circa Tredici naui 
la mezza notte venne vna burasca d' acqua, e di i^*^^®® ^^^ 
vento si fatta, che bisognò, che le galee, per sai- ^^^^' 
uarsij si ritirassero à Sarza (che fu di Rodomonte) 
lontana circa quindici miglia da Algieri, doue ritro- 
uando vn poco di ridotto assai buono vi si posarono 
dui giorni. La Domenica alli 23. le naui incomincia- 
rono à mettere in terra le fanterie, ma non si finì 
quel dì. Onde il Lunedì incominciò il campo à mar- 
ciare, e caminare verso la città, & il restante della 
fanteria, si veniua sbarcando di mano, in mano, più 
vicino ad Algieri, secondo che la gente nostra prima 
sbarcata si veniua accostando alla città. Onde la sera 
de i 24. d' Ottobre, essendo sbarcata tutta la fante- spa^nuolial 
ria, s' accamparono mezzo miglio presso ad Algieri. monto, affa 
(ili Spagnuoli presero la montagna, i Tedeschi si fer- ^osta i Te- 
marono à mezza costa, e gì' Italiani nella pianura, <^^schi, e 
vicino alla marina. Et hauendo le galere anch' esse ^. _^^ **^* , 

^ SI restano al 

dato fondo, s' aspettaua di mettere in terra, la mat- piano. 
tina seguente 1' artiglierie, e le munizioni. Ma ecco 
che secondo, che vna maga della terra hauea pre- 
detto, la notte stessa venne tanta pioggia, e così 
gran burasca di vento, che non si puotè la mattina 
essequire quanto s' era proposto. Alli 25. per tanto 



148 



Era da cre- 
f|pr, che inì- 
rnici alni on- 
te, ftfidali 
non sareb- 
bono, ò albi 
eoBta, 



Non manda, 
ma in perso- 
na Carb) V, 
Boccone i 
rcuoi nel lor 
maggior pe- 
ri co Uk 



Spiaggia 
d' Algieri ò 
quanto ini- 
qua fu»tL 



I perigli del 
mar può ra- 
eonlar ehi 
lo naiiiga as- 
sai, se pur 
ne scampa. 



SU r alba, piouendo, & essendo cosi cattiuo tempo, 
vscirono d' Alfieri alcune compagnie di snidati, & 
assaltando il campo Italiano, clic stana alla pianura, 
e più comniodo alla città, searaoiucciarono finn al 
mezzo di, con gran disaiiantaggio de i poueri Ita- 
liani, i quali non haucanf ancora ben fermi gì' al- 
loggiamenti, & erano stati colli all' improuiso nel 
fango, e nella pioggia. E se la Cesarea Maestà non 
gli soccorreua in persona, con vna squadra di Te- 
deschi, la faceuano peggio. Ma comparendo V Impe- 
ratore sopra vn cauallo, con la spada nuda in ma- 
no^ presero tanl' anioio, che cacciando gì' inimici gli 
seguitarono fino alla porta della città- E fìi oppinio- 
ne d' alcuni che se quel giorno gV hauessero nella 
fuga seguitati, entrando insieme con loro si sarebbe 
ageuolmente quel di preso Algieri. Ma fatti richia- 
mare dall' Imperatore restarono di pili segfiitargli. 
Tuttavia ci restarono morti de nostri Christiani, in 
quel primo improuiso assalto, intorno à cento cin- 
quanta Italiani. E narrano che era vna compassione 
à vedere quei poueri soldati, mezzo morti di fame, 
(per cosi dire) e di freddo, tutti bagnati, e nel fan- 
go a mezza gamba, à hauere à combattere con ini- 
mici riposati, pasciuti, e freschi. Ma peggio ancora 
auuenne al povero esercito Christiane. Imperochè la 
sera stessa dalli 25. d- Onobre per la gran fortuna 
andarono à trauerso, & inspiaggia si ruppero quat-J 
tordici galere: vndici del Principe Doria, vna di Spa-- 
gna, vna di Napoli, & vna d' Antonio Doria. Periro- 
no similmente intorno a cent' altri legni, fra naui, 
fuste, carauelle, squarzapini, fregate, ,fc altri vaselti, 
di maniera che duraua il naufragio per lo spazio di 
sei miglia. Et era, come riferirono alcuni, vna gran 
compasione il vedere la roiiina di tanti nauilij, e la 
somersione, e morte di tanti Imomini. Imperocliè se 
pure alcuno nello spezzarsi del legno suo, natando 
cercaua di saluarsi con F ire in terra, subito da cento 
(per così dire) freccio, zacagUe, ò scimitarre di Turchi, 



149 



ò d'Arabi, che tutto quel litto occupauano, era fe- 
rito e morto. O che spauento era quello, e che con- 
fusione di cose, il vedere in si poca spiaggia tanti 
nauihj rotti, tanti huomini morti, tanti animali, ca- 
ualli, pecore, e boni, che per servizio, e per vitto 
de i soldati erano stati feopra le naui posti, essanimi 
giacere alla riua del mare. Quinci tauole, gabbie, te- 
moni, alberi, antenne, vele, remi, e sarti vedeansi 
dalle fortunose onde, con botte, barili, e casse, but- 
tare al litto; e quindi, V aere oscurato, il mare su- 
perbo e minaccioso, il cielo irato con tuoni e lampi, 
e la terra di cadaueri tutta intornò all' acque coperta. 
Sentiuansi voci querule, e lamenteuoli, vedeansi volti 
pallidi, e di colore di morte, chi faceua voti, chi stu- 
diaua di confessarsi, chi malediceua, e chi rinegaua. 
O che confusione, ò che timore era quello, al rom- 
persi de gì' alberi, al spezzarsi dell' antenne, al 
squarciarsi delle vele, & allo spirare di tante anime, 
nella sommersione delle naui. Vento, pioggia, mare, 
terra, e cielo, pai*eua che tutti d' accordo hauessero 
congiurato contra de i miseri Christiani di quell' ar- 
mata. Ma non minore forse era lo spauento, & il 
trauaglio di coloro, che di terra rimirauano de i pro- 
prij compagni il naufragio. Imperochè considerauano 
come rimaneuano in paese straniero, in mezzo de i 
loro nimici, senza vottouaglie, & altre necessarie pro- 
uisionì, e senza speranza di soccorso, ò di compas- 
sione, hauendo da fare con gente barbara, e d' ogni 
pietà aliena. Vn solo nondimeno Carlo V. Impera- 
tore inultissimo, non si perde d' animo, non s' auui- , ^^^ ^ '^^' 

,. - ^ ^ lo V. resta 

Jisce, non scema di valore, e non manca a se stesso, intrepido, e 
in tanta perturbazione di cose, in così graue peri- dona animo 
colo, & in tanta necessità. Ma facendosi, quanto al àtutti,ecuo- 
patire, come vno de gì' altri, quanto alla compas- ^'^^ *^ ^^^'^®- 
sione, come padre di tutti, quanto al confortare, e 

j 7 X 1 i> l^^o inuitto 

prouedere, come verace Imperatore, che egl era, ^ . 
chìamaua gh Spagnuoli frateUi, gì' italiani fighuoli, taisuoisol- 
& 1 Tedeschi compagni. Hora come soldato à piedi, dati. 



150 



Tutte ììnzìo- 
niisì niosti'HR 
pronte. 



A SarzH sì 
raccolg;oii le 
reliquie^ de i 
legni, e delle 
genti Impe- 
riali. 



Misei'i che 
d»l mare SII 11 
viro ntl otti dì 
nuouo air i- 
nimico, <Si 
empio lido. 



si metteua fra gli Spagnuoli, hora come Capitano, 
fra gì' Italiani, & hora come fratello, fra gV Aleman- 
ni. Et essortaua tutti, poi elie Dio gY hauea con- 
dotti in Afi'ric-a, pei- cagione della ftìdr sua à morire 
volentieri insieme con esso lui. K rispondendogli tutte 
le nazioni, come erano pi'ontissime à metter la vita 
mille volte il ^ìfiorno per la fede di (Jliristo N. Sig. 
e per la sua Maestà, e che solamente sì doleuano, 
che r aduersa fortuna non laseiaua loro mostrare il 
buon' animo, & il valore loro contra quei rinegati, 
tutto lo consolarono. E fu deliberato poi che erano 
rimasi senza i tlouuti provedinienti di partirsi, e di 
non aspettare altra aduersa fortuna. E così la mat- 
tina dalli 26. d Ottobre, all' alba lasciando Alfieri, 
si partì il campo Christiano in ordinanza, alla volta 
di Sarza, floue stimauano il Doria essersi saluato 
(come altra volta) eoi rimanente delle galee suo pro- 
prie, e con quelle di Spagna, e di Napoli. E trouan-y 
do air ottano miglio vn fiume, vi fecero sopra vn' 
picciol ponte, e su quello lo passarono gì' Italiani, e 
gli Spagouoli, andando più ad alto sette miglia k 
passarlo i Tedeschi, doue V acqua era pii^i bassa. E 
così la sera alloggiarono ad vn' dtra pii!i picciola fiu- 
mara. Alli 27. arriuarono k Sarza, città oggi ronina- 
ta, e quiui tronarono il Doria con lo galere, e con 
certo numero di nani, auanzate alla fortuna del ma- 
re. Onde à i 28. incominciarono ad imbarcare le fan- 
terie su le nani, e durarono quattro giorni, e così 
gr altri su le galere. E perchè non erano capaci i 
legni rimasi à tanta moltitudine, per ordine del cle- 
mentissimo Imperatore si lasciarono i cauallij per 
non lasciare gV huotnìni. E perche non venissero 
nelle mani di quei barbari, si somersono nel mare. 
Imbarcati per tanto i fanti, subito le nani fecero vela 
per Italia, ma la fortuna di nuouo ne mando à tra- 
uerso cinque neir {stessa spiaggia d' Algieri, nelle 
quali erano mille cinquecento soldati, la maggior parte 
Spagnuoli, con alcuni JtaUani, e pochi Alemanni. 



151 



I quali essendosi condotti il meglio che puotero in 
terra con le loro armi, combatterono buona pezza sul 
1ÌT0 del mare, con moltitudine d'Arabi. Ma veggien- 
do poscia di non potere resistere, e che quella cana- 
glia non gli voleua, se non per morti, ristretti in- 
sieme incominciarono così conbattendo, à òaminare 
verso la città d' Algieri, la quaF era vicina, e quiui 
arriuati si diedero prigioni al Gouernatore, che era 
vn Sardo rinegato, & egli saluò loro la vita. Vn' altra 
naue grossa Raugea de i Resti, non potendo arriuare 
inSardigna, fu ributtata in Barberia, e 25. miglia so- Vnanauede 
pra d' Algieri affondò con forse ottocento soldati, per ^^ ^^^^^ 
la maggior parte huomini d' arme, e caualli legieri 
del regno di Napoli. E questa nuoua s' hebbe per 
vna fregata della medesima naue, la quale veggiendo 
detta naue affondare si salvò con 25. persone, che 
furono preste à salirci sopra. L' altre naui, non po- 
tendo pigliar porto in Sardigna, scorsero alla volta 
di Maiorica, doue nella bocca del porto diedono à tra- 
ucrso. Imperò due mila soldati, che ci erano sopra, 
essendo tanto vicini à terra si salvarono, quasi tutti. 
Vn' altra naue Raugea, tutta rouinata dalla fortuna, Vn' altra 
si saluò. La massa poi dell' armata (cioè le galere Raugea vrta 
tutte, con alcune naui) dopo che hebbero elleno an- inSardigna. 
Cora scorsa molta fortuna, e passati gran pericoli ar- 
riuarono alli 28. Vna parte partì per Genoua, rima- 
nendo l'altra con 1' Imperatore, il quale poscia na- 
uigò in Ispagna. E cotal fine hebbe l' impresa d' Al- 
gieri, fatta, ma non nel tempo, in cui sogliono i Re- 
gi vscire in campagna à guereggiare, anzi fuori di 
quello, & in stagione non conueneuole al nauigare. 
Solimano, intesasi in Constantinopoli tanta rouina q^^j^^^^^ ^^ 
dell' armata Christiana, spedì subito venticinque ga- Turchi io 
lere ad Algieri, per meglio ricuperare 1' artiglierie, spoglie 
e legni Christiani in quella spiaggia rotti. E nai'rano Christiane. 
come ricuperarono oltre fiO pezzi d' artiglierie, tra gran- 
di, e piccioli, due galere, & alcuni altri legni minori, 
co'i quali poi fecero molti danni à i liti nostri. 



152 



Gap. 17. DelFanno M. D. XLIL hauendo il Grau Turco 

sotto Bai'barossa fatta vna grandissiiria armata, à di- 
uozione di Francesco Rè di Francia, la mandò à i 
danni di Carlo V. & incominciando dal Faro di Mes- 
sina presero Reggio di Calabria, e seguitarono di 
danneggiare per tutte le riuiere del Regno di Napo- 
lij e dello stato di Siena. E sopra detf armata Tur- 
ehesca era Luciano Caboga essulo di Kaugia, di cui 
s' è detto di sopra. L' anno stesso 1542. vn brigan- 

n nigim- ^^^^ Raugeo, carico di cera, e di cordouani al valore 

tino è prtìiào '^ \ ' 

da^liscoctii. ^* trenta mila ducati, nel volere passare in Ancona 
fu preso da gli Scocchi di Segna* Et in Vngheria, 
essendo venuto Ferdinando coli- essercito a Buda, fu- 
rono molti mercanti Raugoi spogliati de i beni loro. 
Onde auuennero in Haogia più fallimenti. 

Del 1543. nel mese di Marzo venne à Raugia 
vna infezzione di mal di punta^ e squilanzia, la quale 
durò più di tre mesi. E ci morirono fra grandi, e 
piccoli intorno à quattrocento persone. Et a Stagno 
appena ne restò vno per decina. Ma inuooata con 
processioni, e limosine la diuina misericordia, dopo 
i tre mesi detti, cessf\ detta influensiia. L^ istesso an- 
no, pure di Marzo^ comparuero k Raugia, anzi per 
Eserdto di tutta la Bossina, e Dalmazia grandissima quantità 
gvìWì ìxmiù (jj locQstg ^ YGYO gTilli. I quali venendo diiierso le- 
uante, douunqiie si portauano rieopriuano la terra, e 
non ci lasciauano filo d' lierba. Onde fecero infiniti 
danni alle biade, e cagionarono la carestia, E non si 
trouaua contro di loro rimedio^ se non il forno, e lo 
strepito di ferramenti nell' aere. Partirono poscia per 
r Italia, doue medesimamente fecero gran danni. 
L' istesso anno 1543. alli 26. di Marzo» & all' vltimo 
di Giugno venne a Kaugia, nel territorio di quella 
così grossa grandine, che alcuni grani arriuarono al 
peso di cinque libre. Onde le gran rovina, o con fa- 
tica restò la vigesima pai1e de vini, e de gli altri 
frutti. Et in alcuni luoghi come à Breno^ à Giun- 
cheto, & à Giuppana sobbissò, con gran spavento, il 



Vn gl'uno di 
gragnuoia 
5, libre. 



153 



terreno. L' anno medesimo del mese d' Aprile, due 
marcelliane cariche di cera, di cordouani, e di ciam- 
bellotti al valore di cento mila ducati, parte de Ve- 
niziani, parte de i Raugei, e parte d' altre nazioni 
furono prese da 3 fregate di Scocchi, alla bocca di 
Narenta, i quali Scocchi poi si fuggirono ne i con- 
fini d'Vngheria, in certe castella alla marina. Onde 
i Viniziani ordinarono di rouinare dette castella. AUi 
13. d' Agosto dell' anno istesso alle 7. hore di notte, 
venne à Raugia vn grandissimo tremuoto. E ristesse 
anno fu presa da Barbarossa appresso alla Sicilia j^^^® ^^ ^*" 
vna nane carica di cahsee, & altri panni di ponente. ^^ ^ Turchi 
Et hauendo fatte rendere le robe loro à i Viniziani, 
& i Raugei, rattene V altre per se, al valore di trenta 
mila ducati. Alh 28. d' Agosto dell' anno medesimo, 
arrivò à Raugia il clarissimo Signor Stefano Pepolo^) 
generale de Viniziani con 29. galee, delle quali qua- 
tro lasciandone à Granosa, e due dauanti al porto 
di Raugia, se n' andò con 1' altre nel porto di Epi- 
dauro, ò vero Raugia vecchia, doue dimorò parecchi 
giorni, ne si seppe la causa. Mandò il Senato tre no- . 
bili à visitarlo con presenti al valore di cento ducati. 
Finalmente dopo alquanti dì se n' andarono alla volta 
di Cattare, e di Corfù. L' anno detto 1543. furono 
fatti dal publico nuoui granai in Raugia.^) Si finì 
r organo della Cattedrale con ispesa di mille e quat- Organo di 
trecento ducati. E ne i paesi del Turco occorsero ^^^s^^ 
fallimenti di Raugei per più d'ottanta mila ducati. *l^*^*^ ^®^*^- 
^ L' anno 1544. passò da Raugia vn' Ambascia- 

dorè del Rè di Francia, il quale andana in Costan- 
tinopoli, e portando lettere raccomandatorie dal suo 
Rè, fu molto accarezzato dal Senato. L' anno istesso 
alli 6. di Marzo, alle 14. hore, stando tutta la no- 



') Tiepolo. 

•) I così detti Fossi, nel rione di S. Marco, sotto quel di San- 
ta Maria degli Angeli, costrutti sul sistema biblico del casto 
Giuseppe, per deposito del sux)orlluo nei tempi d' abbondanza* 

11 



154 



Yengon tre- 
muoti ben 
spesso h 
Haug'ia. 



Nane Vene- 
ta a fronda a- 
presso al- 
l' Augusta. 



Scocchi k 
Narcnta fan 
gran danno 
a i Tnr€hi, 



biltà alla predica in duomo, venne in Raugia vn gran 
tremiioto, ma per la Dio grazia non fé danno alcuno 
nella città. Ma rouinù in Narenta 1' liabitazione del 
venditore del sale per la Hepublica, con tutta la sa- 
linaria. AUi 10. d'Aprile dell'anno medesimo, viia 
nane Viniziana carica per Alessandria di robe, alla 
valuta di dugento mila ducati, affondò in passa ses- 
santa d' acqua cinque miglia presso all' Isola d' Au- 
gusta, per gran vento di borina, volendo ella passare 
certa punta, & entrare nel porto di Melida di fuori. 
E di nouanta persone, che ci erano sopra, solamen- 
te 32 si saluarono nella barca, e V altre non volendo 
entrarci, ma restare nella nane, stimando che si do- 
uesse saluare, perhono con essa. Mandarono i Vi- 
niziani tre galere per ripescarla con loro ingegni, & 
hauendo attaccati detti loro ordigni k vna smisurata 
pietra, che staua in fondo di quel mare, ci faticarono 
assai per trarla fuorij pensando che fusse la naue. 
Ma finalmente delusi, senza frutto alcuno, se n' an- 
darono, hauendo in ciò speso intorno à due mila 
scudi. Deiristesso anno alli 13. d'Aprile, venendo 
250. Scocchi con 7. barche armate alla bocca di Na- 
renta, tanto alto salirò su per la fiumara, che ap- 
pressandosi k certo castello, presero Hi. persone, tra 
le quali era vn Valuoda, I Turchi del castello, le^ 
natosi il rumore, e stimando, che i nimici non fus- 
sero tantij saltarono fuori con V armi per ritorre lo- 
ro la preda fatta. Ma ben tosto si rifuggirò al Ca- 
stello, parte di loro essendo stati feriti, e parte presi 
in battaglia. Così ritornando gli Scocchi vittoriosi, e 
ritrovando alla bocca del fiume vn nauilio carico di 
robe di giudei, e di turchi, al valore di quattromila 
ducati, per Ancona, lo presono, non ostaute, che il 
figliuolo di Canaletto stesse quiui presso alla guar- 
dia, con quattro fuste. L'anno medesimo 1544. nel 
paese del Turco, e massimamente in Bossina, fii del 
mese di Giugno grandissima pesldenza. Onde i mer- 
canti Raugei di queUe parti patkono assai, & alcuni 



155 

ne fallirono. Era in questo tempo quasi mancata Lana, e fru- 
1' arte della lana in Raugia, onde non e' era più mento viene 
d' una bottega, e questo, per carestia di lana. Et ^ i^augei, 
ecco che la diuina prouidenzia soccorse i semi suoi. ^^ ^ ?^ ^. 

jD.a,ggior bi- 

Imperochè ne arriuò in porto vna nane con forse gog^i : iddio 
mille sacca. Delle quali dugento ottanta ne comperò laudato. 
la città, e si riapersero più botteghe di cittadini, & 
i nobili concorsero à prestar danari. Ritrouauasi si- 
milmente quest' anno Raugia in molta penuria di 
grano. Ma ecco che n' arriuarono quattro nani di 
Leuante, hauendone concesse il gran Turco, venti 
mila stara. E così la grazia di Dio non abbandona 
chi lo teme. Dell' anno medesimo 1544. venne à Rau- 
gia vn' Ambasciadore del Rè di Portogallo, il quale 
andana à SoUmano per accordare certe differenze in- 
tomo à i traffichi di Calicutte e del Mare Rosso. Ar- 
rivò aUi 25. di Luglio, & essendo stato molto acca- 
rezzato dalla RepubUca, à petizione eziandio del suo 
Rè, che lo raccomandaua, fra pochi dì si partì al suo 
viaggio. Dell' anno predetto, essendo venuto vn san- 
giacco e gouernatore nuouo nel ducato di Santo Sab- 
ba, il quale era di Murlachia, fu dal Senato di Rau- 
gia presentato al solito, di doni al valore di trecento 
ducati, i quali accettò benignamente, ma poscia in- 
colpando gì' Ambasciadori, perochè non haueano pre- 
sentata la donna sua, fé serrare tutti i passi, acciò 
della prouincia sua, non si portasse cosa alcuna nel 
territorio di Raugia. Rimandò il Senato dugento altri 
scudi per la moglie. E stando ancora sul duro, e 
vietando à i mercanti Raugei il trafficare nel paese 
del suo gouerno, aggiunsero il terzo dono di cento 
venti ducati. Onde finalmente si placò, e concedè la Al terzo do- 
pratica, e quanto desiderauano. AUi 9. di Nouembre ^° ^ barba- 
deli' istesso anno, fu nel mare Adriatico vna fortuna ^^ ^^ ^ *^*' 
di vento tale, che da molt' anni non si ricordaua la 
più terribile. Onde fé molti danni in terra sradicando 
molti alberi, e tra gì' altri vn' olmo, che stana so- 
pra il monte d' Ombla, il maggiore che fusse in tutto 



156 



Sette nane 
ttfFondmo & 
vna arse. 



Empia, & 

insaziabile 

auarizia. 



Alla lettera 
aggiungono 
il pi'esente. 



Gap. 18. 



Due saette 
fan pprder'v 
na nane. 



il territorio di Raugia, & in mare somergendo molti 
nauilij, tra i quali furono sette naui Raugee con tutte 
le robe di mercanzia che v' erano sopra. AUi 18. po- 
scia di Dicembre, nel porto di Alessina abruseiù tino 
alla superficie delF acqua con tutte le robe la mag- 
gior nane, che caualcasse in quel tempo il mare, 
cioè di botti mille e dugento. S'appiccò fuoco alle 
tre bore di notte, E se bene vi corsero quattro galere 
per ìsmorzarlOj ad ogni modo non ci fiì mai verso 
di poterlo spegnere, e fi^i stimata la perdita di dieci- 
mila ducati. Il sangiacco sopranominato alla fine di 
questo medesimo anno 1544, per cauare nuoui da- 
nari da i Raugei, di nuouo fé serrare i passi, che 
non venissero graseie della iirouineia sua in Raugia. 
Onde ili forzata la città a scriuerne in Constantino- 
poli alla Porta del Gran Signore, e gli vennero let- 
tere, elle douesse viuere in carità, e pace co' i Rau- 
gei suoi tributari], sotto pena della disgrazia sua. 
Tja qual lettera gli fiì presantata per vn messaggiero 
del Senato, con vn dono di cinquanta ducati. La 
prese egli, la si pose sopra del capo, e le fece 
grand' inchini, e si scusò, che quanto era seguito, 
tutto era proceduto dalle cattive informazioni di per- 
sone maluagie, promettendo per V auuenire di te- 
nergli in luogo di fratelli^ si come poi i^ece. 

Deh' anno 1545, nel principio di Gennaio tu tale 
fortuna di greco tramontana, per l' Adriatico mare, 
che ne perirono piti di 50, legni. Tra i quah furono 
tre naui Vinizìane^ le quali andauano in Boria, con 
carico al valore di 100. mila ducati. Et vna Haugea 
che andana ìi Scio, carica al medesimo valore, per la 
maggior parte da mercanti Genouesi, fu nella costa 
di Calabria da due fulgori, ò vero saette percossa 
in poppa. Onde in vn' istesso tempo tutta s- aperse, 
e diede in terra, & in secco, con perdita di se stessa, 
di tutta la roba, e delle genti, eccetto ideane poche 
persone, che sopra la barca, ò vero fregata si sal- 
uarono. Dell- istesso anno alli 5. di Maggio, in Mai*- 



157 



tedi, circa il mezzo giorno, V acque marine tornaro- 
no talmente in dietro, e fu tanto grande il reflusso 
del mare, che in Ombla, al Monastero de Frati era ^^®* ^f^ ^®" 
tanta poc' acqua, che doue prima notauano le. barche ^^ ^^*^ ^^^" 
grosse, si poteua ageuolmente guadare, essendo pa- 
rimente mancate 1' acque surgenti delle mulina. Ma 
dopo alquant' hore cotanto abbondarono, e crebbero, 
che ricopersero l' istesse mulina. E nel medesimo 
tempo nella contrada di Papaua mancò la fiumara, 
onde si vedeua tutto il fondo secco, e pareua che la 
terra si fusse inghiottita tutte V acque. L' istesso 
anno, del mese di Giugno, tredici galere imperiali 
con due brigantini entrarono nel golfo Adriatico, e 
scorrendo in prima la costa di Puglia, presero quat- 
tro fuste di Turchi con molte robe, e liberarono ol- 
tre à quaranta Christiani, i quali erano tenuti schiaui 
sopra di quelle. E dopo tornando scorsero la cesia Armata lin- 
di Dalmazia fino à Raugia, doue furono loro vsate penale en- 
molte cortesie. Da Raugia partirono alla volta d'Au- tra nel golfo. 
gusta, doue stettero alquanti giorni aspettando certa 
naue che douea partire di Raugia per Ancona, cari- 
ca di robe di Giudei, & altri infedeli, al valore di 
cento cinquanta mila ducati. Ma presentendo ciò il 
Senato, fé soprasedere in porto detta naue tanto, che 
le galee tediate dal lungo aspettare, se ne furono in 
Sicilia tornate, essendo sopra di quelle capitano ge- 
nerale, il figliuolo del Vice Rè di Napoli. Alli 28. di 
Giugno, dell' anno predetto 1545. arriuarono con 18. 

galee Viniziane à Raugia i due Ambasciadori di . , 
?i . 11, T . /^ Ambascia- 

Francia, e dell Imperatore, i quali andavano m Con- ^^j,^ ^ p^. 

stantinopoH c\ Solimano, e furono amoreuolmente ri- tenti Regi, 
ceuuti, & alloggiati à spese del Senato, nel palazzo 
dell' Arciuescouo per 15. giorni, facendo loro sempre 
compagnia quattro gentil' huomini, e seruendogU à 
tauola alcuni giouani popolani. Dopo alli 13. di Lu- 
glio partì l' Imbasciadore di Spagna, rimanendo quello 
di Francia, per sentirsi alquanto indisposto. Ma dap- 
poi alcuni giorni, partendo egli ancora per terra, lo 




158 



vennero à pigliare trecento eaualli turchi à i confini, 
TneKua fra ^ y aceompagiiarono fino a Coustantinopoli. Doue per 
1 ureo, e j^^^^zo dell' Ambasciadore di Francia si conclìiuso tra 

Carlo liup, 

r Imperatore, & il Torco triegua per (|iiatt.r' annij e 
tanto più, quanto paresse al Rè di Francia, E si la- 
sciò luogo à Ferdinando Rè d' Vnglieria, di potere 
egli ancora entrare in detta triegua, con patto di re- 
Doni degni stituire eerte castella k i confini del Turco, Le quali 
del Turco k eose conchiuse, hauendo Solimano donato h ciascuno 
1 due mes- ^ j^j. ^^^^^ j^,j vestlmenta di varie sorte di drapj)i, 
fi»gfiri- si partirono, quegli di Spagna per lo Dannubio alla 

volta d' Vngheria, e quegli di Francia al suo Rè per 
la medesima via di Raugia, e di Vinezia. Intorno à 
Acquidoccio.^^^^^ì tempi fù condotto di Napoli vn maestro d' Ac- 
accresciuto, quidocci, con prouisione di 15. scodi il mese, e non 
erestaurnto. solamente fu restaurato il condotto antico clie reca 
da valle di Giunchetto 1' acqua dolce alla città, ma 
8i fecero di nuouo ottocento passa di canali, che co- 
staua il passo più d' vn ducato, e si raccolse, e pro- 
cacciò tant' acqnaj che non manca mai per tempo 
alcuno alla città» E la spesa fù intorno a 9500. du- 
cati. Del mese di Luglio del predett' anno, essendo 
assaltate tre nani Raug-ee, nel mare di Genoua da 
Gurgutte schiauo di I^arbaj-ossa, che con dieci galee 
andana in corso, combatterono valorosamente. Ma 
airvltimo due ne furono abriisciate con tuttauìa la 
roba» e la terza con gran spargimento di sangue fù 
presa. Imperochè vi morirono più d' ottanta Chri- 
stiani, e de i Turchi più di centocinriuanta. E sin- 
golarmente fù ferito il Capitano Gurgutte dalla gab- 
bia, con vna pietra di maniera tale, che poco manco, 
ch^ egli non morisse. Smontando poscia in terra detti 
corsali turchi scorsero fino à dieci miglia fra terra 
nel (Jenouese, predando e saccheggiando. Onde con- 
dussero schiaui più di r5lHJ. persone fra grandi e 
piccoli, e tanta roba tolsono, clie con fatica i legni 
loro portare la poteuano, Ilaiuita la nuoua delle loro 
nani i Raugei, scrissero in Gonstantinopoli, & otton* 



159 

nero vna lettera, la quale maiidando in Algieri con 
presenti al valore di dugento ducati, rihebbero la 
naue, & i prigioni loro, con auuertimento di non più 
nuocere alla loro nazione. Dell' istesso anno 1545. 
alli 21. di Settembre, nel territorio di Punta, e di 
Sabioncello venne la grandine tanto grossa, che al- 
cuni grani pesarono dalle sette alle none libre. Onde 
non solamente guastò le vigne, e gV alberi, ma rup- 
pe ancora quasi tutte le coperte, e tetti delle case. 
Venne altresì detta grandine nella vicina Isola di 
Corzola, ma non fece tanto danno. E fu osseruato, "^lenlatem- 
che dopo certa scomunica mandata sopra le robe ^^^* .^]. 

^ ini scomunicati. 

d una naue rotta à Corzola, rapite, e tolte da gì nuo- 
mini di Punta, e di Sabioncello, ogn' anno veniua 
sopra di loro la tempesta. Si consultò V istesso anno 
in Raugia di cacciare della città loro tutti i Giudei, 
attesi i loro cattiui portamenti, e temendo che 1' ira Consiglio di 
diuina taF ora non si versasse sopra di loro per ca- mandarne 
gione de gì' increduli suoi inimici, i quali habitauano ^^^ ^ gmdei. 
in mezzo di loro. Et allegauano alcuni V essemplo 
del Rè di Spagna, e d^ altri principi, che de i Regni, 
e stati loro, cacciati gì' haueano, & altri adducendo 
in mezzo i molti danni spirituali, che era la loro 
prattica, e conuersazione all' anime. Ma finalmente ve- 
nendo eghno raccomandati da Solimano, non furono 
altramente cacciati. Il giorno di San leronimo alli p^^^^ ^ j^^. 
30. di Settembre del 1545. s'appiccò fuoco nella casa ^g^^^^ ^ g^- 
d' vn Cappellano di San Biagio, e vi morirono sette lee vinizia- 
persone dal fuoco, e dalla rouina del tetto, e delle ne. 
mura, e molte ne furono ferite. Ma Dio grazia non 
fé danno ad altra casa, per i buoni, e presti ripari, 
che si fecero. Fu nondimeno trauaglio nella città 
sospettandosi di qualche tradimento, essendo che la 
mattina istessa s' appresentarono dauanti al porto 
dieci galere Viniziane armate, le quali poscia sul 
mezzo giorno partirono per Raugia vecchia, doue 
stettero parecchi giorni, e dappoi n'andarono al loro 
viaggio. Dell' anno predetto 1545. essendo stato rife- 



Fiorirun le 
città quando 
i Rettori sa- 
ranno vbbi- 
dienti H San- 
ta Chiesa. 



Far mercan- 
zie non lìce 
à sacerdoti. 



rito al Reggimento di Raugia, come 1 Frati di San 
Domenico di Grauosa condiieeuano vini forestieri e 
contra i bandi della Hepubliea gli vendeuano alla 
spina, fii loro probibito sotto pena d' essilio dello 
stato loro. E quindi à poco volendosi alcuni Sonatori 
confessare nella Natiaitfi di Nostro Signore, da i 
prefati religiosi di San Domenico, non furono da loro 
altramente ascoltati, peroeh^ gli teneuano iscoiuuni- 
cati, hauendo eglino fatto contra la libertà Et^clesia- 
Btica. Perochè non vini forestieri ma i loro proprij 
erano stati da loro venduti per ricomperarne de 
gr altri pili atti alle stagioni d' auuenire. Conciosia 
cosa che alcune sorte di vini non durino all' estate. 
E per ali bora, non essendo le confessioni così ge^ 
neralij passò la cosa in silenzio. Ma poscia venente 
la Pasqua di resurrezzione, fu por lo Vescouo di 
Mercana, Vicario dell' Areiuescouo queir anno 1546, 
publicata vna scomunica Papale sopra coloro, i quali 
s' erano trouati nel consiglio, quando fu vinto, e pu- 
blicato cotaF ordine contra i predetti frati, & altri re- 
ligiosi. Onde fu di bisogno mandare a Roma a sua 
Beatitudine per Y autorità di potere da detta scomu- 
nica prosciogliere. E sua Santità mando la chiesta 
facoltà, ma con patto e condizione, die prima do- 
uessero leuare de i loro statuti, e leggi tutte le clau- 
sule contrarianti alla libertà Ecclesiastica. E così vb- 
bidirono e furono leuati tutti i capìtoli^ tanto del vi- 
no, quanto dell' altre cose & fatti contra gV ordini e 
priuilegi della libertà Ecclesiastica, Dove è da notavo, 
come à i religiosi, e Clierici viene da i sacri canoni 
permesso di potere senza screpolo alcuno vendere i 
frutti delle loro possessioni e rendite, e commutargli 
secondo lo loro necessità. Ma comperare per riuen- 
dere o fare mercanzie di quali si voglia cose, non è 
loro lecito. E quando in ciò errino non tocca alla 
podestà secolare di castigargli. Ma si deono fare pu- 
nire da i loro superiori, ò preti, ò regolari, cho 
si siano. 



161 



Dell'anno 1546. per la maggiore parte d' Eu- 
ropa, cioè in Ispagna, in Francia, & in Italia fu gran- 
dissima carestia, e tale che in Puglia, quasi gran- 
naie d'Italia, valeua il carro del grano scudi venti- 
sei d'oro. In Raugia nondimeno per la buona dili- 
genzia del Senato, e principalmente per la grazia di 
Nostro Signore Iddio, si ritrouauano più di quaranta 
migliara di grano. Onde non valeua più di sei grossi 
il coppello, al mercato. Dell' anno predetto, aUi 13. 
di Febraio, in giorno di Sabbato, la nane di parapu- 
gno, hauendo scaricato in Raugia il grano, recato di 
Leuante, e volendo andarsene à Giuppana, fu assalita '^*^' ^^^* f^ 
da vna burasca d' ostro garbino, tale che buttata ^^^ ^, ^®^^" 

-. ,.T-i .. t o .^ s^o^ ^® naui. 

sotto le ripe di Kaugia m secco, s aperse, & empie 
d' acqua fino alla coperta da basso. Ma soccorsa, & 
aiutata da otto brigantini, e dalla barca grande del 
porto, fu condotta a Granosa piena e carica d'acqua. 
E quiui poscia le fu rifatta la carina. Ma ad ogni 
modo, nel primo viaggio che poi fece per ponente, 
di nuouo in certa fortuna si aperse, & andò al fondo. 
Dell' istesso anno 1546. vna fusta, armata in Mes- 
sina, entrò nel golfo Adriatico, del mese di Febraio, 
& intorno all' Augusta, & alla contrada di Punta sac- 
cheggiò più barche e prese molte persone. La qual 
cosa saputasi in Raugia furono armati sei brigantini, 
e le diedono la caccia per mare più giorni. E final- 
mente scorrendo verso Y Albania, fu presa, e fu con- 
dotta à Cattare. Doue furono appiccati diciasette di 
quei corsali, cinque posti alla catena, e furono riscat- 
tati gì' Augustani presi, e gì' altri schiaui Christiani. 
Dell'anno medesimo 1546. fu la peste à Narenta, 
& in altri luoghi à i confini di Raugia, ma nella 
città per la Dio grazia e diligenti guardie, ella non 
penetrò. L' anno predetto, hauendo Giorgio Stefano 
di Giamagna fatto non so che delitto, & essendosi 
fuggito nel conuento di San Francesco, fu dalla corte 
canato, e tolto di detto conuento, e posto in carcere. 
Ma essendo la nuoua di questo caso ita à Roma, 



162 



Zeiaiia Pao- Paolo torzo, Pontefice sommo, dichiarò quei tali in- 
lo tprzo, [n-r corsi nella scomunica imposta à i violatori della li- 
la Chiesa, n j^^i^tà Ecclosiastica. E ili di bisoo:no, che cauando il 

prelato biorgio di lingionc, lo riponessero nel proiato 
sa, e ]jpr sui^ ^ ^ .. n, , ri 

sante 1okw:ì. ^onuento, onde per lorza 1 haueano tolto. Donde e- 
g\i poscia secretaniento yscendo, si fuggi di Raugìa, 
fino attanto eh' accomodò le cose sue. Del prefat" an- 
no 1546. alli U. di Marzo, arriiiò in Kaugia il eia- 
rissimo signor Stefano Pcpolo, Ambasejadore Vini- 
ziano, con quaranta cauallij il quale ritornaua di 
Constantinopoli. Fu alloggiato nel palazzo delF Arci- 
vescouo, e per sette giorni che ci dimorò gli furono 
fatte molte carezze. Dopo partendo sopra d' vna ga- 
lea, verso Vinezia, e passando per la Dalmazia pose 
alcuni confini fra il Turco e la sua Republica, se- 
condo gì' appuntamenti fatti con esso Gran Signore 
m Constantinopoli. Nel principio di Giugno dell' i- 
stesso anno 1546. arriuò in Raugia vn' altro Amba- 
sciadore di Portogallo con dieci seruitorij il quale an- 
dana in Constantinopoh al Gran TurcOy e gli furono 
fatte assai carezze. E poscia partendo alli noue di 
detto mese, con vn turco giannizzero mandatogli per 
guida, se n' andò in Constantinopoli. E benché pre- 
sentasse à Sohmano da parte del suo Rè due barili 
Non vede il di perle, ad ogni modo fu veduto mal volentieri^ gli 
Turco bene il f^ sacheggìata la casa, e fìi rattenuto vn suo nipote 
or og ese. ^^^^^ buona custodia. E tutto ciò auueniua perochè 
il Re di Portogallo non parcua che volesse confer- 
mare per questo presente Ambasciadore quelle con- 
uenzioni, le quali si erano conchiuse per V altro Am- 
basciadore intorno alle differenze del Calicutte tra il 
Gran Turco, e lui. Fu nondimeno dopo molti mesi 
licenziato di Gonstantinopohj poco sodisfatto di detta 
sua legazione, & ambasceria^ & arriuò à Raugia alli 
3, di Maggio del seguente anno. Doue si fermò molti 
giorni, non hauendo danari per la sua espedizione, 
E dopo n' andò sopra vn brigantino richiamato dal 
suo Rè. Alli 12. di Maggio del 1546. partì di Raugia, 



163 



con tre brigantini, vn sangiacco della Porta del Tur- Porta del 
co, il quale andaua à Vinezia per cagione di mettere Turco, addi- 
i confini nel territorio di Zara, tra il Turco, e quella "^andan sua 
Republica. Del predett' anno fu presa da gì' Augu- 
stani vna fregata armata in Cottrone di Calabria, e 
venuta con 15. persone à danni loro. Et essendo stata 
condotta à Raugia, furono per ciò donati à gì' Au- 
gustani che la condussero ducati trenta, e quattro 
archibugi, acciò megho ancora potessero guardare 
la loro Isola da somighanti genti, aggiunti con altri 
venti elle poco prima mandati gì' haueano. Proces- cottronesi 
sati dappoi i prigioni, quattordici di loro ne fecero impiccati 
impiccare fuori della porta di ponente, in luogo detto P®^ corsali, 
alle Danze. Et il quintodecimo per essere di minore 
età, e de i nobili di Cottrone, rimandarono à i pro- 
prij parenti in Calabria. Hauendo nell' istesso tempo 
Ariadeno Barbarossa fatto fabricare vna gran nane, 
mandò à Raugia per ancore, funi, & altri armamenti 
per detta nane. Onde il Senato gli mandò in quello 
scambio vn dono di cinquecento ducati, scusandosi ^ 

di non- potere seruire di quanto chiedeua. Perochè 
appresso di loro non erano cotali cose, ma che per 
le loro naui, le mandauano à comperare à Vinezia. 
Ma ecco che arrriuando gì' Ambasciadori in Constan- Barbarossa 
tinopoli trouarono che era morto ') il primo di Giù- Ariadeno. 
gno, del 1546. hauendo lasciato al figliuolo vn gran 
tesoro, col gouerno del Reame d' Algieri. Onde fu- 
rono liberati dalla dimanda di lui, & il dono de i 
500. ducati rimase loro. Seguitarono però molti danni 
nel mare alle naui Raugee, dalle fuste turchesche le 
quali, viuente Barbarossa, rispettauano gì' amici suoi 
liaugei. AIH 11. di Settembre 1546. alle tre bore di 
notte venne in Raugia vn gran terremuoto. E]t alli 
7. di Febraio dell' anno seguente à vn' bora e mezzo 



') Aveva esordita la sua carriera fra F Ercegovina e Castel- 
nuovo, impiegatovi i)arocchi anni dall' ufficio di p]min ai sali, 
in su, frequentando spesso Uagusa e Cattare. Chiuse la vita 
sui più alti seggi dell' Impero. (Cfr. I Conti di TuheJj). 



164 



Cap. IR. 



Nobil pre- 
senti di 
Francia, al 
Gran Turco, 



Morte del Ro 
di Francia, il 
sir France- 
sco secondo, 
à cui succes- 
se Enrico 
terzo. 



Nota come si 
pensa, la ro- 
uina del re- 
jjTnoj^iàCliri- 
stiaiiissimo. 



di notte ne vennero due altri, vno dopo V altro, ma 
per grazia del Signore non fecero danno alcuno. 

Dell'anno XI. D. XFjVIL à grotto di Marzo, ar- 
rivò in Raugia lo Ambasciadore di Francia con venti 
seruitori, e con tre galere Viniziane, il quale andan- 
do in Constantinopoli portaua presenti (com»? sì disse) 
al valore di centomila ducati. Fra i quali erano due 
horologij d' oro massiccio, adorni di gioie preciose. 
Vn ballasso per valuta di 25. mila ducati, e braccia 
cinque milla di drappi d' ogni sorta, per donare alla 
corte del Turco. Et essendo stato accarezzato in Rau- 
gia^ partì alli 14. di detto mese alla volta di Con- 
stantinopoli. E poco dopo vennero auuisi di Francia, 
come il Re alli 17. d' Aprile era passato à miglior 
vita. Onde il Senato subito spedì vn corriere per 
Costantinopoli al Gran Turco, il quale intesa detta 
morte, non volle altramente proseguire i negoci col 
profato Ambasciadore, ma aspettare quello del nuouo 
Rè, il quale arriuò in Raugia con 23, seruitori alli 
7. di Giugno, & accarezzato passò in Constantìno- 
poli, con gran pompa facendo V entrata in quella im- 
periale città. E fii rinouata V amicizia, e si conehiu- 
sero tutte le cose, come auanti si ora fatto col suo 
antecessore, anzi con maggiore (come apparue) af- 
fezzione, promettendo il Turco ogni seruizio a quella 
corona. Ma qui non è da tacere, come alcuni sono 
stati di parere, che buona causa de i trauagli del 
reame di Francia, dappoi seguiti, e non anco termi- 
nati, sia stata la congiunzione, e la lega fatta da 
quei Rè col Turco, inimico della fede nostra, contra 
de i Principi Christiaoi, al contrario di rjuei primi 
santissimi Rè di Francia, i quali sempre con 1' armi 
perseguitarono gF infedeli. Doue per contrario si ve- 
de la casa d' Austria tanto prosperata da Dio, & au- 
gumentata di prouincie e di regni. Imp croche, se 
bene nelle guerre giuste, per se fauellando^ può 
r huomo seruirsi d' ogni sorta ministri, & aiuti, non 
dimeno, per gV accidenti che i)er lo più auuengono. 



165 



quando vn principe si seme d' eserciti pagani, cen- 
tra i Cliristiani, non gli potendo poscia contenere fra Non tutto 
i debiti, e douuti termini, pare anzi che no, che sia ^^^^' ^^® ^ 
illecito il ciò fare. Ma disputare di quest' articolo più ^^^.^ ^^ 
ampiamente si lasci alle scuole, e qui basti l' hauere gì' accidenti 
accennato lo scrupolo che ci si troua, & i cattiui ef- casi. 
fetti che si sono veduti da ciò seguire. Ne gli stessi 
tempi morì nell' Inghilterra Enrico ottano, il quale 
di così buono e dotto Principe, per gì' amori delle 
donne non leciti, così empio, & accecato diuenne, che 
la CatoUca religione, e fede lasciando, in bruttissime 
heresie si era precipitato, e scismatico, e rebelle di 
santa Chiesa morendo, à peggior vita che egli pas- 
sasse credere si dee. Morirono anche ne gli stessi ^^^^e di fa- 
giorni, quindici in Italia: Alfonso Danaio Marchese ^.^^} uomi- 
del Vasto, Caualliere di eterna memoria con laude, tempo. 
e quindi in Germania Martino Luttero, dalla mona- Francesco, 
stica professione, e dalla fede Cattohca, empiissimo Enrico, il 
apostata di eterna anch' egh memoria, ma con bia- ^^^^^^ ® 
simo, e vitupero, sceleratissimo, che non solamente t^^ ^^^!. 
quella già santissima e constantissima Proumcia di g^ altri due 
Germania, dalla vera, e Cattolica rehgione, fé mise- sceieratissi- 
ramente cadere; ma infettò e guastò in certo modo ^^' 
tutto il Ohristianesimo, co' i suoi falsi e peruersi 
dogmati, e sentimenti. Il primo d' Aprile del 1547. 
hauendo dopo Conpieta vn Cherico di S. Biagio, 
smorzate le falcole, ò vero candele sopra certo legno 
dietro all' aitar maggiore, vi s' appicò il fuoco, e la 
notte à poco à poco crescendo, abbrusciò tutto il 
detto maggior' Altare, con danno oltre al valore di 
200. scudi. Neir istesso tempo auuenne nella con- 
trada di Stagno, che vn giudeo per padre da Lesina, 
e per madre Viniziano, fingendo d' esser battezzato, ", ^^^ ^° 

^ 1 1 -r^ castra vn 

andana cercando la limosina. Et essendo stato vna p^^to, e poi 
sera per charità alloggiato in casa di certo contadi- si fugge. 
no, pagò la loro amoreuolezza, & hospitalità, con 
questo empio fatto, cioè, che essendo la donna di . 
quella casa ita à pollare nel campo al suo marito 



166 



GuaJMia non 
alloggiar 
huonio sco- 
nosciuto. 



Pioggria, 
grandine e 
saette. 



Dragutte 
HaÌ8 general 
del Turco* 



da desinare, & haueudo lasciato in casa detto finto 
Clmstìano solo con vn suo figliuolino maschio^ Tem- 
pio giudeo prima che la madre tornasse, lo eastròj e 
poi si fuggì. Tornata poscia la madre, e sentendo il 
pouero figliuolo che piangeua, come vide tanto san- 
gue, e r opera sceleratissima fatta da quell' empio, e 
simulato ChristianOj piangendo e gridando corse à 
narrare il fatto al marito nel campo, onde fu riferita 
la cosa in Istagno al Conte, e si mandò subito à cer- 
care del malfattorcj e fu trouato al tragetto di quel 
mare, che volea passar via. E cosi fu condotto à 
Raugia, & essaminato con molta corda, non volle 
mai confessare il dehtto. Solamente gli trouarono al- 
cune lettere, dalle quaU si eonietturaua, che egli ha- 
uesse morto vn' altro giudeo battezzatOj e che po- 
scia colle lettere di lui andasse egh mendicando per 
auarizia. Imperò non ci essendo la confessione sua, 
ne testimonij sufficienti, lo bandirono, sotto pena dol 
capo, di tutto il dominio di Raugla. Onde si dee im- 
parai*e à non raceettare nella casa propria, così age- 
uolmente, ogni hoomo che passa. A Ih 4. di Giugno 
in Sabato nel calare del sole, dell' anno predetto 1547. 
fti in Raugia tanta pioggia, & ìnnondazione fino alle 
quattro hore di notte, che V acqua si stendeua fino 
al palazzo del Rettore. E tutto 1' Arsenale fu innon- 
dato. Et in molti luoghi del territorio fu così grossa 
grandine, che arriuaua alla grossezza d- vn vouo. 
Onde guastò le vigne di verso ponente quasi affatto. 
Et aUi 13. di detto mese fu di nuouo tanta pioggia, 
che pareua vn diluuio. E nel monte Vergato alli 14, 
dì Settembre furono morte dalle saette più di cento 
venti pecore. Et k Cattare similmente furono piog- 
gie grandi, e tanta grandine, che ne anco le foglie 
lasciò sopra le viti Alli 14 di Giugno del 1547. Dra- 
gut Rais, capitano dell' armata del Turco, con le|3:ni 
19. fra galee e fuste, scorrendo la costa di Calabria, 
diede V assalto al Casale delle Palme con otto cento 
fanti posti in terra. Ma non vi fece altro danno, che 



167 



di forse quaranta persone fra morte, e prigione, con 
perdita d' altri tanti, e più de i suoi. Onde partitosi 
dalla detta spiaggia, assaltò nel Faro di Messina vna 
nane armata della religione, e dopo V hauerla com- 
battuta buona pezza, lasciandola, e più oltre scor- 
rendo, trouò presso all' Isola di Lippari due nani 
Raugee, le quali senza combattere furono prese e 
svaligiate. E così vote lasciate in mare senza vele, 
le quali poi furono ricuperate e condotte a Messina, 
e con gran spesa riarmate. Ritornata poi detta ar- 
mata alla Vallona per fornirsi di pane, fu citato Re^eUasi 
Dragutte per ordine del Gran Turco in Oonstan- ^^*^**® *^ 

^ ^ suo signore. 

tinopoli. E non volendo vbbidire, fu come' rebello 
cacciato via dalla Vallona, senza pane, e senz' altro. 
Onde come disperato costeggiando la Puglia, e la 
Calabria, sualigiò molti casali, e spogliò alcuni na- 
uilij, & vna marcelliana carica al valore di dugento 
mila ducati fra ogni cosa, & il tutto mandaua alle Astuzia di 
Gerbi. Vsaua (come dicono) questa astuzia, per pi- Dragutte nel 
gliare le nani senza battaglia. Mandaua à chiamare P^ffi^ar le 
il padrone, lo scriuono, e gì' altri principali, vfficiali "*^^' ®* " 

^11 4i ^ ^- 1 1 1 uaman,sen- 

della naue, fingendo di voler loro parlare, per cose ^a combat- 
di grand' importanza, e quelli poi rattenendo, man- tere. 
daua vna galera, ò due à pigliare senza contrasto 
alcuno la naue. Ma non gabò già per questa guisa 
due altre nani Raugee. Perochè non vollono mai vb- 
bidire i padroni, né lasciare le proprie nani. Anzi 
combattendo valorosamente, per buono spazio di 
tempo e poscia leuatosi vento fresco al loro viag- 
gio, veleggiando si saluarono in Ottranto, e quindi 
poscia se ne ritornarono a Raugia. Rimase bene pri- 
giona, per tale astuzia, la naue di Zanobi Bartoli ^'^'^^«^ ^ ^* 
Fiorentino, la quale si trouaua carica di grani, ap- ^^^^y. \ f" 
presso à Palermo. Imperocliè fatto chiamare prima 
il padrone, e dappoi il nocchiere con lo scriuano, & 
vltimamente la barca grande con la gente, sotto pre- 
testo di dargli certo aiuto, subito gli mise tutti nei 
ferri, & alla catena, e così s' impatronì della naue, 



168 



Alle Gerbi 
conduce o|fni 
8im preda, 
Dra^iitte 
Rais corsale 
del Mare. 



Gap. 20. 



Ventitré an- 
ni in silenzio 
si passano. 



Fa il gran 
Colonna 
naufragai o in 
mare. 



la quale così carica fé condurre alle Gerbi, e poscia 
donando la libertà al padrone, & al nocchiero, rat- 
tenne schiaui tutti gV altri. Essendo dappoi ritornato 
Dragutte alla Vallona con 22. vele, il capitano Ve- 
neto del <}olfo, con 22. galee andò per atlrontarlo, 
ma dal Castello del canale non fu lasciato accostare, 
Leuatosi dappoi vento contrario, bisognò che V ar- 
mata Viniziana fiuindi si partisse. Onde uscito Dra- 
gutte del canale della Vallona, si fug^ì per perso 
nel golfo di Taranto. Teneua egli di non essere ser- 
rato nel golfo Adriatico dall' armata Imperiale di 25. 
galee, che in quel tempo si litro uaua in Napoli per 
cagione di quietare alcuni tumulti nati tra il popolo 
di quella città, & il Vice Rè. Come prima per tanto 
egli puote, vscendo del golfo, se ne ritornò saluo 
alle Gerbi, à godersi le fatte prede. 

Ma lasciando bora di più oltre dire delle cose 
più antiche di questa Illustrissima Kepiiblica diRau* 
già, e venendo alle cose moderne^ e dei tempi nostri, 
e passando dall' anno 1547. di nostra salute, all' an- 
no 1570. diciamo che la bontà e la cortesia de i 
Raugei benissimo sperimentò V Illustrissimo, & Ec- 
cellentissimo Signor Marco Antonio Colonna, quando 
r anno predetto 1570. del mese di Dicembre, tornan- 
do dalF armata Chi'istiana, in cui teneua titolo di Ge- 
nerale del Papa, cioè della santa, felice memoria di 
Pio quinto, e comandaua altresì alP armata del Cat- 
tolico Rè di Spagna, tu assalito da così gran fortuna, 
che non potendosi, nò con forze no con ingegno, ò 
arte alcuna aiutare, scorse (essendo notte) con la ga- 
lera sua, & vrtò in terra, nel picciolo porto di Su- 
burno, lontano dalla città di Raugia tre migha. Im- 
perochè i contadini, & habitatori di quella valle, con- 
sapeuoh dell' animo de i loro signori, & esecutori 
della loro pia volontà, senza guardare alla picolis- 
sima fortuna, corsero à gara ad aiutare sua Signoria 
lUustrissima <& entrando nelle fortunose onde, con le 
loro forti braccia lo trassero fuori di quelle saluo e 



kS^i. 



n 




169 



sicuro al litto. Ft hauendo di ciò dato auuiso al Se- 
nato in Raugia, subito di bella mezza notte furono 
mandati alcuni gentil' huomini con canalli^ i quali 
r istessa notte lo condussero, & accompagnarono in 
Raugia, doue dimorando alcuni giorni, fu con molta 
cortesia, & amoreuolezza trattato, e souuenuto ap- 
presso di quanto per se, e per le genti gli facea di 
bisogno. Onde detto generoso signore, e d' animo ve- 
ramente, e di sangue Romano, non cessò mai fino 
che visse di celebrare, in ogni occasione, che gli si 
porgeua, e di predicare i benefici] da i Raugei rice- 
uuti, e di dimostrarsene ancora in ogni loco, & oppor- 
tunità grato. L' Eccellentissimo parimente Signore sforza Pa- 
Isforza Palauicino, (louernatore generale de gì' eser- lauicino in 
citi Viniziani, può egli ancora far certa fede della mar« peri- 
cortesia, e benignità de i nobili Raugei. Imperochè ^^^*' 
separato per fortuna dalla compagnia del prefato si- 
gnor Marco Antonio, quella istessa notte, che fu alli 
29. di Dicembre, scorse con tre galere sotto lo sco- 
glio della Croma, cim euidente pericolo di perire, e 
di fare naufragio, se detti signori con indicibile cha- 
rità non 1' hauessero soccorso e saluato. Imperochè 
senza guardare aUa gran tempesta del mare, & alla 
gran furia de i venti, i quah haueano cagionati la^^ iorfor- 
maggior fortuna, che mai né per memoria si ricor- t^^a in ma- 
dasse nò per libri si leggesse essere istata neU' A- ro non si ri- 
driatico golfo, tolte alcune grosse barche delle loro ^'ovda. 
nani, e postWft* sopra i più periti, che all' hora fus- 
sero nel porto, tra marinari, gli mandarono subito ìi 
soccorrere dette tre galere. K perchè non era possi- 
bile per all' hora tirarle in porto, le fermarono e sta- 
bihrono di maniera con canapi, & ancore da loro 
portate (non essendo i loro proprij arnesi basteuoH) 
che puotero, Dio grazia, resistere alla fortuna del 
mare, e salue conseruarsi. Ilauresti ueduto, quella 
notte, piene le mura della città verso il mare, & il 
litto d' ogni intorno di torcie accese, & altri lumi- 
nari, acciò le galee in mezzo alla fortuna scorgessero 

12 




doue si ritrouauano, e si sforzassero di non acco- 
starsi oue fusse stato pericolo di rompere, e fare nau- 
fragio. L' Illustrissinno Rettore parimente, cSt: il Mi- 
Veggia il j^Qpg Consiglio, tutta quella notte stando insieme rac- 
■ . colti nel pTiblictj palazzo, vegliarono per prouedere 

soccorrer gflj * ^ > » i i 

tLimi-ì. *^on sollecitudine^ e commandare, & ordinare quanto 

faceaa di bisogno, per mare e per terra, in salute, e 
seruizio di così nobili personaggi. K se bene per soc- 
correre altrui, sentirono detti signori Raugei, non 
mediocre danno alla loro Republica esser' auueuuto 
per la perdita che si fece da loro in quella notte, di 
due naui cariche di grano, tanta non di meno tu 
l'allegrezza che hebbero d^iauere saluati quelli 1- 
lustrissìmi personaggi, che non segno di dolore, T» 
mestizia alcuna, la nuittina ne i volti loro si conob- 
bfìj ma tanta letitia, e tranquillità^ quanta s' haues- 
sero detta notte conseguito e fatto guadagno di ffual- 
Hem opom- ehe ricco tesoro. Cotanta suole essere la giocondità 
re seco leti^ ^^^ dietro SÌ porta, nelle persone magnanime il ben'u- 
!5ia poi ^' perare. Le due naui predette perirono, perochè es- 
sendo andati i loro più periti marinari in aiuto^ e 
soccorso delle pretate galere^ crebbe tanto la fortuna 
nell' assenzia loro, die rotte le gomine, e sarpate 
r ancore, le cauò fuori del porto, non ci essendo essi 
padroni, che le soccorressero, & allidendole» o perco- 
tendole al più vicino e petroso litto, le ruppe, e fra- 
cassò con la effusione, e spargimento del grano, e 
con la morte d'vn gentirhuomo, e di molti marinari, 
Cap. 21. Ma che diremo noi delF animo inuitto, e della 

pietà Christiana, dimostra da gli stessi Illustrissimi 
signori Raugei, quando quasi ne i medesimi giorni, 
il magnifico Francesco Trono, con la sua galea, se- 
Trono si sai- ?^*^^^^ ^^^ molta furia da vn Capitano di Corsali, 
uaaRauKìa*^ da molti vaselli di Barberia, non vedendo altra via 
di scampare, s' indrizzò con taU empito nel porto di 
Raugia, che rotte con la testa, e prua della galea, le 
catene di ferro, che serrano il porto, dentro di quello si 
saluòV Né volle il prefato Senato giammai concederla 



171 

à i sopranominati Corsali, che per ragione di leggi 
loro, la richiedeuano. Ma bora acquietandogli con 
buone parole, bora placandogli con bumib preghiere, 
& Inora spauentandogb con moderate minacele, & alla 
fin. ^ saziandogli co' i proprij danari per ragione di pietà 
Clxristiana, la saluaroho, e souuennero benignamente 
alti^esi di quanto à lei faceua di bisogno. E se bene 
d^X^poi ne patirono alcuni trauagli, per le molestie 
poi date da quei barbari allo stato, & Isole loro, e Saocheggia- 
sp^€ialmente alla Badia, Monastero de i Monaci ne- "^^ ^ j. 

' vna badia. 

gl'I di San Benedetto, nell' Isoletta della Croma, es- 
s^Txdo che i perfidi e maluagi la saccheggiassero, & 
v^ buona parte la rouinassero; non di meno sentiro- 
tio sempre maggiore piacere di quella buon' opera 
?8itta, nella saluazione dell' anime di detta galera del 
Trono, che di quale si volesse danno temporale, con- 
tra la volontà loro, seguito in detta Isola e scoglio 
della Croma. Narromi, non ha molto, in questo pro- 
posito vn' amico, qualmente il Senato Raugeo, per 
mezzo de gì' Ambasci adori suoi, si risentì in Con- 
stantinopoU appresso al Gran Turco, dell' insolenzia 
vsata al detto Monastero loro della Croma da quel 
Capitano de CorsaU Caracoscia, come vogliono alcu- 
ni, nominato, contra ogni douere. Conciosia cosa, che 
nel porto loro si dia sicuro ricetto, e saluamento à 
chiunque (così Turco, come Christiane) che amiche- 
uolmente ci viene. E mi riferiua V amico Raugeo, 
come il Gran Turco, ne prese tanto disgusto, che 
volle, in pena del delitto, & ingiuria fatta à coloro, 
che tributarij gli sono, e fedeli amici, che cotale ca- Caracoscia 
pitano fusse dato in potere de gli stessi Oratorij in potere de 
Raugei, acciò ne facessero quanto à loro fusse piac- ^ J^^ugei. 
cinto. E qui anche si palesò, e conobbe megUo la 
magnanimità de i Raugei, e la destrezza insieme de 
gV ingegni loro, poscia che hauendo hauuto nell' ar- 
bitrio loro detto offensore della propria loro Ubertà, 
fattagU vn' amoreuole auuiso di non più offendere 
gì' amici del suo Gran Signore, gli donarono la vita, 



Singolare 
pietà de ì 



*>»> 



e libero in pace ne lo mandarono. Nel qual tatto si 
conciliarono maggiormente la grazia del Turco, e 
prouiddero insieme nelF auuenire a i casi loro. Pero- 
che detto Capitano tu poi sempre parziale difenditore 
de i Raugei, no diede mai più molestia all' Isole e 
territorij dello stato loro. Ma (?ome potremo noi pas- 
sare eon silenzio l'atto singolari^ di pietà Christiana, 
vsato dalla Hepublica liaugea, ([uando vltimaniente 
Tarmata Tu rehcsca s accostò alla loro città? Impero- 
che intendendo come le galere erano piene di schiavi 
(■bristiani di dinerse etii, cosi donne come huomini, 
presi per V Itìole e terre maritime, soggette ìi i eia- 
rissimi signori Viniziani» e eonsidei-ando quanto dao- 
no potesse risultare a fiuell' anime, liuando lusserò 
istate menate in cattiuitìì, spedirono alcuni gen- 
til' huomini, e gli mandarono sopra dett' armata. 1 )o- 
uè fatta vna scelta di fanciulli e di fanciulle, delF e- 
rario proprio gli riscattarono, E <'ondotti nella città, 
e distribuitigli per le più lionorate case, n poco à 
poco poi gli vennero rimandando alle patrie loro. 
B molti ancora ne restarono in Haugia, per non sì 
trouai-e che hauossero padri n parenti, e furono e 
sono nella vera nostra religione, e timor diuino, quasi 
proprij figliuohj bene instrutti, & allenati. 

In somma nelle passate guerre tra gV infedeli 
e Christiani, e singolarmente in questa vltima tanto 
segnalata, la cpiale poi si fini il giorno di santa lu- 
stina^) tra Lepanto, eia Zaffalonia, Tanno 1571. alli 
sette d' Ottobre^ quando ritrouandosi il mondo quasi 
in due parti diuiso, e che stana ogn' vno sospeso 
aspettando chi douesse il dominio e monarchia di 



') n Razzi chiude forse 1' istoria di Kagusa, oon la baU^i^Un di 
Lepanto, per non entrar a discorrere dui giorni suoiV (Jiqniro 
vedeva egli g-ià i primi se^ni del decadimento raguseo» che U} 
la prima e più grande conseguenza della vittoria dei Oristi&iu 
nel Mediterraneo? Scaduto da quel momento lì prestigio tl^i 
Turclìi, venne a scemarne anche il eammcrcio, su ruì ai fon* 
dftT&no tutte le rìi90t*se dei Ragusei. 



173 

lui conseguire, Raugia sola se ne viuea di mezzo, 
spettatrice, & amoreuole de gV uni e de gV altri. Di 
maniera che in città (come in piazza commune, e P^a^z» ^om- 
come in sicuro rifugio di tutti) s' essercitauano V v- "^""^ *"'. 
sate mercanzie, anzi maggiori, che ne gì altri tempi, gente. 
Et à lei con somma concordia e pace, ueniuano di 
tutte le nazioni mercanti, e quiui insieme conuersa- 
uano attendendo ciascuno à i proprij suoi negocij. 
Onde, in guisa d' vna nuoua Arca di Noè, Raugia 
all'hora si ritrouaua in porto di sicurezza, ripiena 
di si variate genti, & altramente tra loro nimiche, 
e differènti di lingue, d' habiti, e di religione, men- 
tre che fuori ogni cosa, dal diluuio (per così dire) 
della guerra, pareua che stesse per essere somersa : 
quinci la lega di tre sì gran potenzio raccogliendo 
eserciti per terra e per mare, e quindi opponendosi 
r orientale tiranno, con non minore ardimento e forze, 
e nella terra, e nel mare istesso. Non si può anco 
non attribuire à grand' honore di questa Illustris- 
sima Republica e città, quello che poscia in lei si 
trattò dopo la lacrimosa per i Christiani perdita della 
Goletta in Affrica. Imperochè desiderando V Impera- Luogo è 
tore de i Turchi di rihauere alcuni sangiacchi, & R*"^^* ^^ 

,, . T ... . . • . j. CI TU permutazio- 

altri SUO huommi, rimasi prigioni di Spagnuoli nella ^ ^ sicuro 
giornata di Lepanto ; et il Rè cattolico altresì bra- ricetto à i 
mando di riscattare intorno à sessanta nobiU perso- Turchi, e à 
nsiggi, rimasi in potere de i Turchi, nella soprano- i Franciii. 
minata perdita della Goletta, e di certo nuouo forte, 
e balluardo fabricato vicino à quella, tra i quali no- 
biU personaggi, singolarmente veniua nominato il 
Signor Gabrio Cerbellone, malageuole pareua che 

,..,.. 1 ' \i . li nobil si- 

lusso il ritrouare vn luogo commodo, sicuro, e com- ^ , . 

^ ' ' g'nor Gabrio 

mune à gì' vni, & à gV altri, per fare detta permu- corbellone. 
tazione. Ma corno fCi loro nominata Raugia, senza 
punto pensarla, amendue le parti consapevoli della 
molta bontà, sincerità, e fede di detto Senato, accet- 
tarono ben volentieri il luogo. K cosi furono dall' v- 
na e dall' altra parte, (juasi in vn tempo medesimo 



174 



Gouernano 
in Raii^in j 
soli lioMli. 



Starile è il 
torrilorio di 
R»ugia. 



L© nftui, e il 
mar, son' in 
vece à Rau- 
gia, di eampi 
e d' oliueti, 
pio lettore. 



condotti i prefati prigioni^ e fu fatta la sopranomi- ' 
nata permutazione, senza disturbo alcuno, anzi con 
molta sodisfattione d* ambe le parti, le quali sodi- 
sfatte e contente dell' equità, & amoreuolezza de i 
Raugei alle patrie loro, alleo^re e gioconde, se ne ri- 
tornarono. Ma che diremo noi, passando dall' azzioni 
communi e beoeficij vniuersali, air amorouolezze eJ 
beneficij particolari, che adoperano, & Ansano, i nobili* 
Raugei, à i quali soli appartiene il gouerno della loro 
città, verso i lori vasalli^ Questo certamente possiamo 
noi affermare, per commune testimonianza di tutti 
loro, che non mai per tempo alcuno gì' hanno latto 
pagare, grauezza, ù imposizione veruna. E come nel- 
r altre cose ancora, di maniera gli trattano, che s| 
pare che gli siano più tosto ù'atelli, che vasalU. Die 
buono, con quanta prontezza e sollecitudine gli pro- 
uedono eglino di quanto fa loro di bisogno, & ezian- 
dio d' auantaggio. Imperochè se bene il paese o ste-| 
rUissimo, coneiosia cosa, che da vino in poi, non" 
produca roba per vn mese dell' anno, sempre non 
dimeno vi è copia d' ogni cosa necessaria. Condu- 
eendo eghno con danari dell' erario publico, sopra le 
proprie nani, d'Albania, di SìcìIìjj, di Puglia, e d'al- 
tronde, fromento in abondanza, e dispensandolo poi 
mese per mese, con grand' equità, a chiunque n ha 
di bisogno. K così dclF olio ne traiettano in tanta co-; 
pia, clic continoamente per tutto l' anno, se ne veg4 
gono sul publico mercato le botti à minuto vendibili! 
Di modo che se bene non hanno i nobili Hauge| 
ampie eampagnCj che loro diano il grano, ne amei 
colli, e spiagge vestiti d' oliui in abondanza tale, che 
soministrino loro V olio necessario, hanno nondimeno 
in vece di queste cose, nell' ampiezza del mare tante 
loro naui. L' vna delle fjuali tal' bora, senza espora 
al pericolo de i souerchi asciutti, n pioggie, n venti 
ò animali, h grandini, i^ altre cose, le «inali souent^ 
ne tolgono le riccolte della terra, porterà alla sua ne 
bihssima, e per ciò richissima città, dugento, trecento, 



175 

e mille carra di grano, ò vero botti d' olio, secondo 
che farà loro di bisogno. Della copia delle carni 
d' ogni sorta, non accade parlare à lungo, ma basta 
di dire, che ella è tanta, soministrata da i propinqui 
Morlacchi, & da altri vicini popoli, che tal' bora (si 
come riferiscono) la pelle dell' animale stesso ven- 
duta, ha rinfrancato il prezzo di tutto V animale. ^* P®^^® P*" 
Dell' abondanza de i pesci ottimi, ninno sarà che ^* *"**^ ^ *" 

Ill]Ufl<l6 

sospetti, sapendo Raugia essere per più della metà 
bagnata dal mare, che gran copia, e d' ogni sorta 
ne genera. I pomi d' ogni maniera sono dalle cir- 
constanti ville e giardini, egUno ancora in tanta co- 
pia prodotti, prugne, fichi, poponi, mele, pere, & al- 
tri, che sempre la piazza, secondo le stagioni, di 
ciascheduna sorta n' è piena. Ma lasciando da banda 
queste cose minime, diciamo che non si troua forse 
oggi dominio ò Republica, in cui i vasalli siano con 
maggior mansuetudine retti, e gouernati, & in cui i 
Principi e Rettori sostenghino, per beneficio de i 
sudditi loro maggiori fatiche e pericoli quanto nel 
dominio e nella Republica de gl'Illustrissimi nobili Sono pastori 
Raugei. felice, e bene auuenturata * città, che sem- i principi, 
pre, dalla prima origine e fondazione, circa mill' anni ^^^ ^ officio 
sono, è perseuerata cattohca, e dinota alla santa ^ ^®*^ ^**^' 

„, . __ ca, mcom- 

Chiesa Romana. E se bene ella è posta isu i confini i^odi e di- 
de i Maumettani infedeU, e de i scismatici Greci, sagi. 
non però mai ella d' alcuna macchia d' heresia, è 
stata (Dio grazia) infetta, ò notata. Anzi se ne sta Propinqua à 
nell' antica sua sincera religione e fede, che da Tito f !^ /^ ^ ® '' 

_. _, -r. , . 1 PN ,. rr, &ài scisma- 

discepolo di San Paolo, prima le fu predicata. Ti tici perseue- 

benedica, e ti prosperi sempre più la diuina Maestà, ra Raugia, 

Raugia mia, e ti conceda quanto brami e desideri, pia & cat- 

nella sua accetteuole grazia & amore. E fino à qui, ^^^i^*- 

benigno lettore, habbiamo in questo secondo Ubro 

dell'Istoria di Raugia, narrato con breuità, quanto 

progresso ella habbia fatto dall' anno 1400. fino à i 

presenti tempi, e quanto varie cose le siano auue- 

nute, e come nostro Signore per grazia sua, e per 



176 



intercessione de i Santi di lei protettori, l' habbia da 
ogni male guardata e conseruata fino al presente 
giorno, libera, cattholica, ricca, & amata, e riuerita da 
tutti i buoni; e da tutti Principi, rispettata, e fauo- 
rita. Resta che bora, nel terzo ibro, diciamo 
del suo sito, delle sue lodeuoli creanze, 
del suo territorio, delle sue Isole, 
e dell'altre sue grandezze, & 
commodità. E sia bene- 
detto il Signor' Id- 
dio, ne i do- 
ni suoi. 
Amen. 



La fine del secondo libro dell* Istoria di Raugia, 

sotto la correzzione della S. Madre Chiesa Komanft, 

e de i più intendenti lettori. 

Scritta, e riueduta da Fra Serafino Razzi. 
Die 4. lanuarij M. D. XC. Perusia). 




-177 



PREFAZIONE DI 

F. SERAFINO RAZZI 

al terzo libro della storia di Raugia, 
da lui scritta. 

Potrebbono per aimentura, alcuni, anzi che nò 
biasimare, ò almeno mar auigli arsi, che vn religioso, 
e Saceì'dote si fusse posto à scriuere vna storia se- 
colare. Ma à costoro^ che così si marauigliassero, si 
risponderebbe in prima, che hauendo noi scritto an- 
cora storie Ecclesiastiche e spirituali, come le Vite 
di molti Santi, e Beati, bene ci si può concedere, che 
questa vna di H augia fatta habbiamo, Direbbesi da 
poi, che essendo le storie maestre della vita, e luce 
della verità, e cotanto al genere humano lutili, non 
appare ragione, per cui non si passino da ciasche- 
duna persona, che voglia, e che sappia, scrìa ere, 

Direbbesi nel terzo luogo, che lo scriuere Istorie 
è tanto proprio de i Sacerdoti, che gV antichi Eggi- 
zij, altre storie, non accettauano, che le scritte da Sa- 
cerdoti, stimando, che da ti di persone, non potessero, 
se non cose vere, iSf approuate prouenire. 

Aggiugnerebbesi nel quarto luogo, come molti, 
e Sacerdoti, e Vescoui, atlanti à noi, onde possiamo 
imitarli, hanno eglino ancora scritto storie, non so- 
lamente Ecclesiastiche e spirittnili, ma eziandio m,on- 
dane, e secolari. Né ìascieremmo pualmente di dire, 
che tra i luoghi Teologici, cioè di cui si seruono i sa- 
cri Teologi, nel ijrouare le lorit ('conclusioni, viene 
annouerata ancora la storia, se bene non è così pro- 
prio () loro, come molf (fltri che n hanno. Ma pnen- 
do di piìi dire intorno à questo, cccoui benigni let- 
tori, il terzo, cy vltimo libnt di questa nostra storia, 
il quale (come io auuiso) non meno de i due prece- 
denti, piacere e gioia vi recherà, faueUandosi in 



178 



quello del sito, e della fortezza di Raugia, del suo 
territorio, delle sue Isole, delle sue contrade, e delle 
sue lodeuoli creanze, <Sf approuati costumi, lo voleua 
altresì fauellare in questo istesso libro de i più illu- 
stri gentil' huomini, da questa Illustriss. città gene- 
rati, ma perchè malageuole mi era il ritrouargli 
tutti, lasciando cotal caHco ad altri piii intendenti, 
ho fatta menzione solamente d* alcuni pochi, piti 
WjodernL A i quali hora aggiungo, in questa mia 
prefazione, il Sig, Giouanni di Vito Ghetaldi, ami- 
cissimo del molto Illustre signor Marino Caboga, e 
gentil* huomo di molto valore, come quegli che con lau- 
de, honore, (Sf utile dell* Illustrissima patria, ha cerco 
molte parti del mondo ; e di presente, godendosi 
della memoria delle sue passate fatiche, sene viue 
honoratamente, éf in pace, amato, e riuerito da 
tutti i buoni. 



^v^ 



jt» 



DELLA 

CITTA ILLVSTRiSSIMA 

DI RAVGIA, 

LIBRO TERZO. 

Raugia'), sola città nella Dalmazia, oggidì, li- Quale lafor- 
bera, edificata su la riua del mare Adriatico, & à ma di Rau- 
piè di vn' altissima montagna; tiene per mio auuiso già. 
sembianza, d'vna qualche Aquila, ò altro Augello? 
che stando co' i piedi in terra alzi amendue V ali alla ^^ *' ^J!° 
destra, & alla sinistra. Imperochè dalla porta orien- erette, 
tale air occidentale, che è la longhezza sua, ella è 
di sito piano. Ma al mezzo giorno, e verso il mare, 
come anche à settentrione, e verso il monte, ella di 
maniera s' erge, & innalza su per due coste, ò vero 
colhne, che perire alle dette strade, e berghi di- 
stesi per lato su per amendue le coste, conuiene 
ascendere, come per tante scale fatte di pietra. Vero 
è che la collina verso il mare, doue prima fu edifi- 
cata la città, è mo]to maggiore, e più popolata, che 
la costa verso la montagna. La figura sua, come dal 
soprastante monte, benissimo si può comprendere, 
più al tondo ouato, che al quadro inchina. Et il por- 
to, vicino alla porta orientale, pare che con due quasi 
bocche di granchio, per due baluardi, che quinci, & 
quindi lo guardano, venga serrato, oltre alle due ca- Due catene 
tene di ferro, che perpetuamente la notte lo chiudo- ^ì ^^^ro il 
no, e quando anche faccia di bisogno, il giorno. È ^^^^^ ^^^"" 
bagnata Raugia, quasi per la metà del circuito suo, 
dal mare. Le muraglie sue tutte sono di pietre qua- 



'j In questo libro III. 1' A. discono di Ragusa e del suo ter- 
ritorio, sulla base del De Divorsis Do Quartigianis, la cui ope- 
ra oggi è più generalmente nota in grazia all' edizione fattane 
daU'iUustre prof. Vitaliano BruneUi di Zara. 



.^tpo 



La ha^na il 
mare quasi 
per meUirIr. 



Quante ani- 
mo sì dica 
hauer R^ug-. 



Vngari alla 
rustodia di 
liau>?ia. 



Strada va- 
piTla ili cui 
idn^g'ia noD 
eadp. 



dre, ron merli, & antemurali, e fosse assai bene pro- 
fonde, dalla banda di terra, e verso il monte. Al 
porto, iiov verso oriente, e le terre turrhesehe, tiene 
due fortissimi baluardi, e d' artiglierie niunitissimi, e 
verso ponente^ oltre à eerti torrioni ben muniti, tie- 
ne sopra d' vn' alto scoglio vn fortissimo castello 
detto San Lorenzo, in faceia della marina, e guar- 
dia Gommodissima della città. Fa Raugia (eome di- 
cono) intorno à diecimila fuochi, onde donando (co- 
me si suole) a ciaschedun fuoco, almeno tre anime, 
r vno per Y altro, ella verrà à contenere intorno a 
trenta mUr anime, l^e porte sue continuamente sono 
guardate da soldati Vngari, e la notte altresì si fan- 
no perpetue guardie d'ogni intorno per le mura della 
città dalla plebe, e dal popolo, à incenda, e per vi- 
gilie. Et in certa loggia su la piazza, sempre le notti 
fa soggiorno vn corpo di guardia de i prefati soldati 
Vngari, i quali dal Senato sono benissimo trattati, 
per la loro fedeltà, e sempre al mezzo del mese, ti- 
rano le loro intere paghe e salarij. GÌ' editi cij, e ca- 
samenti sono oggidì tutti quasi di pietre quadre, e 
molto comniodi^ le strade sono tutte lastricate, e fuo- 
ri delle due, che conducono dal duomo alla piazza, 
e dall' vna porta all' altra, sono strettissime, di ma- 
niera, che incontrandosi tal' hora, in alcune di loro, 
due gentildonne con quei loro portamenti ampli e 
larghi, e con quei cerchi alle vestimenta da piedi, 
che anco oggidì s' vsano in Italia, con difficultà si 
possono dare il luogo Y vna air altra. Vi si vede an- 
cora, andando dal duomo verso il Monastero di San 
Tommaso, vna strada tutta coperta, essendo(-i sopra 
edificate case con le loro tcstudini\) e volte. Onde 



'J Così era orig'lnHrianu'nlo tulto il tiasteUo di Ragusa, a me- 
*?Uo (guanto iÌbìV odierna ciUà va eomproso entro i limiti del 
pomerio priniorclialc. Lo traccia se ne sDorj^ono dovunque. 
Fino ai lernjd del H, il tiMn moto hyì^vh fattr» U comodo suo» o 
quanto di tal eostriiiiione ogi^i pui^ rimiiiie, ì* avanzo rig|>ellato 
dai fenomeni sismici avvenuti d& «llora a noi. 



m'- 



quando accaggia andare per quella banda ad alcun 
morto, si lasciano tutte le croci alla piazza del duò- 
mo, non si potendo per la bassezza sua portare per 
quella contrada, detta in lingua loro postierna^). Tie- 
ne Raugia pochissimi horti dentro alle mura, ma 
tutta è ripiena d' edificij. Fuori poi della città, e su 
la riua del mare, ella tiene di bellissimi giardini e 
palazzi, con fontane, e boschi d' aranzi. Nel che pare Napoli e Ge- 
che ella gareggi e con Genoua, e Napoli, città an- ^^«''S'areggi 
eh' elle marittime. Il palazzo dell' Illustrissimo Ret- 
tore è molto bello e magnifico, con vna superba log- Qualità del 
già dauanti all' entrata, e su la piazza, e con altre palazzo di 
poi loggie e bei vederi, sopra il porto e verso la ma- Raggia, 
l'ina, e con vn capeuole cortile sul piano dell' vdien- 
zia del Minor Consiglio. E con vna regia, & ampia 
sala del Consigho Maggiore*). Vedesi poco lontana • 
da questo palazzo, su l' istessa piazza vna chiarissi- 
ma, & abondantissimaa fontana d' acqua dolce, con- i,. ^ 
dotta (come altroue s' è detto) dall'amena valle di d'acqua dol- 
ci iunchetto. Et vn' altra somigliante, anzi maggiore ce tienRaug. 
e più commoda per lauare^) se ne vede alla porta di 
ponente, tutte due di molto ornamento e di grand' v- 
tiUtà alla città & al popolo. Tiene Raugia quaranta- Quaranta- 
sette Chiese, benché da quattro, ò sei in poi, l'altre ^^*^^^^^^^^^ 
si possono più tosto dire Cappelle ò vero Oratorij, che 
Chiese, essendo elleno picciole, ma imperò ben fatte 
e ben' adorne. Sono in Raugia due soli Conuenti di e due oon- 
religiosi, vno di San Francesco, alla porta di ponente, uenti, v otto 
in cui stanno Padri osservanti zoccolanti, e 1' altro ^^i<>ni^«t*^»*i 
di San Domenico, alla porta di leuante, in cui stanzano 



*) Pusiiema, non in lingua loro, ma in ([uolla della bassa 
latinità. E voleva dire la porta X)iù piccola della città e che 
serviva di uscita di salvataggio. Posterula, Posteria (onde il nomi» 
al noto Casato, che 1' ebbe dall' obbligo di tenerne il presidio). 

') Nota bene che (questa sala costituiva un edificio a parte, 
comunicante con quello dei Rettori. Sul luogo di esso è 1' o- 
diemo del Comune. 

•) Veramente, in origine, per abbeverare i cavalli. 



182 



Due B&dìù 
fuori, © due 
«.Uri eon- 

UBUti. 



Hoalerii? in 
Haugin no ri 
si tang-ono. 



Notabìl om- 
teiiia de i 
Rftugei. 



da venticinque in trenta Padrij pui"' oaseroanti* A- 
mendue (come forse altroue diremo, più minutamen- 
te) sono belli e commodi, con fontane, con giardini, 
ò vero claustri d' aranci » con belle Chiese, e con 
ricchi altari. I Monasteri delle Monache in I\augia 
sono otto: cinque dell'Ordine di San Benedetto, alla 
cura dell' Arciuescouo, due di San Francesco, alla 
cura de i Padri loro, & vno di San Domenico, go~ 
uernato parimente da i Padri di dett' Ordine. Fuori 
poi della città e vicine, sono due Badie di San Be- 
nedetto negro, 1' una nelF Isoletta della Croma, in 
cui stancano Padri Italiani, e Y altra in terra ferma, 
e su la riua del mare, detta San Iacopo, Imbitata da 
Padri Schiauoni. Et alquanto più lontano, fuori della 
città, verso ponente, sono due altri conuenti rehgiosi, 
vno neir Isoletta di Daxa de Padri zoccolanti, e V al- 
tro à Granosa de i Padri di San Domenico. Non 
tiene Raugia hosterie. Né meno costumano i Rau- 
gei di alloggiare alcun forestiero nelle case loro; an- 
cora che amico gli sia. Ma più tosto gli procacciano 
in casa appartata quanto gli bisogna. I passaggieri 
che sono per lo più barcaruoli^ dormono nelle loro 
nani. I reUgiosi vanno à i due conuenti. 1 Turchi di 
bassa mano, dormono fuori della porta air aria nuda, 
quando i tempi lo permettono, ò vero in certe huniih 
case, fatte per ciò fare dal Senato, quando siano i 
tempi contrarij. Ma i Turclii di conto hanno dentro 
alla cittàj presso al palazzo dell' Illustrissimo Ret- 
tore vn' honorevole casamento'), dentro di cui sono 
dal pubhcò pasciuti. Come anche quando ci viene 
alcuno Ambasciadore di Prìncipi Christiani, per Con- 
stantinopoli, 6 altri luoghi, è proueduto dÉd Senato 
di vitto, e d' alloggiamento nel conuento di San Do- 
memcOj in certe camere da basso, e separate dall' ha- 
bitazione de i frati. Doue i Padri di San Francesco 



*) Attaccato al palazzo dei Rettori, medinnte il volto bùUq cui 
si apre la cosi detta Porta dì Punta. 



183 



Reuerendi tengono, in quello scambio, per tutto Tan- 
no, in certi loro magazini, i migli, «& altri fromenti 
del Commune. Ma se bene (come s' è detto) non so- 
no in Raugia hosterie d' alloggiamento^), si troua 
però da comperare alla piazza, e mercato, quanto fa 
di bisogno, di pane e di vino, d' olio, di carne, e 
d' altre cose necessarie. L' aere in questa città è per- 
fettissimo, perochè il mare à Raugia è altissimo, e 
senza pantani, o paludi, che sogliono cagionare cat- 
tino aere. E le stagioni ci sono temperate, non ci 
essendo souerchi freddi, né anche distemperati calori. 
Onde ci si veggono assai vecchi di settanta, d' ot- ^^' iiuomini 
tanta, & anco di cento anni. E nel tempo che sono *®"^p^ *®f **' 
*io dimorato in questa città, si è seppellita vna Ve- yj^ono 
neranda Badessa, di cento sei anni, e mi è accaduto 
di fauellare, à vn fabbro ferraro, che se bene passa 
cent' anni, ad ogni modo si trattiene nella bottega, 
& essercizio suo. Sono gli Schiauoni di robuste e di 
gagUarde complessioni. Produce il paese vino assai ottime mai- 
e buono, e singolarmente le maluagie di Raugia so- uagie dona 
no eccellentissime, e se mandano in ItaUa, & à Roma ^*"^^*- 
per nobili presenti. D' ogni sorta di frutti parimente 
sono à Raugia, come pere, mele, susine, fichi, popo- 
ni, & altri somigUanti. Mei' arancie, altresì limoni, 
cedri, & insomma d' ogn' altra maniera, che si troni 
in questo clima nostro d'Italia. Rari nondimeno ci 
sono gì' vUui, per cagione del poco territorio alla ma- 
rina; e così, poca è la riccolta del grano, per gì' a- ^g^de poco 
spri & incolti monti, e per la moltitudine delle pietre^ ^ano, e as- 
& iscogU che le fanno d' ogni intorno corona. Ma sai men' o- 
à questa penuria di grano e d' olio, supplisce la gran ^^^• 
comodità del mare. Imperochè con le loro molte nani 
tengono i Raugei la città abondante d' ogni bene. 
Della copia de i pesci, non accade parlare, perochè 
essendo Raugia su la marina, ne tiene douizia. E non 

') Sì ; ce n' erano. Il trattore, detto offizialmente V Ospite, ve- 
niva condotto dall'estero per cura del Senato, e verso qualche 
goYYenzione pubblica. 



184 



Tengo n 
grassa Raii< 
già i vicìn 
luoghi. 



si vendono à peso, come nei più luoghi, ma à vista 
d' occhio, come si suole in Vinezia, & altroue nelle 
città di mare. Le carni, & i formaggi ci sono con- 
dotti, e portati di Morlacchia, & altre vicine Prouin- 
eie, ottimi, & in abondanza. E fin qui sia detto del 
sito di questa città, della grandezza e fortezza sua, 
della qualità delle muragrlie, e de gli edificij, della 
copia deir acque dolci che tiene, del numero delle 
Chiese e de i Conuenti, e de i Monasteri], dell' otti- 
mo aere suo, de i generosi vini e (^opia di frutte, e 
pomi. Passiamo hora k dire della qualità de gì' ha- 
bitatori di lei, e de i loro costumi. 

De yV haìnlatovi di Raugia, v eostmni loro. 

Sono gì* habitatori dì Raugia distinti in tre or- 
Popoian, diui, cioè in gentil' huomini, in cittadini^ da loro po- 
gentir Imo- p^i^nj (ietti, & in plebei, I gentìF huomini, compresi 
rami, p e lei. j^^g^gj^ij ^^ 99. casate, delle quali si è fatta menzione 
di sopra, Se à i quali soli appartiene il gouerno della 
città, vestono con mantelli lunghi air vsanza di Fi- 
renze; ma imperò con berrette tonde alla vinizia- 
na. Dicesi dal volgo, che essendo iti a Firenze 
per pighare la forma del vestii- loro, da quella 
città j la presero quanto à i mantelh, ma essendosi 
scordati di pigliar la forma altresì delle berrette, co- 
me furono h Vinezia accorgendosene, per non ritor- 
nare à Firenze, presero la viniziana, I Senatori non- 
dimeno di Consigho Minore, in alcune sollennità, ve- 
stono totalmente alla viniziana con toghe da i ma- 
niconi, & il Rettore Illustrissimo, veste sempre di 
rossoj e dì ricchi drappi^ foderati T inuemo di pelli di 
martore, di cernieri. Quando esce fuori di palazzo, 
Pietà dell' TI- ^^^ sempre accompagnato eoi Minor Consiglio, i quali 
lustiiss. Ret- sono da dodici Senatori eletti per vn' anno, e lo pre- 
tore, cedono parecchie coppie di ministri vestiti di rosso, e 
la musica di flauti, di trombe, & altri instrumenti, 
È tenuto il Rettore ad accompagnare ogni gentil'huo* 
mo, ò gentildonna, che muoia nel mese suo, alla se- 



186 



poltura, con toga nera. E quando egli non possa, ò 
per la vecchiezza, ò per altro impedimento, manda 
in iscambio suo, vno del Minor consiglio, con la toga 
nera da Rettore, e con tutte 1' altre insegne sue, 
E si suole quasi in tutte 1' essequie de i nobili orare 
latinamente. La qual cosa reca à i maestri di scuola 
non picciolo emolumento. Se il Rettore ha la sepol- 
tura à S. Domenico, i Padri di quel conuento sono 
tenuti, per quel mese à mandare ogni mattina vna 
messa aUa Cappella del palazzo. E quando egli tiene 
la sepoltura à S. Francesco, i reuerendi Padri di J^^^^a'^Jj^- 
quel conuento, sono tenuti al medesimo. E ne prou- ^^j..^| 
uiene loro per ciò, certa diputata limosina. Doue, 
prima, incidentemente è da sapere, come quasi tutti 
i morti di Raugia si seppeliscono à i due conuenti 
di San Domenico e di San Francesco. Onde quei pa- 
dri tengono piena di sepolture, non solamente la 
Chiesa, ma eziandio la sagrestia, il claustro, il capi- 
tolo, & anco il cimitero, ò vero andito auanti alla 
Chiesa. E dappoi si dee notare, il che argomenta la 
pia diuozione de i Raugei, come buona parte de Molto pia ti 
grhuomini e delle donne vanno alla sepoltura nel- dimostri, al- 
l' habito religioso di quella Chiesa, à cui sono por- "^* *^^®" 
tati. Cioè vestiti da frati di San Domenico, quegh 
huomini, che à detta Chiesa si seppeliscono, e da 
da monache dell' istesso ordine, le donne. Onde ci 
sono alcune suore del terz' ordine, che tengono la cu- 
ra di vestire quelle che pighano V habito loro. E co- 
sì andando à San Francesco, del medesimo habito 
sono vestiti. E per questa cagione si permette à quei 
Reuerendi Padri, che habbiano più mute di vesti- 
menta, per accommodarne piamente detti defunti. E 
tal' ora auuiene, . dalla hberalità d' alcuno, che il pa- 
dre che ha fatta la charità, invece del vestimento, & 
habito che diede vsato, ne riceue vno non adoperato, 
e nuouo. Et aggiungerò, come ne i loro mortorij ^.c- j. ^ ^ ^ ^ 
cendono per ogn' altare di detta Chiesa, due falcole, ^ antiche ci- 
bianche .se il defunto non è congiugato, e gialle^ rimonie. 

^3 



186 



quando sìa in matrimonio, E quasi sempre vogliono 
la messa cantata presente il defunto. E se sia no- 
bile, le più volte le canta alcun Vescouo suffraga- 
neo. E gV huomini, fratelli, ò figliuoli, & altri pro- 
pinqui accompagnano il defunto loro in mantelli ne- 
ri e capucci con le maniche alle spalle, alla Fioren- 
tina, & i più propinqui, se sia nobile^ mettono in 
mezzo r Illustrissimo Rettore, e gì' altri seguono à 
due à due dopo il morto, e passando per il Coro, 
se ne vanno (mentre che dal Clero si canta la messa) 
a vdirne vna piana, e bassa nel capitolo del elau- 
stro, e quella finita, seggono quiui sopra paneali pa- 
Funerali k ^.^^j ^^y Sagrestano, fino attanto che il Clero ha fi- 
Baugiaqua- ^-^^ » ^^^j vffici. E dopo venendo in Chiesa ascolta- 
li siano. V. . . TI 1 

no 1 orazione, e se ne ritornano alle case loro, con 
V istesso ordine. Ma doue sono io transeorso, tirato 
da queste belle e pie ciinmonier^ Torniamo al filo 
della narrazione, che forse con altra occasione dire- 
mo qualche altra cosa intorno ti questa materia de i 
mortorij, e funerah di Raugia. 
Il nobilnou Non attendono i nobili Haugei ad arte veruna, 

attende ad né di seta, né di lana, come in qualche altra città, 
arte alcuna, p^y [qj^q gtessi lauorando, ma lasciando cotah esser- 
citj, il i cittadini e popolani ; viuono per lo più di loro 
entrata e di guadagni che fanno tenendo parti su le 
nani, e con coloro, che dì lana') e di seta lauorano^ 
E facendo altresì venire mercanzie di leuante per ' 
ItaUa, e dì quelle d' Italia rimandando in Constanti- 
nopoli, in Alessandria, per la Rossina, per la Gre- 
cia, & altri paesi del Turco, per i quali tutti sicura- 
mente trafficano. I popolani poi, & i cittadini sonc 



*) L* industria della lana fu dal sec. XV. in poi un mona- 
polio dello Stato, che la acquistava di prima niano^ dandola poi 
a filare a quante donne si facevano prenotar in tempo utile, 
presso l'uffìzio cosi detto ideila Liina*', - Di qui gli orecchi 
e i mensolini a tutte le finestie delle vie secondarie^ e collate* 
tali deUa città, sulle quali veniva affìssa la canna, daUa quale 
pendevano le matasse esposte ad imbiancare al sole^ 



187 

padroni di naui, tengono botteghe aperte eziandio 
per diuerse città d'Italia, e vanno in propria per- 
sona per r altrui Prouincie à mercatantare, il che, se 
non di rado, fanno i nobili. Non si vedono à Rau- 
gia tumultuose corti d' auuocati, di procuratori, o di 
notarij. Non ruote di giudici. Non palagio di pode- 
stà. Ma dall' istesso Senato, ciascun' anno, sono in- ^^^ ^^^ . 
stituiti alcuni nobili sopra le cause ciuili, & alcun' al- ^^^^i^^ 
tri sopra le criminali, i quali giudici, senza che siano 
dottori, secondo le loro leggi, e statuti, senza tante 
spese ohe tal'hora si fanno in auuocati, e procura- 
tori, risoluono il giusto, e fanno il douere à ciasche- 
duno. E se difetto alcuno tali' hora si commetterà in 
questo affare, nelle cause ciuiU, auuerrà per cagione, che 
tra loro nobih, assai si rispettano. Dissi nelle cause ci- 
uili, pero ohe nelle criminali, come si può (apprendere) 
dalle narrazioni, ne i precedenti libri fatte, sono più 
rigorosi e meriteuolmente. Quando occorra in Rau- Ordine di 
già alcuna sedizione ò tumulto popolare, ò vero al- Raugia ne i 
cuno incendio, sogliono scommettere la guardia delle *^™^*^- 
due porte principali à i due conuenti à quelle vicini, 
cioè la guardia della porta di leuante à i frati di San 
Domenico, e la custodia di quella di ponente à quelli 
di San Francesco zoccolanti, somministrando loro 
armi il Senato, e quanto fa di bisogno. E la guardia 
della porta che conduce al mare, & al porto viene 
commessa à i Reuerendi Signori Canonici del duo- 
mo e loro clero. E così attendendo i ReUgiosi alle 
predette custodie, rimane pili hbertà à i nobili di 
prouedere^ e di soccorrere nell' altre parti della città 
à quanto faccia di bisogno, per sedare e quietare i 
tumulti, e custodire la loro città da tradimenti. q^^ ch'au- 

AIU 22. di Gennaio dell' anno 1589. ritrouan-uenneneU'o- 
domi io in Raugia, & occorrendo certo incendio circa tantanoue. 
le due bore di notte, fu sonato all' armi, secondo il 
costume della città. Onde conuenne à i frati nostri, 
che stauano in quell' hora à tauola, lasciare la cena 
e correre alla loro destinata guardia. Doue transfe- 



188 



rendomi io poco dopo, con alcuno di quei Padri più 
vecchi, vidi da otto ò vero dieci Padri tra laici e 
giouanij con le loro toglie alzate dinanzi aUa cintura 
e con splendenti alabarde, in mano, custodire vn por- 
tone, che dalla piazza conduce aUa porta orientale, 
con espresso ordine di non lasciare quindi passare 
verso la detta porta persona alcuna. Ardeuano su la 
piazza più fuochi, d' ogn' intorno lustrandola. Se* 
StaneUalog-^jgy^ nella loggia auanti al palazzo, T lUustrissimo 
già 1 et or j^^^^^^^ ^^^ g^^ Minor consiglio, ordinando e com- 

eol consiglilo. 

mandando quanto faceua di bisogno. I padri zoccolanti 
eglino ancora alla custodia della loro porta attende- 
nano. Et il clero del duomo somighante à quella del 
porto. Scorrevano alcuni nobili, con vna mano di 
soldati, per la citta, & altri solleeitauano le donne 
plebee à somministrare dalle due fontane acqua per 
estinguere, & ismorzare V incendio. Il quale (Dio gra- 
zia) fra poche ore, con V aiuto della maestranza delle 
nani, cioè de i maestri facitori delle nani, che subito 
da Granosa venendo furono nella città introdotti, fu 
estinto, e quietata, & assicurata la città , i Padri re- 
stituite r armi, al conuento, & i secolari aUe loro ca- 
AmaRttugia 86 ritornarono. E per cotali seruizij, & amoreuolezze, 
i suoi Relì- sono i nobih, & il Senato, molto affezionati e cortesi 
verso del Clero e rehgiosi della loro città; E fraTal- 
tre cortesie, quando viene il Senato (lo che accade 
più volte Fanno) presentato da i Sangiacclii, ò vero 
gouernatori delle vicine Prouincie del Turco, sempre 
riconosce i conuenti e luoghi religiosi, mandando 
essempli grazia, vn paro di castrati, per ciascheduno 
luogo pio: e fauorendegli in ogn' altro aft'are, purché 
gli veggano essere Kehgiosi d' edificazione e di buo- 
no essemplo alla loro città e popolo. 

Della (/iouentn Raut^ea, 

Nota i^ual 

siano i gio- Venendo bora à dire qualche cosa in partico- 

uammHau. lare della giouentù Raugea, & incominciando 

doti naturali^ ella è di bellissimo sangue^ di grazioso^ 



gJOSl. 



189 

aspetto e d'habito, e di polizia molto riguardeuole. 
Vestono fino à certa età di panni corti, ma come ar- 
riuano all' adolescienzia, & al quindicesimo anno in 
circa, prendono il mantello e la toga lunga. Conduce 
il Senato, oltre à i precettori della città, vn maestro 
di scuola Italiano con grossa prouisione. Ma per ve- 
ro dire, comunemente fauellando e per lo più, non 
molto si diletta la giouentù Raugea dello studio delle 
lettere. Onde imparato che hanno alcuni primi prin- 
cipij da galant' huomini, non si curano d' andare 
più auanti. E per ciò scriuendo certi di Raugia, han- ^® ^®**^® 
no detto che non dando ella opera, né alle lettere, f^^o^iu™^ 
né all' armi, dalle quali due professioni sogliono ren- gtre. 
dersi le città illustri, non può peruenire ad alcun 
colmo e cima di gloria eccellente. Tuttauia, e ne i 
tempi addietro, e ne i presenti giorni si vede, che 
quando si sono applicati i Raugei allo studio, sono 
brauamente riusciti, & in ogni professione illustri di- 
uenuti« Onde il Padre fra Clemente di Ragnina, pro- 
fesso di San Domenico, gentil' huomo Raugeo fu 
nell* età de i padri nostri, vn dottissimo Theologo e 
filosofo. Onde ha lasciate certe sue opere in sacra 
Theologia stampate. Il signor Iacopo di Bona, fu ec- 
cellentissimo poeta latino. E compose vn libro, e poe- Iacopo Bo- 
ma della vita di nostro Signore molto bello, il quale ^* ^^^8^^ 
anche fu stampato in Roma nel tempo di Papa Leo- ^^^ ** 
ne decimo. F. Tommaso di Cernia dell' ordine de i 
Predicatori, che poi fu Vescouo di Mercana e morì 
nel 1535., fu eccellente sofista e filosofo, & ottimo 
Theologo. F. Piero di Gozzi del medesimo ordine, 
cho poi fu Vescouo di Stagno e morì l' anno 1550. 
fu huomo letteratissimo, il quale per non giurare la 
concezione, non volle dottorarsi in Parigi, doue era 
ito allo studio, ma andò à dottorarsi in Louuania, 
doue anche certo tempo lesse publicamentc. F; Bia- 
gio Raugeo, che per non mutare l' habito suo di San 
Domenico, rifiutò la ricca Badia di MeUida, e che 
poi fu Vescouo di Mercana, fu padre dottissimo, 



m 



Dominicani 
Vescovi rlot- 
tìssmiì. 



onde prima era stato Reggente dello studio del suo 
Ordine in Bologna. F. Francesco di Po^za^ irate pure 
di San Domenico, clie poi iu Vescoiio di Alercana, 
e morì nel 1232. ili padre dottissimo e graziosissimo 
predicatore nella lingua propria. F, Agostino di Naie 
RaugeOj elie poi tu Yescoiio di Mercana, e morì 
r anno 1527, e che prima era stato Reggente in più 
studi dell' ordine suo, fii tanto stimato nelle lettere 
dal Cardinale Gaetano air hora (Generale, che hauen- 
do inteso come era stato creato Vescouo titolare con 
entrata di circa sessanta scudi (che non più allliora 
fruttaua il Vescouado titolare di Mercana) gh mandò 
a oiTerire vna prouisione di cento ducati con vna 
mula, s' egli voleua, lasciando il Vescouado, se- 
guitare di leggere la sacra Tlieologia. Ma per ha- 
nere vn suo fratello data la parola al Senato, bi- 
sognò che accettasse detto Vescouado. Ma trop- 
po sarei lungo se io volessi dire di tutti gV huo- 
mini letterati, che ha hauuti Haugia nelP ordine di 
S. Domenico, ik in quello altresì di S. Francesco, 
E però tornando a secolari, il padre del Sig. Mat- 
teo Benessa gentir liuomo letterato e poeta latino, 
lasciò egr ancora, quasi a emulazione del Bona vn 
poema pure deha vita di Nostro Signore molto sti- 
mato, ma non si e dato per ancora alla stampa. 
E si rìtrouaua appresso del Signor Matteo Benessa 
suo figliuolo, senatore di molta prudenzia, e molto 
riputato oggi nella sua Republica» U quale non di- 
generando dal padre, si diletta egli ancora della 
poesia, & essendo adorno di belle lettere latine, e 
greche, soriue hora i commentarij sopra i libri del- 
Commenta V anima, trasportandogli da per se stesso dall' idio- 
vn Raugeo uj^ greco al latino. Il qual Sig. Matteo, V anno 1587, 
1 bn de - ^^^^^ assumere 1- vfficio suo del Rettorato, e gouerno 
della sua città, nel mese di Dicembre, orò latina 
mente nel pubblico Senato, e per quanto à me fu ri- 
ferito, che in quel tempo mi ritrouaua in Raugia^ 
con molta sua laude. 11 magnifico M. Niccolo di Naie 



191 



vi nono à 



pochi anni sono, mandò in luce vn' opera molto lo- 
data, sopra il trattato della Sfera del mondOj e fiì 
stampata in Vinezia. Il signor Niccolò Vito di Gozzi, ■^.^^^*'^^*^'^^'^ 
gentil' huomo e gioiiane d' eccellente ingegno e let- 
teratura, come quegli che più anni ha dato opera à 
gli studi in Padoua, & in altre città d' Italia, ha 
scritto egli ancora più opere, così nella latina, come 
nella volgare e Toscana lingua, parte delle quaU so- 
no state stampate in Vinezia, e singolarmente sopra 
le Meteore d' Aristotile, e sopra Y Economica e go- 
uerno della famiglia. Viue ancora oggi il reuerendo 
signor Primicero di Raugia M. Mamizio Buchiaj gen- 
til' huomo e Theologo eccellentissimo, il quale ha 
scritto lucidissimi e dottissimi commentarij sopra il 
Vangelo di San Matteo, & vn' altra operetta da sua 
signoria intitolata, de i frutti della passione di no- 
stro Signore. Non dirò dal molto reuerendo signor 
Archidiacono pur di Raugia, il signor Marco di Ra- 
gnina, dottore famosissimo nelP vna, e neir altra ra- 
gione ciuile e canonica. Tacerò dell' illustre signor 
Caualliere, il signor Domenico di Ragnina, e del si- il Caual- 
gnor Francesco Luce ri, amendue eccellenti poeti To- ^i^^' Araneo 
scani, e nella lingua altresì loro. Nella quale il Lue- ^^^ Luccan. 
cari ha trasportati pur' in versi, buona parte de i 
Salmi Dauidici, opera per quanto dicono gF inten- 
denti di detta hngua, molto degna e molto rara. Ma 
doue ci hanno eglino fatti digradire dal primo pro- 
posito, questi sopranominati valent' h nomini ? Ritor- 
nando adunque al primo filo diciamo, che se bene 
non attende molto aUe lettere la giouentù Raugea, 
ci sono però tra loro alcuni dotti di nominanza e di 
fama illustri, come s' ò dimostro, I giouani nobih sig^^^^ 
tengono come tanti principi, che nel vero sono^ della già i nobili 
loro città, onde dimostrano cotale loro principato so- quaai Prin- 
pra gV altri giouanetti popolani e plebei, taF hora, *^'P*' 
come auuiene tra i più giouani, battendogli, senza 
che si riuoltino loro, se siano in luoghi pubMci» Ma 
66 accade poi alcuna volta ohe siano ritrovati 



> ìb Rau- 



192 



de ì putii 
Raugei. 



da gli stessi popolani battuti, in almina contrada se- 
creta e sonza arbitriy gli sono, come dicono, res^tituite 
le battiture a buona misura, e per essere giouanetti 
e fanciulli non se ne tiene ennto. Costumano tarhoraj 
i prefati giouanetti nobili, in tempo d' estate, d* an-i 
Costumaiiza darsene quattro ò sei di loro coetanei, al porlo, e 
quindi de i molti battelli, ò vero barchette scioglierne 
alcuna dalle molte nani, che sempre ci sono, & altri 
legni minorij e con essa andarsene à diporto per ma- 
re, senza che da i padroni delle nani sia detta loro 
cosa alcuna, ò fatta veruna repugnanza, e reca as- 
sai piacere à i gentip huomini, & altre persone che 
all'istesso porto^ ò alla riua del mare fuori della 
città si trouano, il vedere^ come detti giouanetti, trat- 
tesi le cappe, ò vero i mantelU-, da per loro à vicen- 
da s' adestrano nel remare, e guidare la barchetta 
per quel seno di mare che ondeggia fra V Isoletta 
della Croma, e la terra ferma. E narrano che assi- 
curandosi vna volta alcuni de i prefati giouanetti, 
oltr* al douere, lSc allargandosi vn poco troppo nel 
Non t* aliar- mare fuorij & intorno à detta Isola, soprarrivò certa 
gar, siche ri- furia di vento e di tempesta all' improuuiso, e di ma- 
durnonpos- n^g^a gli spinse, come poco accorti e poco saggi noc- 
chieri, in alto mare, che mai più s' hebbe nuoua di 
loro. Imperochè douettero coir istesso legno nelle for- 
tunose onde perire. E da questo fatto deono prender 
gV altri documento se pure voghono così ire à di- 
porto, di nauigare dentro ìi dett' Isola, e lungo la 
riua del mare^ ^K: appresso ylla terra essendo da al 
tresi cotale nauigazionc più gioconda e diletteuole, 
secondo T approuato prouerbio, che dice: iHcundu 
nauipatio i^jiif terram: ifeaìnhifìntio huia marr. 
De i fanciulli poscia popolani e plebei, per diro an- 
che di loro (lualclie cosa, aggiugnerò come eglino 
ancora sono viuacissimi e d' ingegno, ma più nondi- 
meno humili, più rimessi, come rpielli che ni* essi 
né i padri loro, hanno parte alcuna nel gouerno p 
neir aministraziono della città. LU tutti finalmente, 



Batì 



e nobili e popolani è vn volgalo prouerbio in Rau- Zara si è t- 
gia, che così dice: Dalle mosche di Zara, e da i na città dei- 
putti di Raugia cara, liberici il Signore. Quando la ^* Dalmazia. 
Quaresima vanno alle prediche schiauone à San Do- ., ,. , 

. » f>i T-. , n . 1 * Motto vol- 

menico, & a S. Francesco (predicandosi nel duomo g^^^ ^^ ^ 
in lingua Italiana, da loro non bene intesa) col loro putti inRau- 
gridare, & imperuersare, mettono à remore quei du^ già. 
religiosi conuenti, e per essere in buona parte nobili, 
non si può loro gridare, ma conuiene hauer pazienzia. 
Se bene per altro sono ciuili e riuerenti, & anche 
dinoti delle cose di Dio. Ma la fanciullezza, come e- 
ziandio adiuiene nell' altre città, bisogna che fac- 
cia il corso suo. Somigliantemente, fauellando de 
grhuomini, lo Illustrissimo Senato ho io sempre ri- 
trouato e conosciuto granissimo, prudentissimo, e 
della ragione capacissimo, e così gV altri priuati gen- 
til' huomini. So bene, come in tutti i luoghi accade, 
si ritrouano sempre alcuni, detti à Firenze fastidiosi, ^^^ ^^^ ^* 
i quah si pighano le brighe, che loro non toccano e biade altrui, 
vogliono mettere le mani ne i negocij, che à loro non 
appartengono, e come si dice, voghono porre la falce 
nell' altrui mietitura, e trauagliarsi di preti e di frati, 
quando meglio farebbono ad attendere alle caselpro. 
Ma passiamo hora à dire delle gentildonne Raugee. 

Quanto alle donne Raugee, elleno nel vestire, ^ 

& in ogn' altro affare, sono honestissime. Le donzelle SonoinRau-^ 
non si veggono mai sino attànto, che non vanno à ^* ^® ^^^' 
marito. Si confessano le feste principali nelle case ^^ ^^nesti- 
loro, e poscia di buon' hora si comunicano in dette 
feste, aUa più vicina chiesa. Le gentildonne vestono 
di negro, e portano in testa, & alle spalle certi 
veU bianchi, i quali sporgendo circa mezzo braccio 
auanti alla fronte, non le lasciano da altri vedere in 
faccia, né meno esse altrui in volto rimirare possono 
se già fortemente non alzassero il capo. Alcune però 
più giouani e spose novelle, vanno senza veli, anzi 
co' i capegli, ([uasi in sembianza de gì' huomini, e 
tagUati. Le dieuoiche poi, ò vero seme e donne di 



194 



vestono di 
rosso. 



Donne di bassa mano, vestono di rosso, di giallo e d' altri co- 
basaa mano 1qj.j^ ^ vanno eziandio alla Chiesa senza veli, mezzo 
spettorate, & alla libera. Sono non dimeno tutte le 
donne schiauone molto diuote, e riuerenti. E si di- 
Iettano grandemente della parola di Dio e delle pre* 
diche, quali odono nella lingua loro isehiauona, in 
San DomenicOj & in San Francesco, e non vanno 
altramente al duomo. Pero che in quello, come si è 
dettOj si predica sempre in Italiano. La qual consue- 
Raiigiada ì tudine mantengono questi Signori Raugei, fra T altro 
cagioni, per questa vna singolare, cioè per dimostrare 
che eglino del sangue Romano, & Italiano princi- 
palmente sono discesi. 



Romani fu 
fondata. 



Delle cortesie che usano i Raugei a forestieri^ 
che passano dalla loro città. 



Frequenti 



ben visti. 



Come habbiamo tocco, & accennato dì sopra^ 
Raugia per sua cortesia e liberalità, dona ricetto e 
lautamente pasce quanti Ambasciadori di Principi 
per'^ÌF^gia P^^^ano per lei. E similmente, quante galere Vini- 
i Viniziani i&iano vengono fuori, e dauanti al porto loro (che 
paBfiano per dentro esssndo armate non le lasciano entrare) sono 
ieuaiii^,f'son(igl Senato presentate, di certo numero di scatole e 
di candele di cera biancha, d' vn castrato ò due, e 
d' alcuni fiaschi di vino, e più ò meno cose, secondo 
la qualiti de i personaggi, che sopra vi nauigano. 
E souuiemmi hora, che passando di qua certo Am- 
basciadore Fiorentino, Tanno di nostro Signore 1578. 
il quale era mandato dal suo gran Duca in Constan- 
tinopoli, fu molto accarezzato da questo Senato, e 
fauorito altresì d' alcuni nobili presenti. Onde il Se- 
gretario di detto Ambasciadore, M* Pierfilippo Asi- 
relli, natiuo d' vna terra della Romagna Ducale, 
detta la Rocca di San Casciano, su la riua del fiu- 
me Montone, Diocesi di Bertinoro, donò al Senato i 
seguenti versi da lui fatti. 



196 



La Inscrizione era questa; lUustrissimis Dominìs 

Ragusia?, Petrus Philippus Asirellus, 

Secretarius Florentinns. 

S. P. D. 

Hic Mare dai scopulos, salebrosaque litora circum, 

Vrhsque^ sub immani libera monti iacet, versi del- 

Orbe suum tota pandit Ragusia nomen, l'AsireUo à 

Integra quod nullo l<£sa j)udore manet ì Raugei, 

Hcec habet innumeras naues in gurgite, vasto, 

Qucelibet Ime auro pondus ad aucta vehit 
Et sibi quce tellus prohibet, Neptunnus aquarum 

Ama dedit multo fertiliora Deus, 
Hcec iimat extemos, dapibus conferta superbice, 

Aereque dat dignis munera digna suo. 
MoHbuSj ac animo seeum florentia compar 

Diligit, ac ciuem ciim amore pari, 
Viue memor doni Diunm Ragusia feliocj 

Atque md semper, candida viue m^emor, 

I quali eleganti versi, da noi sono stati fatti volgari 
nella maniera che segue. 

Qvi il Mar da scogli, e rollinosi lidi, fatti vplgari 

E sotto vn alto, e smisurato monte, daUo scrittore 

Vedesi città libera fondata. ^®^^ ^P®***- 

Raugia il nome suo, peì^ tutto il mx>ndo 

Spande con laude: niuna macchia hauendo 
Questa possiede naui innumerabili. 

Che qua, arricchite, portan merci assai. 
E Nettunno, delV acque Iddio stimato. 

Pili frutteuoli assai campi le ha dati 

Di quei che la terra aspra e incolta negale. 
I forestier questa accarezza, piena 

Di viuande superbe e suntuose, 

E fa presenti di lei degni à i degni. 
U animo e di costumi seco vguale 

Fiorenza, V ama : e dell' vna, e dell' altra 

Con pare amore i Cittadin si veggono. 



m 



Qui sipotea 
cantaj? col S. 
Daiiide: Ec* 
co quanto e- 
gli è ben, 
quanto è 
giocoudo, 
habìtarB i 
fratelli in- 
fiìeme vuìtì, 
PsftL 132. 



Vini Rauf/ia felice, del dono 
Che ti fa Dio, inai sempre ricordevole^ 
E di me ancora tuo serifo pdu e amiro. 

E posta Raugia tra il Mare, & vn' altissimo 
roonte> detto il monto VergatOj in cima di cui h fa- 
bricat' vna Cliiesuola a i santi Sergio e Bacco^ donde 
da eerta guardia si scuoprono di lontano i legni 
grossi che vengono, cioè nani ò galere, e si fa segno 
alla città del numero loro e del luogo onde vengono, 
cioè ò di leuante ò di ponente. 

Della solenne festa di San Biagio, Protettore 

di Rangia. 

AHI due di Febraro, festa della Purificazione e 
Vigilia del glorioso Vescouo e martire San Biagio, 
auuocato particolare della città di Raugia, conuenendo 
alla Catthedrale i Padri dì San Domenicoj e quelli 
di San Francesco, e quelli stando nel Choro sinistro, 
e questi nel destro, e V Arciuescouo co' i Vescouì 
suffraganei, e quattro, ò vero cinque Abbati di mi- 
tra sul presbiterio, si canta solennissimamente il 
Vespro di detto Santo. La causa perchè i frati di 
San Domenico istanno nel Choro sinistro, si è pero 
che molt' anni addietro istauano nel destro i Monaci 
negri di San Benedetto* Ma bora non ci venendo se 
non gì' Abbati con certi ministri in habito pontifi- 
cale, ò per la paucità loro, o per quale si sia altra 
cagione, sono succeduti i padri zoccolanti in luogo 
loro* Né si sono curati i frati di San Domenico di 
cangiare choro, & ire al destro, come maggiori de i 
Minori, perochè oggi ò dimane, che i Monaci voles- 
sero tornare, bisognerebbe rendere alle loro Reue- 
renzie il luogo* E perchè V anno 1588. quando vi si 
trouò la prima volta lo scrittore di queste memorie 
presente, V eddomada era dal Choro sinistro, per cin 
à i frati di San Domenico toccò il primo verso, e 
nell' vno e nell^ altro Choro, sopra V hinno proprio 



197 



Santo fu fatta musica, cantandosi il rimanente del 
Vespro à voci piane, & in canto fermo con organo 
e con la musica del Senato, à vicenda, di trombe, 
di flauti e di cornette. E mentre che si cantò in co- 
tal maniera, e con solenne pompa il Vespro, ven- 
nero intomo à venticinque compagnie di Fratemite, Confraterni- 
e d'Arti ad offerire le loro torcie, e doni alla Chiesa *^' ^.^^^^^^ 
& al Santo, passando per mezzo del Choro. E fu 
contanto prolisso il Vespro predetto, e cotanto so- 
lenne la pompa, con cui le prefate Compagnie veni- 
uano à offerire, accompagnate da varij instrumenti 
musicali, che prima ei s' ascose il sole nell' onde oc- 
cidentaU, lasciandone la bruna notte, che i Religiosi 
e gì' altri ritornassero alle case e conuenti loro, da 
più feruenti, per ciò, con accese torcie accompagnati. 
La mattina poscia seguente, aUi tre di Febraro, fé- La festa di 
sta del Santo prenominato, hauendo prima vfficiata s. Biagio si 
la Chiesa loro, i frati di San Domenico, il dett' an- <i®scriue. 
no in numero trentatre, passando per mezzo della 
piazza, comparsero al duomo processionalmente, es- 
sendone ventiquattro di loro parati di sacre vesti, 
cioè dalmatiche, di pianete, pluuiali, e con veli in 
mano, per portare la sacre reliquie, e gì' altri none 
Padri de i più vecchi nell' habito loro ordinario. Do- 
uè giunti si fermarono nel Choro al luogo loro. Et 
ecco che dall' altra porta di ponente ne vennero 
i Reuerendi padri di San Francesco, somigliante- 
mente, per la maggior parte, parati di sacre vesti, 
ma in numero maggiore di quelli di San Dome- 
nico, e fermatisi eglino ancora al luogo proprio 
nel Choro, comparsero gl'Abbati di Mitra, e dopo il 
Vescouo d' Alessio, frate Minore, e gentil' huomo Al- y^g^j^^j xh- 
banese, & in vltimo il Vescouo di Mercana suffra- ^ati e frati 
ganeo, per essere il dett' anno 1' Arciuescouo à Ro- mendicanti. 
ma, tutti in pontificale, e postisi secondo gì' ordini 
loro à sedere, e quinci e quindi sul presbitero, si 
incominciarono à distribuire le sacre reUquie, le quali 
dalla cappella propria, erano auanti state portate 



Ì98 



Nel mezzo 
di due toi^ie 
ogni ro]ir|uia 



Cento vndici 
relìquie fii- 
ron conte. 



Danno, eri- 
ceuon le Re- 
liquie à no- 
uero. 



da i Bagrestani, & da altri à ciò diputati, sopra Y al- 
tare maggiore, in più gradi. E cosi s' incominciò la 
processione dal Duomo alla Chiesa di San Biagio, 
non più di vn tiro di mano, in circa da quello lon- 
tana. Nella quale processione andarono de 1 Religiosi 
solamente i parati k uno à uno, con vna sacra reli-- 
quia in mano^ in mezzo à due Senatori tenenti due 
torcie bianche in mano accese. Et incominciò detta 
processione da i Vescouij e seguitarono dopo di loro 
gV Abbati di Mitra e dopo i frati di San Domenico, 
& vltimamente quelli di San Francesco, tra 1 quali 
Religiosi si mescolarono alcuni poeti preti. E furono 
il predetto anno^ annouerate con alta voce, di mano 
in mano, che si porgevano à i parati, cento vndici 
reliquie sacre, tutte poste in argento : cioè teste brac- 
cia, gambe, cassette di cristallo, co' dodici Apostoli 
d' argento, figure intere, oltre ali* altezza d' un brac- 
cio, con alcuna reliquia loro» fuori clic di San Gio- 
uannì Euangelista. Ritornata poscia la processione 
dalla Chiesa di San Biagio, con F istesso ordine, al 
duomo^ doue aspettauanio noi altri frati non parati, 
con parte del popolo, e j'iposte le sacre reUquie so- 
pra i gradi predetti su V aitar maggiore, anno aeran- 
dole à una à vna, ad alta voce chi le riceuea, come 
hauea fatto nel darle, s' incominciò la solenne messa 
cantata dal Vescouo sufiraganeo, e da i due chori 
di Padri Domenicani e Francescani, cedendo per quel 
giorno il luogo, il Reuerendo Clero del Duomo, oc- 
cupato in altri seruizij, & intorno al sacro altare 
assistente. 

Di certa puhlica e solenne orazione per i Principi Cltri^ 
stianiy che si fa in Raugia^ certe principali solennità. 

Cantato il Vangelo, 11 giorno di San Biagio, sa- 
lendo sopra dellMstesso pulpito e pergamo, tre, ò 
vero quattro signori Canonici, cantano, secondo vna 
loro antichissima vsanza, con molta attenzione, e di- 
nota vdizione del popolo, i seguenti versi : 



h&Ai 



190 



Exaudi Christe. Vnus Deus, Christus vindt, Chri- 

stus regnai, Christus imperai. Exaudi, & ceiera, 

vi supra. 
Domino nostro Sixto, summo Pontifici, ac vniuersali 

Papae, salus, & Vita, Exaudi vi supra. 
Domino nostro, Rodulfo Serenissimo Imperatori Ro- 

m4inorumy salus, honor, vita, & Victoria. Exaudi 

ut supra. 
Domino, Regi nostro, Vngariae, Bohemiae, Dalmxx- 

tiae, Crouatiae; salus, honor, vita, & Victoria. 

Exaudi, vi supra. 
Domino Paulo, Reuerendissimo, in Christo patH, 

Archiepiscopo Rag asino; salus & vita. Exaudi, 

vi supra. 
Domino Reciorì nostro. Illustrissima; salus, vita, 

honor, & Victoria. Exaudi Christe. 

Cantano i versi i Reuerendi signori Canonici & 
il Choro, per ciascuno come si è notato, replica: E- 
xaudi Christe. Finiti di cantare i predetti versi, s' im- 
IM)ne il Credo, e si seguita la messa, & in tanto, an- 
dando il Sagrestano con vna carta pecorina in ma- 
no, in cui sono notati i prefati versi, dauanti allo Illu- 
strissimo Rettore, riceue da sua Signoria illustrissima 
in vn cartocetto cinque perperi; cioè venti giulij, ò 
vero paoli, i quali sono donati à quei quattro ò cin- 
que Canonici, che hanno cantato i soprascritti versi. 
E si cantano nella prefata maniera, tre ò vero quat- 
tro volte Tanno, nelle più solenni feste e Pasque. 
Finita poi la messa, ciascuno ritoma à desinare alla 
casa propria, & i Rehgiosi cantando per la strada il 
cantico Te Deum laudamus, se ne ritornano à i loro 
conuenti, lasciando il carico del rimanente di detta 
festa, tutto à i Reuerendi Preti. Ma qui non è da 
tacere, come dopo la cantata messa, prima che il 
Clero & i Rehgiosi si partano di Chiesa, si riportano 
da loro, à vna à vna le predette sacre reliquie alla 
propria Cappella, la quale istà sopra certe loggie di 



200 



essa Chiesa, e vi si ascondo per vna scala e per 
vn' altra si scende. E si marauigliaua jorrandomente 
lo scrittore di queste narrazioni. Tanno 1588. ritro- 
uandosi presente, della calca, e del tumulto, che si 
faceua, e massimamente di certi Zagtiì, ò vero Chie- 
l'iei, per riportare più di dette reliquie, e per fare più 
viaggi là suso ; ma quando poi intese che là suso 
alla Cappella si dona uà per ciascuna rehquia ripor- 
tataj vna candeletta bianca di due o vero tre oncie, 
dannò nell'animo suo 1' auariaia del mondo, e gF in- 
crebbe, che queU' atto solo e quella confusione es- 
sendosi tutte 1' altre cose celebrate, e fatte con mol- 
ta diuozione e granita religiosa, hauesse anzi che nò 
perturbati molti animi pij e diuoti, & hauessi quasi 
vna macchia recata neUa gloria di tanta solennità. 
Ma di questa cirimonia, si sono altresì dette alcune 
cose nel primo libro al cap. duodecimo, e delle frau- 
di elle ci potrebbono commettere. 

Quanto poi alla festa temporale del prefato San 
Biagio, si fa la vigilia la mostra de gV huomini de i 
villaggi di terra ferma vicini: come d'Ombla*) di 
Giuncheto, di Breno, di Raugia vecchia, di Canale 
e de gV altri, comparendo ciascheduno sotto il pro- 
prio stendardo, con partigiane rugginose, con spiedi, 
con chiau orine, con labarde, roncolCj acette, spade, 
targhe, & archi, con altre simil' armi all' antica, e 
con pochi archibugi. E tra loro erano alcune imma- 
scherate, le quali ueniuano cantando certe loro can- 
zonette schiauone, di vaghissima aria. E queste così 
fatte cose nai-rate, occorse di vedere e di vdire al- 
l' Autore del presente libro, iiell' andare in duomo 
al vespro prefato della vigilia, 11 giorno poi deUu 
festa, dopo desinare si fé la mostra delle genti 



^J Era la così detta Rassegna^ una specie di riv i.slu dulie far* 
ze tenìtoriaii, suddivise per Deceni, ciascuno dei quaU, in 
tempo di pace rappreeentava una Confral^rnilà di devoarione, 
ovvero una pieve rarale. 



idM^^d 



201 



Isolane*), cioè d'Augusta, di Melleda, di Giuppana, 
d' I^ola di mezzo, e dell' altre, e stimo, che (si fé) anche 
del presidio ordinario de gì' Vngari: risonando in 
quel giorno, per tutta la città tamburi militari e l'ar- 
tiglierie, che da tutte le castella erano sparate, fa- 
cendosi d' ogni intorno, per la marina e vicini monti 
e valli sentire. 

Del conuento di San Domenico^ di Baugia. 

Fv edificato il conuento di San Domenico*) di 
Raugia, intorno all' anno di nostro Signore 1250. es- 
sendo Arciuescòuo di Raugia, Monsignore Iacopo Ge- 
nouese, dell' Ordine de i frati Minori, e l' edificarono 
i mercanti Bossinesi, fuori della porta della città, 
verso leuante. Ma dopo V anno 1380. in circa, per 
sospetti di guerre, fu cinto di altissime e fortissime 
mura, e posto dentro alla città, rimanendo fuori, & 
accanto à i fossi di detta città 1' horto, e la vigna 
de i prefati Padri, si come oggi si vede. E così re- 
ritò detto conuento fra due ordini di muraglie com- 
muni, e fra due porte 1' antica e la nuoua e vicinis- 
simo al porto. L' anno 1460. fu detto conuento rifor- 
mato da i frati di Santa Croce di Granosa, dell' istesso 
ordine, i quali erano stati prima chiamati d' Italia. 

Quanto alla fabrica, il convento di San Dome- 
nico è tutto di pietre quadre murato, e con nobile 
archittetura fatto, essendo che sopra, & intomo à 
vn' istesso chiostro, tutto egli si fondi, e venga di- 
sposto in quadro perfetto. Imperochè da vn lato, 
cioè da mezzo giorno si distende lungo di lui la 
Chiesa, à cui sono appoggiate sopra il chiostro due 



') La stessa cosa della procedentt» eh' era dei (iontinentali ; 
laddove questa costituivasi dai j)olagici. 

") Non è da stupirsi se Ini, Domenicano, s' occupa diffusa- 
mente del Convento, alla cui riforma ora stato delegato. Egli 
stesso vi praticò delle trasforiuazionì ; ma oggi dopo il terre- 
moto del 1BG7 e dopo l'occupazione del lH0i)-lH14, sarebbe im- 
possibile orientarvisi sulla base di (lUfjnto assevera il K. Nem- 
meno la descrizione lasciatacene nel se»*. X^VUl. dall' autore 
de' Monumenta Cafiyregaiionis Ragusinae^ corrisponde più al fatto. 

14 



loggie^ vna coperta sul piano del mezzano dormito- 
rio'), e r altra scoperta sul piano del dormitorio su- 
periore. Dal lato poi di verso ponente sul piano del 
chiostro, si vede vn' honoreuolo e religioso relettorio 
di cinque tauole, capaci di cinquanta Padri, con la 
sua saletta ananti, in cui i Irati aspettano che si 
faccia segno dal prelato per ire à mensa» Accanto al 
quale refettorio, e fuori del quadro detto, sono la cu- 
cina & altre stanze à lei necessarie, Sopra del ref- 
fettorio è il Nouixiato chiuso con dieci celle, cinque 
per banda. E sopra il Nouiziato e vna bellissima li- 
breria di banchi ventidue per lato, tutta tinta di 
verde, e con vna saletta dauanti, sul piano del dor- 
mitorio de Padri. Dal terzo lato del chiostro, verso 
tramontana, e su V istesso piano del chiostro, è 
vn' andito con tre stanze grandi, ò vero magazzini. 
n primo de' quali serve alla Sagrestia, il secondo al 
reffettorio, e nel terzo maggiore de gV altri, si fa e 
cuoce il pane del conuento, Sopra quest' andito, è 
vn dormitorio basso di sei camere per gì" infermi e 
per i forestieri. Sopra di cui sul piano del Nouiziato 
è vn' altro dormitorio doppio con 17 colle: lOdavn 
lato e sette dall'altro: per i giouani e fratelli con- 
uersi, E sopra questo sul piano della libraria è vn' a- 
la del dormitorio de i Padri con sei camere, tutte 
sopra il claustro. Nel fine del quale dormitorio verso 
ponente e fuori del quadro, in vn* angolo, sono i luo- 
ghi communi^ così bene disposti e situati, che ti tutti 
i dormitorij sono coramodi. Ne detti luoghi communi 
sono di male odore al conuento, sì perchè sono co- 
me s' è detto, fuori del quadro della fabrica princi- 
pale, e si perchè vna perpetua fontana d' acqua viua 
quiui cadendo, oltre all' altre commodità de i Padiì, 
che quiui la mattina sì lauano le mani, & U viso, e 
risciacquano loro vasij correndo per detti luoghi al 



•) Oggi questa loggia è chiusa, e, convertita in salone, ser- 
ve di biblioteca. 



203 



mare, gli tiene purgati. Dal quarto lato del chiostro 
finalmente, e verso leuante, sul piano di lui, sono 
la sagrestia con due altari, à vno de' quali stanno 
le sacre Reliquie, il capitolo con tre altari, & appres- 
so à quello e sopra la canoua, due camere con vna 
sala, le quali s' accommodano al Senato, per gì' Am- 
basciadori, che vengono à Raugia, quando faccia di 
bisogno, con vn poco di horto fuori del quadro ; la 
rasura, con la fontana, & vna seconda porta del con- 
uento, per le some. Sopra poi quest' ala del chiostro 
e sul piano del Nouiziato, è vn dormitorio di dieci 
celle per i sacerdoti giouani. E sopra questo, nel più 
alto luogo, e sul piano della libreria, è vn' altr' ala 
del dormitorio de i Padri, con altre sei camere, tutte 
verso il chiostro. E dall' altro lato, sono sette fine- 
stre grandi da sale, le quali risguardano sopra il 
porto e la marina. E sotto le predette finestre, e so- 
pra vna parte del Capitolo, fuori del quadro, è vn 
bel vedere scoperto per passeggiare e dire suo vffi- 
cio priuatamente in vista del monte e del mare. Il 
chiostro poscia è bello, tutto di pietre quadre in volta 
e sostentafto, all' antica, da venti pilastri, e da qua- 
ranta colonne. Sopra le volte di cui d'intorno sono 
corridori scoperti, con balaustri di pietra alle sponde, 
eccetto però il corridore accanto alla Chiesa, il quale 
è coperto. In mezzo al claustro è vna buona, & ab- 
bondante cisterna, la quale si può, quando si vogha 
serrare à chiane. E le fanno corona intorno, venti 
aranci à nouero, con vn' antico cipresso. Le finestre 
delle celle sono quasi tutte inuetriate, e così dell' al- 
tre officine, hospizio, rasura, vesteria, calzoleria e 
scuola, e si possano aprire e serrare à beneplacito. 
Ciascuna cella, per lo più, tiene almeno vn tapeto al 
banco. E nella sagrestia ne sono oltre à sessanta, e 
già costumaua ciascun nobile nel suo mortorio por- 
tarne vno alla Chiesa, à cui andana. Ma oggi gior- 
no, s' osserva per pochi. Sono, adunque, nel conuento 
descritto, camere cinquantacinque. 



204 



Le celle del dormitorio de i Padri, 12 

Del dormitorio de i Sacerdoti giouani, 10 

De i diaconi, soddiaeoni e conuersi, 17 

De i nouizijj in apartato dormitorio, 10 

De gr hospiti, ò vero infermi decombenti, fi 

Ci sono poi due prigioni per i dnlinquenti. 

Q,vanto alla Cliiesa, di cui pareiia, che si do- 
uesse dire in prima, ella è d' vna nane sola, tutta di 
pietre quadre, e secondo il costuaie antico, diuisa da 
vn ponte di legno sopra otto colonne di macigno 
sostentato, in due parti. Sopra del (jual ponte sul 
piano del nouiziato, ò vn clioro molto commodo per 
la notte, cS: anche per i giorni feriali, per V altre Imre 
canoniche, eecetta la compieta, hi (|uale di continuo 
si dice nel choro da basso, per cagione della proces- 
sione che si fa alla Saiue Regina. Questo ponte pre- 
fato verso V altare maggiore, e verso leuante, tiene 
vn parapetto di cornici e rosoni dipinti e dorati a-- 
domo e verso la porta maggiore della Chiesa, à po- 
nente, & alle spalle de i frati, tiene vn fondello di 
mattoni, oltre al choro di legno assai bene alto. In 
cui modernamente sono stati dipinti i misteri del san- 
tissimo Rosario, da Maestro Simone da Poggibonzi 
fiorentino, eoo ornamenti di stucco. Opera degna, 
e che fa bella vista air entrare in Chiesa, alla quaF o- 
pera soministrò i danari, per la spesa il R. P. Let- 
tor F. Timoteo Pasquah, professo di detto conuento, 
predicatore veterano, e confessoi'e di ci'edito, nella 
città. Ma venendo alla Chiesa da basso, sotto U ponte, 
e verso la porta principale, sono dodici altari, tra i 
quali ne sono cinque di nominanza, cioè quello del 
santissimo Rosario, ù cui ogni Sabbato sera, si can- 
tano le litanie della Madonna k quattro voci, quello 
d' vn diuotissimo Crocifisso, priuilegiato da papa Gre- 
gorio XIIL per liberare V anime dal Purgatorio, quel- 
lo di San Pietro martire, k cui lo scrittore di questa 
Istoria pose la compagnia del santissimo nome di 
Dio, quello di San Vincenzo confessore, doue si vede 



30g 



vna statua del prefato santo diuotissima, à cui non 
pare che manchi altro che la fauella. La tengono 
quei padri coperta e serrata dentro vn' armario, e si 
scuopre nelle principali feste e si vede tutta da capo 
à piedi, coperta di voti d' argento, a i quaU aggiunse 
r autore di quest' opera, 1 anno 1588. e gU pose al 
collo vna bellissima Croce, lau orata in San Paolo 
d' Oruieto in Toscana, dentro di cui sono alcune sa- 
cre reliquie, e specialmente vna di san Tommaso 
d'Aquino, & vn poco di legno della Croce di nostro 
Signore. Il quinto altare finalmente nominato in 
questo appartamento di Chiesa, si è quello, che sta 
primo alla mano sinistra, quando s' entra in Chiesa 
per la porta maggiore. Doue si vede vna Madonna 
di riUeuo, col figho in braccio. Della quale Madonna 
si narra questo miracolo, cioè: come essendo nelle 
parti di Turchia stata da vn Turco, con vna lancia 
ferita e percossa nel collo, ne seguì che quindi po- 
scia partendo qnell' empio, in vn vicino fiume, così 
com' egU era à cauallo s' annegò. E ciascuno anno 
quell' istesso giorno, che fu la festa dell' Assunzione, 
apparisce, come dicono, in memoria del miracolo, so- 
pra r acque di detto fiume, la sembianza d' vn Ca- 
ualliere armato. Vn mercante per tanto Raugeo, ca- 
pitando in quelle parti e fatto consapevole del mi- 
racolo, procurò d' hauere detta sacra Immagine, e così 
recandola alla sua città le rizzò vn' altare, e fé' vna 
honoreuole cappella nella Chiesa prefata di San Do- 
menico. Sopra del ponte, per seguitare la descrizione, 
verso il presbiterio, sono quattro altari, vno di santa 
Maria Maddalena, opera del famoso Tiziano, due al- 
tri che mettono in mezzo il presbiterio, stando quello 
di santa Maria Maddalena dirimpetto alla porta, che 
di Chiesa, per fianco entra ncJ Chiostro, & il mag- 
gior' altare tutto d' argento, con due ordini di figure, 
alte poco meno di vn braccio e di mezzo rilieuo. 
Nell'ordine superiore, sta nel mezzo (.'hristo risusci- 
tato, con quattro figure di Santi alla destra, & altre 



206 



tante alla sinistra. E nell^ inferiore istà nel mezzo 
la Madonna col figlio in braccio, con altrettante fi- 
gure di Santi f|iunei e quindi. Tra le quali figure 
sono i gloriosi Apostoli san Piero e san Paolo, san 
Giouanni, con altri. San Domenico, san Pietro mar- 
tire, san Tommaso^ san Biagio, santa Maria Mad- 
dalena & altre fino al numero di diciotto figure 
grandi, con altre poi figure piccole d* Angeli e di Pro- 
feti. In somma è tanto bello e ricco quest' altare, che 
con r argenterie di Sagrestia dicono eh' ascende al 
valore di cento milla ducati. Si veggono due altri 
altai'i d' argento^ nel duomo pure di Raugia, e tre 
ne sono in San Francesco. E se bene quello del 
maggiore altare del duomo, come più moderno, e più 
bello di tutti, quanto alle figure il più ricco nondi- 
meno d' ogn' altro, affermano essere il prefato di San 
Domenico. Impero elle non è come gli altri di sem- 
plice argento, ma d' argento mescolato con oro. Mo- 
strasi solamente nelle feste principali* E ne gV altri 
tempi sta rinchiuso e coperto con yno armario di le- 
gno, così bene dipinto con altre tante figure, e cosi 
bene accomodato^ che eliiunque non sapesse dell'al- 
tare d' argento, stimerebbe, che detto armario fusse 
il principale altare. Sotto i] presbiterio e sopra il co- 
lonnato che regge il ponte, si vede il choro di cin- 
quantaquattro sedie: cioè trentadue da i lati di so- 
pra, per i sacerdoti, e ventidue da basso per i gio- 
nani e nouizij. Ma come si è detto, tiuesto choro in- 
feriore serue la più parte del tempo à i secolari, es- 
sendo che i frati solamente lo frequentano nelle com- 
piete, e nelle feste più solenni, eziandio air altre bo- 
re canoniche. Fondatori di questo conuento narrano, 
che fm-ono il beato Guido da Napoli & il bealo Mar- 
colino da Forh. Onde amendue sono dipinti ne i pi- 
lastri della Cappella maggiore, su ad alto. Ma io 
credo, che babbiano iseambiato da Kuberto l\ Guido. 
Impero che non ritrouo tra i beati nostri questo Uui- 
dO| ma si bene il beato Kuberto da Napoli, che fu 



207 



contemporaneo del beato Marcolino, e venne à pre- 
dicare in queste bande. Ha questo conuento di San 
Domenico di Raugia hauuti molti Padri di valore, e 
particolarmente alcuni Vescoui, de i quali si è fatta 
menzione ancora di sopra, cioè: 

1. F. Iacopo Vescovo di Tribuna, ò vero di Merca- 
cana, che morì l' Anno 1416. e fu sepolto in duomo. 

2. F. Donato de Giorgi, Vescouo di Mercana, morì 
intorno V Anno 1470. sepolto in San Domenico. 

3. F. Agostino di Naie, Vescouo di Mercana, morì 
l'Anno 1527. sepolto in San Domenico. 

4. F. Francesco di Pozza, Vescouo di Mercana, morì 
l'Anno 1532. sepolto in San Domenico. 

5. F. Tommaso di Cernia, Vescouo di Mercana, morì 
1' Anno 1535. sepolto in duomo. 

6. F. Biagio Raugeo popolano, prima reggente in 
Bologna, e poi Vescouo di Mercana. 

7. F. Piero di Gozzi, che fu studiante in Parigi, si 
dottorò in Louuanio, rifiutò certo Vescouado in 
Francia, e poscia da Giulio terzo, 1' Anno 1550. 
fu fatto Vescouo di Stagno. 

8. E F. Clemente di Ragnina, di cui si leggono molti 
sermoni stampati, fu mandato Ambasciatore dalla 
sua città al Papa, 1' Anno 1538. alli 28. di Mar- 
zo, come si è detto nel secondo libro. 

9. Viue oggi, fra gì' altri Padri di San Domenico il 
Reuerendo Lettore veterano, e Baccellieri, F. Be- 
nedetto, Musico & Organista, dinoto seruo di Dio, 
confessore di nominanza, gratiosissimo à i Se- 
natori, per sua incolpata vita, e molta letteratu- 
ra & in somma, ornamento singolare di quella 
casa. 



208 



Gentil hìiomini, che dal 1522. iniwi si vestirono lieli- 

ffiosi nel Conuento di San Domenico di Raugia,pey 

la hiiona osseruanza che in quel tempo ci fioriua. 



Di Bona. 

F. Marco 
F. Arcangelo 
F. Agostino 
F. GabrieUo 
F. Innocenzio 

E. Marino 

F. Maestro Matteo • 
F. Michele 

F. Maestro Serafino 
F. Serafino 
F. Vincenzio 

M. Tommaso di Bassegli 
F. Marino di Bonda 
F. Bernardo di Caboga. 

Di Croce. 

F. Michele 
F. Sahiestro 
F. Vincenzio 
F. Valeriano 

F. Tommaso di Cernia, 
che fu Vescouo di Mer- 
cana. 
F. Bernardo Ghetaldi 
F. Domenico Gethaldi 
F. leronimo Giorgi 
F. Saluatore Giorgi. 

Di Gozze. 

F. Biagio primo 

F. Biagio secondo 

F. Basiho 

F. Clemente 

F. Iacopo 

F. Marino 

F. Timoteo primo 

F. Timoteo secondo 



F. Vincenzio 

F. Piero, che poi fu Ve- 
scouo di Stagno. 
Et oggi 1594. viuono 

F. Angelo, e ( 

F. Ambrogio, lettore (Gozzi 

De Martini. 

F. Angelo 

F. Antonino, e 

Maestro Luca. 

F. Arcangelo di Palmota. 

Di Pozza. 

F. Antonio 
F. Benedetto 
F. Cherubino 

Maestro Francesco, che poi 
fìi Vescouo di Mercana, e 
F. Clemente. 

Di Rat/ntna. 

F. Ambrosio 
F. Clemente, e 
F. Simone. 

Di Restì. 

F. Antonio 

F. Domenico primo 

F. Domenico secondo, e 

F. Gabriello. 

Di Sorgo. 

F. Cherubino, e 
F. Saluestro. 

Di Za ti lagna. 

F. Michele, e 
F. Saluestro. 



209 



Della città di Stagno, sotto il dominio di Raiigia. 

Stagno, città del dominio di Raugia, e da quella 
lontano circa trenta miglia, & in cui non si dà in- 
gresso à veruno forestiero, senza licenzia particolare 
dell'Illustrissimo Rettore di Raugia, per essere for- 
tezza e luogo d' importanza, e su i confini de i Tur- 
chi, fu loro donato da certo Rè di Rossina, come di 
sopra nel primo libro si è narrato. Il sito suo non 
è bello, hauendo da fronte vn canale di mare bellis- 
simo, & alle spalle, e da vn lato, verso Ostro, amene 
valli e pianure, e da tramontana vn' alto, ripido, ste- 
rile e sassoso monte. In cima di cui è vna fortezza 
inespugnabile, con due tele di muro, le quali s' ab- 
bassano da vn lato fino à Stagno nuouo, e dall' al- 
tro si distendono fino à Stagno vecchio, il quale è 
posto dall' altra parte del predetto monte, e su la 
foce d' vn' altro canale di mare, e non più lontano 
da Stagno nuouo, che vn mezzo miglio, ò più tosto 
meno. Onde come dicono, con non molta spesa si 
potrebbono i prefati due canali di mare congiungere 
insieme, e lasciare Istagno in isola, con tutto quel 
territorio, che chiamano Capo Romano*), sarebbe 
vn' isola maggiore di Corzula, e poco minore di quella 
di Lesina. Ma per dire più distintamente di questi 
due luoghi, eglino primieramente conuengono nel 
nome di Stagno, ma sono differenti nel cognome, pe- 
rochè vno si dice Stagno vecchio*), e 1' altro Stagno 
nuouo. Conuengono dappoi, perochè amendue sono 



') Recte: „Capo Cumano", sicchò s' ha da sosxjettare errore 
di stampa. I marini lo dicono: Cavo o Cao Gomena. 

^) Qui r A. ha idee alquanto confuse. Stagno vecchia è la 
città che oggi diciamo Stagno grande^ o clie nei documenti tro- 
vasi anche detta di (piesto mare, qìov. al di quìi dell' Istmo, in- 
tendosi da Ragusa, o meglio sul mare che da Gravosa, attra- 
verso il Canal di Calamela e Giu^jana. va fin sotto le rive di 
Stagno. Ed è la città che una volta pativa di malaria. Stagno 
nuova è all' opposto ([uella che oggi diciamo piccola^ e di cui nei 
documenti è memoria siccome di quel mare, cioè del mar di 



210 



in terra ferma, & alle radici del V istesso monte, ma 
sono differenti poi, perocM Istagno nuouo h posto a 
mezzo dì, e Stagno vecchio à Settentrione, Conuen- 
gono nel terzo luogo, perocliè amendue hanno porto 
di mare, ma più vino, più bello, e più capeuole è il 
porto di Stagno vecchio, e più doiiizioso di pesci, e 
specialmente di vna sorte di conchilij, da loro dattili 
chiamati, perochè tengono nella figura sembianza de 
i frutti delle palme. Conuengono quarto, perochè IV- 
no e r altro è cinto di mura, con castelli e balluardì , 
ma più Stagno nuouo. Conuengono quinto, pero che 
ne r vno e nelF altro si tiene guardia e presidio, ma 
più in Stagno nuouo, per essere città. Sono finali 
mente differenti, perochè in Istagno vecchio, per es-" 
sere esposto à Settentrione e mighor^ aria, e nascono 
tmomini più robusti e di più valore, Doue in Ista- 
gno nuouo certi mesi dell' anno è aere quasi pesti- 
fero, non tanto per esser esposto al mezzo dì, e per 
non esser' il canale di mare, che lo bagna così uivo, 
& alto, come ciueilo di Stagno vecchio, ma è princi- 
palmente per cagione del sale, che vi si fa ne i cam-^ 
pi vicini, traendo V aequa del mare in fossi canati si 
posta. Ne i quaM poscia consumandosi, & in sale 
cangiandosi, viene à cagionare quell' aria così cattiua, 
cioè dall' Agosto fino all' Ogni Santi, & anco più là. 
In Stagno nuouo, oltre alla Chiesa Cathedi'ale è vn 
conuento di Padri Zoccolanti assai commodo. Oggi è 
Vescouo di questa città il Reuerendiss. P. Don Cri- 
sostomo di Ragù ina, gentiF huomo Raugeo, fratello 
del Sig. Archidìacono di Raugia e Monaco di S, Be- 
nedetto negro, gentihssimo e cortesi ssimo prelato J 



Narenta^ e quindi al tli là dell' istmo, Diceviisi la nuova^ in 
quanto che surta daUa colonia mandatavi dalla rep. di Rag. 
doi^o clic fu fortificata »Stagno vecchia. La nolonia stabilitavi 
con gente levata dall' isolario raguseo, ebbe il diritto di traffi- 
care, o preferse LI mercato degli animali o dei relativi cascami. 
Le fiero Uno a tutto il 1500 ne furono frequentatissime, e ri-^ 
cercati sempre i crostacei marini. 



211 



Appresso di cui, & in sua compagnia dimora il R. 
P. Don Eusebio Caboga, pure gentil' huomo Raugeo 
e monaco dell' istesso ordine di S. Benedetto, padre 
di santa vita, d' ottime lettere, il quale altresì scriue 
queste istesse Istorie di Raugia, ma latinamente, e 
come io auuiso, con altr' ordine. Ne i monti vicini à 
Stagno vecchio, dicono, ritrouarsi assai lupi cernieri, 
e come se ne pigliano tal' hora alcuni, e le loro pelli, 
si vendono dieci scudi 1' vna, & anche tal' hora più» 
Nel porto di Stagno vecchio, sono sempre assai na- 
uilij, i quali caricano sale per i propinqui luoghi di 
Bossina, di Morlachia, e d' altre prouincie oggi infe- 
deli. I soldati della guardia di Stagno vecchio, per 
fuggire r ozio lauorano molto gentilmente di tornio, 
e con non mediocre guadagno. In castello Corona, 
fortezza così detta di Stagno vecchio, si mostra vna 
bella cisterna, il cui fondo quando dal Sole è illu- 
strato, si vede essere d' opera di mosaico, argomento 
della molta antichità e d' opera regia. Due terzi di 
miglio fuori di Stagno nuouo, sopra d' vn' ameno 
pogginolo, menano santa e solitaria vita, alcune suore 
della penitenza, ò vero del terz' ordine di S. Dome- 
nico in bonissimo credito e fama di quella città e 
raccomandate al Vescouo, per non ci essere conuento 
dell' ordine loro. L' anno nondimeno 1588, lo scrit- 
tore di queste narrazioni, essendo Vicario della con- 
gregazione di San Domenico, in quelle parti, del 
mese d' Aprile, andando da Isola di mezzo à visitare 
il Vescouo di Stagno, visitò altresì le predette reli- 
giose, & il luogo loro, e per interprete 1' essortò à 
seguitare nel santo seruizio diuino, e perseuerare, 
anzi augumentare la buona fama, che teneuano ap- 
presso del Vescouo e di tutta la città. Hanno que- 
ste, quasi Romite di San Domenico, vna Chiesuola 
molto dinota, vna (*asa assai commoda, con molte 
telala, nelle (juali dopo il lor' vfficio & orazioni, si 
vengono in santo silenzio essercitando. Tengono horti 
d' ogn' intorno alla loro habitazione, con vigna, e certi 



212 



campatelli, copia d* alberi e di frutti. Hanno vn bran- 
co di pecorine, con vna fanciuletta, che le guarda, e 
con vn Gagnolo, che il giorno guarda detti animali^ 
e la notte la casa loro. Hanno molte cassette di pec- 
chie, ò vero d' api, che fanno loro di molto mele. 
Et erano le predette serve di Dio queir anno non 
più che otto. Felici loro, che con la bontà e sempli- 
cità, così ritirate dal mondo, si guadagnano il Para- 
diso e viuono à Dio & à gì' huomini buoni, in que- 
sta vita grate. 

Di Bauifia vecchia, fjià Epidauro. 

Ravgia vecchia, anticamente detta Epidauro, e 
colonia già de i Romaui, che poi fu da i Gotti di- 
struttaj è lontana da Raugia nuoua^ verso leuante^ 
circa sette miglia di mare. E ci si può anco andare 
per terraj ma con viaggio alquanto più lungo e sas- 
soso. Il sito suo è vago, <S: il porto che già con ca- 
tene di ferro si chiudeua ò più comodo e più cape- 
uole di Raugia nuoua. La città stana sopra d' vn 
poggio, ò vero colle, cinto quasi d' ogn' intorno dal 
mare. Onde era quasi in peninsola. Ma liora in detto 
colle non è habitazione alcuna, ma si vede solamente 
certa torricella ò Chiesuola che si sia, ecUficata su la 
cima di lui. E vi si mostra certa grotta sotterranea, 
in cui dicono che si ricoueraua il drago, che poi da 
santo Ilarione, come di sopra nel primo libro si è 
narrato, fu occiso. Habitasi al presente à pie del pog- 
gio, verso mezzodì, e su la riua del mare^ & accanto 
al porto. E doue il colle si congiunge con la terra 
ferma, si vede perse aerare fino al dì d' oggi, vna 
tela di muragha col suo portone, per difenderlo quan- 
do occorresse da qualche tumultuaria scorreria di ni- 
mici. Oltre à vna nobile Chiesa parrochiale, è oggi 
in Raugia vecchia vn dinoto e rommodo conuentino 
di S. Francesco osseruante. Vicine à Raugia vecchia 
sono 1' abbondanti acque di Breno. E non molto al- 
tresì distante verso oriente, è V ampia e frutteuolo 



213 



contrada di canale, con alcuni monti herbosi e con i 
liti del mare più pìaceuoli. Onde sono alcuni, che 
molto più lodano per delizioso e per commodo il sito 
di Raugia vecchia, che quello della nuoua. Et hanno 
in parte ragione. Ma come di sopra nel primo hbro 
si è narrato, coloro che prima edilBcarono Raugia 
nuoua, non attesero tanto alla commodità, & alle de- 
lizie del sito, quanto alla fortezza & alla sicurezza 
da gli inimici. E per ciò si posero sotto vn' altissimo 
monte, acciò loro fusse da quella, come vna mura- 
glia inespugnabile. Hauendo dall' altra il mare alto, 
il quale perpetuamente allide, e percuote nel saldo 
scoglio, sopra di cui furono le prime sue muraghe 
fondate. E perchè nel porto di Raugia nuoua non si 
da ricetto per V ordinario à legni forestieri armati, 
quindi è che le galere de i dar issimi Signori Vini- 
ziani, bene ispesso alloggiano nel porto di Raugia 
vecchia, come anche alcuna volta nel porto di Gra- 
nosa, lontano da Raugia nuoua verso ponente, circa 
quattro migha di mare. Non lascerò anco dire co- 
me nella riuiera di Raugia vecchia, verso la nuoua, 
si veggono alla marina molti bei casamenti e giar- 
dini di gentil' huomini. A i quali vanno la state à 
diporto, & à villeggiare. Ma passiamo hora da Epi- 
dauro à dire di Granosa e delle sue delizie. 

Di Granosa, del suo sito e delle sue delizie. 

Granosa^), contrada lontana da Raugia, verso 
ponente, facendo il camino per terra, circa due mi- 
glia, è vna riuiera di mare molto vaga e deliziosa, 
ripiena di giardini e di palazzi, con vn porto capa- 
cissimo e sicurissimo, non dall' arte ma dall' istessa 



') Originariamente possedimento femiaie dei Benedettini che 
vi istituirono V ospizio di Santa Croce, e le due festività del- 
l' Invenzione e dell' Ksalta/ione, nelle quali ivi si presentavan 
loro r una volta le primizie dei (uiin})i e delle pascieni, l'altra 
i prodotti divei-si dell' anno, oltre L* usuale aujj^aridio delle gior- 
nate di lavoro, della calce, delle legna o delle frasche. 



214 



natura fatto. Conciosia cosa, che da settentrione hab- 
bia vna piaceuole spiaggia del monte Vergato, da 
ponente lo chiuda V ampio eanale d' Ombla, da ostro 
vn' ameno colle con la piccoF isola dì Daxa, e da 
oriente i magnifici villaggi di Haugia. E perchè il 
condotto dell' acque dolci^ il quale viene da Giun- 
cheto alla città, girando parte del monte Vergato, 
passa sopra la riuiera di Grauosaj quindi è che buo- 
na parte de i principaH giardini di quella participa- 
no di dette acque dolci. Onde vi si veggono e fon- 
tane e viuaij con molta comniodità di quei signori, e 
con molta altresì vaghezza e splendore, e con ma- 
rauiglia non mediocre de i forestieri, veggendo su la 
ri uà del mare e vicino k tante acque false, cosi gran 
copia d' acque dolci e chiare & ottime per bere. L' e- 
state, per le dette commoditìi di fontane, d' ombre 
d' aranci, e di agiati palazzi, con le loro proprie cap- 
pelle, da farci celebrare la sacra messa, molti gen- 
til' htiomini se ne stanno in detta riuiera di Grauosa, 
E quando occorra alcun negocio ò publico ò priuato 
nella città, subito, per vicinanza di meno di due mi- 
gha per terra, e di circa quattro per mare, conue- 
nendo girai-e certi colli, ò à cauallo, ò nelle loro pic- 
ciole fregate là se ne vanno, Oltre alla Chiesa par- 
roccliiale di questa contrada, si vede quasi nel mez- 
zo di lei, e su la riua del mare vn vago conuentino 
de i frati di San Domenico, chiamate santa Croce, 
con diuota Chiesa, con organo, con bellissimo giar- 
dino, fontane, boschi d' aranci e conimode habitazioni 
per detti Padrì^ e con vn' antica e leggiadra palma. 
In questo conuento 1' anno 1527, essendo gran pesti- 
lenza in Raugia, si riddusse ad habitare il Reggi- 
mento cioè lo Illustrissimo Sig, Rettore col suo mi- 
nor consigUo, Essendo nella città rimasi solamente i 
soldati per guardia, e con due galee armate, come 
da noi di sopra nel secondo libro si è detto. In Gra- 
nosa principalmente si fabricano le nani per la eom- 
modità del sito facile e della spiaggia buona per 



215 



vararle, cioè per metterle in mare, fabbricate che sono. 
Essendo che e 1' acque ci sono profonde, e le riue 
pendie. Dissi principalmente qui fabricarsi le naui, 
perochè altroue ancora sul Raugeo se ne fanno co- 
me à Isola dimezzo & à Raugia vecchia, & altroue, 
ma non tengono in detti luoghi così commodo, e fa- 
cil modo di vararle, anzi conuiene con rltri legni e 
forza d' argani bene ispesso farle iscendere nell' a- 
eque, anzi più tosto salire, per essere il lito piano e 
la riua. Doue à Granosa benedette che sono, con 
molte belle cirimonie (il qual carico honorato di be- 
nedirle, per ordinario tocca &" appartiene à i frati di 
santa Croce) se ne vanno, sciolte alcune funi che le 
teneuano, quasi spose nouelle, grani e pompose, da 
per loro, sopra gì' apparecchiati curali, con suono di 
trombe e di tamburi, al quasi marito loro del mare. 
Ma non si pensi alcuno, che per fabricarsi à Gra- 
nosa le naui, quiui sia copia di selue ò d' alberi. Im- 
perochè il territorio di Raugia e massimamente alla 
marina propinquo, per essere quasi tutto petroso, è 
nudo d' alberi e di selue. Ma la materia e legnami 
per dette naui, si recano con altre naui, per la mag- 
gior parte dal sacro monte Gargano, ò vero di Sant' An- 
gelo di Puglia. Là si tagliano grosse & antique quer- 
ele (che di questo legno fabricano, per lo più i Rau- 
gei le loro forti e dureuoli naui) e s' accommodano 
in pezzi digrossati e tauoloni, e poi si recano co' i 
loro nauilij. E da fiume altresì portano materia per 
le dette naui, e massimamente per gì' alberi, e per 
r antenne. Gravosa, per dire qualche cosa del voca- 
bolo') vogliono alcuni che fusse quasi Garbugliosa 
detta, per i molti garbugli, dicono, che auuennero 
tra quei soldati, che quiui venendo di Roma sbar- 
carono. Altri stimano, che sia detta Granosa, per 
istare ella sotto vn' alto e grane monte. Et altri fi- 
nalmente vogliono che il vocabolo sia corrotto e 



') Cfr. sopra pag. 16. n. 1. 



216 



guasto, e che Brauosa e non Granosa si dovea dire, 
per certa brauura e vittoria in quei primi tempi da i 
Grauosini ottenuta. 

Della Riuiera d' Ombla. 

Lontano da Raugia, intomo à quattro miglia 
per terra,, verso ponente, scaturisce da i piedi e dalle 
radici d' vn' alta montagna, così gl'an copia d' acque 
dolci, che subito fanno vn giusto & ampio fiume & 
vn canale nauigabile, di circa due migha di lunghez- 
za fino al mare, e di lai'ghezza fra due altre monta- 
gne, circa vn terzo di migUo, con amendue le riue 
adorne di frequenti palazzi e di giardini. Corre det- 
V acqua, per alquanto spazio dolce, come dalle pro- 
prie fontane e polle nasce, ma poscia mescolatasi con 
l'altre acque marine, salsa (come elleno) diuuiene. 
Doue scaturiscono dett' acque non si troua fondo. 
Et è tanto il raggiramento che quiui fanno, che se 
barca ò animale ci entrasse (come tal'hora è auue- 
nuto, subito sarebbe assorto, & inghiottito da loro. 
Stimano alcuni, che habbiano dett' abbondanti acque 
origine per vie «otterranee, dal gran') fiume delDan- 
nubio, non troppe giornate, dalle prefate montagne, 
verso tramontana distante. Vicinissimo alle fonti lo- 
ro, sono alcune grosse muhna. E poco di sotto si 
vede su la riua di verso ponente edificato vn con- 
uento di padri Zoccolanti*), assai commodo e vago. 
Due volte fu lo scrittore di queste storie à vedere 
detta nel vero marauiglia di natura, detto canale e 
detta valle d' Ombla. Vna per terra secondando su 
ad alto la via piana del condotto dell' acque dolci, 
aUi 24. di Nouembre del 1587. Né si potrebbe à pie- 
no riferire, quanta giocondità recasse alla vista il 



') Dalla Trebisnjica. 

') Hucoeduti ai Benedettini nel convento di Santa Maria del 
Roseto j oggi corrottamente Rozat (Rosgiaito). Cfr. Cervario e Co- 
leto (quesf ultimo in Farlato Illyr, sacrum VI.) 



217 



rimirare dal luogo alto, in caminando lentamente per 
istrada piana, e fra verdure d' arbuscelli, il sotto- 
stante canale, co' i predetti frequenti palazzi, giar- 
dini e peschiere, su V una e su 1' altra riua. E ve- 
dere come alcune barche remauano all' insù, e cen- 
tra il corso dell' acque ; & altre allo in giù, & à se- 
conda. Alcune guidate da huomini, & alcune da sole 
donne. Le quali co' i loro varij colori di vestimenta 
rosse, e gialle, fra quelle due montagne remando fa- 
ceano 1' acque d' ogn' intorno lustrare. 1^ 1' altra vol- 
ta ci andò per mare, alli tre di Maggio dell' anno 
1688. dopo il cantato Vespro di santa Croce, nella 
loro Chiesa, doue in quel giorno era la festa in Gra- 
uosa. Onde hebbe commodità di nauigare fino al- 
l' istesse fonti, & anco scendendo in terra, di gusta- 
re con la mano di quelle gehdissiigg, acque dolci, e 
di veder quello quasi prodigio di natura. 

Della Valle di Giuncheto, 

La Valle di Giuncheto, posta fra il monte Ver- 
gato, che sopra sta alla città di Raugia, e fra altre 
montagne più settentrionali, salendo dalle fontane di 
Valle d' Ombla, fino alle colline, che la separano da 
Valle di Breno, tira di lunghezza in torno à tre mi- 
glia, e di larghezza tra dette montagne meno di due 
migUa. Tiene aria preciosa, essendo quanto all' altez- 
za, si può dire sopra il capo di Raugia. E tutta pie- 
na di vigne, & è molto copiosa di frutte e di pomi. 
Le reca ancora molta laude, 1' estendersi soauemente, 
da i predetti colli, fino al mare d' Ombla. Onde i 
gentil' huomini, che in lei lianno le ville loro, ci 
possono, senza saUre il faticoso monte Vergato, an- 
dare per barca, fino alle dette fonti d' Ombla, e nel- 
l'istesso modo alla città ritornarsene, sedendo sopra 
i loro tapeti, nelle proprie fregate, & à tavola, e 
mensa altresì stando, se voghono. Essendo che molte 
barchette tengono quei signori coperte, con le loro 
tauole in mezzo e sedìh, commode per mangiarci 

15 



S18 



i prima apparecchiati cibi, e per giocarci anche in 
nauigando à qualche honesto, a gentiF huomo diee- 
uole gioco. Ma qnello che più rende illustre questa 
valle si (> elle da lei si pigliano 1' acque dolci, le 
quali sono tanto romniodo e vaghezza alla città di 
Raugìa. Nascono r(ueste acque e scaturiscono à mez- 
za costa del monte opposto al Vergato da più vene, 
le quah raccolte di mano in mano, in vn' ampio cun- 
dotto, e girando il sommo della valle se ne vengono 
alle spalle del monte Vergato, e (juella secondando 
più che il mezz' altezza, corrono sopra tutta la ri- 
uiera d' Ombla, e ritornando alla fronte del Vergato 
monte predetto, e passando sopra le vUle di Grauo- 
sa, si conducono finalmente sopra la città alla porta 
di ponente. E quiui facendo primieramente i fossi di 
lei macinare alcune mulina, e poscia diuidendosi ne 
vanno è dare tributo à due abbondanti tbntante da 
loro fatte. L' una delle quali si è alla porta d* occi- 
dente, e r altra a quella d' oriente. Oltre alle quali 
due fontane publiche, si sparge ancora dett' acqua, e 
fa copia di se à i due conuenti di San Domenico e 
di San Francesco, & al monastero ancora di santa 
Chiara, vicino à San Francesco, & à quello di San 
Michele dell'Ordine di San Domenico. Il condotto di 
dett' acque, le quali per nissun tempo giammai man- 
cano, fu fabricato (con impresa certo reale, V anno 
1437. con disegno d'vn eccellente Maestro') d'Aqui- 
docci Napohtano, e con ispesa di 12. mila ducati, à 
ragione d' un ducato d^ oro per passo. Ando F Auto- 
re di questo libro a vedere detta valle e fonti, alli 
13, di Luglio del 1588. nella quale stagione faceuano 
bella vista, gradissima copia di mele rosse e bian- 
che mature. 

Della Vaile eli Breno, 

Giace tra due montagne verso leuante, e di- 
stante da Raugia intorno a due miglia, vnn valle 



«) V. p. 90. n. 1. 



219 



amena, piena di vigne, e di casamenti nobili di cit- 
tadini Raugei, e da più ruscelli d' acqua dolce irri- 
gata. Da mezzo dì, e da tramontana la serrano le 
due dette montagne. Da ponente viene disgiunta 
dalla valle di Giuncheto da vn' alto & ameno colle, 
e da leuante se ne va piana piana à vn seno di ma- 
re, il quale per gli scogli, che 1' ascondono à i naui- 
ganti, e per l' acque basse che tiene, non si ricor- 
dano, che mai egli sia stato da legni nimici ò fu- 
ste turchesche molestato. Nel fine di ([uesta valle, 
chiamata di Breno, da vn certo signor Franzese, che 
c[uiui ariuando con la sua barca, cotal nome V im- 
pose, si vede poco sopra la marina vscire del fianco 
d' vn' aspro e petroso monte acqua dolce in tanta a- 
bondanza e copia, che subito fa macinare parecchie 
grosse mulina. E dopo scendendo al mare, vicino 
meno di mezzo miglio, perde tutta la sua dolcezza. 
E questa si bella commodità d' acque, douette allet- 
tare oltre alla vaghezza del sito, gì' antichi edifica- 
tori di Epidauro à fondare in quel luogo la loro cit- 
tà, non essendo Raugia Vecchia lontana da loro più 
che due miglia in circa, ò più tosto meno. Andando 
r Autore di questa storia F. Serafino, 1' anno 1587. 
alli 9. di Nouembre à diporto in detta valle, doue il 
conuento di S. Domenico tiene vna assai honesta 
villa, come anche nella valle di Breno, hanno i detti 
frati vna possessione, & allungandosi fino alle dette 
marauigliose acque, osseruò come in vna certa im- 
petuosa caduta loro, formauano co' i raggi del sole 
r arco baleno. E si ricordò d' hauere altresì alcuni 
anni prima, veduto & osseruato l' istesso, in ItaUa, 
alla gran caduta, che fanno V acque del lago di pie 
di Luco, nella impetuosa Nera fiume, noli' Vmbria, 
sotto la città di Rieti. Sotto le prefate mulina, 1' an- 
no 1571. come si è narrato di sopra nel secondo U- 
bro, vrtò per fortuna la galera del signore Marcan- 
tonio Colonna. E fu sua signoria Illustrissima nelle 
tenebre della notte, da vno di quei mugnai gran 



220 



notatore, canata delle fortunose onde, e dalla morte 
liberata, essendosi detta gaìim rotta e tutta itasene 
in pezzi. Quiui appresso ò vna chiesetta dedicata à 
santo Ilarione, in memoria dell' occiso drago, di cui 
si è parlato di sopra nel primo libro. Vide ancora in 
detta valle (che di lungliezza tira intorno a tre mi- 
glia, e di larghezza due in circa) il Padre fra Sera- 
fino, vna dinota ('hiesa di S. Maria Maddalena, in 
cui è vna bella tauola di Clìristo neir horto, quando 
apparue alla prelata santa, opera moderna di mano 
di maestro Simone da l'oggibonzi, pittore fiorentino. 

Dello Scofflia di Mere^tna. 

Non molto lontano da questa valle di Breno, 
ma più \icino Ti Raugia Vecchia, iS: in vista di Rau- 
gia nuoua, s' erge & innalza in alto sopra V onde 
marine, uno Scoglio di circuito mtorno Ti vn nii.iJflio 
sterile assai, & og'gi disabitato* Solamente spettabile, 
per le vestigie d' vn antico tempio, le quali ancora 
perseuerano, nel più alto sito di lui, e verso quella 
parte, che Raugia nuoua risguarda. In questo sco- 
glio (à cui si veggono nelle generali fortune del ma- 
re\)j allidere e percuotere lo fortunose onde e da 
quello dissipate e rotte, e tutte spumose esserne ri- 
buttate) fecero gi^i, come s' è detto nel primo libro, 
residenza i Vescoui di Epidauro, dopo la rouinata 
loro città. Ma poscia per la strettezza, »& incommo- 
dita del luogo, e per la poca sicurezza dalle fuste e 
da i legni nimici, non essendo detto scoglio d'alcun 
presidio cinto ò munito, se non da quello ciie la na- 



*) È strano che non s' nccu]»ì ilolT nrijSfìne etimologica dol 
uomp dello scoglio, che e San Marco : e che non parli, quani 
non ci fosse aUora eaì^tìto^ deU' altro scoglio die di psso è na- 
tnrale ^continuazione, o f^bc dieesì Bohani, doò Santa Barbara, 
Vuoisi qui notare che V ej-Hica del laceramento por cui questi scogli 
furono l'uno dall'altro separati, è igrnoralji. fc cerio nondimeno 
che nei tempi più antichi erano noti col nome unico di Santa 
Barhara, 



221 



tura istessa gì' ha dato, del mare, e del? alte ripe, 
se ne partirono e vennero ad habitare in Raugia 
nuoua. Di maniera che detto scoglio venne à rima- 
nere in tutto abbandonato. Né altro oggi tiene che 
il titolo d' vn Vescouo suflfraganeo di Raugia. Ci e- 
rano (come dicono) alcune vigne di detto Vescouo, 
ma ora son' ite male, non essendo state né coltiuate 
né custodite. Si scorge nondimeno intorno al nomi- 
nato antico tempio il terreno herboso e tutto di 
verdura vestito. Onde atto à i pascoli di giumenti, 
quando di terra ferma portati ci fussero. Ma nell' al- 
tre parti apparisce sterile e senza alcuno naturale 
ornamento. 

Della contrada di Canale, 

Dallo Scogho di Alercana, ritornando nella ter- 
ra ferma vicina di Canale, diciamo questa essere vna 
vallata, che tira di lunghezza intorno à trenta miglia 
e di larghezza circa quattro, chiamasi questo territo- 
rio con lingua Epidaurica così, da vn' aquidoccio, ò 
vero fabrica d' vn canale, per cui da lontano forse 
ventimiglia si conduceua, per dette terre cert' acqua 
alla città di Epidauro. Della qual' opera e fabrica 
distrutta da i Gotti, si veggono fino al dì d' oggi al- 
cuni vestigi, come anche di sopra nel secondo Ubro 
si è detto. Fii compera questa contrada di Canale, 
la quale s' estende da Raugia Vecchia fin' al golfo 
di Cattaro, per ispazio, come s' é detto, di circa trenta 
miglia, dal Senato Raugeo, intorno all' anno di nostro 
Signore 1400. E la vendettero loro alcuni Signori 
Bossinesi. È posto questo territorio, clie incomincia 
da Raugia Vecchia, sotto il cui dominio pur' antica- 
mente egli douea essere, e si distende per lo spazio 
detto verso leuante, fra due tele, ò vero ordini di 
montagne, vna tela verso il mezzo giorno, la quale 
gli toglie la vista del mare, e 1' altra verso setten- 
trione più alpestre & incolta, e molto seluareccia, e 
da fiere assai frequentata. Onde allo scrittore di que- 



ste memorie occorse nell' andare egli à predicare à 
Cattaro, e facendo il viaggio di terra, e per detta 
contrada di Canale, di vedf»re, alli 10, di Febraio del 
1589, da mattina, dare la caccia ad alcuni grossi 
lupi, i quali la notte erano scesi da quegli alti monti. 
E forse che Canale si chiama questa contrada, non 
solamente per la ragione detta, ma anclic per que- 
stEj cioè che in sembianza di canale ella sta ristretta 
fra i detti dui ordini di monti, quasi fra due sponde, 
eomp soghono i canali, e correndo altresì por lei più 
canali, e più riui d' acque viuc, E massiniamerite per 
quella parte, di dieci ò vero f[U indici miglia più vi- 
cina e propinqua k Raugia Vecchia. La quale anco 
^ più piana e più larga, e ci habita vicino à certo 
conuento de i l'adri zoccolanti, il Conte di detta con- 
trada, mandatoci di Raugia. Imperò qtianto si va 
più innanzi verso leuante, ella incomincia i\ salirò, 
ik, k ristringersi. E fino al Traghetto di Castelnuouo 
cioè fino al golfo di < 'attaro, per Io spazio di circa 
dieci migha^ tiene grossi villaggi, bellissime collino, 
e frutteuoli assai. In somma questo paese di Canale 
tiene abondante la piazza di Raugia nuoua. Impero- 
che fino h Raugia Veccliia per terra e tjuindi pernia* 
re venendo gV huomini di quello e le donne, ci por- 
tano d' ogni nascente bene della terra. E singolar- 
mente, al tempo loro, ottimi poponi, e gran copia di 
ficlii. R non è da tacere, come in su la cima del- 
l' ordine de i monti, che sono verso mezzo giorno, 
si veggono in vista del mare molte belle ville di 
gentil^ huomini. Le quali in certi tempi delF anno 
sono da loro frecjuentate. Anzi ci sono alcuni, tra i 
r|uali oggi e il signor Tale de Resti, che fanno eon- 
tinouo soggiornoj d' ogni tempo, in quelle, hauendoci 
buon' aere e eommodità grandi di cacciare, d' uccel- 
lare e di pescare nel suggetto maro, e ne i propin- 
(jui riui fra terra. S' estendono queste terre di < 'anale 
fino alla bocca del golfo di Cattaro, doue Uniscono 
in vna punta di promontorio, che quasi serra parte 



238 



della bocca di detto golfo, e rimanendo come penin- 
sola, per essere da tre bande e lati, cioè da mezzo 
giorno, da leuante, e da settentrione bagnato del 
mare,' dimostra vn sito bellissimo per vna città, o 
fortezza, se fussero più quei Regi, che andauano se- 
condando r opere, & i disegni della natura. Verso 
poi settentrione confinano queste terre di Canale col 
territorio di Castelnuouo, e fino presso à detta città 
s' estendono. E questo si è il termino del dominio 
Raugeo, per terra, verso leuante, cioè il golfo di 
Cattare trentadue miglia per mare lontano da Rau- 
gìa nuoua e poco più per terra. Si come verso po- 
nente il dominio de i Signori Raugei s' estende in- 
tomo à settanta miglia per terra, cioè fino à Sabion- 
cello, ò vero capo Romano, bellissime contrade e che 
producono ottimi vini. Et in cui sono verso mezzo 
giorno più porti di mare, cioè il porto di Giuliana, 
quello di Sabioncello, propinquissimo all'Isola di 
Corzola, & altri. Ma è tempo hormai, che daUa ter- 
ra ferma passiamo à dire dell' Isole possedute da 
questi Illustrissimi Signori, & incominciando dalle 
più lontane, ce ne torneremo di mano in mano, per 
le più propinque, à dire qualch' altra cosa dell' istes- 
sa città, loro Donna e Signora. 

DelV Isola d' Augusta. 

Avgusta') Isola del mare Adriatico, lontana da 
Raugia, intomo a cento miglia, onde è la più lon- 
tana, che habbia questo Illustrissimo Senato, e la più 
propinqua all'Italia, & al monte Gargano, gira in- 
tomo à diciotto miglia & accanto alla marina è tutta 
montosa. Tiene vn solo Casale, riposto tra i monti. 



•) JL' Augusta o Lauguata, onde Laguata, e Lagoata, Origina- 
riamente dei corsari di Narenta, occupata dai Veneziani neUa 
famosa spedizione di quel doge; poi infeudata a una famiglia 
veneziana. Costò la vita e gli averi ad un tale che la voleva 
per sé, e fa la causa che passasse in feudo ai Ragusei. 



324 



Abonda di tutti i beni della terra, cioè divino, d'o- 
lio, e di grano e di tutte le sorte pomi, e singolar- 
mente di cerase amarine, onde ne seccano gran quan- 
tità, e così anche abondano di mele cotogne. ^Sono 
gV habitatori di quest' Isola feroci, e robusti huomini, 
e le donne altresì gagliarde, & alle fatiche atte. 
Tiene più porti, e V aere vi è bonissimo. Hanno 
gì' Augustani più sacerdoti e sufficienti, ma non 
tengono monastero alcuno d' altri Rehgiosi. Il mare 
vi è molto copioso di pesci, onde ne insalano gran 
quantità. E produce ancora assai coralli. Vn rametto 
de i quali fu donato da certo prete di dett' Isola allo 
scrittore di queste memorie, essendo egh Vicario ge- 
nerale della Chiesa vacante di Raugia, V anno di 
nostro Signore 1588. per la morte di Monsignor Bo- 
nello. Doue si dee notare, sicome à lui fu narrato, 
che detti coraUi, quando si pescano del mare non 
appariscono rossi, ma sono ricoperti come d'vn velo 
di terra bianca. La quale leuandosi via con qualche 
ferro, ò vetro, ò per altra maniera purgandogli, e 
con olio netto vngendogli diuengono rossi, nel modo 
che communemente gli veggiamo. Et il rametto, che 
fu donato al Padre F. Serafino, non era purgato 
tutto, ma in parte solamente, e lo fé poi egli intera- 
mente purgare ad altri. Sono gì' Augustani bellicosi, 
e con buona guardia custodiscono certo castello che 
hanno, e si sanno molto bene difendere, da chiun- 
que molestare gli volesse. Più volte hanno combat- 
tuto con fuste Turchesche, e vinto, si come di sopra 
nel secondo libro, si è narrato d' vna fusta Cotrone- 
se, la quale presero con quindici huomini 1' anno 
1546. Viuono sotto il gouerno d' vn nobile Raugeo, 
da loro Conte addimandato, e si cangia ogni tanto 
tempo. Attendono non solamente all' agricoltura, ma 
eziandio alla nauigazione. Imperocliè altramente ri- 
trouandosi in mezzo al mare, non potrebbono pro- 
uedere à molte loro necessità. Narrano finalmente 
gì' annali di Raugia, come quest' Isola d' Augusta, 



226 



anticamente fu della Religione dei Templari, Caual- 
lieri, che sopra 1' habito bianco portauano vna Cro- 
ce rossa. Ma essendo poi dett' Ordine, per i cattiui 
portamenti de i predetti Cauallieri stato estinto, e 
Tenendo tutti i beni loro, & entrate, con autorità de i 
Superiori, nelle mani de gV Illustrissimi Cauallieri 
di S. Giouanni di Rodi; quest'Isola d'Augusta, ò 
per obliuione, ò per altra cagione che si fusse, non 
fu da loro riconosciuta, ò presa, come 1' altre cose 
de i prefati CauaUieri, nella loro protezione. Onde 
se ne stette certo tempo senza guida e gouerno, e 
senza sapere di chi ella si fusse. E così vincano i 
popoli di quella senza legge ò ordine alcuno, in gui- 
sa di brutti animah, e preda altresì, e direzzione di 
quanti corsali potenti passauano, per quelle marine. 
Volendo per tanto gì' Augustani riparare à questi 
inconuenienti, e porre à tante loro rouine, & incom- 
modità rimedio, l'anno di nostro Signore 1310. vni- 
tamente si diedono, e fecero suggetti alla città di 
Raugia, vicina & amoreuole de i proprij vasalli. Et 
essendo poscia l' anno 1494. accusati i Raugei al 
Papa d' hauere occupato le cose della Chiesa, com- 
parsero per i loro Ambasciadori à Roma, e con ispe- 
sa di molti danari, ottennero dispensa, e grazia di 
potere continouare il dominio di dett' Isola, e di paci- 
ficamente e con buona conscienza possederla. Si co- 
me, Dio grazia e di santa Chiesa, fino al presente 
giorno, la tengono e la posseggono, con pace e so- 
disfazione di quei popoh. 

Deir Isola di Mellida, 

L'Isola di Mclida*), detta anticamente Molhg- 
gene, che di longhezza tira circa trenta miglia, e di 



*) Dicesi venisse ai Uajifusei per opera di un re di Serbia. 
(C-fr. Miklosich) che la avrebl)e trasferita in feudo ai comune, 
togliendola al conte di Ragusa, che ne sarebbe stato il i)rinio 
investito. 



226 



circuito sessanta, e ohe è distante da Raugia intorno 
à trenta miglia, tiene dei casali. Vno de i quali prin- 
cipale, & in «mi fa residenza il Conte, mandatoci di 
Raugia si chiama Babinopoglie, che vuol dire campo 
della baha. Pero che come narrano, fu donato da cer- 
to Rè à vna donna, che gì' haiiea nutrito vn figliuo- 
lo. (iV altri cinque meno principali sono questi, cioè 
Blatto, che vuol dire lago, pero che in mezzo di lui 
è un lago, il quale produce di molte anguille, e spe- 
cialmente quando tuona, di certa sua profondità ne 
sono mandate inori grossissime, & in timta copia che 
fino co' i bastoni ne sono da i villani ammazzate. Il 
terzo casale ò vero villaggio si chiama Prosciurn. 
Il quarto Occuchlia, che stando alla riua del mare, 
tiene vn belhssimo poi1o, eziandio per i legni, e per 
le nani grosse. Il quinto si dimanda Uorritta, che 
vuol dire canale, per ciò che vi sono molti sassi sca- 
nali in sembianza di truogoli, ò vero canali, in cui 
si sogliono abeuerare gì' ammali. Il sesto, & vltimo 
casale, e di tutti gF antedetti il minore, si chiama 
Maranouicehi, quasi discendenti da certo huomo detto 
maran» che partendo da Corritta V edificò. La lon- 
ghezza di quesf Isola si stende da leuante a ponente 
e la larghezza da mezzo giorno a settentrione. È 
quasi tutta montuosa, e specialmente si vede in mez- 
za di lei vn' altissimo monte, detto dal volgo Soura, 
quasi che sopra tutti gV altri sia eleuato. In cima di 
cui si tiene vna perpetua guardia, per discoprire, 
quando venissero legni inimici. Verso tramontana, e 
la Dalmazia, tiene bellissimi porti, ma da ostro sco- 
gli altissimi e ripe inaccessibili, con vn solo ridotto 
per vaseUi, ik legni piecoh, sotto il casale di Mara- 
nonicchi. L' aere è vario, secondo la variazione de i 
luoghi. Impero che (come dicono) in Blatto è cattino, 
forse rispetto al predetto lago. In lei sono frequenti 
boschi di querele, di pini saluatichi, e d' altri alberi. 
Onde i monti suoi non sono come quei di Raugia, 
nudi, sterili^ e spogliati, ma tutti di verdura vestiti, 



HAI 



J 



227 



e tutti adorni di varie piante. Produce quest'Isola 
Arini assai, e per lo più rossi e molto potenti. Del 
grano non ne raccoglie à sufficienza. De i pomi e 
frutte d' altre maniere n' hi ragioneuol copia. At- 
tendono i Melitesi all' agricoltura, e della nauigazione 
non si trauagliano, se non quanto fa loro di bisogno 
per nauigare alla città, portandoci legna, vino, & al- 
tare cose. Abonda di fontane d' acqua dolce. E tiene 
<lalla parte di mezzo giorno, ò vero di Ostro vn la- 
go d' acqua marina di lunghezza circa tre migha, e 
di larghezza intorno à due, con vna bocca, on- 
de entra 1' acqua del mare, cosi stretta, che con fa- 
tica dà ingresso alle picciole barche. E quando vo- 
gliono, con r opposizione di certa pietra grossa po- 
sta nel mezzo di quella, si prohibisce eziandio à det- 
ti vaselli piccioli il passo. È detto ameno lago cinto 
d' ogn' intorno da pini saluatichi, da roueri, & altr' al- 
beri, i quali stanno così vicini all' acque, che non so- 
lamente fanno ombra la state à chi lungo quello, 
per suo diporto passeggia, ma anche si e ritrouato, 
che r ostriche alcuna volta si sono ù i verdi rami 
di quelli verso 1' acque inchnati appiccate. Quasi poi 
nel mezzo di detto lago s' erge vn picciolo scoglio, 
sopra di cui è edificata vna venerabil Badia, e mo- 
nastero de i Padri di San Benedetto negro, capo del- 
la congregazione di dett' Ordine monacale, per ciò 
Melitense addimandata. È questo monastero di sito, 
di fabriche, di fortezza, e d' ogn' altro affare molto 
riguardeuole. E tanta è 1' ampiezza sua, quanta è la 
larghezza dello scoglio. E vi sono due torri, per guar- 
dia, e per sicurezza di ([uei Reuerendi Padri. Da che 
non ha molt'anni, e. e venendoci i corsali, e non po- 
tendo entrare con le fuste e legni loro nel lago, per 
la strettezza della bocca di quello, ci entrarono al- 
cuni di loro, sul bel mezzo giorno, notando, & occi- 
sero vn monaco, & vn servitore, i quali non furono 
à tempo à ritirarsi dentro al monastero. Narrano 
come essendo di state, erano i Padri iti à riposarsi 



-^^ 



228 



vn poco, su quell' hora e se ne stauano sicuri ha- 
uendo chiusa eoi predotto sasso, V entrata della boc- 
ca del lago, e por ciò furono così d' improuiso tro- 
uati. Ma da quel tempo in quù si fanno perpetue 
guardie sopra di ([uellf» torri E detto Iago abondante 
d ogni sorta di pesci marini. Et in particolare vi si 
vede vna peschiera di granchi marini, grossi, che 
reca, oltre air vtile molto piacere alla vista. Et i ca- 
sali di quest' Isola tengono certi oblighi co' i predetti 
Padri, e gli seruono tanto nella cultura de i campi 
e delle vigne loro, quanto nella cura, e custodia de 
gli armenti e greggi assai, e massimamente di ea- 
pre, che pascolano e nutriscono in detf Isola. In cui 
altresì si vede verso tramontana, vn seno, ò vero 
porto di marCj lungo per di dentro alF Isola circa tre 
miglia, e largo intorno h vn miglio, & in alcuni luo- 
ghi meno, capacissimo d' ogni grossa e numerosa ar- 
mata, e sicuro da ogni fortuna. Dicesi che Oppiano 
di Aggesilao Romano figliuolo, liabitando certo tem- 
po alla riua di questo porto, vi fabricò vn palazzo 
magnifico e conueneuole alla grandezza Romana, di 
cui fino al di d' oggi perseuerano molte reliquie. An- 
zi fuori del tetto quasi tutte Y altre parti principali^ 
Et è maeliina tale, che da lei il prenominato seno^ 
viene chiamato porto palazzo. Dicono questo Oppiano 
esser quello, che scrisse de i pesci marini. Dirò vlti- 
mamente in questa narrazione, come alcuni graui 
Autori, tengono che tjuesta Melida Isola sia quella 
in cui San Paolo Apostolo lu dalla fortuna del mare 
traport ito e dalla vipera morso, si come si legge ne 
gì' Atti Apostolici al ventesimo ottano capitolo. Tra 
i ([uali Autori vno ^ il Cardinal (Gaetano, dicendo 
cotal' Isola esser posta tra V Epiro, prouincia deUa 
Grecia, la f|uale confina con la Macedonia, nel prin- 
cipio di cui vogliono alcuni che sia Raugia, e V 1- 
talia, e chiara cosa è, che Malta oggi de gV Illustrisi 
simi (^aualieri di Rodi, non è tra la Grecia e V Ita- 
lia, ma tra la Barberia, prouincia delF Affrica, e la 



229 



Sicilia. Et vn' argomento assai probabile per questa 
opinione si trae dal ventesimosettimo capitolo de 
gV Atti prenominati, doue San Luca fauellando e 
descriuendo detto naufragio così dice, nauiganti noi 
in Adria circa la mezza notte, e quello che segue. 
Hora notissima cosa è che Malta de gì' Illustrissimi 
Cauallieri, non è nel mare Adriatico, ma nel mare 
Africano, ò di Barberia, Aggiungono ancora, che fino 
al dì d' oggi in Melida si trouano assai vipere e ser- 
pi, e copia di vigne. Né ripugna à questa opinione 
quello che narra poi San Luca nel prefato luogo, 
cioè che essendo dimorato San Paolo, con gì' altri, 
tre mesi in dett' Isola, doue anche fece molti mira- 
coU si partirono sopra vna nane Alessandrina, che 
quiui s' era suernata, e peruennero à Siracusa di 
Sicilia, e quindi à Reggio di Calabria, e poscia à Poz- 
zuolo & à Roma, perochè puotè molto bene essere, 
che detta nane Alessandrina, come eziandio quella 
in cui era San Paolo, la quale similmente veniua di 
Leuante e di lerosolima, fusse stata dalla fortuna tras- 
portata in detta Isola di Melida, come bene ispesso 
accade di scorrere le centinaia delle miglia, centra la 
propria intenzione e volontà. E dicendo il sacro te- 
stò, che cotal naue quiui liauea suernato, dimostra 
che quasi altrotanto tempo, quanto San Palo vi era 
dimorata, essendo che non più di tre mesi tocchino 
all' inuemo, vna delle quattro stagioni dell' anno. 
Puote altresì essere che la sopranominata naue A- 
lessandrina, non fusse iscorsa per fortuna in Melida, 
ma che ritornasse, non dirò da Vinezia, che in quel 
tempo non era, conciosia cosa, che ella fusse edifi- 
cata intomo aU' anno di nostro Signore 454. ma 
da Rauenna, ò da qualcli' altra città più antica 
d'ItaUa su l'Adriatico mare. Ma comunque si fus- 
se, Signori miei Raugei, teneteui pur cara quest' I- 
sola così bella, così buona, e così vtile e fedele 
alla vostra città, & accarezzate sempre più gì' ha- 
bitatori di lei. 



280 



DdV Isola di Giiipjjana. 

Oiuppmia Isola, ehe di liingiiezza, da leuanle 
a ponente, tira circa tre miglia, e di circuito intorno 
à none, V vna dellf3 nobili Isole, die tenga il Senato 
Kaugeo, non tanto per la preciosità dell' aria che el- 
la si gode, n della genei'osità de vini, che ella pro- 
duce, quanto per la nobiltà, & eccellenza de gV in- 
gegni iSc de gr huomiui di valore che ha d' ogni tem- 
po donato alla città di H augia, come ne i tempi no- 
stri il Scoccibuca, il Sacri Sz- altri. È quest' Isola lon- 
tana da Raugia inuerso ponente, circa 15 miglia di 
mare. Tiene due porti, vno verso leuante, detto San 
(liorgio, appresso di cui si veggono dui lionorati pa- 
lazzi con deliziosi giardini, Y vno latto da M, Vin- 
cenzio Scoccibuca, e V altro da M Tommaso Sacri, e 
r altro porto verso ponente, e quasi alla fine dell' i- 
sola, si chiama in lingua schiauona Luuca. La for- 
ma deir Isola si l% che ella tiene sembianza d' vna 
gran conca^ essendo che per mezzo di lei, da vn ca- 
po air alti'o, si camina per vna valle, la quale ha 
da i lati vaghe colline, che le tolgono la veduta del 
mare. Abonda quest' Isola di vigne, e Y Arciuescouo 
di Raugia ci tiene vn' assai honorato casamentOj con 
buona parte delle sue entrate, che sono per lo più 
di vino. Ma la virtù d' vn cittadino Raugeo, di que- 
sta beir Isola parto, mi forza a dire di lui. II sopra- 
nominato M. Vincenzio Scoccibuca, natine di quest' i- 
sola, & huonio di nominanza, padrone di più nani, 
edificatore di palazzi, di Cappelle e di Chiese, e 
(luello che più nnporta, gran Ihiiosiniere, d' età di 
cingo antaquattr' anni passò k miglior vita in Rau- 
gia, alh 2f>. di Dicembre, del 1 588. e nelF habito de' 
frati Predicatori, fu sepolto nella Chiesa di San Do- 
menico alU 27. fu dal predicatore in duomo lodata 
la sua gran charità verso de i poueri, & in San Do- 
menico da vn' oratore latino commendata tutta la sua 
vita. Non si vide, gran tempo fa, così gran concorso 



281 



di genti, e di popolo, come alla sepoltura di questo 
grand' huomo da bene. Lo piansero tutti poueri del- 
la città e del contorno, e molto se ne douettero poi 
attristare i poueri schiaui della sua nazione, i quali 
si trouano in Barberia, perochè ciascun' anno ne ri- 
scattaua qualcheduno. Lasciò due figliuole, maritate 
amendue, con dieci mila scudi per ciascheduna e 
quattro figliuoli maschi, vno sacerdote prete, e gl'al- 
tri tre secolari, il maggiore de quali è amogliato. 
Oltre alle molte nani da lui fatte fare, fabricò come 
s' è tocco di sopra vn palazzo nell' Isola di Giup- 
pana, & vn' altro con magnificenzia regia, tra Rau- 
gia e Granosa. Hauea principiata vna honoreuole 
Chiesa, nella dett' Isola di Giuppana, & in San Do- 
menico di Raugia hauea fatta vna bella Cappella allo 
Spirito Santo, la quale anco aUa morte sua dotò. Et 
in Raugia teneua vn casamento molto commodo, e 
di reUgiose pitture adorno. Volle il Senato, per quan- 
to si disse, di popolano mentre che egU viuea, tran- 
sferirlo neir ordine de i nobih, offerendo egli certo 
honorato donatine alla Republica. Ma perchè non 
voleuano, che la nobiltà passasse oltre alla persona 
sua, ma che i figliuoli si rimanessero popolani, & e- 
selusi dal gouerno della città, non seguì il negocio 
più oltre. Morì per tanto nell' ordine suo della citta- 
dinanza, e come piamente crediamo, per la sua cat- 
tolica e buona vita, se ne passò alla vera cittadinan- 
za del Cielo. Sia egU in gloria. 

Vicina à Giuppana è vn' Isoletta, ò vero sco- 
glio, verso leuante, chiamato Ruda, la quale (come 
dicono) anticamente fu donata alla Religione di San 
Domenico, e già vi habitauano due Padri di quel- 
la Ordine. Ma per cagione di male genti, che mole- 
stauano, e rubauano detto luogo, fu (molf anni so- 
no) lasciato. Vi si vede la Chiesa tutta in volta e 
col tetto & vn beli' altare murato, ma senza pitture, 
e senza porta. Et accanto à lei è vna ben fondata 
casa con vna sala, sopra di cui erano già due camere, 



232 



ma oggi sono lauati i tramezzi. Perseueraci ancora 
vna loggia, con la cisterna, o con certo andito co- 
perto, doue si soleuano varare le barche. Al presente 
è habitata da gran moltitudine di conigli, i quali se 
ne stanno il giorno ascosi tra le grand' aperture di 
sassi, che ci sono, e la notte deono pascolare per li 
prati dell'Isola più herbosi, e doue sono ancora al- 
cuni vestigi di vigne. 

DelV Isola di Mezzo, 

L' Isola di Mezzo, così detta, perochè sta nel 
mezzo di altre, cioè di Calamota e di Giuppana, in 
lingua Schiauona, Lopud*) è chiamata. Il circuito 
suo, come dicono, è di cinque miglia in circa. E la 
più bella parte di lei, la più habitata e la più ador- 
na di giardini, di palazzi, e di porto per le naui, si 
è quella che risguarda verso ponente. La quale in 
guisa di mezza luna, ò vero di mezzo cerchio, ab- 
bracia vno assai capeuole seno di mare, con vna 
spiaggia assai piaceuole e commoda. Intorno alla 
quale tra molti nobili edificij, si veggono due hono- 
rati conuenti e monasteri, l' vno de i ftati Predica- 
tori, detto San Niccolo, e 1' altro de i frati Minori, 
detto Santa Maria. Nel mezzo de i quali, su l' istes- 
sa riua del mare, è stato edificato da i fondamenti 
vn' ornatissimo tempio, alla santissima Croce dedi- 
cato da vn nobil spirito, e ricco, come dicono, di cen- 
tomila scudi, M. Michele Prazzati addimandato, il 
quale anco viue padrone di nani, e non hauendo nò 
figlio, ne figlia, vorrebbe che quest' Isola ond' egli ò 
natiuo, si facesse Vescouado, & offerisce di fargli del 
suo, trecento scudi d' entrata. Ma per non ismem- 
brare la Diocesi dell' Arciuescouado, fino al presente 
non si è effettuato questo suo desiderio. Fa egli 



') La mediana delle così dette Elaphiii, alla quale rimase 
perciò, por eccellenza, il nomo primitivo, onde per barbar. 
queUo di Lopud, 



233 



intanto bene vfficiare detta sua ornatissima Chiesa. 
E egli parimente è vno di quelli, che procurano di ri- 
scattare del continouo gii schiaui dalle mani de gl'in- 
fedeli, & attende alle limosine, a imitazione della 
buona memoria del Scoccibuca, ritrouandosi però 
d' anni, e d' età più graue (per mio auuiso) che non 
era M. Vincenzio detto. Ma per tornare à dire del- 
l' Isola, ella si gode vn' aria preciosa, & abonda in 
mezzo all' acque salse, d' acque dolci. Imperochè do- 
uunque si caua in questa parte di lei piana, subito 
si trouano. Ha belli e commodi edificij, frequenti e 
vaghi giardini, e le coUine tutte di vigne sono ri- 
piene. H Uto da questa parte habitata abonda d' a- 
Tena, e se ne porta in barche à Raugia, per edificare, 
essendo che il lite Raugeo, per essere ripido e sas- 
soso, non ne produce. Sono in questa deliziosa Isola 
circa trenta fra Chiese e Cappelle. Vna delle quaU 
Chiese de i Reuerendi preti, e la più nominata, si è 
Santa Maria del Biscione, la quale dicono che fu e- 
dificata da vn certo barone e signore, il quale capi- 
tando ne i tempi antichi à quest' Isola, all' hora tutta 
seluosa e dishabitata, & andando vn suo picciolo fi- 
gliuolo, essendo vscito di nane, per la selua solo à 
diporto, fu da vn gran biscione ò vero serpente, che 
in detto bosco dimoraua, inghiottito fino al mezzo. 
Ma sopragiugnendo il padre, e raccomandandolo con 
voto alla Madonna, subito il serpente sano e saluo 
lo vomitò e ributtò fuori. Onde in ricognizione del 
beneficio riceuuto e sodisfazione del voto, fece il pre- 
fato Signore edificare la detta Chiesa, bella di fabri- 
ca, di pitture e d' ornamenti, in cima d' vn colle, in 
luogo però piano e di beUa veduta. Al maggior' al- 
tare di cui è vna Madonna assunta, di riheuo, co' i 
dodici Apostoli, somigliantemente di riheuo, opera 
nel vero molto bella, & in molta venerazione de i 
nauiganti, per quelle parti e tiene oggi di hmosine 
hauute, oltre à sessanta Calici. Quest' Isola, lontana 
da Raugia circa dodici migha, e da Giuppana intomo 

16 



234 



1 



à tre miglia 6 assai bene popolata, ma più di donne 
che d' uomini, essendo che molti de gV huomini sono 
periti per i naiifragij, parte venuti nelle mani de 1 
Turchi, e parte tuttauia se ne trouino su le naui in 
varij viaggi. 

Dicono alcuni» che il prefato signore, che fon- 
dò la Chiesa di Santa Maria del biscione, era di 
casa Sforza') Onde neir ai*me loro hanui) vn serpente, 
che ìngiotisce mezzo vn figliuolo, in memoria, sti-i 
mano, del narrato miracolo. 

Il Conuento di San Niccolo, dell' Ordine di San 
Domenico, edificato vn mezzo tiro di mano distante 
dalla riua del mare, tiene vna bella Cliiesa, d' vna 
nane sola, con forse dodici altari, con bella sagrestia, 
con organo e con vn riguardeuole campanile. Ha vn 
chiostro solo, in cui sono, con vn pozzo d' acqua 
dolce, Se ottima, ventisei aranci, due oliui, due fichi, 
& vn lauro. Tiene vn dormitorio di quindici celle,: 
con vna loggia sopra Y horto. Il refettorio di cinque 
tauole, r altre officine, sono tutte commode, L' horia 
grande, con vigna, & innumerabiP arbori da pomi, 
fra quali V anno lf588. erano sedici piedi d' aranci 
adulti, grandi e quatto di limoncelh, & à tutto cinta 
di mura in quadro. Et in somma, la congregazion 
de i frati di S. Domenico di Raugia, la quale non 
si estende fuori del Dominio Raugeo, separata d 
gV altri eonuenti della Dalmazia dell' Ordine suo, 
la quale non ha più che i tre eonuenti, da noi fin, 
qui nelle presenti narrazioni descritti: cioè di San; 
Domenico di Raugia, di santa Croce di Grauosa e 
di S. Niccolo d' Isola di Mezzo, potrebbe, volendo 
attendere alla diuozione, à i sacri studi, & al buon' es- 
semplo, godersi vna febee vita religiosa, perla eom- 
modità de i luoghi che tiene, per la preciosità del- 
l' aere che gode, e per V amoreuolezze, che sperimenta 



') Leg'gi : di Casa Visconti, il cui stemma si vede dipìnto 
iopra i' Altare. 



286 



àgL quello piustrifinsìino Senato, il quale ama assai, & 
Ysa ogni sprta di fauore à quei religiosi, i quali ve- 
de essere d' essemplo, & d^ edificazione alla città. 
Quanto poi à Santa Maria, luogo de i Padri Zocco- 
lanti, egli ancora è vn vago e commodo conuentino, 
edificato s(k)ra d' vn' alto masso, in su la riua del 
mare di bcpissima veduta, con giardini d' ogni intor- 
tomo» e copia d^ aranci. Veggonsi altresì per detti- 
sela alcune torri in faccia della marina, per ripri- 
mere V audacia de i corsali, e per tenergli, con al- 
cuni pezzi d' artiglierie, che sopra vi stanno, lontani 
dal lito loro. Ma souente interuiene, che i popoli ri- 
ceuano tal' hora peggio da gV amici finti, che da 
gF inimici manifesti. Lnperochè questa deMosa Iso- 
la, t anno di nostro Signore, 1538. hauendo amiche- 
uoliùente riceuute dodici Galere di Papa Paolo terzo. 
Pontefice santissimo, delle quali era capitano il Pa- 
triarca di Vinezia, gentil' huomo di casa Grimana, 
Sì da grhuomini di quelle, miseramente & empia- 
mente saccheggiata, come à lungo si è detto di so^ 
pra nel secondo libro. 

Dello Scoglio di Sani* Andrea. 

Pvori in aperto mare, & assai visibile à gì' oc- 
chi de i nauiganti, e distante da Isola di Mezzo, in- 
tomo à quattro miglia, apparisce vn rUeuato Scogho, 
di dreuito circa mazzo miglio, chiamato Sant' Andrea, 
da vn monastero di San Benedetto negro, cosi inti- 
tolato, in cui stanzano da quattro ò cinque monaci, 
con altri loro sementi. E fuori d' un poco d' horto, 
e di vigna, poche altre cose produce loro il detto 
piccolo e sterile scogUo. Onde bisogna, che d' altron- 
de le necessità loro prouedino. Vicin' al monastero, 
dicono essere vna certa grotta, pm*e nell'istesso sco- 
gUo, cotanto dirupata, e scoscesa, che non è possi- 
bile per via humana espugnarla. Et in essa si rico- 
uerano quei dinoti monaci, ne i pericoU de i corsah. 
£1 perchè il Monastero non resti egU preda di semi- 



236 



glianti persone, da certo tempo in qua vi si vede 
oltre acciò vna picoiola fortezza, e torre per difesa 
di lui. L' aere vi è buono, V aequo sono cisternali, la 
solitudine ò grande. Et in quei perpetui silenzi] not- 
turni h umani, al mormorio, e collisione dell' ondo ma- 
rine al ben fondato e saldo scoglio, possono quei 
Reuerendi monaci inalzarsi e sormontare con la mente 
alla contemplazione del facitore de i Cieli, della ter- 
ra e de i mari, ne i quali cotanto raarauiglioso ap- 
parisce. Et il giorno altresì dopo i breui diuini vf- 
fici, possono in qualche honesto, & vtile studio, à 
honore di nostro Signore, e CA)mmodo da i prossimi, 
lodeuolraente venirsi occupando. Pascolano castrati & 
altri simili animali, per detto scoglio, in vso, e ser- 
uizio del luogo. Et il circonstante mare dona loro 
copia di pesce, purché con le loro reti e barche lo 
vadano cercando. Quando occorra loro alcuna neces- 
sità, da certo più rileuato luogo, nella prima vigilia 
della notte, col fuoco la significano alla loro Badia 
di San Iacopo, E così quei Reuerendi la mattina, 
per tempo ci mandano vna loro fregata, e gli sov- 
vengono di quanto fa di bisogno, essendo detta Prioria 
di Sant'Andrea, membro della prefata Badia di San 
Iacopo, la riunle Badia di San Iacopo, vicina a Rau- 
gia, dalla parte di leuante meno di mezzo miglio^ e 
su la riua de mare, tiene vn commodo e diuoto mo- 
nastero, con bellissimi giardini d' aranci e di palme, 
d^ ogn" intorno, e con vna strada lunghissima, piana, 
e fra verdeggianti arbuscelh, à pie d' vna montagna, 
e sopra il mare elouata, per cui possono detti Padri 
ire à diporto a loro piacimento» e far essercizio, senza, 
che vadano in città, e tra la frequenzia de gV huo- 
mini. Tengono bai^cbe e reti, e sementi altresì pe- 
scatori. Onde d' ogni tempo, purché il mare sia pe- 
scabUe e non di fortime agitato, prendono del pesce 
per loro stessi e per gV amici, tra i quali, nò de i 
minimi, erano i Padri di San Domenico, mentre che 
lo Borittore di queste memorie F. Serafino in Raugia 



237 



^iimoraua, e che à San Iacopo predetto era Abbate 
dfl Reuerendo Padre Don Anastasio di Ragnina, gen- 
"til' huomo Raugeo, Religioso di molta bontà e pru- 
<lenza, e d' animo veramente nobile, e cortese. Come 
altresì è il suo honorato fratello Don Giouanbatista 
di Ragnina, Abbate in quel tempo della famosa Ba- 
dia di Melida, e Padre molto versato in tutte V arti 
e scienzie, e singolarmente dotto nella greca e latina 
lingua. I quali Padri di San Benedetto, tengono e- 
ziandio nell' Isola di Giuppana vn' altra Badia, & in 
quella parte dell' Isola, che sguarda il settentrione, 
e Siano Castello di terra ferma, non ignobile. 

Dell' Isola di Calamota. 

Càlamota, che in lingua schiauona è detta Cel- 

locepe, è un' Isola vicina à Raugia, minore che 1' I- 

8ola di Mezzo, men fertile e meno habitata. Produce 

Srenerosi vini. Et altro non è in lei notabile, se non 

vn giardino già fattoui dalla buona memoria di M. 

Vincenzio Scoccibuca. Tiene buon' aria, e dalla parte 

di mezzo giorno, e verso il mare aperto, è tutta di- 

mipata, e vi si veggono ripe altissime, & inaccessi- 

tili. Alle quali nel soffiare del vento scirocco^ si fan- 

xio grandissime allisioni, e percuotimenti di spumose 

onde. Onde non ci passano in detti tempi, navihj, se 

aion con grande loro pericolo di naufragio, ma naui- 

Sano per canale, cioè fra dett' Isola e terra ferma, e 

non fuori di lei, nel mare aperto. 

Dell' Isoletta di Daxa. 

Tra Calamota e Granosa è vn' Isoletta, tutta 
piena d' ohui e d' altre verdure, e di circuito intorno 
à vn miglio, e chiamasi Daxa. E ci hanno i Padri 
Zoccolanti vn commodo e dinoto conuento, in cui ten- 
gono i nouizij di tutta la congregazione. Onde riti- 
rati dal secolo, e dalla frequenzìa de i popoh, hanno 
gran commodità di studiare, & imparare, e così an- 
^rft 4i beQQ apprendere le cirimonie della sacra 



religione. In questa Isoletta, che tiene sembiansa 
d' una collina, essendo alta nel mezzo, e da i lati 
abbassandosi, si veggono sparto molte Cappelle, ò 
vero oratorij, rappresentanti i luoghi sacri di leroso- 
linia, & i misteri della vita e passione di nostro Si- 
gnoro. E singolarmente vi si visita vna Cappella fat- 
ta su la forma e modello del santo Sepolcro di Chri- 
éto nostro Signore. Hanno quei Padri bellissimi hor- 
ticelli, vna giocondissima veduta di mare, vna gran- 
dissima Ubertà da i tumulti delie frequenze de po- 
poli, e tengono reti per pesc^are, e vna barca, con 
etti tar hora vanno h Raugia, girando di fuori intorno 
alla cittàj e remando da loro stessi, anzi con quelle 
loro valide e robuste braccia facendola ire velocissi- 
mamente. Hanno in vec^e di campanile vn fortissima 
torrione, in cui occorrendo di notte pericolo di fuate 
si possono saluare. Ma il giorno per essere il luogo 
così vicino alla città, non ci è cotal pericolo, L* an- 
no 1588. andando F. Serafino, scrittore di questo li- 
bro a vedere detta Isoletta, ci trouò, oltre à certi 
castroni, i quali senz' altro guardiano, pascolauano 
da per loro intorno alla riua del mare, dodici Padri, 
di famiglia, cioè quiui assegnati e dimoranti, tre dei 
quali erano sacerdoti, e gl'altri nouizij. La quaresi- 
ma ò assai frequentata quest' Isola da 1 Haugei» ì 
quali vanno a visitare detti Oratorij, e cosi per la 
festa di S. Croce di Maggio, e per la festa dell' Ab- 
Bunzione della Madonna, si vede tutto quel golfo e 
porto di Granosa, ripieno di barchette, che nauigano 
à visitare detto luogo ameno, & vago di Daxa, lon- 
tano da Granosa poco più d' vn miglio. 

Deir Isola della Croma. 

Presso ai porto di Raugia la metà d' vn miglio, 
è posta r Isoletta della Croma, la quale di circuito 
dtbue essere intorno a tre miglia, D^ ogni tempo è 
quest'Isola vestita di verdura, e per la maggior par- 
te di ripe altissime cinta. Vi si veggono da tre 



239 



ò Tero quattro pogginoli e colli, senza veruna habi- 
tazione di secolari. Ma vi è solamente vna Badia e 
Monastero magnifico di San Benedetto negro, edifi- 
cato, come nel primo libro si è narrato, dalla Repu- 
blica Raugea, con bellissimi giardini e vigne, nella 
parte piana dell' Isola, al mezzo giorno, & à leuante. 
E se ci fussero vene d' acqua dolce sarebbe dett' I- 
sola, assai più lodata & amena. Ma perchè non ci 
sono se non acque dolci cisternaU, quindi è che fra 
quelle perpetue verdure di lecci, di ginepri, di bos- 
soU, di mortelle, di pini, e d' altri arbori di più sorte, 
non si veggono volare, né vi si odono cantare, se 
non rari augelli. E le giumenta e vacche rosse, le 
quali tengono detti Padri per l'Isola à pascolare, 
senz' altro guardiano, che le sponde del mare, se vo- 
gliono per rendere il butiro à i loro padroni, abeue- 
rarsi, bisogna che tornino à i canali d' acqua appa- 
recchiati per ciò su la piazza del monastero, in cui stan- 
zano, per la maggior parte monaci d' Itaha, sotto vno 
Abbate medesimamente itahano, e della congrega- 
zione di Santa lustina, ò vero Cassinense. A pie del 
più alto e frondoso colle in vista della città, princi- 
piarono più anni sono i nobili Raugei vn' assai am- 
pio e capeuole Lazaretto. Ma poscia hauendo alzate 
le mura principali d' ogn' intorno, oltre à vna canna, 
fatti auertiti, che cotale muraglia, in euento di guer- 
re, stando in luogo rileuato e tanto vicino alla città, 
hauerebbe potuto, anzi che nò recare loro gran dan- 
no, quando fusse in mano de gì' inimici peruenuta, 
tralasciarono di più murarci. Onde se ne sta così 
imperfetta e fa mostra di se ìi chi la rimira, in sem- 
bianza d' vn gran teatro. Vedesi ancora in dett' Isola 
(a cui, da terra ferma, natando, nel tempo dell' ista- 
te, molti fanciulli Raugei si conducono, e traportano, 
così sono eglino lesti, & essercitati sopra 1' acque) e 
vicino al monastero in luogo basso si scorge vno 
quasi laghetto, fatto dall'acqua del mare, che in 
quello per vna fossa sotterranea prorompe, il quale 



240 



è di gran diporto e di molta commodezza à quei mo- 
naci Reuerendi, & à gV altri religiosi, che d' estate 
là nauigano, per vsare, in sanità del corpo bagni 
marini. Non essendo nel mare aperto, né in vista di 
pescatori ò d' altri huomini, ma in luogo scoperto, 
si air aere, ma segreto e di poca e molt' acqua, co- 
me altri la vuole. Vero è, che quando il mare fortu- 
neggia, ancora detto laghetto partecipa della sua for- 
tuna e del suo stuffo e ristuffo. 

Del Porto di Malfi. 

Come il mare Adriatico, dal mezzo giorno, e 
ne i lidi d' Italia, per la maggior parte finisce, e 
termina in ispiaggie, per la bassezza dell' acque e 
disposizione de i siti, così da settentrione, e ne i lidi 
di Dalmazia, per V altezza e profondità di quelle, ri- 
tiene frequenti porti e sicuri seni per i nauilij, dal- 
l' istessa natura, & autore di quella fabricati. E per 
tacere bora de gì' altri, che molti sono, e tutti com^ 
modi, nauigandosi da Cattare per Vinezia, si trouau^v 
sul territorio di Raugia, primieramente il porto d' li ^— 
pidauro, aperto sempre ad ogni legno; e passata ^: 
quello di Raugia, in cui non si da ingresso à legcr>. 
armati, ne occorre quello di Granosa amplissimo 
sicurissimo, e tra questo & Isola di Mezzo ò yezmr^ * 
Islano Castello, si vede il porto di Malfi di Dalm^B^. 
zia, minore assai di quello di Granosa, ma imp^x: — 
commodo e sicuro da venti. 

Principali Vffìci e Magistrati^ dell' Illustrissimit 
Repiiblica di Raugia, 

Lo Illustrissimo Rettore, il quale dura vn mese. 
Vndici Senatori del minor consiglio, i quah duran^^D 

vno anno. 
Proueditori cinque della città, i quali con gì' altri vf^- 

fici, che seguono, perseuerano vn' anno intero. 
Giudici sei del Criminale, & altritanti del Ciuile. 
Vfficiali tre dell' arte della lana. 



241 



Consiglieri ventinoue de i Pregati. 
Tesaurieri otto, di Santa Maria, ò vero del Duomo. 
Vfficiali sei della Sanità. 
Doganieri quattro della Doana grande. 
Stimatori quattro, delle robe di Dogana. 
Vfficiali tre, sopra il sale. 
Procuratori Ire, di San Biagio. 
Vfficiali quattro, sopra l'Arsenale. 
Vfficiali tre, sopra V Acquidotto. 
Vfficiali cinque, sopra i vini di contrabando. 
Vfficiali cinque, sopra tutte le misure. 
Proueditori tre, sopra V Arsenale. 
Proueditori tre, sopra le saline di Stagno. 
Proueditori tre, sopra de i soldati. 
Proueditori dieci, delle biade. 
Proueditori sei di notte. 

Procuratori 33. à tutti i Monastari, & hospitdi della 
città. 

Vfficiali, che si creano fuori della città di Raugia. 

Conte della città di Stagno. 

Conte dell'Isola d'Augusta. 

Conte dell'Isola di Melida. 

Conte dell'Isola di Giuppana. 

Conte dell'Isola di Mezzo. 

Conte d'Asiano, Castello in terra ferma. 

Conte della contrada di Canale. 

Castellani due di Stagno. 

Castellano di Posuid. 

Castellano di Castello Soccol. 

Castello di San Lorenzo, fatto da i Raugei. 

Capitano di Punta. 

Capitano di lagnina. 

Capitano di Raugia Vecchia. 

Venditore di sale, à Castelnuovo. 

Venditore di sale, alle Ploccie. 

Venditore di sale à Narenta. 

Ambasciadori due, al Gran Turco. 



242 



Ambasciadori, à diuersi Princìpi, 
Consulo, in Alessandria. 

Con moli' altri vffieialij dentro e fuori della città, i 
quali si tacciano per breuità, 

Ricapitulazione delle Chiese^ Connenti e Monasteri 
deir Itlmtrmiìna citta di Rauifia, 
Le Chiese, le quali sono dentro alla città, sono à 
nouero quarantasette. Ma le maggiori, e le princi- 
pali sono queste, cioè: 
n Duomo, detto Santa Maria. 
San Biagio, auuocato della città. 
Santo StefanOj ricco di sante Reliquie. 
San Domenico, Conuento di circa trenta frati. 
San Francesco, d* altrotanto numero di Padri, 

Monasteri di Suore, 
San Tommaso Apostolo. 

San Simeone. 

Santa Maria. 

Santo Andrea, e 

San Marco; tutti è cinque, della Regola di San Be- 
nedetto, & alla cura del Reuerendissimo Arciue- 
scouo : e Y anno 1588. non passauano fra tutti t> 
cinque, il numero di Monache cento ventisette: 
essendone 

Nel primo di San Tommaso 15, 

Nel secondo di San Simeone 18, 

Nel terzo di Santa Maria 43. 

Nel quarto di Santo Andrea 23, e 

Nel quinto di San Marco 28. 

Si come l'Autore di questa storia F. Serafino, 

r anno prefato, essendo Vicario della Chiesa di Rau- 

già vacante, osservò. 

Ci sono poi tre altri Monasteri di Suore mendi- 
canti, due del Serafico Padre San Francesco, cioè 

Santa Chiara, di numero sessanta, e 

San Pietro e San Paolo, in minore numero, & allaj 
cura de i Padri loro. 



243 



ft vno del dottissimo Padre San Domenico, alla 

€3ura degli stessi Padri, cioè 
st.li Michele in numero di suore venticinque in circa, 
i-'tte gentildonne. 

Congregazioni di Suore del Terz Ordine. 

eLnta Margarita. San Pietro in Vincula. 

«tjita Fosca. Santo Arsipo confessore, 

«tn Theodoro martire. San Vito e San Modesto, 

^n Niccolo, del Terz'Or- San Iacopo, Terzine di San 

ditie di San Francesco. Domenico. 

Badie fuori della città, e dentro allo stato, 

^«n Iacopo, e San Filippo, fuori della porta à le- 

uante, di Raugia. 
i. Maria candellora, nello scoglio, ò vero Isola della 

Crpma. 
^a Badia di Melida, e 
^a Badìa di Giuppana, tutte è quattro dell' ordine 

di San Benedetto negro, e la Prioria di Santo 

Aiidrea. 

Conuenti di San Francesco, fuori della città. 

Q Conuento di Stagno. 

D Ckmuento di Raugia Vecchia. 

Il Conuento di Daxa. 

n Conuento d' Ombla. 

n Conuento di Canale. 

n Conuento d' Isola di Mezèo. 

Il Conuento di SabionceUo, '& 

Conuenti di San Domenico, fuori della città. 

Santa Croce di Grauosa, e 
San Niccolo d' Isola di Mezzo. 

Altari d' argento, che .sono in Raugia. 

In Duomo ne sono due: quello del maggior' Al- 
tare, in cui sono 18, figure, in due ordini. Nel più 



244 



basso de i quali è la Madonna col figlio in brac- 
cio, & alla destra di lei sono questi santi, cioè : 

S, Luca, S. Gregorio^ S. Domenico, e S. Caterina 
martire. 

Et alla sinistra sono questi altri, cioè : 

San Biagio, San leronimo, San Francesco & Santa 
Maria Maddalena, 

Neil' ordine poi superiore, nel mezzo è m Christo 
risuscitato. 

Alla destra San Giouanni Batista^ San Iacopo Apo- 
stolo, San Michele Archangelo, e Santo Stefano. 

AUr sinistra poi sono i gloriosi Apostoli San Pietro, 
e San Paolo, San Giorgio, e San Lorenzo, figure 
tutte d' argento, di mezzo rilieuo, e fatte alla mo- 
derna, e molto belle e dtuote. 

Et vn' altro, dietro alla residenzia dello Illustrissimo 
Rettore, à cui sua Signoria Illustrissima insieme 
col consiglio minore, ascoltano la sacra messa. 

In San Domenico, è vn' altare solo d' argento, cioè 
il maggiore di cui si è detto à bastanza di sopra» 

In San Francesco ne sono tre, cioè il maggiore, e 
due altri. 

Reliquie sacre, le quali sono nelle Chiese di Raugia. 

Nella Chiesa di Santo Stefano sono intomo à 
cinquanta pezzi di sacre reliquie, tutte poste ricca- 
mente in argento. Tra le quaU, sono dodici teste di 
diuersi Santi martiri. Vna mascella di sant' Appol- 
Ionia, con alcuni denti mascellari, di quei di sotto, 
Onde non le do netterò essere canati tutti. Di S. Ser- 
gio e Bacco martiri. Di santa Petronilla, figliuola di 
San Pietro» Di S, Nereo, & ArchOleo. Dì San Pan- 
crazio. Della testa di Santo Stefano Protomartire. 
E singolarmente si mostra in questa Chiesa vn no- 
tabile e gran pezzo della palma, legno della Croce 
di nostro Signore. 

Nel Duomo V anno 1588. per la festa del glo- 
rioso S. Biagio furono portate in processione 111. 



245 



Reliquie ss^re, tutte poste in argento, come di so- 
pra si è narrato. Ma altre molte ne rimasero sopra 
r Altare, per non ci essere più religiosi parati che 
le portassero. 

Nella Chiesa di San Biagio sono alcune Reh- 
quie di detto Santo. Vn dito di San Pancrazio, et 
alcune particelle di San Pietro, Andrea, e Laurenzio. 

Nella Chiesa di San Domenico, tra V altre sa- 
cre reliquie, si troua vn dito di San Domenico, vn 
dito di S. Qiouanni Chrisostomo, vn braccio di San 
Tommaso Apostolo, & vn pezzuole di braccio di San- 
ta Maria Maddalena. Il capo di S. Anna. Vna mano 
di Santo Stefano Rè di Rossina. 

Nella Chiesa di Santa Chiara, sono tra V altre 
Reliquie, vna testa delle Vergini di SantV Orsola, vna 
particella d' vn braccio di S. Andrea. Et vna parti- 
cella similmente d'vn braccio di S. Maria Maddalena. 

Annotazioni intorno alle sacre Reliquie, 
che sono in Raugia, 

Deesi primieramente sapere, come le sopradette 
sacre Rehquie di Raugia, in parte furono à dette 
Chiese donate da i Cattolici Re di Rossina, e d'Vn- 
gheria, i quah edificarono quei tempij, ò vero per 
loro diuozione gì' andarono à visitare, e parte hanno 
con loro danari & industria procacciate i mercanti 
Raugei da i Regni propinqui, ne i quali è mancatia 
la vera Religione Christiana, per V occupazione fatta 
di loro da gl'infedeh. 

Secondariamente è da notare, come i nobili e di- 
uoti Raugei, se bene non hanno vn braccio intero v. 
g. di -Santa Maria Maddalena, ma vn pezzetto solo 
di quello, ad ogni modo, per maggiore honore di 
quella santa, hanno fatto fare vn braccio intero d'ar- 
gento, e dentro di quello rachiusolo. Onde e nel Duo- 
mo, & in San Domenico, & in Santa Chiara, si mo- 
stra vn braccio d' argento di S. Maria Maddalena 
predetta. £2 manifesta cosa è, che ella non hebbe se 



246 



non due. Vno de i quali intero bì mostra chiuso 
pur* in argento, in San Massimino di Prouenza^ e 01 
porta in processione nella sua festa. E quanto bab- 
biamo detto delle braccia, diciamo douersi intencjtere 
ancora delle teste e delle gambe. Impero che nella 
testa di San Biagio, come anche sì è detto nei pri- 
mo libro, non è tutto il capo dì quel santo, ma Toa 
sola particella, e cosi di molt' altre adiuene. 

Terzo è da notare, come gV niustiissimi Sigoon 
Raugei tengono tutte le predette Reliquie sacre ne 1 
sacri Tempij loro, e le fanno aminìstrare sempre da i 
Reuerendi Sacerdoti^ quando si mostrano e quando 
si ripongono. Ma imperò vogliono che le chiaui, ijon 
nelle mani deU' Arciuescouo ò del Clero, ma di tre, 
ò 4. de i più vecchi Senatori si conservino, come al- 
tresì si costuma in Cattaro^ & in molte città d* Ita- 
ha. E questo fanno per lenare T occasioni di qoit 
perderne qualcheduna. Conciosia cosa, che potrebb» 
molto bene accadere, quando fussero in podestà Ut)B- 
ra del Clero, che alcuno de gF Arciuescoui i quali 
sempre sono forestieri, pigliasse sicurtY di mandai*ne 
alcuna alla patria sua, ò di farne dono à qualche 
Principe suo amico. Non essendo adunque questa 
heredità delF Arciuescouado, ma tesoro spirituale pro- 
cacciato con successione di tempo, dall' Illustrissimo 
Senato, e da suoi gentil* huomini e cittadini, non ap- 
parisce che habbia il Clero giusta querela sopra di 
tal negocio. Anzi quel cattolico Rè, che tante e si 
belle rehquie donò alla Chiesa di Santo Stefano, 
voUe, & ordinò che certa nobile faniigha sempre ne 
tenesse le chiaui. La qual cosa, sempre poi s^ osser- 
uò inuiolabìlmente. 

Nel quarto luogo ò da notare, che se queste la* 
gioni fussero state esposte à Roma, e porte nella ma- 
niera che stanno, non sarebbono per mio auuiso, nate 
contante diffieultà tra T Arciuescouo & il Senato so* 
pra di ciò, quante sono ne gV anni a dietro nate con 
poca edìficasione del popolo. Ma siano grazie u Dio, 



247 



che nella prolusione del moderno Aroiuesoouo per 
quella Chiesa, fatta da nostro Signore, Papa Sisto 
quinto, di sua spontanea volontà e moto proprio 
nella persona di Monsignore Paolo Albero, gentilis- 
simo e diuotissimo spirito, speriamo che si sarà po- 
sto perpetuo silenaao à cotal lite e controuersia. Né 
più cercheranno gr Arciuescoui, si come alcuni de i 
passati haamo cerco, d' hauere il libero, & assoluto 
dominio, di dette sante Reliquie nelle mani. Ma si 
contenteranno del temperamento interpostoci da Sua 
Beatitudine^ cioè d' havere vna di quelle tre ò quat- 
tro chiaui, ò quante siano, rimanendo V altre nelle 
mani de gh stessi Senatori. H scrittore di queste 
storie, essendo Y anno 1589., di Raugia, oue era Vi- 
cario di quella congregazione del suo Ordine, venuto 
à Roma, al Capitolo generale^ & hauendo hauuta da 
Sua Beatitudine audienzia, nella sua propria camera, 
tra r altre cose, che conferì con Sua Santità in laude, 
e commendazione del Senato Illustrissimo di Raugia, 
vna fu intomo à questo negocio delle ReUquie. E 
condescendè Sua Beatitudine alle ragioni addotte, e 
gh disse il temperamento, che hauea pensato, & im- 
posto all' Arciuescouo, il quale poi prudentissima- 
mente, per leuare ogni suspizione, pensò di consti- 
tuire detta chiane, che à sua signoria Reuerendissima 
toccaua, appresso qualcheduno de suoi Canonici, i 
quaU tutti sono gentil' h uomini Raugei. E come que- 
sto suo pensiero conferì in Roma, col scrittore di 
queste memorie, così si stima, che V habbia effettuato, 
nel suo primo arriuo in Raugia, doue da tutti i buo- 
ni con desiderio era aspettato. 

Nel quinto, & vltimo luogo è da notare, intomo 
alle prefate Reliquie, come gì' Illustrissimi Signori 
Raugei ne sono zelosissimi e per così dire auarissi- 
mi, ò per megho dire tenacissimi. Onde, né à i primi 
d' Italia, à i quali per altro sono affettionatissimi & 
ossequiosissimi, benché di ciò ricerchi, e pregati, ne 
hanno giammai voluto far dono ò in qual si volesse 



^=*r- 



248 



altra maniera concedere pure vna sola. Onde narrano^ 
come essendo stato il Senato Raugeo, non ha molti 
anni, ricerco da i Fiorentiuij di far loro dono d' vn 
braccio di S. (riouanni Battista, il quale si ritroua 
nel duomo di Raugia; rispose, che ritrouandosi la 
città di Raugia, su i confini de gV infedeli, tenoua 
maggior bisogno delle Reliquie sacre, e dell' aiuto 
de i Santi, che la città di Firenze, la quale non era 
in somigliante pericolo posta, ma si godeua lieta e 
sicura, vna tranquilla pace, sotto V ombra e sotto la 
protezzione di cosi saggio, e di così cattolico principe 
quar era il serenissimo suo gran Duca Cosimo. 

Somma di iiitta f entrata commune ^ ordinaria 
della città di Raugia, secondo vn computo, non mo- 
derno, ma antico, contenuto nelle sottosc ritte quattro 
somme, cioè 

1. DalV entrata di Raugia, ducati 39765 

2, Da IT entrata di Sturino, ducati 1830 
5. Dall' entrata di Canale, ducati 590 
4. Dair entrata del sale di Stagno^ ducati 35900 

Ella verrà à essere, di D, 58085, 

Se bene si è raccolto, è secondo (come si è detto) 
un computo antica. 

latita r uscita Annuale secondo vn computo an- 
tico è di ducati trentasette mila dugento mmanta. 
Onde sarà maggiore V entrata , intorno à ventimila 
ducati. 

Annotazioni intorno all' entrate, ^* vscite Annuali 
della città di Raugia, antescritte, 

Deesi nel primo luogo notare, come quanto da 
noi qui si è scritto intorno all' entrate e vscite annuali 
della città di Raugia, tutto si è ritratto dalle memo- 
rie fatte della sua città, dal signor Niccolo di Ra- 
gnina, gentil' huomo e Senatore di nominanza, il 
quale non ha molf anni, che in buona senettu, o 
molto meriteuole della sua RepubMca^ se n' andò à 



249 



Tmig linr vita. Secondo adunque il computo da sua si- 
gnoria fatto, e secondo le partite poste, può il dili- 
S^i^te lettore conoscere, come l' entrata di Raugia 
ordinarie, communi, & annuali, sono intórno à cin- 
quant' otto mila ducati, e l' vscite, intorno à trénta- 
sette, ò vero 38. mila. Onde viene V entrata à supe- 
rare, & auanzare V vscita di venti mila scudi in circa. 
Deesi nel secondo luogo notare, come, per mio 
auuiso, non annouerò, né pose nel suo libro, il si- 
gnor Niccolo prefato, tutta T vscita intera, ma sola- 
mente le principali partite. E per dame vn' essemplo, 
egli non dice cosa alcuna della condotta, che si fa 
ciascun' anno, d' un predicatore d' Italia, per la Chie- 
sa Cattedrale. Il quale incomincia per ogni Santi, à 
predicare tutte le feste, e poscia la quaresima ogni 
ài. Nella qual condotta deue il Senato spendere intor- 
no à trecento ducati. Essendo che lo conduce con 
vno, ò due compagni, e poi lo riconduce in Italia 
franco e senza veruna sua spesa, e mentre poi che 
tanti mesi dimora in Raugia, oltre alla casa fornita, 
e due presenti la settimana, vno di magro, e Y altro 
di grasso, quando non è quaresima, gh da à ragio- 
ne di cinque ducati il mese per bocca; dieci ducati, 
se sono solamente due, e siano tre, cioè che egli hab- 
bia due compagni, gli pagano 15. scudi il mese. E 
dopo, quando si parte, oltre à i nobih presenti di ta- 
peti, ò altre somigUanti cose, gli danno per hmosina 
delle predicazioni, settanta ducati vngari, che vengo- 
no à essere poco meno di cento ducati nostri, si co- 
me dicono gì' intendenti delle monete. 

Terzo è da notare, come altresì il signor Nic- 
colo pose in quel suo computo dell' vscite annuali 
alcune spese, le quaU oggi non sono nella RepubUca 
Raugea, come (essempli grazia) la spesa dei quattro 
mila ducati, nella milizia nuoua, la quale, come io 
stimo, dovette essere nel tempo della lega de i Prin- 
cipi Chyistiani centra il Turco, intomo all' anno 1570. 
quando la santa memoria di Papa Pio V. à richiesta 

17 




250 



de gli stessi Signori Raugeì, mandò loro il Signorj 
Saporoso Matteueci, Colonello, e guardia della cittì 
loro, che in detto tempo mantenendosi, con buon; 
grazia d* amendue le partii neutrale, a gì' vni, & 
gF altri, daua neir occorenze^ sicuro ricetto. Si com 
noi altroue ancora habbiamo scritto, cioè nelle nar 
razioni de gF Arciuescoui di Raugia, fauellando da 
F Arciueseouo Matteuecio, 

• Quarto è da notare, come delF entrate parimenti 
alcune oggidì sono mancate, se non in tutto, alme», 
in buona parte, come quella de i dieci mila ducati, 
delle calisee d' Inghilterra, le quali non ci vengono 
più, se non con gran pericolo e risico, per cagion» 
della guerra, tra gli Spagnuoli, & Inglesi, e rapresa- 
glie, che fanno gV vni, à gì' altri. E come altresì del 
dazio delle robe d' Alessandria, le quali dopo che l 
Christiani persero Cipri, non ci vengono così frequenti, 
come prima faceuano. Può ancora hauer osseruato il 
prudente lettore, nelle soprascritto partite dell* entrate, 
come gì' Illustrissimi Signori Raugci, conformemente 
à i sacri Canoni, & k gV ordini santi de i Sommi 
Pontefici, non impongono gabelle, se non alle robe 
dì mercanzie. Onde alle porte delle loro città non sì 
pagano gabelle delle cose necessarie, per vso delle 
famiglie e case proprie. Et i Religiosi, & i luoghi pìj, 
sono (come è ben giusto) sempre riguardali. Cbe 
siano eglino sempre benedetti, e prosperati da nostro 
Signor' Iddìo. 

Quinto è da notare, e faremo fine a queste nar- 
razioni, col diuino aiuto, come nel presentare il tri- 
buto annuale al Gran Turco, si come da due gen- 
til* huomini (che più volte cotal carico dalla loro Re- 
publica hanno hauoto) mi è stato riferito, vsano di 
dire queste parole formali, cioè : 

Felicissimo, Potentissimo, Inuitissimo Cesare» 
Patrone dall^ Oriente all' Occidente, siamo venuti Am- 
basciadori mandati dal Signor Rettore e gentil' huo 
mini di Raugia, con il tributo solito, U quale hab 



( 




251 



l>iamo consegnato alla vosta felice porta, à pieno, e 
^cnza mancamento alcuno. Preghiamo Iddio per la 
"v^ostra lunga vita, e felice stato. E che vi siano rac- 
c^omandati il signor Rettore, e gentil' huomini Rau- 
S^ij veri affezzionati, tributarij, e dinoti seruitori del- 
Xa sublimità vostra. 

Dicono queste poche parole in Ungua propria 
Schiauona, e lo interprete, che V anno 1588. si come 
riferirono gli stessi Ambasciadori, era vn giouane 
Luchese, le interpreta, e dice al Gran Signore in 
lingua turchesca, e senza aspettare altra risposta, pe- 
rochè non la danno con parole, ma solamente col 
fare alcun segno con la testa, fatte le douute riue- 
rénze, senza mai voltargli le spalle, se n' escorio fuori 
della camera di lui. Né si ricordano, che mai alcuno 
dei i Gran Turchi habbia risposto parola, se non So- 
limano, auo credo di questo, ò bisàuo, il quale disse 
vna volta sola in tutto il tempo, che egU regnò (ista 
bene). Narrano come prima che siano ammessi al- 
l' audienzia e presenza di lui, egU fa loro fare due 
vesti di veluto, fino in terra, e di quelle poi vestiti, 
che loro sono, entrano nella camera Imperiale di lui, 
tutta di finissimi tapeti coperta, quanto al pauimen- 
to e con vno poi ricchissimo con frangio d' oro, so- 
pra la tauola, che gli sta dauanti, essendo le pareti, 
e le mura tutte di detta camera nude di panni, e di 
cortine, e solamente dipinte di storie, e gesti de i 
famosi huomini & heroi di casa Ottomanna. Et ag- 
giungono, come con gì' Ambasciadori Raugei non 
vsano quei ministri e camerieri, come à gì' altri Am- 
basciadori, di sostentare loro le braccia, sotto specie 
d' honore, vietando che non facessero violenza alcuna 
al loro Gran Signore, & insieme ricercando se ha- 
uessero arme alcuna oflfensiua sopra di loro ascosa. 
Ma confidando nella bontà loro, gli lasciano entrare 
alla libera. E se il Gran Turco si degna tal' hora, di 
dare a baciare la mano, egU non la dà se non co- 
perta dalla veste propria. E quando occorra trattare 



352 



4 



cosa alcuna, con detti Ambasciadori, la tratta per 
mezzo d'alcuno de suoi baroni, ò vero Bascià. Par-- 
tono detti Ambasciadori, che )>ortano il tributo, or- 
dinariamente del mese d' Aprile, dopo la Pasqua, e 
sogliono ritornare del mese di Nouembre, onde si 
trattengono in Constantinopoli molti mesi. L'anno 
1587. alli 19, di Nouembre, si ritrouò 1' Autore à ve- 
dere dopo il Vespro fare F entrata nella città ài due 
Ambasciadori, che ritornauano di Costantinopoli, Pre- 
ceua vn Gianizzero sopra d' vn bel cavallo turco, se- 
guitauano i due Ambasciadori a coppia su due ca- 
ualli con conuertine di drappi turcheschi, e dopo l 
ro molti semi tutti k cauallo, vestiti alcuni di pao- 
nazzo, & alcuni di rosso, con 4 ò vero cinque ban- 
deruole, sopra certe lunghe baste, con mollo popolo 
dietro. Furono condotti in Senato, doue riferirono in 
publiea audienzia, quanto loro occorreua da dire in 
commune, riserbando l'altre cose al Consiglio Minore. 
1 cariaggi, e V altra gente minuta, con alcuni scliiaui 
da loro, secondo il solito, liberati, furono condotti mM 
certo luogo fuori della città, acciò che qiiiui facessero T 
la quarantana, per la suspizione, che ci era di peste. 
Quel gianizzero è dato loro ' di mano in mano da i 
Gouernatori e Sangiacchi delle Proulncie, tanto al- 
l' andare, quanto al tornare, per guida, guardia e si- 
curezza nel lungo viaggio di 25, ò "iO giornate, chu' 
fanno per terra turchescha, fino in Constantinopoli 
Viaggio più breue assai, che non sarebbe à ire per 
mare, doue sì costeggia la Macedonia, V iUbania, e la 
Grecia tutta, e si nauiga tutto V Arcipelago, camino 
più lungo, e più pericoloso, 

L Aggiugneremo finalmente alle cose predette, 
come la nazione Raugea, così come prattica, e nego- 
eia per mezzo delle sue tante nauij e mercature, 
quasi per tutte le parti habitabili della terra, così J 
anco lascia per tutto apertissimi segni, della suamol-W 
ta liberalità e Christiana pietà. E per addurne, & al- 
legarne qualcheduno di molti essempli in Pisa nella 



I 



^ttk 



d 



258 



Chiesa di Santa Caterina Vergine e martire, luogo 
de i Frati Predicatori, le sepolture della Compagnia 
del Santissimo Rosario, furono fatte fare dalla pietà 
d'vn mercante Raugeo come si può conoscere dalla 
seguente inscrizzione latina, che in esse si legge di 
questo tenore, cioè: 

D. O. M. 
Egregius vir Ioannes Antonius, Martinius, la- 
cueuich, Ragusinus, duas has funeras domos sihi vi- 
uens, ^ posteris omnibus, ac pietatis ergo fratribus, 
sororibusque Bosarianae societatis posuit Anno Do- 
mini M. D. LXXVL 

2. In San Marco di Firenze, Chiesa medesima- 
mente de i Frati Predicatori nel corso della porta 
principale, sopra d' vna nobile e lunga lapide di 
marmo, si legge il seguente epitaffio latino : 

Subsiste quaeso viator, Ragusinus ille Georgius 
GozziuSy mercator clarissimus, vitae integerrim^e, ge- 
neris alti, census vberrimi, terrenum terraey diui- 
num, Deo restituens, nepotis Stefani cura, sub hoc 
m,armore ossa reliquit. 

3. Nel sacro luogo dell' eremo di Camaldoli, 
nella Toscana si veggono parimente segni della molta 
liberalità e pietà Raugea. Impero che, intorno al- 
l' anno di nostra salute 1575. Essendo ito a visitare 
detto santo luogo il signor Vincenzio Allegretti Rau- 
geo, capitano di nave, & essendogh stato mostro il 
luogo in cui il Padre Romualdo hebbe quella beUa 
visione della scala, e parendogU che fusse (anzi che 
no) malamente tenuto, mise mano alla borsa, e donò 
per hmosina dugento piastre, con le quali si edificò 
la dinota Cappella, che oggi vi si vede. Onde ter- 
ranno quei Padri Romiti, perpetua memoria dell' a- 
moreuolezze Raugee. 

Il fine della stona di Raugia. 



254 



ORATIONE PER LA CITTÀ. 

Antiphona. 

Ciuitatem istam protege Domine, ^ Angeli ttii cu- 

stodiant muros eius. 
Vers. Està ei Domine turris fortitudinis, 
Resp, A facie inimici. 
Vers. Domine exaudi orationem. meam. 
Resp. Et clamor meus ad te veniat. 

Orem>ìis. 

Omnipotens sempiterne Deus, aedificator ^ cii- 
stos lerusalem Ciuitatis supernae; custodi per inter- 
cessionem, ^ merita Beatissimae MaHae sem^per Vir- 
ginis, Beati Blasij martyris tui, ^ omnium Sancto- 
rum, Ciuitatem^ istam, <Sf protege illam cum habita- 
toribus suis; vt sit in ea semper domicilium incolu- 
mitatis, ^ pacis. Per Christum Dominum. nostrum. 
Amen. 




IN LVCCA 

Appresso Vincentio Busdraghi. 1595. 

Con licentia de i Signori Superiori. 



APPENDICE. 



aes 



MEMORIE CBONOLO&ICIE 

in 

Continuazione alla 

Storia 

del 



1570, Si manifestano delle tendenze al protestantesimo. 

1571. Demolita la chiesa di Santa Margarita con 
r annessa clausara di Terziarie^ sì compiono 
le fortificazioni dal mare. 

1575. Spagnuoli ed Ottomani convengono a Ragusa 
per scambiarsi reciprocamente i prigioni fat- 
ti a Lepanto. Tra questi è Gabrio Cerbello- 
ne Milanese. 

Arrivano a Ragusa esemplari degli scritti di 
Flaccio Illirico. Sono abbruciati. 

1577, Gli Uscocchi scorrono 1' Adriatico minacciando 
Ragusa. Invadono La Croma e Meleda, di cui 
uccidono parecchi monaci. Vi cade anche un ' 
loro Vojvoda, sicché minacciano di vendicarsi 
sulla città di Ragusa. Si ammansa coli' inter- 
vento del Pontefice. 

1579. Domenico Slatarich frequentando V Università 
di Padova, ò acclamato Giranasiarca (n. 1556 
m. 1607)* Tradusse in islavo alcuni lavori di 
Sofocle e del Tasso. Ritornato in patria, si ri- 
tirò a Canah dove continuò le sue versioni. 
^ Nicolò Naie publica a Venezia il suo Dialogo 
suUa Sfera del mondo. 

Gli Uscocchi infestano il litorale raguseo. Gre- 
gorio Xm chiama a Roma il Vojvoda Giorgio 
Danidic, e la pirateria è alquanto sedata. 



JC 



259 



1580. Muore Fra Carlo Belleo M. 0., autore di pa- 
recchie opere latine ed italiane di filosofia e 
letteratura. 

1581. La Spagna noleggia per le sue guerre molte 
naui ragusee. 

È istituita la società accademico-letteraria dei 
«Concordi*'. 

1582. Nicolò Naie manda a Roma i suoi ragiona- 
menti sulla correzione del lunario, e V introdu- 
zione deU' anno bisestile. 

1584. Muore il poeta Giov. Bona. 

I Gesuiti si stabiliscono nella Casa loro offerta 
dalla famiglia Gigliatti. 

1585. Muore Savino Bobali MiSetié-Sordo, autore 
della Jegjupka e di un volume di Rime italiane. 

1586. Parecchie navi ragusee soccombono nelle spe- 
dizioni spagnuole contro il Portogallo. 

Ostihtà dei Ragusei contro gli Uscocchi. 

1587. Reppresaglie sanguinose con Budua. 

Gaudenzio Mureto da tre anni medico sala- 
riato, si mostra avverso alla Chiesa, minaccian- 
do di abbracciare il Corano. È incarcerato e 
mandato a Roma, affinchè non gU si permetta 
di recarsi in levante ed effettuare i suoi pro- 
ponimenti. 
ReppresagUe marittime con Budua ed Antivari. 

Si progetta V istituzione d' un Convento di 
Cappuccini. La proposta trovando difficoltà a 
Roma, non ha effetto. 

Muore di mal di mare il compagno di viag- 
gio del Padre Razzi, dopo due giorni di letto. 

1588. Nasce Giovanni di Francesco Gundulié (Gon- 
dola), r autore dell' Osmanide. 

1590. Si costruiscono i Lazzaretti alle Ploce. 

1592. Michele Miossa in punto di morte lascia alla 
patria due. 47460, affinchè tra altre opere pie, 
vengano eretti in Ragusa il Convento di Santa 
Caterina e 1' ospedale dei sacerdoti incurabili. 



260 



1594. La Confraternita del Rosario erige il pro- 
prio oratorio. 

1595. Fra Gabriele Tamparizza, maestro della cap- 
pella imperiale di Vienna, muore in fama di 
versatissimo nella musica. 

1599. Antonio Medo pubblica in Venezia coi tipi del 
Bariletto le sue esposizioni della Metafisica di 
Aristotile. 

1600. Morte di Flora Zuzzeri-Pascioni in età di an- 
ni 55, 

1602. 1 Lagoatani si ribellano a Rag^usa, per darsi 
ai Veneziani. La Congiura è prontamente re- 
pressa. Uno dei complicati. Fra Clirolamo Je- 
gjupak dei Minori, è giustiziato. Nondimeno i 
Veneziani s' impossessano dell' isola. 

1605. Giacomo Lueari pubblica in Venezia, coi tipi 
del Leonardi il suo copioso ristretto degli An- 
nali di Ragusa, la cui seconda edizione fu poi 
curata dal Trevisan nel 1790, 

1606. Venezia restituisce ai Ragusei V isola di Lagosta, 
L' Arcivescovo Fabio Tempestivo convoca il 
Sinodo Diocesano, 

1607. Muore (20 Luglio) Mìcliele Prazzatti, dell'iso- 
la di Mezzo, lasciando alla patria il capitale 
di 100.000 dop. d' oro. 

1610. Muore Nicolò di Vito Gozze (n. 1549) amico 
del celebre Paolo Manuzio, caro a Gregorio 
XIV e al card. Bellarmino, autore di prege- 
volissime opere filosoficbe. 
Il fulmine incendia V armamento. Benedetto di 
Francesco Primi offre in risarcimento parziale 
dei danni il dono di perperi lOUÙ. 

1612. Gli Uscocchi devastano le rive deir Ombla. 

1616, Controversie fra V arcivescovo di Ragusa e 
r abate benedettino di La Croma intorno alla 
giurisdizione sulla villa di Giunchetto. L' arci- 
vescovo cede. 

1617. L' armata navale Veneziana viene fino a Ra- 



261 



gusa ad incontrare la spagnuola intesa ai danni 
di Venezia. 
1619. I Ragusei aiutano il Duca di Ossuna nel ten- 
tativo di sollevare l'Albania contro la rep. di 
Venezia. 

1621. 11 Duca d' Ossuna manda nell'Adriatico un' ar- 
mata navale a proteggere l'indipendenza di 
Ragusa, contro i Veneziani. 

1622. Ottobre. La figlia di Giulio Longo uccisa pro- 
ditoriamente. N' è sospetta rea Maria moglie 
di Matteo pubblico sduro la quale accusa in- 
vece Isaach Jesurum. Il comportamento della 
Comunità israelitica che si maneggia per dar 
risalto all' innocenza del correligionario, ac- 
cresce i sospetti suir accusato. La rea Maria è 
condannata al capestro. Isaach a 20 anni di 
carcere. 

1624. Marino Gondola abbraccia la Regola di Sant' I- 
gnazio, e dona tutti i suoi beni per 1' erezione 
del Collegio. 

1625. L'intervento di Roma induce a più miti con- 
sigli sul conto del Jesurum che è indotto a do- 
mandar gli si tramuti la pena nell' esilio per- 
petuo. È posto in libertà, e va a Gerusalemme, 
dove anche muore. 

1627. — Muore il celebre matematico Marino de 
Ghetaldi, noto altrimenti in patria col nomi- 
gnolo di yyMago Bete/' 

1630. Terremoti. 

1632. Muore Nicolò Brautti (n. a Mezzo 1564) pre- 
cettore del nipote di Clemente VITE, poi ve- 
scovo di Sersina nell' Emilia. 

1637. Muore il rag. Domenico AndriaSevié min. oss. 
vescovo di Scutari. 

1638. È eretta la statua a Michele Prazzatto, nell' a- 
trio del palazzo dei Rettori — (opera del Gia- 
comelli di Recanati). 

1638. Rosa Martino di Stagno, Min. Oss. lettore di 



262 



Teolog. a Madrid, compendia e pubblica in ver- 
si eroici r Istoria dell' Orbini. 

1642. Muore Pietro Ben essa, che, presentato dal ce- 
lebre Magalotti ad Urbano Vili, ebbe da que- 
sto Pontefice V abito prelatizio ed la carica di 
segretario di stato, 

1642, L' incendio distrugge 1' oratorio del Rosario. 

1648. Agosto 20. Vladislavo Gozze inviato plenipo- 
tenziario delia Rep,, rinnova il patto di subso- 
vranità con l'Imperatore, quale re d^ Ungheria, 
LaRp. riceve il residente imperiale. 

1650. Si rinnovano le questioni tra Y Arcivescovo di 
Ragusa e 1' Abate di La Croma, a proposito 
dei diritti ecclesiastici su Giunchetto. 

1658, Muore V Autore della MandaMna Pokornica 
Giov, Bona Vuèiéevic. 

1659. Si erige una torre in difesa della Badia di 
Pakljena a Giupana. 

È eretto il nuovo oratorio del Rosario. 
1662. Incominciano i lavori dell' erezione del Colle- 
gio dei Gesuiti, 

1666, Sett, Nasce Giorgio Baghvij che vestito V abito 
di Sant' Ignazio, saliva poi a grande rinomanza 
per parecchie opere importantissime di medicina. 

1667. Aprile 6. Terremoto che rovina completamente 
la città ed il territorio di Ragusa. 

Perita una gran parte del patriziato sotto le 
rovine del terremoto, il numero dei sorvissuti 
non potè più supplire ai bisogni delF ani mini- 
strazione dello stato. Vi si suppliva eoU' aggre- 
gazione delle primarie famiglie cittadine. La 
preminenza che ciò nondimeno le vecchie pa- 
triziali volevano aver in tutto, scisse la nobiltà 
nella fazione dei vecchi od originari che si dis- 
se de' Salamenchesi, e quella degli aggregati o 
de* nuovi che si disse dei SorhonesL Partecipan- 
do a queste anche tutte le rispettivo aderenze, 
in breve tutta la città è divisa in questi due colori. 



263 



Di massima i Sorbonesi sono esclusi dai seg- 
gi senatori e in generali dagli uffizi piti cospi- 
cui. Di qui bizze e ruggini infinite a discapito 
delia pubblica cosa, 

1669. Kara Mustaf^i minaccia rovina alla città di 
Ragusa, e ne fa inprigionare gli inviati, 

1670- È riaperto lo studio generale nel convento 
Francescano di Ragusa da parecchi anni sospeso. 

1671. È istituito il Monte di Pietà. 

1672 L' Architetto genovese Paolo Andreotti inco- 
mincia la fabbrica della Cattedrale. 

1678. Viene a Ragusa il primo Governatore deU' ar- 
mata, mandato dal re di Napoli^ Francesco da 
Torres. Q,aesto Offizio continua a Ragusa fino 
alla caduta della Repubblica. 
^ Agosto 16. Muore Nicolò Bona, tacito bene- 
merito della patria per i servizi prestatile nel 
tempo del terremoto, e notissimo per la sua 
missione in Bosnia, ove assieme a Mario Goz- 
zo, fu messo in catone e condotto prigione e 
Silistria. Lasciò parecchi co niponi menti latini, 
slavi ed italiani. 

1680, Muore Vicenzo Bratutti, famoso orientalista, e 
traduttore delle storie turche del Saidin. 

1683. Muore Stefano Gradi (n. 1013) consultore della 
Congregazione dell' indice e revisore letterario, 
accetto ad Alessandro VII, protetto da Cristina 
di S\rezia, sottocustode poi prefetto della bi- 
blioteca vaticana, valente diplomatico e tutto 
inteso al risorgimento della patria^ cui procurò 
soccorsi d' ogni specie dal Pontefice e dalle 
corti d' Europa. Erudito e profondo pensatore 
lasciò monumenti innumerevoli e imperituri del 
suo vastissimo iogegno. 

1684. Muore Pietro Bosdarì (n. 1647) bibUotecario 
del celebre cardinal de Luca. 

^ È compiuta la fabbrica del Collegio dei 
iGesuiti. 



264 



1687- I Veneziani chiudono la via al commercio di 
Ragusa con V Ercegovina. 

Muore Francesco di Marino Cfondola nelF età 
di 23 annij consunto dallo studio. Sono pre- 
ziosi i suoi sommari con note e raffronti do i 
4 libri Statuto, Reformazioni, Croceo e Verde, 
da lui lasciati al suo amico Bona. 

1688. Muore Luca Antizza, laureato in ambe le leg- 
gi, già secretario dell' Ospodaro di Valaccliia. 

1691. Gennaio 9. Primo caso di peste all'ospedale 
della Misericordia. La moria continua a mietere 
fino al maggio. E ricordata nella storia col no- 
me di „ Peste delle serve/' 

1699. Gennaio 1. Pace di Karlovitz. Cap. IX. Il ter- 
ritorio della Rp. di Ragusa è completamente 
limitato da terra, fino al mare (Klek e Suto- 
rina) dai domini dell' Impero Ottomano. 

1703. La Porta ottomana, con riguardo alle conse- 
guenze del terremoto, riduce il tributo dei Ra- 
sei, di annuale a triennale. 

1706. L' incendio distrugge 1' antica Chiesa di S, 
Biagio. 

1707-1715. È ricostrutta la chiesa di S. Biagio se- 
condo il disegno e sotto la direzione dell' ar- 
chiti venez. Marino Groppelli. 

1712. Si dà mano ali* erezione dell'aitar maggiore dei 
Francescani, sul modello di quello di Ancona» 
e precisamente per opera di fra Francesco da 
Ragusa. 

Muore Giov. Bona traduttore di alcune com- 
medie Francesi, ed autore di parecchie compo- 
sizioni slave ed italiane. 
j, Muore il poeta slavo BartoL Betterra, che tra 
le altre sue opere, pubbhcò un poema sul ter- 
remoto di Ragusa del 1667. 

1713. È compiuta la fabbrica della Cattedrale, 
1717. Nella presa di Belgrado, combattendo eroicamen- 
te sotto Eugenio dì Savoia^ muore Frane. Bona. 



265 



1717. Luglio 7. La Pace di Pasarovitz, riconferma il 
Gap. IX della Pace di Karlovitz. 

1719. Muore il Gesuita Benedetto Rogacci che tanto 
contribuì all' erezione della Chiesa di S. Igna- 
zio. Lasciò r «Introduzione all' Uno necessario" 
e 1' «Appendice" che furono pubbhcate dopo la 
sua morte. Fra le altre opere che pubbhcò vi- 
vente, è la Descrizione del terremoto del 1667 
dedicata a Cosimo III. de' Medici. 

1721. È aperta la nuova cappella delle Rehquie nella 
Cattedrale, e vi sono trasportati i sacri tesori, 
che, dal 1667 si conservavano prima nel Revel- 
hno, poi nell' oratorio del capitolo Domenicano. 

1722. Muore Giacomo Baghvi in fama di buon me- 
dico, poeta e canonista. Lascia la propria bi- 
bhoteca al Clero di Ragusa. 

1724. Il Bocaro Serbo Slava Vladislavié, acquista a 
Ragusa casa e giardino. 

1725. È costrutta la Chiesa di S. Ignazio dei Gesuiti, 
secondo il disegno del celebre P. Pozzo. 

1729. Muore il cappuccino Michelangiolo Bosdari, 
generale del? Ordine (n. 1654). 

1730. Sinodo Diocesano convocato daU'Arciv. An- 
gelo Franchi. 

1737. Genn. 12. Muore V ab. Ignazio (al secolo Ni- 
colò) Giorgio, dapprima Gesuita poi Benedettino 
di Meleda, consultore e teologo della repubbl., 
autore rinomatissimo in versi latini e slavi, e 
prosa. Psalmi Davidovi, Uzdasi Mandahene 
pokornice, Marunko, Umbra MartiaUs ecc. ecc. 

1737. È istituita 1' accademia letteraria degU Oziosi. 

1741. È abbandonata la Badia di Pakljena, perchè 
crollante. I Monaci ne sono trasferiti a San 
Giacomo di Ragusa. 

1743. Gennaio 14. Muore il celebre archeologo Ansel- 
mo Banduri, n. nel 1671. 

Muore Giov. Alethy, dotto archeologo, nato 
a Ragusa di padre ungherese. 

18 



266 



1746, È pubblicato il Regolamento della navigazione 
al quale furono poi aggiunte le novelle 21 Dee, 
1748, 27 LugUo 1750, 26 Giugno 1751, 29 
Nov. 1757, 28 Maggio 1759, 24 Aprile 1762 ecc. 

175L Nasce Michele di Giov. Bozovic dotto orienta- 
lista, dapprima in parecchie ambascerie rag. a 
Costantinopoli, poi Consigliere alla legazione 
prussiana. 

1762. La famiglia Sorgo rappresentata in senato da 
7 fratelli, vi ha la preponderanza, sicché alla 
testa del partito dei tìoi'bonesi insorge Matteo 
Frane. Gradi proponendo una novella alla leg- 
ge sulle stretture, in virtù della quale negli 
scrutinii non avrebbero potuto aver voto che 
due fratelli. La novella non è accettata. 

1763. D partito della Novella alle stretture o partito 
Gradi, si astiene dall' intervento ai consigli. 
k impossibile perciò la rinnovazione delle ca- 
riche dell' anno. Per 2 mesi i consigli non pos- 
sono raccogliersi. In luogo del Rettore risiede 
ogni settimana un altro degli anziani del pa- 
triziato. Ai bisogni contro alla peste che mi- 
naccia i confini, supphsce il Magistrato del- 
la sanità. 

n Turco minaccia V occupazione dello stato, 
ond' è urgente l' accomodamento dei partiti. 
I Sorgo devono capitolare rassegnandosi alla 
novella. La creazione delle diverse cariche è 
domandata all' estrazione bossoh. 

1764 Muore Giuseppe Betondj, il traduttore delle 
Eroi di di Ovidio. 

1768. L'Ammiraglio russo OrlofI" intima alla repub- 
blica di Kagusa, di rinunciare alla protezione 
turca, ordinando nel tempo stesso di catturarne 
le navi e minacciando di bombardarne la città, 
Ragusa ricorre alla protezione dell' Lmpera- 
trice Maria Teresa, non che a quella del Re 
di Prussia. 



iifalÉ^ 



267 



1770. Viene introdotta per la prima volta la com- 
parsa delle ordinanze alla festa di S. Biagio, 
comprendendovi per ordine tutte le classi. 
Muore Bartol. Boskovic gesuita, elegante imi- 
tatore di Properzio. 

1771. Clemente XIV. raccomanda la repubblica di 
Ragusa alla protezione del Granduca di To- 
scana. 

1771. La Repubbl. di Rag. presenta in dono a Ma- 
ria Teresa il braccio di S. Stefano, fin allora 
conservato a S, Domenico, 
Muore Giov. Frane, Sorgo autore di eccellenti 
versioni slave e di parecchi componimenti ori- 
ginali. 

[1773. I Gesuiti in seguito alla soppressione dell' Or- 
dine abbandonano il Collegio. 

1-1774. Muore V Archeologo raguseo Antonio Alethy. 
Trattato fra Ragusa e V Ammiraglio Orloff, 
dettato a Pisa, Si permette la fabbrica di una 
chiesa serbo-ortodossa fra le mura della città. 

1775. Componimento rosso-raguseo di Livorno, 

1777. I Piaristi subentrano ai Gesuiti^ nel Collegio 
dì Sani' Ignazio. 

Bernardo Zamagna Gesuita, pubblica la sua 
traduzione dell' odissea di Omero, dedicandola 
al Granduca di Toscana, (n. 1735 f 1820), 

fl778. Muore Luca Bona^ traduttore di alcune satire 
d' Orazio, del IV. della Eneide^ nonché autore 
di alcuni dotti componimenti originali itahani 
e spagnuoh. 

[1780. A ristorare la decadente congregazione meli- 
tense, si ottiene da Pio VI, F istituzione di un 
noviziato a San Giacomo, che s' inaugura nel- 
r ottobre, con quattro novizi, 
1781. Molte famiglie sono rovinate dal giuoco delle 
carte. Si scoprono dei barratori. Sono perciò 
proibiti tutti i giuochi nei pubbfici ridotti, me- 
no il Tresette e questo tollerato in poste di 



268 



pochi ^rossetti. Gravi pene ai contraffacienti. 
Novella allo leggi sui lasciti testamentari ob- 
bligante il terao dell' asse relitto a favore dei 
luoghi pii, non permettendo ai testatori che il 
massimo di ):itH) messe per V anima* 

1781. Nuovi malumori tra i partiti. I Sorbonesì han- 
no per poco il sopravvento: ma sono sconfitti, 
onde compai'iseono in consiglio premuniti di 
armij mentre gii aderenti sono in massa sotto 
le loggie del palazzo. È provocato un diverbio 
che minaccia di farsi cruento. Le sale sono 
fatte vuotare. Uno degli armati ripara nella 
chiesa di S, Biagio. Processo contro ai capi del 
tumulto e relative condanne. Nella domenica 
di Passione, uffizi divini solenni colla intenzione 
tacita di render grazie al Cielo che la con- 
giura fu felicemente repressa. 

I malumori insorti nel noviziato di S. (Hacomo, 
impongono lo scioglimento di quest' istituto. 
I novizi si rifiutano di andare in Italia* Fra 
Fortunato Crivella dei Minori col consenso del 
Pontefice, è invitato di passare all' Ordine di 
S, Benedetto, e di assumersi la Direzione del 
Noviziato. 

Pasquale Baletin, converso francescano, di Cb.-^ 
nali> rimiova Y orologio della torre comunale. 

1782. Sono ammessi al Consiglio Maggiore tutti i 
giovani nobili che, raggiunta V età di anni 18» 
possono provare di aver compiuti gli studi 
presso qualunque maestro privato. Ne risente 
danno il collegio degh tìcolopi, la cui fref^uen- 
tazione era unicamente fino allora pretesa. 

U tipografo veneziano Carlo Antonio Ocelli, 
sovvenuto dal Senato, stabilisce a Ragusa la 
prima tipografia. 

Proibiti i discorsi sopra la religione nei pub- 
blici ridotti. 

Sebastiano Luca di Pozza lega tutto il visto- 
so suo patrimonio ai poveri di Ragusa. 



269 



Agli Israeliti è proibito di abitar nei borghi, 
e devono tutti ridursi nel Ghetto. 

Il Pascià di Albania passa Y estate a Ragusa 
per ragioni di salute. 

1782. Navi ragusee condotte da Pietro Iveglia, si 
distinguono nella spedizione del marchese di 
Santa Cruz, alle Azzorre. 

1783. Il Pascià d' Albania proibisce 1' esportìazione 
del legname per la costruzione navale a Ragusa. 

„ Pace col Marocco, col quale v' erano delle dif- 
ferenze per cagione del commercio. 

„ Eretti gli altari Madonna delle Porte a spese 
di Mons. Lazzari arcivescovo di Ragusa, e S. 
Giovanni Nepomuceno a spese di M. Givovié 
vescovo di Cinquechiese; 

„ Maneggi della repubblica per veder soppressa 
la carica del Governatore dell' armi, inviato dal- 
la corte di NapoU. 

1784. L'inverno è eccessivamente rigorido. Le pian- 
tagioni sono distrutte. 

Ragusa deve di nuovo subire la presenza 
del Governatore dell' armi. 

La peste minaccia lo stato della repubblica. 
Cordoni sanitari sono fissati lungo il confine. 
Il guardiano sanitario Kasanovic di Bergato è 
condannato alla morte per aver mancato ai 
suoi doveri. 
^ Ai Capitani marittimi ed agli swivani è ordi- 
nato r uso della velata turchina, calzoni e cam- 
bellotto con bottoni di ottone giallo, la giubba 
rossa di scarlatto. 

È levato r appalto del tabacco, libera essen- 
done a ciascuno l' importazione verso il dazio 
di 4 grossette per oca. Preti e frati ne sono e- 
senti fino al massimo di 5 oche all' anno. 
„ Si manifesta la peste a Canali, nel casale di Banni. 
Il contado ne è isolato. Cessò nel gennaio 1785. 

1785. Gen. 10, ore 5 a. m., forte scossa di terremoto, 



270 



1785, Alcuni prigionieri evadono ricoyerando nella 
ohiesa di San Francesco^ all' aitar maggiore. 
Sono levati a viva forza dalle guardie deHa 
loggia; proteste del Guardiano fra Bernardino 
da Ragusa che perciò è legato e condotto 
in prigione. 

Peste a Stravca. 

Si appiana la piazza del Bersaglio alle Pile, 
e la si adorna di sedili, 
u Peste a Brano, 

^ Nasce Bernardo Caboga, morto quale Gene- 
rale d^ Artiglieri , 

1786, Il principe russo Dolgoruki da Napoli doman- 
da 50 navi raguseo al servizio di Caterina II con- 
tro i Turchi. È inviato ambasciatore a pregarlo 
di non esporre a gravi pericoli la repubbl. che 
da terra potrebbe essere abbattuta dal Turco. 

1786. La città è divisa in quattro vice parrocliie, e 
quattro sostituti. Le matrici ne sono S. Nicolò, 
r Assicurata, il Carmine e il Domino. I vice 
parroci hanno lOO perp. annui di onorario, e la 
messa hbera. 

1787. Apprensioni nel volgo per l'Aurora boreale 
apparsa la sera del 13 Luglio. Pioggie in- 
cessanti seguite da calori e siccità rovinano il 
raccolto. Diarree e febbri affliggono la popola- 
zione. Mortalità nei cani. Li 6 ottobre riappari- 
sce r aurora boreale ; quindi nuovi sgomenti. 
1 Sorbonesi sono in fiore. Sono chiamati alla 
nobiltà Pietro Katah e Prospero Bosdari che 
ne rinforzano le file. 

1787. Febbraio 13. Muore il celebre matematico Giu- 
seppe Rog. Boskovié Gesuita. 

1788, Spedizioni dell' Imperatore in Bosna. Navi in- 
glesi e francesi sbarcano a Ragusa munizioni 
ed aiuti per V armata Turca. 

1788. Muore Giov. Maria Mattei solerte cultore di 
cose patrie. De' suoi manoscritti si giovava poi 



271 



r Appendini ; e il Coleti ebbe da esso molte no- 
tizie per l'istoria ecclesiastica di Ragusa. 

1788. Marzo 12. Il fulmine danneggia il campanile- 
di San Domenico. 

„ Il mezzo dello stradone è selciato a ciottoli. La 
piazza della Signoria, davanti il palazzo è sel- 
ciata a pietre quadre. 

È compiuto il Battistero del Duomo. 

È eretto 1' aitar maggiore dello stesso. 

Si dedica in Duomo una lapide alla memoria 
di G. R. Boskovic. 

19 Agosto. L' Aurora boreale. 

25 Agosto. Forte scossa di terremoto. 

1789. 7 Luglio. Feste, luminarie e musiche per tre 
sere alle Ploce nelF occasione deU' esaltazione 
al trono del nuovo Sultano Selim III, in omag- 
gio al gran numero di personaggi turchi e del- 
le carovane ivi convenute in quei giorni. 

1789. Nuovi carichi francesi sono sbarcati a Ragusa 
per r esercito turco di Ercegovina. 

„ H Principe di Starhemberg annega nel porto 
di Srebrno di Breno, dicesi oppresso da un as- 
salto epilettico. 

1790. I redditi di alcuni Monti sono assegnati in dote aUe 
anziane delle zitelle nobih (6000 due.) e delle citta- 
dine (2000) che si dessero alla religione, e (1000 
due.) a una cittadina che fosse condotta sposa. 

1790. 10 Ottobre. Eccezionale grandinata a Gravosa, 
Annunziata e Breno. Ogni grano pesava on- 
cie 7. I campi sono rovinati. T tetti delle case 
danneggiati. I vetri distrutti. 

1791. Parte Orsato Ragnina inviato ad ossequiare 
r Imperatore Leopoldo II, ritornando col prezioso 
dono di una scattola d' oro smaltata e fregiata 
di 21 diamanti. Nel mezzo eranvi in brillanti 
le lettere L. S. 

13 Decembre. Alle 3.45 a. m. due fortissime 
scosse di terremoto. 



272 



1792. Un padre di famiglia, di professione barbiere, 
ridotto alla più disperata miseria recatosi a pre- 
gare all' aitar del capitolo francescano, crede 
di vedersi autorizzato dal crocifisso, al suici- 
dio. Si taglia le vene dei polsi e del collo, si 
squarcia il ventre, si ferisce in tutti i versi. L' in- 
domani è trovato in un mare di sangue sulla 
predella delF altare, e portato a casa. Le ferite 
gU vengono bravamente medicate, 

7794 È istituita una scuola di giurisprudenza, alla 
quale è destinato il Palazzo doganale* Sono 
chiamati maestri da Roma. 

1795. Si rendono necessari dei radicali ristauri al 
Palazzo dei Rettori, sicché questi abitano nelle 
proprie case, con i dovuti onori di guardie e 
rivi eri ai portoni. 

« Matteo Androvic istituisce il Benefizio di S. 
Giorgio alle tre Chiese. 

1796. Muore Michele Ant. Sorgo, scrittore erudito 
di parecchi elogi. Pubblicò componimenti latini 
ed ital.j s' occupò deir epigrafia e della storia 
patria (De origine et incremento urbis Racusi- 
nae. Rag. Trevisan 1790. 

1796-7. 1 Francesi esigono dai Ragusei, a titolo di 
prestito, un milione di lire. La repubbhca de- 
ve arrendersi. 

1797. Ottobre. Arriva un' armata di otto grosse navi 
francesi, U cui comandante mostra in senato 
la lettera con la quale il Direttorio di Parigi 
dichiara rinnovata la pace con Ragusa, ed of- 
fre a questa la sua protezione. 

1798. Carestia crescente da un paio di anni. Ora an- 
che le pigioni sono insopportabili. 

Nel maggio muore in carica il rettore Orsato 
Vlad. di (jrozze. 

Arriva D breve di Pio VL secolarizzante i 
beni dei Benedettini di La Croma a benefizio 
delle opere pie di Ragusa. 




273 



1799. Decreto senatorio che obbliga i 

quisto di mezzo coppello di sale per ogni ca- 
po. I Canalesi malcontenti si sollevano, accam- 
pando nel tempo stesso la questione della ser- 
vitù. Si recano in massa a ^Castelnuovo dal 
generale Brady domandando l' occupazione di 
Canali. Sono consigliati di umiliarsi alla repub- 
blica. L' Austria offre alla repub. 1000 uomini 
per domare la rivolta. Molti profughi. Gli altri 
vengono a domandar grazia. 

1801. Gennaio 25. Morte del celebre filosofo Bened. 
Stay, n. nel 1714. 

1802. Francesco Maria Appendini piarista, di Poiri- 
no, pubblica i duo Volumi delle Notizie Storico- 
critico-letterari e sulla Rp. di Ragusa. 

1802. Soppresso il Monastero Benedettino di La Cro- 
ma : T isolotto è venduto al consorzio Chersa 
Mitrovié, Androvic, Maskarié, TomaSevid e Ci. 
1806. Maggio 3. Il Gener. Francese Lauriston occu- 
pa militarmente la città di Ragusa. 
„ Luglio 3. Scorrerie dei Russi e dei Montene- 
grini, condotti dai Canalesi, attraverso lo stato 
raguseo. I borghi di Ragusa sono incendiati. 

Luglio 7. Il gener. frane. Mohtor batte i coa- 
lizzati, obligando i Russi a levare il blocco 
di Ragusa. 
„ Sono costruite delle fortificazioni sull'isolotto 
di La Croma. 

1806. Il Collegio dei Gesuiti, è destinato ad ospeda- 
le militare. I Piaristi che allora lo tenevano, 
vengono trasferiti nel soppresso convento delle 
Monache Domenicane di Santa Caterina (oggi 
Ginnasio dello Stato). 

„ Ottobre 1. Battaglia di Debeli-Brieg, nella quale 
i coalizzati sono battuti dal generale Marmont. 

1807. Ag. 13. Marmont annunzia la soppressione 
della repubbl. di Ragusa. 

Dee. 12. E proibito V uso della bandiera sulle navi. 



274 



1808. Genn. 1, Napoleone I, sopprime la Repubblica 
di Ragusa. 

» Genn. 6. La bandiera ragusea e levata dall' a- 
sta dell' Orlando. 

Genti. SJ, È istitoito un tribunale provvisorio. 

1809. Gennaio 31. Ragusa è col suo territorio an- 
nessa al Regno Illirico. 

» Ott, 27. Pubbliche dimostrazioni di giubilo, lu- 
minarie, musiche, salve d' artiglierie ecc. per la 
pace di Vienna. 

7. Nov, E assassinato il dragomanno delgen,J 
Marmont Antonio Vernazza. Sono costituite l6 
Provincie Illiriche con a capo Marmont. 

30. Nov, Giungono lettere intorno le espres- 
sioni di Napoleone a favore dei Ragusei. 

1810. Gennaio 28. Ordine del giorno amiunziante che 
il Maresciallo Marmont è creato governatore ge- 
nerale delle Provincie illiriche. 

« Ottobre 8. Tutte le autorità civili e militari, il 
Clero, gli Ordini religiosi ecc. prestano il giu- 
ramento dì fedeltà all' Imper. Napoleone, Alcuni 
del Clero e degli Ordini regolari essendosi rifiu- 
tati di prestarlo, sono messi in istato di 
arresto. 

Dee, 16. Leva di marittimi per la squadra 
di Tolone, 

Savino Giorgi riceve il titolo di conte del- 
l' Impero. 

1811. Genn. 5. 120 marittimi dei quali 70 volontarì,| 
partono da Ragusa per essere ammessi al ser-' 
vizio della squadra di Tolone, 

„ Nel Giugno s' incomincia la costruzione del 
Forte Imperiale sulla cima del monte Sergio. 

15. Lugho. PreUminarii per V istituzione del 
Tribunale commerciale. 

1812. Genn. 15. È inaugurata la Corte d' appello. 

19. Genn, Installazione del Tribunale di pri- 
ma istanza. 



275 



15. Ag. La bandiera francese è inalberata 
per la prima volta sul forte Imperiale. 
1813. Speranze e moti per riacquistare l' indipenden- 
za della Repubblica. 
.„ Maggio 12. Legni armati inglesi sbarcano ad 
Olipa e Ruda, ne distruggono le fortificazioni 
e ne inchiodano le artiglierie. 

18 Maggio. Legni inglesi riprendono Olipa 
e Ruda — Mezzo e Giuppana resisteno. 

30 Maggio. Sbarchi inglesi a Siano affondano 
6 barche del porto. 

18. Giugno. I presidii di Giuppana sorpresi 
dagli inglesi sono tradotti prigionieri. 

28. Luglio. È presa l'isola di Mezzo dagU 
Inglesi. 

28. Agosto. Pesta della Rosiére. Cuccagna in 
piazza. Pranzo alla Rosiére dall' Intendente. 
, Agosto. GU Inglesi perseguitano il barcolame 
che serve al mercato giornaliero di Ragusa. 

Settembre. I Montenegrini intercettano le co- 
municazioni da Ragusa a Castelnovo. 

11 Ottobre. Flottiglia inglese davanti le mu- 
ra di Ragusa, minacciando di attaccare la città. 

I Disertori dei presidi francesi, convengono 
a Mezzo, di dove muovono cogli Inglesi alla 
presa di Stagno. 

27 Ott. Ragusavecchia è occupata dagli In- 
glesi. Ne è al governo Biagio di Bern. Caboga. 
.. E sospeso il monte di Pietà. 
„ Insurrezione di Canali e Breno, sotto la ban- 
diera ragusea accanto all' inglese. La conducono 
B. di Bern. Caboga e Giov. di P. Natali. Gli 
insorti occupano Bergatto e Zarkovica. È ta- 
ghata la comunicazione dell' acqua. 

26 Nov. Scendono fino ai borghi della città, 
spogliano parecchie case padronali dei borghi 
e di Gravosa. N' è quartier generale la casa 
Sorgo di Gravosa. Fallisce V impresa aUo scopo 



276 



di sorprenderveli. Combattimento a Gravosa 
con morti e feriti da ambe le parti. 

25 Decembre. Gli insorti tentano il blocco 
della città. 

1814. Gennaio 22. Incomincia il bombardamento di 
Ragusa. 

26 Genn. Entra in città un parlamentario. 

27. Genn. La popolazione domanda la resa 
della città. 

28. Genn. La bandiera di S. Biagio sventola 
in piazza. Atto di capitolazione. Ingresso delle 
truppe austro-inglesi. Il generale Milutinovid 
accetta 1' abitazione in casa Gozze. 

29 Gennaio. La bandiera austriaca è inalbe- 
rata dovunque. 






Indice generale. 



277 



A. 

Abati di La Croma 262. 

di mitra 196. 198. 
Ahraimo (Ihrahim) 131. 
Abruzzi 44. 48. 49. 
Accademia de' Concordi 259. 

degli Oziosi 265. 
Acquedotto 158. 218. 241. 
AdHa 229. 
Adriano III. 118. 
Adrianopoli 75. 
Adriatico 14. 26. 70. 121. 124. 

139. 141. 156. 157. 161. 

168. 229. 258. 260. 
Africa 228. 229. 
Albania, Albanesi 27. 34. 38. 

39. 45. 65. 76. 98. 100. 

102. 130. 141. 161. 174. 

252. 260. 269. 
Albero Paolo 247. 
Alessandria 115. 116. 144. 154. 

186. 229. 241. 250. 
Alessandro VI. 115 

VII. 263. 

Fra — 101. 
Alessio 197. 
Alethy Antonio 267. 

Giovanni 265. 
Alfonso re di Napoli 100. 105. 

HI. 116. 
Algerì 147. 150. 151. 159. 163. 
Alimat Pascià 111. 
Allegretti Vincenzo 253. 
Alearmgna, Alemanni 124. 150. 



Almissa 35. 

Altari d' argento 206. 243. 244. 

S. Biagio 112. 

Crocefisso 204. 

S. Giov. Nepomuceno 269. 

Madonna 205 

Madonna delle Porte 269. 

Maggiore dei Francescani 

264. 

S. Maria Mad. 205. 

S. Pietro martire 204. 

Rosario 204. 

S. Vincenzo 204. 

Spirito Santo 231. 
Amasia 93. 

Ammiraglio russo 266. 267. 
Amuratte 75. 91. 92.. 93. 98. 
Ancona 118, 121. 142. 152. 154. 

157. 264. 
Andrea S. martire 57. 

Monastero di S. 242. 

in Pelago 122. 

sartore 121. 

Scoglio di S. 235. 236. 
Andreotti Paolo 263. 
Andrijasevic Domenico 261. 
Androvic Matteo 272. 
Angelo Sant.' - monte 215. 
Anonimo raguseo 5. 
Antivari 34. 90. 91. 2e59. 
Antizza Luca 264. 
Antonino S. 24. 28. 29. 
Antonio tagliapietra 23. 
Appello. Corte di — 274. 



278 ^^[^HH 


^^^1 


Appendini F. Maria 271, 273. 


Baiazette 85. 105. 112. ^H 


Aquila 49. 


Baletin ira Pasquale 268, ^H 


Arabi 149. 


Baìudi 34. ^1 


Aì'cagonne 118. 


Bandnri Anselmo 265. ^H 


Arciduca di Semendria 88. 


Bamii (easale) 269, ^H 


Arcipelago 40. 62. 252. 


Bano di Croazia 102. ^H 


Arcivescovo di Ragusa 45. 123. 


Barabba Simeone 71. ^^m 


132. 146. 157. 182. 196. 


Barhalisto 19. .^H 


197. 201. 230. 242. 246. 


Barbara. Scoglio S. 220 ^H 


250. 260. 262. 265. 


Barbari 14. 122. ^M 


Ariadimo Barbarossa 131. 137. 


Barbariijo Nii^olò 79. ^H 


139. 141. 143, 152. 153, 163. 


Barbarossa. Ved. Ariadeno. ^H 


Arimino Giovanni di — 5. 


Barberia 122. 130. 147, 169. J 


Armamento 260. 


228. 229. 231. ^M 


Armata turca 270. 271. 


Barletta 102. 115. ^M 


Arsngo d' Ungheria 127. 


Barfolì Zanobi 167. ^H 


AràenaU 109. 165. 241. 


BaMÌli, Basili, Basegli (nob. ■ 


Argino Sant' - Congregazione 


fau. rag.) 5. ^^È 


243. 


Tommaso 208. ^H 


Arte della lana 52. 89. 114. 


Batulavo re 14. ^^M 


Asinelli Pjerflliijpo 194. 195. 


Battistero 271. ^H 


Asiano. Vedi Siano. 


Belefim Filippo 79. ^H 


Asn-si 35. 


Beleo Carlo 259. ^M 


Augusta = Lagost, 117. 154, 


Belgrado 264. ^M 


161. 163, 201. 223. 224. 


Bellarmino Cardinale 260. 


225, 241. 


Belo Polimiro 14. 16. 21. 


Aurora boreale 270. 271. 


BeuedeUim 52. 122. 170. 180. 


AuMria 164. 273. 275. 276. 


196, 227. 235. 237. 239. 


Avellino 49. 


243. 265. 267. 268. 272. 


Az::orre 269. 


Benedetto da Ragusa 207. 


B. 


Benefizio di S, Giorgio 272. 


Beneficia, Benessa (nob. fam* 


Babinopoglie, fiabinopolje 226 


rag.) 5. 


Badia di S, Jacopo 236! 265. 


Antonio Andrea 122. 


Paklina 262. 365. 


Demetrio 74. ^H 


Baduer Marino 78. 79. 


Matteo 190. ^H 


Baglivi Giacomo 265. 


Pietro 262. ^M 


Giorgio 262. 


.. 1 



279 



Bergamo 142. 

Bergato 275. 

Berlina 23. 

Bernardino da Rag. 270. 

Betonai Giuseppe 266. 

Betterra Bartolom. 264. 

Biagio S. 36. 37. 241. 244. 246. 

raguseo 188. 207. 
Bindola^ Binzola (nob. fam. 

rag.) 5. 

Marino 73. 
Biscaglini 116. 
Bizzocche 27. 
Blato 226. 

.Blocco di Ragusa 273 
Bohali (nob. fam. rag.) 5. 83. 

Francesco 115. 

Misetic- Sórdo Savino 259. 
Bohovaz = Bohovac 103. 
Bodacia, Bodazza (nob. fam. 

rag.) 5. 

Marino 71. 86. 

Nicolò 86. 
Bodino 49. 63. 
Boiaro di Serbia 265. 
Bologna 123. 207. 
Bombardamento di Rag. 276. 
Bona (nob. fam. rag.) 5. 

Agostino 208. 

Arcangelo 208. -» 

Francesco 264. 

Frane. Paolo 132. 

Gabriello 208. 

Giacomo 189. 

Giac. Pietro 106. 

Giovanni 259. 264. 

Innocenzo 208. 

Luca 267. 



Luca Nicolò 118. 143. 

Maestro Malteo 208. 

Marco 208. 

Marino 56. 208. 

Michele Nicolò 120. 

Nicolò 263. 

Serafino 208. 

Simon Martino IH. 

Simon Pietro 114. 

Vincenzo 208. 

Vucicevic Giov. 262. 
Bonda (nob. fam. rag.) 5. 

Marino 208. 

de Bisti 41. 
Bonetti Arciv. di Rag. 224. 
Bordeaux 118. 
Borghi di Ragusa 269. -t. 
Borgo delle Pile 20. *^- * 

Borgogna^ Borgognoni 85. 88. 
Boscovich'B6è\oY\é Bartol. 267. 

Rug. Gius. 270. 271. 
Bosdari Michel' Angelo fra. 265. 

Pietro 263. 

Prospero 270. 
Bossina, Bosna, Bosnia, Bos- 

sinati, Bosnesi, Bossinesi. 

14. 15. 26. 29. 32. 39. 43. 49. 

55. 57. 63. 64. 65. 68. 71. 72. 

74. 75. 76. 86. 100. 102. 104. 

152. 154. 186. 201. 211. 221. 

263. 270. 
Bozovic Mich. Giovanni 266. 
Braccio di S. Stefano Re. 267. 
Brady — generale 273. 
Branislavo 63. 64. 
Brankovic Giorgio 85, 88. 90 

91. 92. 
Bratutti Vincenzo 263. 



280 



Brautti Nicolò 261. 

Breno 22. 25. 29. 152. 200. 217. 

219. 220. 270. 271. 275. 
Brindisi 130. 141. 142. 
Brugnoli 89. 
Bucchia (nob. fam. di Cattaro) 

66. 67. 

(nob. fam. rag.) 5. 

Maurizio 191. 
Budgnolo (nob. fam. rag.) 5. 
Buda 127. 152. 
Budua 259. 
Bulgaria 93. 98. 
Burno 14 19. 



Caboga (nob. fam. rag.) 5. 

Bernardo 208. 270. 

Biagio 105. 

Biag. di Bern. 275. 

Damiano 93. 

Eusebio 211. 

Luciano 145. 152. 

Marino 84. 178. 
Cadice 123. 
Calabria, Calabresi. 21. 152. 

156. 163. 166. 167. 229. 
Calamota (Koloèep) 115. 131. 

136. 232. 237. 
Calich (Kalic), Calici, (nob. 

fam. rag.) 6. 
Calicutta 155. 162. 
Calugeri 40. 75. 
Calvino Grisostomo 123. 
Camaldoli di Toscana 253. 
Canale di Cattaro 221. 
Canaletto leronimo 122. 129. 

figlio di leron. 154. 



Canali di Ragusa. 32. 87. 88. 

101. 105.. 115. 132.140.141. 

142. 143. 200. 221. 222. 223. 

241. 243. 258. 268. 269. 273. 

275. 
Candalmier Jacopo 79. 
Candia 116. 
Canonici 7. 
Capitano generale 42. 

) del Golfo 144. 145. 
Cappellano di S. Biagio 159. 

S. Vito 27. 
Cappello Vincenzo 138. 139. 
Cappuccini 259. 265. 
Caracosia 170. 
Carestia 143. 272. 
Carlo V. 124. 125. 128. 130. 

137. 139. 147.; 149. 152. 

Magno 24. 
Carro 23. 
Cartagine 130. 
Casale delle Palme 166. 
Cassinesi 239. 
Castello Corona 211. 

S. Lorenzo 51,52.180.241. 

S. Nicolò 49. 

Posvisd 241. 

Socol 241. 
Castelnuovo di Cattaro. 105. 139. 

140.141.142. 143. 163.222. 

241. 273. 275. 
Castiglioni. 46. 
Catena Sergio 41. 
Cateìdna di Bosnia 104. 

II. di Russia 270. 

Convento di S. — 259. 273. 
Cattaro, Cattarini. 11.57.58.59. 

65. 105. 132. 139. 140. 141. 



381 



153. 161. 163. 165. 221. 

222. 223. 240. 246. 
Cavalieri di Malta 229. 

di Rodi 119. 225. 228. 
Cecilia fiorentina 97. 
Cefalonia m. 172. 
Ceonik (Celnik) 173. 
Cerbellone Gabrio 258. 
Cerva, Cervia (nob. fam. rag.) 5. 
Tommaso 146. 189. 207. 208. 
Chenesiza (Kne£ica) 90. 
Chiara. Convento di S. — 

218. 242. 
Chiesa Annunziaz^one 127. 

S. Antonio 115. 

S. Biagio 31. 37. 38. 67. 87. 

165. 190. 241. 242. 245. 

264. 268. 

del Biscione 136. 233. 234. 

S. Caterina 253. 

Cattedrale 53. 56. 116. 

153. 241. 242. 245. 248. 

263. 264. 271. 

S. Chiara 243. 245. 

S. Clemente 26. 

di Croma 53. 

S. Croce 217. 232. 

S. Domenico 185. 202. 204. 

230. 242. 245. 

S. Fosca 185. 

S. Francesco 242. 270. 

S. Giorgio 26. 

S. Ignazio 265. 

S. Lorenzo 51. 

Madonna del Castello 35. 

129. 

S. Maria Mad. 220. 

S. Margherita 31. 258. 



S. Nicolò 49. 50. 

SS. Pietro, Andrea e Lo- 
renzo 57. 59. 

S. Rocco 122. 

S. Sergio 20. 29. 33. 196. 

S. Simeone 34. 168. 

S. Stefano 19. 29. 31. 37. 

242. 245. 246. 

SS. Trinità 26. 
Chioggia 71. 115. 
Ci'^o 250. 
Clemente VIL 118. 

Vm. 261. 

XrV". 267. 
Coleti 271. 
Collegio de' Gesuiti 262. 263. 

267. 273. 
Colonia romana 14. 
Colonna Marc' Ant. 168. 169. 219. 
Concordi 259. 
Congiure 60. 86. 108. 260. 
Congregazione di S. Domenico 11. 

di S. Giustina 239. 

dell' Indice 263. 

Melitense 123. 267. 

del Rosario 253. 

di Terziarie 243. 
Contarini Marino 78. 
Conventuali 119. 
Corano 259. 

Corfù 114. 119. 132. 138. 139 153. 
Coritta (Korita) 226. 
Comaro Marco 79. 
Corsan 22. 73. 74. 120. 122. 

124. 145. 169. 170. 
Corte di Napoli 269. 
Cosimo duca (Medici) 248. 

m. 265. 

19 



282 



Costantinopoli 40. 98. 101. 102. 

111.125.12(Ì.132. l-k).145. 

152.153.156.167.158.1(52. 

163.167.183.183.186.251. 

252. 266. 
Costanza < Trattato di) 22. 
Cotrone 116. 224. 
Crii<tina di Svezia 2(j3. 
Crivdlia Fortunato 268. 
Croazia 102. 
Croce. Legno della. — 20. 

Convento di S.— 121.201, 

214.215.217. 

(nob. fam. rag. 5. 29. 208. 

Giorgio 119. 
Crociate 19. 35. 
Croma, La Croma. 24. 41. 52, 

53. 64. 169. 170. 183. 192, 

238.243.258.260.262.272. 

278. 
Cumano (Capo Gomena) 209. 

223. 
Curzola 23.141. 145. 159.209. 

223. 



Dalmazia, Dalmati. 11. 13. 15. 

19.21,62,64,67.70,71.84. 

85. 96. 98, 109, 119. 183. 

152. 147. 162. 226. 234. 
Damiano Giuda 60. 7T. 
Dance, Danze 110. 163. 
Dandolo Marco, Andrea 78. 
Danicic Giorgio 258. 
Danubio 26. 85. 90. 125. 158. 216, 
Datiro Andrea 78. 79, 
Dazi del pesce 67. 
Daxa, Dacsa, Dakea, De Axa, 



De Aksa, 183. 214. 237. 243 
DeMi brijeg. Battaglia di — 273 
IM/iu Baldovino 79. 
Despota, Despotato 75. 90. 91 92 

Ojurad 98. 

Lazzaro 75. 89. 
Direttorio di Parigi 272. 
Dinrsijs De - (iuartigianis 179. 
Divisione parroch. della città 270. 
Dogami grande 241. 
Doimo S. 11. 
Dolgortfki 270. 
Domenieani 44. 48. 108. 122. 127. 

160. 181. 182. 187. 188. 190. 

193. 196. 201. 205. 206. 207. 

214. 215. 218. 230. 231. 232 

234.242.265.271. 
Doria Aadr&a. 124. 128. 138. 139. 

I4tt. 142. 148. 150. 

Antonio 148. 
D' osso d' oro Jacopo 78. 
Doti 271. 
Drtihnnti 68. 

Dragut Rais 166. 167. 168. 
Dràva 121. 125. 
Drìno 63. 
Duhravia 68. 
Duca di Borgogna 85. 88. 

di Milano 112. 

d' Ossuna 2«j0. 

di S. Sabba 83. 94. 95. 104. 

105. 111. 
Ducila (nob. fam. d' Albania) 

E. 

Eiena Kosaéa 97. 
Emilia 261, 
Eììw (monte) 9U 



i 



•283 



Enrico Vili. 165. 

Entrate della Repubbl. 248. 

Epidauro, Epidaurìtani 11. 13. 

14. 17. 19. 21. 24. 29. 144. 

153.212.220.221. 
Ercegovina 39. 57. 168.264.271. 
Eremita 25. 
Esculapio 26. 
Etimologia del n. Gravosa 17. 

215. 

Ragusa 16. 17. 
Eugenio di Savoia 264. 
Europa 161. 263. 

F. 

Falliero Benedetto, Nicolò 79. 
Faro di Messina 152. 167. 
Fede rasciana 57. 
Ferdinando Re d' Ungheria 

126. 127. 152. 158. 
lerramolino Antonio 142. 
Ferrante Re 102. 
Feste dell'Assunzione 238. 

S.Biagio 48. 128. 196. 244. 

267. 

Candelora 53. 

S. Caterina 129. 

S. Croce di Maggio 238. 

XL. SS. Martiri 87. 

S. Simeone 35. 

della Visitazione 136. 

3er r esaltaz. del Sultano 

de la Rodere 275. 

per la pace di Vienna 275. 
Fiesole 17. 
Firenze, Fiorentini. 52. 89. 107. 

108.116. 167.184.185.204. 

220. 248. 



per 
271 



Fiume 127. 

Flaccio Illirico 258. 

Fiori Zecchini 99. 

londico 119. 

Forlì 206. 

Fomari Nicolò 68. 

Fortificazioni di La Croma 273. 

dell'Imperiale 274. 

di Ragusa 22. 142. 

di Stagno Ili. 
Fosca-Congreg. di S. 243. 
Foscari Giovanni 79. 
Fossi 153. 
Francescani, zoccolanti 35. 48. 

107. 113. 119. 122. 158. 161. 

181. 182. 187. 188. 190. 193. 

196. 212. 216. 218. 222. 232. 

234. 237. 242. 260. 264. 267. 

268. 
Francesco fra — da Ragusa 264. 

Re di Francia 152. 

Silvano — fra 123. 
Francia, Francesi, 74. 100. 102. 

118. 130. 132. 157. 158. 161. 

163. 164. 207. 219. 270. 271. 

272. 
Franchi Angelo 265. 

G. 

Gaeta 45. 

Gaetano Cardinale 190. 228. 

Gargano 21. 215. 223. 

Gariste 70. 

Gendivi Marino 79. 

Geni Biagio, Cristoforo 79. 

Marco 78. 

Pietro 79. 
Genova^ Gwiovesi 201. 263. 



^284^^^|^^^^| 


P^^H 


Gerbi 167. 168. 


Giuliana 223. ^^^^^^^| 


Cermania 23, 


Giulio lU. 207. ^B 


Gesuiti 269. 261. 262. 263. 265, 


Giuncheto 90, 152. 200. 214. 217. ■ 


267. 273. 


219. 2G0. 262, ■ 


Ghetaldl Gataldi, Ca' Taldi, 


Giuoco di carte 267. ■ 


^B Cataldl. 


Giupana 115. 123. 124.128.136 


^H (nob. fam. rag/) 5. 6. 


J52. 161. 201. 230. 231. 23&^ 


^H Bernardo 208. 


237. 241. 262. 376. M 


^H Domenico 208. 


Giupano 69. 243. ^H 


^P Gioy. di Vito 178. 


Giudici 240. ^fl 


^^ Marino 261. 


Giuramento 274. ^^H 


1 Ghetto 269. 


Gjustinoinc Marino 124. ^^| 


1 Gt«^o??ie?Ìì scultore 261. 


G instimi S. ^ 123. 239. ^H 


I Giacomo S. — dì Vignica 123. 


Givovìé Vescovo 269. ^^| 


^_ 140. 243. 265. 267. 268. 


Goletta 130. 173. ^H 


^f Genovese 201. 


Go?/« Adriatico 26. 70, 145. V 


W Giannizzeri 104. 252. 


di Cattare 105. 139. 141. 1 


1 Gigliati (fam. rag.) 259. 


Gondola (nob. fam. rag.) 6. ■ 


^^ Giori^i (nob. fam. rag.) 6. 


Francesco di Marino 264, ■ 


^ft Donato 207. 


Giov. di Francesco 259. H 


^H Francesco 111. 


Maiino 261. ^^È 


^^^^ leronimo 208. 


Marino Nicolò 121. ^^H 


^^^H Ignazio Nicolò 265. 
^^V Matteo 71. 72. 74. 112. 


Nicolino 108. 109. IIL ■ 


^H Salvatore 208. 


Paladino 101. ■ 


^H (nob. fam. di Venezia 


Stefano 142. ■ 


^0 Giovanni 79. 


Stef. Nicolò 122. 143. ■ 


W Giorgio despota 90. 91. 93. 


Gonfalone di Ragusa 37. H 


^^ Fra, bornese 107. 


Gonmlvo Re 1 14, H 


^H di Piero 144. 


Gonzaga Don Ferrante 139. H 


^P Benefizio di San— 272. 


Goti 13. 17. 221. ■ 


Scanderbeg 100. 


Gotislavo Re 114, ■ 


Giovanni Castrìota 100. 


Governatore dell' armi 263. 269 1 


Domenico fiorentino 46. 


d- eserciti 169. ^ 


Vescovo 15. 


Gazze, Gozzi. (Nob. fam. rag.) 


GÌÙVÌ4) Paolo 126. 


6. 276. M 


Gvitbiko 109. 112. 115, 


Ambrogio 208. ^^È 


Giudei 115. 117. 118. 157, 159. 


Angelo 208. ^^È 


^K Vedi Israeliti, 


Baaìlio 208. ^H 



285 



Biagio 208. 

Clemente 208. 

Dragoe Simon 116. 

Giorgio 253. 

Giov. Stefano 109. 

Gismondo 132. 

Iacopo 208. 

Luigi 23. 

Marino 109. 208. 263. 

Nicolò Vito 260. 

Orsato Vladisl. 272. 

Pietro Vescovo 146. 188. 

207. 208. 

Raffaello 132. 

Timoteo 208. 

Vincenzo 208. 

Vito 191. 

Vito Clemente 114. 

Vladislavo 262. 
Gradenigo, Bartolom., e Ja- 

• copo 79. 
Gradi, Gredi, Grede (nob. fam. 

rag.) 6. 50. 266. 

lacomo 119. 

leronimo 130. 

Matteo Francesco 266. 

Stefano Giunio 111. 

Vuco (Ugo) 49. 50. 
Granduca di Toscana 267. 
Gran Turco 96. 126. 131. 142. 

153. 154. 157. 158. 162. 

167. 170. 250. 251. 
Gravosa 15. 16. 17. 26. 117. 

122. 153. 160. 161. 183. 

201. 213. 214. 218. 231. 

234. 237. 238. 240. 243. 

271. 275. 276. 
Grecia, Greci. 37. 41. 42. 43. 



44. 47. 48. 54. 65. 99. 101. 
128. 186. 228. 252. 
Gregorio Xm. 204. 258. 
XIV. 260. 

Grimani (nob. fam. di Venezia). 
136. 285. 

Groppelli Marino 264. 

Guido da Napoli B. 206. 

Gurguttte Capitano 158. 

H. 

Herceg Stefano 89. 
Hercegovina Vedi Ercegovina. 
Horio Filippo 79. 



Iacopo. Congr. di S. — 243. 

Vescovo 207. 
lagnina, lanjina. 241. 
lanizzeri vedi Gannizzeri. 
Ihraim vedi Abraimo. 
legjupak fra Girolamo 260. 
leronimo Zaratino 126. 
lerosolima, Gerusalemme 229. 

238. 261. 
lezurum Isaach 261, 
Barione S. 25. 26. 29. 
mia di Paolo 1J9. 
Illirici 99. 

Imagini della Madonna 32. 
Imperatore di Costantinopoli 65. 

di Germania 157. 262. 270. 271. 

Greco 40. 41. 42. 

dei Turchi 110. 132. 133. 

250. 264. 
Inglesi 250. 270. 275. 
Innocenzo Vili. 109. 
Insegne della città 21. 

della repub. 60. 110, 127. 



286 



Islano vedi Asiano, Siano. 
Israeliti 261. 269. 
Istria 41. 

Italia 64. 96, 99. 136. 147. 148. 
149. 161. 183. 201. 228. 268. 

Iiatifuan Marco^ Pietro, U- 

golino 79. 
Iveglia, Ivelja Pietro 269. 

K 
Kara Mustafà 263. 
Karhwic 264. 265. 
Klek 264. 
Kosaéa 94. 98. 
Kosovo 107, 

L. 

Ladulao Re 67. 
Lago di Meleda 226. 
Lagosta 117, 260 - v. Augusta. 
Lana 58. 59. 114. 186. 240. 
Lauriston 273. 
Lazzaro despota 75, 89. 
Lazzaretto 239. 259. 
Leone X. 118. 189. 
Leopoldo IL 271. 
Lepanto 172. 173. 258. 
Lesina 145. 165. 209, 
Lingua Sckiavona 251. 
Lion 118. 
Lipari 167. 
Livorno 267. 
Loggia 23. 
Longo Giulio 261. 
Lopud vedi iWecco 

Lorenzo, Castello di S. — 
50. 110. 

Martire 57. 

Lovanio 189. 207, 




Zwctìr. Cardinale de. 263. 

S. 229. 
Lucca 84, 
Lucchese 251 
LuccaH (nob. fam. rag.) 6. 

Francesco 190. 

Giacomo 260. 

lachesse 43. 

Paladino Pietro 98. 

Pier Giacomo 114. 
Luigi d- Inghilterra 52. 
Lutero Martino 165. 

Macedonia 64. 99. 228. 262. 

Macerata 123. 

Madonna delle Porte 32. 

Madrid 262. 

Maestro di Scuola 189. 

Magalotti 262, 

Magistrati deUa Repubbl. 5. -6. 

240. 241. 
.!%(? Bt'ftì 261. 
Maiorca 147. 151. 
J/i^ì?// 71. 117, 124. 240. 
Malgarbini 116. 252, 
Mal paga 52. 
J/rt/ftr 229. 
Manuzio Paolo 260. 
Maomettani 175. Vedi lurckt^ 
Maometto II. 98. 100. 101. 

Celebia 94, 
Maranorick, Marano vìe 226, 
Marcello Andrea 79. 
Marche 118, 

Marchese di S.ta Cruz 269. 
Marco di Biagio 121. 

Monast di S. 242. 



287 



Chiesa di S. in Firenze 253. 
arcolino Paolo 144. 

B. da Forlì 126. 207. 
argherita Regina 31. 32. 

Congreg. di S. 243. 
aria S. di Meleda 123. 

Teresa Imperatrice 266. 267. 

Monastero di S. 242. 

di Matteo 261. 
armont 273. 
arocco 269. 
are rosso 155. 
arsiglia 49. 
artini (fam. nob. rag.) 6. 

Angelo 208. . 

Antonino 208. 

Arcangelo 208. 

Giovanni 208. 

Giov. Antonino 263. 

Luca 208. 
artiri di Cattaro 37. 39. 245. 
assimino Monaco 95. 

S. di Provenza 216. 
attei Giov. Maria 270. 
atteo Caporale 108. 
atteucci Saporoso 250. 
attia Corvino 92. 110. 
aura Santa 137. 
auroceno (Morosini) Marino, 

Michele e Nicolò 78. 

Leonardo, Lodovico e 

Marco 79. 
editerraneo 109. 
edo Gabriele 260. 
eleda 74. 123. 154. 189. 201. 

225. 226. 227. 228. 229. 

237. 241. 243. 258. 265. 
eletius 57. 



Melligene 225. 

Menze, Mencé, Castello e torre 

18. 117. 142. 

(nob. fam. rag.) 6. 

Nicolò Lorenzo 145. 

Pier Giovanni 114. 

Savin Marino 109. 

Tebaldo 109. 
Mercana 109. 160, 189. 207. 

208. 221. 224. 
Messina 109. 128. 152. 155. 

156. 161. 167. 
Mestre 67. 
Mezzo (isola di — ) 120. 121. 

123. 136. 144. 201. 215. 

232. 234. 235. 237. 240. 

243. 260, 275. 
Michele Calogero 42. 

Congregaz. di S. — 243. 

Convento di S. — 218. 

S. di Giupana 123. 

da Rugia 104. , 
Micheli Pietro 79. 
Michelozzo 104. 
Milano 112. 258. 
Milutinpvic Generale 376. 
Miossa Michele 259. 
Misia inferiore 90. 
Mlascogna, Mlascagna (MlaSka- 

nja) (nob. fam. rag.) 6. 
Modone 112. 128. 
Mohamed Pascià 103. 
Molitor gener. francese 273. 
Monastero di S. Chiara 67. 119. 

di S. Tommaso 180. 
Moneta 21. 
Monopoli 109 
Monte di Pietà 263. 275. 



288 



Montenegrini 273. 275. 

Morava 90. 

Moravia 38. 

Morea 112, 124, 126. 128. 

Mori 116. 122. 

Moìiatxhia, Morlacchi 78. 83. 

125. 174. 184. 211. 
Mosè medico 116. 
Murat 11, 98. 
Mureto Gaudenzio 259. 

N. 

Naie Agostino 190. 207. 

M. Nicolò 190. 

Nicolò 258. 
Napoleone 1. 274. 
Napoli 49. 70. 89. 90. 102. 

114, 116. 148. 150. 151. 

153. 157. 158. 168. 181. 

206. 218, 269. 
Narenta 11. 35. 131. 153. 164, 

161. 241. 
Natali Giovanni di Pietro 275. 

Pietro 270, 
Natòlia 98. 

Nemagna (Nemanja) 90. 
Nera 219. 
Nicolò, Congreg. di S. — 243. 

Convento di S. 234. 

Giupano 69. 

V. Papa. 97, 101. 
Nicopoli 76. 85. 
Nobili 22. 262. 
Noviziato benedettino 268. 



0. 

Oixhi Carlo Ant. 
OchuhUa 226. 



268 



OKpa 27S, 

Ombla 133. 155. 159. 216. 21Ì 
218. 243. 260. 

Ongari Zecchini 99. 

Onofrio de la Cava 90. 105. 

Oppiano Agesilao 228. 

Oratorio del Rosario 260. 262. 

Ordinanze 267. 

Orio vedi Horio. ' 

Orlando 23. 24. 274, 

Orloff ammir. rnsso 266, 267. 

Orseolo Doge 36. 

Orvieto 205. 

Osimo 118. 

Ospedale militare 273. 

della misericordia 264. 
dei Sacerdoti 269. 

Ospodaro di A^alaccliia 264. 

Osseì^vanti 119. — Vedi Fran- 
cescani 

Osterie 182, 183, 

Ostoia Re 76, 

Osvi Re 20, 

tanto 167. 

Ottomani 258. 

P. 

Pace ài Karlovitz 264. 

di Pasarovitz 265. 

di Vienna 274, 
Padova 123. 258. 
Paklina 262. 265, 
Palazzo àmn^ìion :J7. 104. 119. 

169. 261. 272. 

Doganale 272, 
Palermo 167. 
Palniotay Pahnottaj Palmotic 

{nob, fam. rag.) 6. 



^m 



É6à 



289 



Giovanni 108. 

Nicolò 108. 

Zore 23. 
^Pancrazio. S. — 18. 
J^annicello di G. C. 34. 36. 
J^antella Pietro 89. 
J^aolo Apostolo. 228. 229. 

d'niia 119. 

m. Papa 133. 136. 146. 

162. 236. 

S.— d'Orvieto 205. 

Speranzio 102. 
Papavaj Popovo 157. 
Parigi 188. 207. 
Parrocchie della città 270. 
Pasarovitz 266. 
Pasquali Timoteo 204. 
Patriarca di Venezia 136. 137. 

142. 236. 
Paxò 138. 

Penna, Pennesi 44. 45. 
Persia 131. 
Pesaro Jeronimo 133. 
Pescara 46. 
Peste 66. 86. 113. 115. 120. 

121. 127. 145. 214. 264. 

269. 270. 
Piaristi 267. 268. 273. 
Piazza 18. 

del Bersaglio 270. 

della Loggia 23. 

di S. Marco 42. 

della Signoria 271. 
Pie di Luco 219. 
Pietro. Congreg. diS. — 243. 

martire 67. 
Pietro e Paolo SS. Monastero 

de' — 242. 



File porta delle — 18. 270. 
Pio II. 102. 

V. 168. 848. 

VI. 267. 272. 
Pisa 253. 267. 
Flehà 7. 

Ploce 18. 116. 121. 241. 259. 271. 

Poggibonzi Simeone 220. 

Pola 41. 42. 

Polimiro Belo 17. 18. 19. 83. 

Pon^e delle Pile 110. 

Popolari 7. 

Por^a Ottomana 108. 156. 163. 264. 

Portogallo 162. 

Porto Rose 161. 

Postiema 181. 

Posvisd 221. 

Pozza (nob. fam. rag.) 6. 

Antonio 208. 

Benedetto 208. 

Cherubino 208. 

Clemente 208. 

Domenico 132. 

Francesco 190. 207. 208. 

Luca 268. 
Pozzo P. S. S. 265. 
Prazatti Michele 204. 232. 260. 

261. 
Predicatore 248. 
Prestito forzato 272. 
P^evesa 138. 

Pnbisaljic vedi Pomari. 
Primi Benedetto Frane. 260. 
Principe de Bossinati 29. 

Dolgoruki 270. 

Stahrenberg 271. 
Processione di S. Biagio 198. 
Proculi (nob. fam. rag.) 6. 



^r 


""" -'^™ 


2^- 


I 


Prodanelli (nob. fam. rag.) 6. 


200. 212. 213. 214. 215.219. V 


Giacomo 75. 


221. 222. 241. 243. 275. ■ 


Pi'osciura, Promra 226. 


Rama 15. ^^H 


Provenza 49. 246. 


Rasciani 57. 75. ^^H 


Provinciale Francescano 113. 


Rassegna 200. ^^H 


Provincie illiriche 274. 


Ravenna 72. ^^H 


Provveditori di Cattare 68. 132. 


/^<; di Bosna 208. 245. 246. ^H 


Puglia, Pugliesi 21. 42. 101. 


B'rancia 74. 132. 133. 162.^B 


^K 117. 118. 128. 132. 157. 


153. 157. 158. ^M 


^^ 161. 167; 174. 215. 


Inghilterra 20. 166. ^W 


I Panta di Stagno 67. 146, 159. 


Napoli 263. ■ 


^H 161. 241. 


Ostoia 75. ■ 


H 


Portogallo 155. 162. H 


Prussia 266. H 


■ Quirini Nicolò ed Egidio 78. 


Spagna 114. 168. ■ 


P ^' 


Ungheria 85. 86. 136. 134. ■ 


158. 245. 262. M 


1 Radagasio 11, 


Reame di Algeri 163. H 


1 Radak conte 103. 


Ungheria 85. 86. 126. 134. ■ 


1 Eiiffniniiy Rmijina (nob, fam. 


158. 245. 262. M 


^^ rag.) 6. 


Becanati 261. ^^^H 


^H Ambrogio 208. 


Redx>ni 65. 101. ^^H 


^H Anastasio 237, 


liegina di Bosnia 67. "^^^f 


^M Clemente 134, 135. 189, 


di Svezia 263. ^^B 


^H 207, 208. 


Reggio di Calabria 152. 229. ■ 


^H Domenico 191, 


Regno mitico 274. ■ 


^H Domenico Marino 131,142, 


Regolamento della Navigazione 1 


^H Giov. Antonio 131, 


26H. 1 


^1 Giov, Battista 237. 


Reliquie di SS. — 14. 18. 48. ■ 


^H Grisostomo 210, 


135. 197. 198. 199. 203. 24sr. ■ 


^M Indico 119, 


243. 245. 246. 265. ■ 


^H Lorenzo Nicolò 116, 


S. Andrea 245. ^B 


^M Marino Nicolò 114, 116. 


S. Anna 245. ^fl 


^H Nicolo 13. 40. 248. 249. 


S. Apollonia 244. ^^| 


^m Orsato 271, 


S. Arcliileo 18. ^^| 


^P Pietio 56. 


S. Bacco 20. ^H 


^^ Simeone 208, 


S. Biagio 43. 47. 48. ^H 


1 Riigusavecchia'%1 . 136, 144, 15^ 


S. Croce 69. ^H 



291 



S. Domenico 245. 

S. Domicilia 18. 

S. Giov. Battista 107. 198. 

248. 

S. Giov. Grisostomo 245. 

S. Maria Mad. 245. 

S. Nereo 18. 244. 

S. Orsola 246. 

S. Pancrazio 18. 244. 245. 

S. Petronilla 18. 244. 

SS. Pietro, Andrea e Lo- 
renzo 245. 

S. Sergio 18. 

S. Stefano p. m. 244. 

S. Stefano di Bosna 245. 
Residente Imperiale 262. 
Resti (nob. fam. rag.) 6. 151. 

Antonio 208. 

Damiano Nic. 114. 

Daniele 116. 

Domenico 208. 

Gabriello 208. 

Tale 222. 
Rettori ragusei 62. 184. 185. 

Veneziani 55. 57. 78. 79. 
Revellino 266. 
Ribiza, Ribica, Dobre 43. 
Riccardo cuor di Leone 52. 
Rieti 49. 219. 
Rito greco 57. 
Rivolta di Canali 273. 
Rocca Lavusa 17. 
Rodi 116. 119. 120. 225. 228. 
Rodomonte 147. 
Rogacci Benedetto 265. 
Rolando vedi Orlando. 
Romano Capo. Vedi Cumano. 
Romagna 193. 



Rosa Martino 261. 
Rotecio 34. 

Ruberto B. da Napoli 20§. 
Ruda isola 231. 275. 
Russi 273. 

S. 

Sabbioncello 159. 323. 243. 
Sacri Tommaso 230. 
Sagurovici Vedi Zaguri. 
Saiddin 263. 
Salamanchesi 262. 263. 
Salona 19. 
Sangiacco 126. 134. 188. 252. 

di Valona 114. 
Sandalj 87. 

San Sabba 89. 94. 104.111.155. 
Santa Crux Marchese di 269. 
Santo Sepolcro 116. 
Sapienza isole 131. 
Saraca, Saracca. (nob. fam. r.) 6. 

Giov. Natale 118. 

Natale 111. 114. 

Pietro Elia 110. 
Saraceni 13. 21. 23. 
Sardegna 150. 
Sarza 147. 150. 
Saverio 141. 
Scardona 92. 
Schiavoni 182. 183. 
Scio 128. 156. 
Scismi 57. 

Sciavi Margherita 32. 
Scoccibiiha Vincenzo 230. 
Scocchi. Vedi Uscocchi. 
Scolopi. Vedi Piaristi. 
Scorpioni (nob. fam. ital.) 46. 
Scuola di Giurisprudenza 272, 





^ * 1 - * — miiiMi- « -^^^^H 


292 


■ 


Scutan 105. 261. 


Sorgo (nob. fam. rag.) 6. 65. ■ 


Sebenico 11. 92. 


266. 775. ^m 


Segna 76. 127. 253. 


Cherubino 208. ^H 


Selim Sultano 118. 


Francesco 105. ^^H 


m. 271. 


Francesco Giov. 109. ^^M 


Semandria, Samandria, Se- 


tìiov. Francesco 267. ^^| 


mendria, Sìnederevo 75. 88. 


Ctìov. Stefano 131. ^H 


89. 90. 91. 93. 


Lorenzo Pasquale 113. ^^H 


Senato Raguseo 39. 50. 


Michele Antonio 272. ^^H 


Serbia 94. 


Nicolò Luca 140. ^^B 


Serffio S. 19. 21. 


Nicolò Tommaso 128. 130. J 


monte S. — 17. 274. 


Pasquale 93. ^^M 


Sersina 261. 


Silvestro 208. ^^ 


Sforza 234. 


Stefano Giovanni 118. J21. 1 


^ft Lodovico 112. 


SjHKjna, SpagnuoU lOl. 104. 1 


Pallavicino 169. 


\l23. 141. 147. 148. 149. 150. ■ 


Sicilia 13. 17, 19. 102. 109. 


157. 158. 161. 250. 258. 259. ■ 


117. 139. 153. 157. 174. 229. 


Spalato 86. 1 


Siena 152. 


Starno 29. 66. 67. 69. 111. 130. ■ 


Sigismondo Re 76. 


' 132. 133. 146. 152. 165. 207, ■ 


Simeone Monastero di S. — 35 


208. 209. 210. 241. 243. ■ 


Simon Poggibonsi 204. 


261. 275. ■ 


Radogna 114. 


Stahrenberg Principe di — 271. ■ 


Sinodo diocesano 260. 265. 


Statuti ragusei 264. ^^B 


Siracusa 17, 229. 


Stag Benedetto 273. ^H 


Siria 9. 131. 157. 


Stefano. Chiesa di S. — 18. 36. ■ 


Sisto V. 247. 


di Bosna 65. 67. 68. ^M 


Siano 237. 241. 


I)esi)ota 90. ^H 


Slavi, Slavonia 21. 89. 99. 


Duca di S. Sabba 111. ^H 


Socol, Sokol, 241. 


Herceg 89. ^H 


So/fi. 131. 


Kosaì^a 67. 93. 95. ^H 


Soldam 116. 


di Marco 123. ^H 


Suldati Ungheresi 108. 180. 


di Marino 102. ^^H 


Solimano Sultano 121. 128. 


Nemanja 29. ^^H 


131. 139. 151. 155. 157. 


Tommaso 102. ^^| 


Soramo Marco 79. 


Tvrtko 85. ^H 


Sorbonesi 262. 263. 266. 267. 


Stella Nicolò 116. ^H 


268. 270. 


Stilicone 17. ^^H 



293 



Stùioo pievano 36. 

Stradone 271. 

Stravca 270. 

Strigonia 76. 

Suhumo (Srbrno) 168. 271. 

Sutorina 264. 

Svezia 263. 

T. 

Tamparizza Gabriele 260. 
Taranto 268. 
Tedeschi 147. 149. 150. 
Tempestivo Fabio 260. 
Templari 225. 
Teodoro Greco 41. 

Congregaz. di S. — 243. 
Terrasanta 20. 
Terremoto 106. 112. 115. 120. 

128. 154. 163. 261. 262. 
. 264. 265. 269. 271. 
Terrenove 75. 
Terziarie 211. 258. 
Ticuicich, Tikviòié Ratko 23. 
Tiepolo Pietro di Lor. 78. 

Stefano 153. 162. 
Tipografia 268. 
Tiziano 205. 
Tolone 274. 
roZo«o 118. 
Tommaso d' Acquino 205. 

Illirico 118. 

Monast. di S. — 242. 
Torres Francesco 263. 
Torrione S. Nicolò 43. 
Toscana 17. 44. 84. 97. 205. 276. 
Tracia 65. 99. 
Tre Chiese 29. 140. 
Trevisan Paolo 79. 



Tribulio, Tribunio, Trebinje 15. 
Tribunale Commerciale 274. 
Tributo 34. 88. 105. 264. 
Tristano da Roia 73. 
Triumvirato 36. 
Trivulzio Filippo 132. 
Tron Francesco 169. 
Tudisi (nob. fam. rag.) 6. 

Nicolò Francesco 109. 
Turchi 75. 76. 85. 89. 90. 92. 

93. 96. 97. 98. 101. 113. 

114. 115. 117. 119. 124. 

132. 133. 134. 136. 141. 

142. 152. 153. 154. 157. 

158. 164. 183. 186. 187. 

188. 204. 248. 266. 270. 
Tvarco, Tvrtko, Stefano 85. 

U. 

Umbria 35. 219. 
Ungari soldati 108. 180. 

Zecchini. Vedi Ongari. 
Ungheria 67. 68. 76. 77. 85. 

86. 90. 91. 99. 124. 125. 

126. 127. 152. 153. 158. 

201. 262. 
Unyadi Giovanni 85. 
Urbano Vni. 262. 
Uscite. (Spesa) della Rp. di 

Ragusa 248. 
Uscocchi 131. 133. 152. 153. 

154. 258. 260. 

V. 

Voivoda. Vedi Vojvoda. 
Valacchia, Valacchi 141. 264. 
Valaresi Paolo 120. 



1 m. ■■ 


jp^B 


L Valle di Breno 22. 25. 29. 


Trebinje 15. 97. ' 


H 217. 218. 


Vmori Jacomo 78, 


^H di Giuncheto 217. 


Vicario della Congr, di S. Do- 


^ di Ombla i:}:{. 217. 


men, 83. 


[ Vallona 113. 114. 117. 141. 


diocesano 294. 242. 247. 


167. 168. 


Viceré di Napoli 114. 1B8. 


Vandali 117. 


di Sicilia 139. 157. 


1 Varna 85. 88. 


Vienna 125. ì<31. 274. 


Vasto Marchese del — oii5. 


Visconti 234. 


F^'ma, Veneziani 19. 32. 35. 


Vimiza^ Viinjica 123. 140. 


^ 36. 39. 40. 42. 50. 66. 62. 


Vito e Modesto. Congr. de' 


^^^ 63. 66. 67. 68. 69. 70. 71. 


SS. — 243. 


^^m 77. 84. 86. 96. 97. 111. 


Vladislao Re d'Ungheria 85, 


^^H 112. 114. 116. 117. 119. 


109. 114. ^m 


^^V 120. 127. 128. 129. 132. 


Vladisavic Sava 2H5. ^^ 


^V 133. 134. 136. 137. 140. 


Vlateo, VlatkOj duca di S. J 


H 141. 144. 145. 153. 164. 


Sabba 105. ^H 


■ 167. 158, 159. 162. 163. 


Vojaéa 103. ^H 


■ 164. 165. 168. 169. 171. 


Vir}voda 38. 254. ^H 


H 183. 191. 213. 229. 235. 


^ Pavlovic 87. ^H 


^ 240. 258. 260. 261. 264. 


degli Uscocchì 268. ^^M 


, • Venier Andrea. 78. 


Volcasso LoreMo 70, ^^È 


[ Vergato, Bergato, 18. 40. 64. 


Vokacio, Vedi Vuk. ■ 


H 115. 121. 122. 166. 196. 


Vrana 118. 1 


^ 214. 217. 218. 


Vuk Brankovic 94. ■ 


Veri (Avari) 19. 


Gradi 50. ■ 


Vemazm Antonio 274. 


J 


1 Vescovo di Alessio 197, 


^_ Cinquecliiese 269. 


Zaffiiloma. Vedi Ceftdòma. ^^ 


^M Curzola 146. 


Zamagna (Ca' Magno, Già- ■ 


^M Epidauro 220. 


magno). (Nob. fam, rag.) ■ 


^1 Mercana 107. 160. 189. 


m 


■ 190. 197. 207. 208. 


Bartolo 108. ^M 


^M Ragusa 35. 


Bernardo 267. ^^H 


^H Salona 19. 


Giacomo 86. ^^ 


H Stagno 189. 207. 208. 


Giorgio Stefano 161, 162. ■ 


^M Suffragane! di Rag. 196. 


Marino Stefano 122. 128*^B 


^^. 


130. 140. I^fl 







295 



Michele 208. 
Nicolò 86. 

Serafino Orsato 144. 
Tilvestro 103. 208. 
Stefano Marino 109. 
Zaguri (nob. fam. di Cattaro) 
67. 



Zara, Zaratini 11. 21. 52. 118. 

126. 163. 193. 
Zarkovica 726. 
Zefalonia. Vedi Cefalonia. 
Zanobio S. — 21. 
Zoccolanti. Vedi Francescani 
Zazzeìn-Pascioni Flora 269. 



»i 



\ 



\ 



Nola. 



Alla pagina 264. e precisamente all'hanno 1687 .è stata 
registrata la morte di Francesco Gondola, ohe, consunto dallo 
studio, cessava di vivere giovanissimo, lasciando all' amico 
Bona, i manoscritti : Statuto, Reformazioni, Croceo e Verde, da 
lui annotati. Codesti codici paiono perduti. 

Ora all' anno* 1588 è da aggiungere la commemorazione, 
involontariamente ommessa, della morte di -un altro Francesco 
Gondola, che, a&Vcf nel 1539, fu condotto giovanissimo in Italia, 
ove nel 1567, quando aveva appena 28 anni, fu delegato a tu- 
telare alcuni interessi della patria, presso Pio V. cNel 1581 fu 
poi inviato al Viceré di Napoli, e nel 1582 -dì nuovo al Soglio 
Pontifìcio. Ritiratosi quindi in patria vi chiuse i giorni, met- 
tendo in netto U materiale che poi doveva servire a Giunio 
Resti per la compilazione dei noti Annali di Ragusa. Si con- 
servano di suo i sommari, i raffronti e gli indici dei libri Sta- 
tuto, Reformazioni, Croceo e Verde, pur sempre utilissimi agli 
studiosi delle istituzioni raguseo. Non si trova che sia stato del 
Maggior Consiglio, il che è da ascriversi al fatto della sua 
assenza dalla patria, all' età in cui a quel Consiglio avrebbe 
dovuto essere iscritto. 



I 

Errata. 



p. 18. 


fgjijjl 


k 


ìimm 


?. 


Ugyi: 


Raguseo, o meglio di quelli 


n 14. 


MIW^^PMM 


n 


6. 


n 


Gap. 2. 


, 67. 


nota 


2. 


n 


Jt. 


n 


Si sostiene ancora in... 


, 58. 


n 


1. 


n 


3. 


n 


di certi suoi... 


n 68. 


n 


1. 


n 


14. 


n 


poggiante... 


, 89. 


n 


1. 


» 


9. 


n 


(Thalloczy... 


» 113. 


n 


8. 


n 


4. 


n 


Nondimeno questo processo. 


» n 


n 


» 


n 


8. 


n 


non ebbe mai luogo. — 


n 118- 


testo 




n 


19. 


n 


e nella Marca ... 


, 188. 


n 




n 


33. 


n 


di Cadice in... 


, 268. 


n 




n 


15. 


n 


Si ammansano.. • 


„ 263. 


» 




ti 


16. 


» 


tanto benemerito... 


, 264. 


» 




n ■' 


19-20. 


n 


dei Ragusei... 


, 265. 


n 




f> 


17. 


n 


Il Bojaro... 


„269. 

» n 


n 

n 






19. 
28, 


n 
n 


rigido. Le... 
scrivani ... 



IV. 


» 


13. 


M 


di questi paesi... 


XLn. 


» 


28. 


» 


di diritto... 


XLIII. 


» 


9. 


» 


parte alle cose... 






16. 


n 


loro per... 


n 


rt 


38. 


Ti 


ritornare all' assalto 


XLV. 


n 


4. 


» 


congregazione . . . 


XLVIII. 


n 


5. 


n 


sicché trovasi che.. 


L. 


n 


27. 


ti 


cronaca, 



r 



DESORIPTIO 

SINUS ET URBIS ASCRIVIENSIS ^ 

Per 

Z). Ioannem Bonam de Boliris 

nobilem Catharensem 

ad 

Heliam Zagurium 

conciven suum. 

Ascraei quae sacra senis, quae flumina, quaeque, 
Vermanos^) colitis saltus, vallesque reductas, 
niyrides Musae, liceat mihi munere vestro 
Descripsisse situm patriae, circumque, supr^que 
Aerios montes, sinuosaque littora, portus 5 

Rizonici, vadaque ipsa simul, quae tramite longo 
Aemula flaminibus, mox excipit Adria vastus. 

Fas mihi vos duxisse Deae per saxa, per ipsos 
AnfractuSj, rupesque cauas, perque horrida tesqua 
Lefteni^) mentis, niuibùsque cacumina cana, 10 

Inuia quae audaci cupio tentare iuuenta. 

Sed nec te ad partem nostri accessisse laboris, 
Secretum aut pigeat Zaguri estendere callem 
Quo tute nobis tentari haec semita possit. 
Nam te per notasque vias, notasque per artes 15 

Ipse pater ducit Cyllenius, & tibi Musae 
Applaudunt, sacraque intexunt tempora lauro. 

Est in secessu longo sinus, Adria qua se 
Vertit ad Eoos fluctus, ac littora radit 
Hlyridos, longe ante alios, pulcherrimus omnes, 20 

Rizonicum*) appellant : hic primo in limine, & ipsis 



') Urbs Ascoiviensis --^ id est Ascrivium recte Acrumum, sive Catharus. 
•) Vennani*Sj mons = ital. Vermano, si. Vrmaè; mons altissimiis contra 
Catharum. 

^) Lefteniis, ital. ^monte sella^^ si. Lovéen^ prope Catharum. 
*) Sintts Rizonicua ^=^ ital. Bocche di Cattaro. 



Faucibus ad laeuam attollunt se protinus vrbis 
Moenia^), quae quondam fatis Herzegus*) iniquis 
Condidit, atque nouum dixit cognomine castrum, 
Prob, quantas, vrbs iUa, acies^ quae praelia vidit, 
Quas olini lUyrij hic Tiireis, quas Turca vicissim 
Hlyriis strages dedit, Hispanaeque cohortil 
Vel cum Xerzegum propriis Maliiimetus ab oris 
Expulit bine, longo vel cura post tempore*) Tureatii 
Clauigeri arma patris, Caesar, Venetique fugarunt. 
Aut mox Hispanas dum Barbarussa®) iDlialanges 
Ejicit, atque vrbi vexilla OthoniaoDa reponit. 

Hinc lo ego haed traetu, recto tamen ordine opaci 
AssurgUDt monteSj arrident pascua laeta,®) 
Pascua turcaici quae vomer scindit aratri, 
Teque petunt latis, praepinguts Maesia, campia, 
Donec in obliquum mox se, vallemque reducunt. 
Qua nimium saevis Boreas circumstrepit armis. 

Hic flumen Rizoii, fluuii quoque nomine dieta ^**> 
Nunc arx ' ' )j sed magnae quae yrbis vestigia seruat^ 
Vnde sinum nostri quondam dixere priores; 
Theutae*'*) olim sedes, post quam fata impia tandem 
Agronem"^) rapuere suom, tbrtunaque cessit. 
Ast traetu maris in medio mox vnus^ & alter 
Erigitur scopulus. Virgo hunc'''')j& Mater; at iUum 
Vectus**) equo valida tutatur beUiger basta» 



25 



30 



35 



40j 



4&I 



*) Oppid. Castri novi^ vulgo Castelnuovo. 

•) Herzegujs i. o. Stephaniis Gosaccia, (lux Sancti Sabae. 

*) a. d. 1538. 

') Ariadeniis avenobardus recto Hair-Eddin Barbarossa^ summus turicae 
classis imperator a. 1539. 

*) ad 8. Petrum in albis, vulgo la Bianca (si. Bijola). 

"0 Cfr. PoUyb. 

*•) Cfr, atrabo, Ptolom. Plin. etc. 

^*) Theuta regina lllyridiim. 

") Rex lUjrìci, conjax Tbeutae> 

'*) Scopulus, in quo aedes B. M. W de Scappilo, vulgo ^de Sc&rpeUo** 
nuneupatae. 

") Bcopulufi in quo aedes 8. Qeorgii, ubi ulirn et Monasteri um S. Be 
nedictit 



Ac velluti Aonìi nuper per cerala olores 
Maeandri seu forte vadis, seu forte Caystri 
Se attoUunt, summaque apparent eminus vnda. 

Hos recte contra Perastes**) nautica surgit, 50 

Quae sibi radices montis, montanaque saxa 
Delegit, posuitque suas in littore saedes. 
Huic mox ad Boream Rizon spectatur, ad Eurum 
Excelsi montis, donec iugantur amaenis 
Dulcidiae'®) campis, Bonninaque") iugera tangant. 55 

Hic tractus laeui lateris, sunt haec loca portus, 
Mons dextra Lustiza sedens lapidosus, & asper 
\ ergit ad Auroram ductus longo'®) ordine fratrum, 
Qui mox continui procero vertice surgunt 
Vsque ad celsa iugis vmbrosa cacumina ; quae quod 60 
Fulmine iam toties arsero Ceraunia dicunt. 
Sed tamen hunc vallis curaata intersecat, atque 
Planities Augusta loci*^), campique patentes, 
Queis elata procul respondet Zuppa***) rebellis 
Eoum ad solem: namque Austri ex parte resedit 65 
Vermanus, medioque sinu se maximus offert 
Lauricomus mons Vermanus, qui tramite recto 
Ad laevi lateris montes procurrit, •& arctum 
Vix aditum nautis*'), pontoque relinqjiit aperto. 

Continuo ad zefiros contra est Lustiza supinus, 70 

Scilicet & mediis se se erigit aequoris vndis 
Saedes Lignipedum'^*) longe acceptissima patrum; 
Quam iuxta placido diues salit insula ponto'®) 



**) Vulgo Perasto ad radices montis vulgo dicti „ Monte Cavallo**, et 
«Monte Cassone". 

'•) Nunc Ljuta, recte ad S. Petrum. 

'') Bona i. d. Posaessiones^ si. Dobrota Catharinorum. 

*•) Ljesevié. 

'•) vulgo „ Pianura di Cattare**. 

••) vulgo «Carbalia** antiq. comitatus „de Gripulis** — si. Grbalj. 

»•) Stretto delle Catene. 

•') Scopulum in quo aedes B. M. V. et Coenobium olim S. Benedicti, dein 
Canonicor. Caelest., postea 0. M. S. Francisci — recte „ Madonna degli Stra- 
dioti". 

'*) Insula S. Gabrielis it. „ dell* Arcangelo**, „degli Stradioti**. 



6 .; 



Hic vbi turma equitum vigilat custodia pernox, 

Et late aduerso campos tutatur ab hoste. 75 

At qua parte cauus mons hic vada caerula stringit, 
Hinc recta ad austros ductus lapidosa recludit 
Tesqua sui, geminae hic Christi stant ordine Matri 
Aediculae tamen exiguae, quarum altera pandit 
Mox alium portus tractum, qui vergit ad ortum, 80 

Vermanique sinum Perasten qui aspicit, & quae 
Proxima Perastae sunt iugera, quique recludit 
Rura suburbana Ascriuij, duna protinus inde 
Ascriuium versus sinuosa volumina tendit. 
Planities hic lata maris, lata aequora vbique 85 

Continui montes, hinc atque hinc, littora curva, 
Littora quae obiiciunt sic se, ne cernere possis 
Totam extemplo vrbem. Primo Arx in vertice montis 
Se se offertj prima, & venientes prospicit, atque 
Dat late signum venientum protinus Vrbi. 90 

Parua mora est: sed cum tota Vrbs quoque cernitur et cuna 
Nulla obex restat, quin moenia scilicet vrbis 
Tota videre queas, turresque, ac tecta domorum. 
Hinc quoque tercentumque**)rates,numerosaque gentis 
Agminaque Turcaicae quondam furor impius egit ^ 95 
Nostra in damna. Noni post diruta moenia Castri 
Namque vltra, nec ferre pedem, nec scindere remis » 
Aequora posse datum. Quid Barbarussa maniplos, 
Quidue rates in bella paras? Frustra impete tanto 
Tot stringis acies, tot pandis carbasa ventis. 100 

Non pugnam Ascriuium, SoUmana nec arma veretur, 
Quin vitro ad bellum te prouocat: en volat igne 
Sulfureo contorta pila, & petit eminus ipsum 
Teque, tuamque ratem, longe timor omnis abesto 

. Si conferre manum, pugnaeque insistere mens est. 5 

Ergo huc prouecto laeuà est Theloneus, & mox^^) 10 

Helias ignifero raptus super aethera curru, '^**) 



") Anno 1539. 

'*) Aedes S. Matthaci do Dobrota. 

'•) Aedes S. Heliaa proph. 



Porrecta qui in rupe sedens, ponto imminet arcto. 

At quonam Lustiza'^^) tuas, quo cannine dicam^ 

Siluasque, saltusq ; & pinguia gramina, campos? HO 

Quoue tuas Vermane modo, quoue, Oppine, laudes 

Aut dabitur, tot prata simul, tot pascua, totque 

Concinuisse mihi fontes, & flumina, & vndas? 

Hic grati Bacco colles, hic florida rura 

Fertilis hic frugum Cereri gratissima tellus, 115 

Arbor & omnigena, hic longum depascitur agmen 

Quadrupedum genus omne; hic pisces coerula complent. 

Tot pagi, villaeque habitant, pars littota circum 

Radices mentis circum pars altera, pars & 

Summa tenet, petit haec syluas, immensaque lustra. 120 

Sed iam me portus, turres, & moenia, & vrbis 
Tecta vtcant, vocat ipse suo mons vertice celsus 
Leftenus, rupesque cauae, praeruptaque tesqua 
Pestigradi mentis^®), qui proximus assidet vrbi. 
Quare, agite, o mihi grata cohors, mea numinaMusae 
Vos me per iuga celsa, & inhospita mentis euntem 
Saxa, Deae, regite, ac tutum mihi pandite callem. 
Quo possim abruptos iam iam conscendere montes. 

Ac primum, mentis iacet in ràdicibus imis 
Vrbs conclusa mari, mons est sine nomine, at ipsa 130 

Ascriuium dieta est. Arx celsa**^) in vertice mentis 
Assurgit, montemque suum sua moenia cingunt. 
Area lata patens ante urbem mentis opaci 
Obiectu curuo portum efficit, hic furor omnis, 
Ventorumque silent flatus, placida acquerà nullam 135 
Admittunt rabiem, tutaque in sede quiescunt. 
Rura suburbana hinc, atque hinc. Haec Tirsiger Euam, 
Haec Pomona tamen sibi vendicat, ordine longo. 
Mox gemini montes prò cero vertice lambut 
Sydera, Leftenus laeuum latus occupat vrbis, 140 

Pestigradus dextrum, non iUis altior Ossa, 



*') Agri Catharenis laus, faecunditas, amoenitas. 

••) PoStingrad mons. 

»^ vulgo ,11 Castello di S. Giovanni". 



Aut Rhodope, aut celsi iuga verticis Appennini, 
Lefteni in medio antrum ingens, vastaeque cauernae, 
Vndiqiie praeniptus vertex, sublime carumen 
Occupat, vndo sedens pai1.es speeulatur in omnes, 145 

Scilicet, hinc Corciram, illi ncque Ceraunia saxa. 
Inde lacum Seodrae^ late eximdantibus vndis, 
Pestigradus longe interior, dorso insidet ingens 
Saxea cui moles, iam iam & casura Yidetur. 
Disiectae hos cireum rupes, desertaque tesqua, 150 

Stantque, & acuta silex praecisis vndique saxis. 
Horriditas tamen haec haud aspernanda videtur 
Quippe vrbem claudit^ sic rt non vUus ab hoste 
Incursus timeatur, nec belli impetus vllus» 
Vecmanus centra, pater assidet vmbrifer, & quo 155 

Pestigrado inferior, seu summi culmine mentis 
Leplitenij hoc longe frondosior^ & mage multo 
FertHior, lateque suis se frondibus ornane. 
Lignipedes hic tecta patres in margine ripae^') 
Atque aedem statount, vbi diuae Virginia ara 160 

Erigiturj celsusque tholus^ venerandaque templi 
Maiestas, nouum opus, pario de marmore surgit. 
Hic dulces voluens latices & arundine, & alno 
Frondenti caput ineinctus fons Pucius exit^*), 
Vnde haustum e tota semper concurritur vrbe, 165 

Ac mixtim tenerae certant liaurire puellae. 
Frugilegae haud aHter formicae olim agmine longo 
Discurrunt dum forte hyemi nona grana recondunt, 
Hae veniuntj rodeunt, iUae^ & sub pondere gaudent, 
Seraphici bine coetus diui pia tuba Minores 170_ 

Diruta tecta parant ipsis sub moonibus urbis 
Eriger e^ atque suas iterato hic ponere sedes*^^) 
Heu qua pai-te ferox nobis belli impetus olim 



**) Templum B. Bernardini et Coonobium Fratnini Urd. H. Fraucisoi 

**) Vulgo „n Pozzo", recte «Ad Puteos**. SI. Pué. 

•*) Templum S. Francisci et Coenoliixiiii Fratr. eiusdem Ordinis, 



f 



Non saeuit, beUique furor, dextra, atque sinistra 
Tempia iacent prostrata Deùm, plantaribus hòrti 11 
Excisi, domiis ante vrbem non vUa reliota est.'*) 

Forma triquetra vrbis sulco eoncluditur arcto, 
QuaBoreamspectatjSuIcum amnis Scordus*^) inundat 
Hic vbi vel pelles Sycionis vincit aluta; 
Tot pariter turres, tot propugnacula belli 180 

Tuta sedentj molisque nooae noua moenìa surgunt,'*) 
Ast Eurum versus Gurdus perlabitur*^) amnis, 
Lefteno qui e monte va^us procurrit in aequor, 
Gurdus amor Njmphariim, & Doridos vltima cura, 
Nereidum quo saepe chorus leuis, vdaque crines 185 

Cymodoce, viridisque eupit Galatea lanari. 

Moenia ceka vrbis turres celsae vndique cingunt, 
Porta ingens'®) aperit portum, ripamque recludit 
Aquoream, strata haec spatioso limite serpit. 
Hic centum quandoque rateSj longo ordine cernas, 190 
Hae varias merces, longinquo ex orbe reportant, 
Hae dulces Bacchi latices, hae denique aceruos 
TriticGos, mileumque feruntj atque hordea nobis. 
Hic etiam ciues praetoria ad alta frequentes 
Concurrunt, vbi lance pari, Praetorque Patreaqne 195 

lus dicunt {irae hic regnant rabiesque dolorque), 
Atque strepunt multo subsellia celsa tumultu, 
Causidicilm dum forte hic clamata & ille reelamat. 

Hinc vrbem ingresso mox area pandituj inges 
Custodes aditum seruant; in fronte renident 200 

Aurea Praetoris palatia^^); Curia dexteram 
Degrauatj ast laeuam Quaestoris regia part^m. 
Hic & militibus Praefecti moenibus vrbis 
Stat subnixa domus, surgunt ambita vetustis 



") Ad sectiritatem urbis suburbana aedifìcia diruta. 

•*) Lo H curda — (Jiuméra), 

'•) Il bBJìtion Bembo- 

*') Amnis Gurtiis, ad Gur^fitem, De Gurto, Gordichio» 

") Porta deUa Marina. 

••) Praelonum, aliaeque publica© aedes. 



10 



Atria porticibus; strepit hic**) qui rebus agendia 205 

Tempora praesoribenSj noctis quoque diiiidit horas, 
Inelajuatqiio procul, procul atque auditur, at ipse 
Se ipsuDi audire nequit, nee quitjquam sentii, vbi se 
Confidai toties repetito vulncris ictu. 
Non vicos memorare vacai, non strala viarum 210 

Nec quibus illa niodia sparsas per compita metas 
Expediant) yariaque refertas merce tabernas. 
Sat mihi sit, si tecta Patrum, si tempia Deorum 
Complectar. Quìs namque brooi queat omnia vorsu 
Dieere? Perge igitur: prima est Alpheia proles**), 215 
Obiieiat quae tenq:)la tibi; ai tendere pergis 
Ad Diui patrii pia team, Patareius heros,**) 
SiduB grande niarts, propior sibi vendicai aram, 
Hunc prppe virgo sedei*-*), sparsis post terga capillis 
Distractaeqiie manus tibi, distractasque papillas 220 
Ostentai, ieraplique sui penetrale rocludii. 
Protinus hinc fora lata patent, tecta ardua circum 
Vndique eonspiclas, prìnioque oceurrii ibi ingens 
MaÌQstas templi pliiygio sacrata Tryphoni.^**) 
Porticus*^) erigitur dextrà suffulla columnis 225 

Marmoreis vbi saepe senos spatiantur anheli, 
Conueniuntque Patres, tumque liic, seu poblicatractant, 
Siue sedeni celsa ad subscllia, iuraque reddunt 
Vnanimes populis, qiiod adhuc vestigia priscae 
Liberiatis habet; nam nulli addicta tyranno 230 

Vrbs fuit haec, durum non vnquam pertulit olim 
Seruitium: nunc compositìs laeio ordine rebus 
Sponte sua***)j non vi, non bello vieta, nec armis, 
Sub curam aligeri ibuoi otia grata Ijconis. 



*•) TurrÌB II oraria vul^o ^Ln Torro del P orologio*'. 

*'} Templum SR, Pliilii^pi et Jacobi, Aj»,, vulgo „Sbu Giaronio de Log/aj^ìa** 

") Han Nicolo dei Marìtipri si ve «Di'Ua Marinczza". 

*^) >Sanf A^ata. 

**) Eccl. Cathcdr, 8. Tryijhonis, 

*^} Vulgo „ Loggia pubblica", 

*') Id contigit anno 1420, 



11 



Inde hic in medio plateae stat celsa columna*'') 235 
Qua Veneti vexilla Ducis, magnique Senatus 
Erigimus, laetique iUis applaudimus omnes. 
Aspicis hic longas iuuenum, laetagque cateruas, 
Multorumque hominum caetum. Hic commercia iungit 
Mercibus alternis, solido hic extrudere nummo 240 

Venales quaerit merces, labor omnibus idem 
Res proprias efferre tamen, vel plenius aequo. 
Ast TempH facies,*®) cuius fastigia Qraio 

Moro extructa nitent, dextrà simul, atque sinistra 
Quadratas praefert turres, quae vertice tandem 245 

Piramides imitantur, quo alti culmina coeli 
Contingunt, resonanque simul, dicuntque vicissim 
Concentu grato laudes, tibi, Maxime Rector, 
Aetheris, atque vocant, ad Christi mistica plebem. 
Quatuor hic gradibus spatioso, & in orbe redactis 250 

Vestibulum ingreditur primo, mox limina templi, 
Limina quae pario splendent pellucida saxo; 
Tempia Augusta patent, donis opulenta superbis 
Caelatae diuum effìgies, caelataque in auro 
Saxa nitent, bicolorque lapis, quem prisca vetustas 255 
Strauit humi. Labor est, pietas memorare figuras, 
Aut ebur, aut flauis Nomadum distincta metallis 
Culmina, vel fragili fastigia perlita vitro. 
Hic & marmoreum suggestum cernere possis, 
Nititur hoc geminis scalis, geminisque columnis 260 
Insidet; at medium soUdus lapis ambit in orbem ; 
Quo mox insurgunt ternae hinc atque inde columnae, 
Quae gestant apicem tecti, hic e marmore surgit 
Piramidum in formam, cui rostro armata resedit 
Alituum Regina, alisque applaudit apertis. 265 

Organa tum calamis compacta ex aere canoris 
Eximiam in molem passim radiantia cernasi 
Argento, atque auro, pendent laquearibus aureis 
Lampades igniferi: penetralia celsa Tryphonis^®) 



") Columna Publica, etiam et Jitzsia ot carrus dieta. 
**) Descriptio Ecclqsiao Cathedralis. 
*•) Sacellum SS. Reliquiarum. 



12 



Ossa tenent, cineresqiie fiacros, qnos aurea vestii 270 
Lamina, & argenti pretiosa thoraumata claudunt. 

In platea duplex biuiunj, sed quae via Gordum^") 
Rocta petit, primo haec maculosa nebride dnctiim 
Et duro toties plangentem pectora saxo 
Ostentai Diuum.^') Mox& tempia ardua Marci'**) 275 

Quae subito contra (nara diuidit area parua) 
Praeuiut^ ille Dei, quo nulhim seda tulere 
Maiorem, veteris defensat culmina templi.*^) 
Longa via est, Vrbis cum se se in portibus effert 
Duplex ara tibi^ Cliristi buie Mator,^*) at illi 280 

Astat cui rapuit coelo denota volenti 
Lumina virginitas: lapidum*^) mole obratus ipsum 
Delegit montem snpra hinc, si suspiois, altum. 

Vertìs iter, primusque tibi sua limina Paukis*®) 

Augustamque aedcm pandit; tum maximus ille 285 

Obiicitur Benedictus.^^) Cnix buie proxima sedem*'') 

Vendicat, atque noni rc^erat sacrarla Coetus,^*) 

Hic vbi & Andreas®*') extrema in parte reeondit 

Non ingens tcmplum, at plonis nltaria donis. 

Cui propriore tholo, sed non subducta tuetur 290 

Tempia Senox/') ipsoque vino se limite claudit: 

Hic & Magdali de nomine AJai^^-dalena.^^) 

Tum Virgo stat cincta rotis/^) irasque minaees 



**) Vulgo «Gordichio." 

**) Templum Sancti Hieronyrai Doct. Max. 
**) Tomplum S. Marci E\% 

^*) Tempi. S. Johannis fìaptìsta© vulgo ^Del Portello", 
**) Tempia S. Marìae et S. Lueiat? Virg. et M. dieta ^De Gordichio", 
*^) Templum abbatialo S. Stepliaiii prolm. 
**) Tempi, et Monast. Mouialium S. Dominici ad S. Paulum. 
") Tempi. S. Benedicti. 
") Tempi. S. CnioiB. 
*') Monasterium Monialium S, Joseph, 

*°) Ti^mpi t*i. Andr©ae Apostoli aupra fonlem S. Crucia, quoiidB.ra in Clau* 
sura S. Joseph reseratum est. 
•*) Tempi. S. Antoni i Abalis. 

•*) Tempi. S* Mariae Magdalenae su!> EccL S. Joseph. 
••) Tempi. S. Catharinae. 



£ 



ia2. 



13 



Negligit. Ast arcem quae te hiac via ducit ad ipsam 
Erigìtur medio tractu, medioque recumbit 295 

Templum in monte sacrum,**) quod Dina Puerpera 
Incolit; haec eadem**) partes tutatur & Vrbis [Coeli 
Scorde a parte sitas, platea hic angusta, sedomni 
Merce referta tamen, quam victu rustica nostro 
Suppeditat piebes, foraque inde®®) boaria dicunt. 300 
Pontificis bine tecta senis®') nona condit ab imo 
Calua cohors, cui pulla toga est, tunieaeque niuales. 
At caetu stipata suo, stipata t)uellis®®) 
Clara sedet, prolisque suae Zebedeia coniux 
Prospectat phanum proprii de limine templi. 305 

Prouehor in medium latus Vrbis, hic ilicet acri 
Vectus equo occurrit, qui pallia diuidit orco,®*) 
Et medicus Lucas,^") Pauli sectator, & ipse 
Aliger"") oiectura pedibus qui subiicit hostem. 
Quem prope nuda, ped^s, & fune indcta retorto 310 

Turba puellarum, quam nuUus coniugis olim 
Flexit amor, sacrae famulatur Virginis arae.'*) 
Mox amor*'^) aetherei Rcgis, quem penna columbae 
Circundat radiis, fulgentique igne coruscum 
Celina tenet delubra, & plenis ignibus aram. 315 

Ac demum'*) exutus pelle, & quem gallica vestit 



••) Tempi. B. M. V. in monte vulgo „Del Riposo", nunc et ^Madonna deUa 
Salute" nuncupatum. 

•*) Tempi. S. Mariae Infunariae, etiam et „De Flumine", ubi abatia col- 
legiata. 

••) Vulgo „ Pi azza della Madonnetta". 

•*) Templum et coenobium S. Nicolai Ord. Praedicatorum. 

*') Templum nunc S. Clarae nuncupatum et Monasterium FF. Min. Ord. 
S. Francisci — Ab origine S. Mariae noncupatum, et Monast. Monialium S. 
Bonedicti, dein S. Clarae. 

••) Templum S. Michaelis, deinde „La Madonna del Carmine". 

'•) Tempi. S. Lucae Evang. 

"') Tempi. S. Michaelis. 

'') Tempi, et coenobium Monialium S. Mariae de Angelis. 

") Tempi. S. Spiritus ubi et coenobium Fr. Min. S. Francisci strictioris 
Observantiae. Nunc Seminarium Leoninum. 

'*) Tempi. S. Bartolomaei Ap. 



14 



Penula,''*) ne dirae latitent saeua vlcera pestis. 
Haec Vrbis sedes, situs hic, haee denìque forma est, 
Ascraei''®) quondam quam fundauere coloni. 
Namque ferunt (longis fama est obscurior annis) 320 

Aseraeos olim, postquam fata impia Vatem 
Ascraeum rapuere suum, tum protinus omnes 
Deseruisse domos, atque exeerasse Penates. 
Hic ergo (incertum capti dulcedine terrae 
An potius fessi longarum ambage viarum) 325 

Constituunt certam celsis in montibus vrbem. 
Quae tamen vt longum sibi nomina chara referret 
Asoriuium Ascraei Vatis de nomine dieta est: 
At quoniam ingenuos mores purosque reseruat 
Posteritas, gentisque suae primordia monstrat, 330 

Nunc ideo Catharum grati dixere minores. 

F. S. R. Rescr. Finis. 1589. Ascriuij 6. Aprilis. 



'») Tempi. S. Rochi. 

'•) Ascraei, fandatores ascriviensis urbis. 






AL MOLTO ILLVSTRE 

E R. SIG. ARCHIDIACONO DI RAVGIA 

IL SIG. MAVRIZIO BVCCHIA. 

Sig, mio sempre osseruandissimx). 

Qvanta à i dì passati io sentì tristezza, e quanto fu il di- 
spiacere, che io presi della morte del molto Reuerendo Sig. 
Marco di Ragnina, buona memoria, vostro gentil' huomo, e de- 
gno Archidiacono, di cotesta honoratissima Chiesa (che nel 
vero, perdendo lui, ha perduto la città vostra, vn prelato di 
molta bontà e di molto zelo) tanta poi sentij contentezza, e 
tanto, anzi più fu il piacere, che io presi, della meriteuole as- 
sunzione di V. S. molto Reuerenda dal Primeceriato, al pre- 
detto Archidiaconato, considerando cotale degnità, in suggetto, 
non men degno di quello, in cui prima, si ritrouaua essere 
istata collocata. Imperochè se bene amendue gentil' huomini, e 
pari nella nobiltà, come anche nel zelo, e nella bontà della vita: 
V. S. non dimeno, in questo, pare che ecceda, perochè doue 
la buona memoria del Ragnina, solamente era Dottor di leggi 
Ciuih, &humane; Voi siete Dottore, e Maestro, come diceuauo 
gì' antichi, di diuinità, cioè della sacra Teologia, e delle leggi 
celesti e diuine. Doni per tanto nostro Signor' Iddio à V. Sig. ' 
molto Reuerenda grazia di lungo tempo, portare con laude 
sua, e con vtihtà di cotesta Chiesa, cotale carico d'honore. E 
qui faccio fine, pregandola, che si degni di aggradire questa 
bella e dotta descrizzione di Cattar», da me aggiunta, alla 
storia vostra di Raugia, in grazia delle quattro famiglie di no- 
bili, venuti da quella, cioè: 

1. Di Benescia. 

2. Di Bucchia. 

3. Di Cervia, e 

4. Di Pozza. 



2 

Delle quali, la di V. S. Bucchia ci perseuerafino al dì 
d'oggi honoratissima, nel moderno molto Illustre e Reueren- 
dissimo Vescouo di quella, Monsignore leronimo Bucchia, gen- 
tilissimo, e compitissimo prelato, come bene vna quaresima, 
che predicai nella sua Cattedrale connobbi. Stia sana e si ri- 
cordi di dare quando che sia, alla stampa, quelle sue honorate 
composizioni, che già mi mostrò, acciochè ne possano godere 
ancora gì' amici suoi. Saluto il molto Reuerendo Sig. Francesco 
Giamagna con gì' altri nostri amoreuoh. 

Di Firenze aUi 18 di Marzo M.D. XCV. 
Di V. S. molto Reuerenda 

Aff. per seruirla 

F. Serafino Razzi. 




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